I fratelli Whittington, un’altra storia di sport e di crimine

testo di Nicola Lettieri. Foto di Nicola Lettieri e archivio David Tarallo

La storia dei fratelli Whittington è una di quelle nelle quali il mondo delle corse finisce per mescolarsi con quello del crimine fino al punto che, molti anni dopo, diventa difficile guardare una fotografia dell’epoca senza pensare a ciò che accadeva lontano dalle piste. Bill e Don Whittington sono stati piloti veri, hanno corso a Indianapolis, Daytona, Sebring e nelle più importanti gare dell’IMSA e, soprattutto, il 10 giugno 1979 hanno vinto la 24 Ore di Le Mans insieme a Klaus Ludwig, al volante di una Porsche 935 K3 della Kremer Racing, diventando i primi fratelli capaci di imporsi insieme nella classica francese sulla stessa vettura.

Come abbiamo già visto raccontando su Pitlaneitalia.com la storia di John Paul Sr. e di suo figlio John Jr1., in quegli anni una parte del mondo dell’automobilismo americano viveva una doppia esistenza, nella quale Porsche, auto da corsa, aeroplani privati e budget milionari convivevano, in alcuni casi, con traffici di marijuana capaci di produrre enormi quantità di denaro. I Whittington furono tra i protagonisti più famosi di quella stagione.

Don, nato nel 1946 a Lubbock, in Texas, e Bill, di tre anni più giovane, provenivano da una famiglia nella quale la passione per i motori era già ben radicata. Anche il padre aveva avuto esperienze nell’automobilismo americano e il più giovane dei fratelli, Dale, avrebbe seguito la stessa strada, arrivando fino alla 500 Miglia di Indianapolis. Bill e Don, però, coltivavano una passione ancora più ampia per tutto ciò che fosse veloce: prima ancora di affermarsi con le automobili correvano con gli aeroplani nelle Reno Air Races, utilizzando soprattutto vecchi caccia della Seconda guerra mondiale profondamente modificati. Nel 1980 Don vinse la finale Unlimited Gold al volante del P-51D Mustang “Precious Metal”, mentre Bill si impose nella Unlimited Bronze con il P-51D “GeGe II”, confermando come per i Whittington la competizione non fosse limitata alle quattro ruote.

Parallelamente i due fratelli svolgevano attività imprenditoriali in Florida: una scheda dell’IMSA dell’epoca descrive Bill come titolare, insieme a Don, di un’importante attività nel settore dei recreational vehicles. Fu proprio alla fine degli anni Settanta che decisero di dedicarsi seriamente anche alle competizioni automobilistiche. Don iniziò a correre nel 1978 e Bill lo seguì immediatamente; nello stesso anno parteciparono alla loro prima 24 Ore di Le Mans con una Porsche 935 insieme a Franz Konrad e, pur senza concludere la gara, mostrarono subito di voler affrontare l’automobilismo con mezzi ben diversi da quelli dei normali debuttanti.

Sempre nel 1978 i Whittington entrarono inoltre nella proprietà di Road Atlanta, uno dei circuiti più importanti degli Stati Uniti e destinato a diventare negli anni successivi uno dei templi dell’IMSA. In pochissimo tempo, quindi, due uomini praticamente sconosciuti nell’automobilismo europeo erano passati dalle gare aeree alle Porsche 935, dalla gestione di attività imprenditoriali alla proprietà di un circuito e alla partecipazione alle più importanti gare endurance del mondo. Dodici mesi dopo sarebbero tornati a Le Mans con intenzioni decisamente più serie.

IMSA 1979 Awards: Don Whittington vincitore del World Challenge for Endurance Drivers

Per la gara del 1979, infatti, scelsero la Kremer Racing. I fratelli Manfred ed Erwin Kremer avevano sviluppato autonomamente la Porsche 935 fino a realizzare la K3, una delle interpretazioni più radicali della vettura nata per il regolamento Gruppo 5. Con una carrozzeria profondamente modificata, un peso ridotto e un sei cilindri boxer biturbo da circa 800 cavalli, la K3 era abbastanza veloce da competere persino con i prototipi.

Road Atlanta: “president Don Whittington”

Accanto ai due americani c’era soprattutto Klaus Ludwig, che in qualifica portò la 935 K3 n. 41 al terzo posto assoluto, dietro soltanto alle due Porsche 936 ufficiali. Il fatto che fosse il pilota più veloce dell’equipaggio non era esattamente un segreto e Manfred Kremer aveva deciso che sarebbe stato lui a prendere il via. Bill Whittington, però, non era d’accordo e voleva partire lui per primo…

I fratelli Whittington con Paul Newman

È qui che comincia uno degli episodi più incredibili nella storia della 24 Ore di Le Mans e, come spesso accade con le storie diventate leggendarie, a distanza di quasi cinquant’anni è difficile distinguere ogni particolare realmente accaduto da quelli aggiunti nel tempo. Secondo il racconto tramandato negli anni, Don comunicò a Kremer che sarebbe stato Bill a prendere il via; Kremer gli fece presente che la macchina era sua e che sarebbe stato lui a decidere chi l’avrebbe guidata per primo. Don gli chiese allora quanto costasse la Porsche…… Poco dopo i Whittington erano proprietari della 935 K3!

Sul fatto che la macchina sia stata acquistata alla vigilia della gara esistono numerose testimonianze, mentre molto meno chiaro è quanto sia stato effettivamente pagato. Le cifre oscillano tra 200.000 e 290.000 dollari, mentre Achim Stroth, team manager della Kremer, ricordò molti anni dopo 375.000, senza essere più certo se si trattasse di dollari o marchi tedeschi. Anche la famosa valigia piena di contanti potrebbe appartenere almeno in parte alla leggenda perché, secondo Stroth, il denaro sarebbe stato cucito all’interno di alcune tute portate dagli Stati Uniti.

Nella serie speciale numerata Spark per il distributore americano è uscita la 935 vincitrice alla 6 Ore Watkins Glen nel luglio del 1979, valida per il Mondiale e per il campionato Trans-Am. Anche in quell’occasione, i fratelli Whittington corsero insieme a Klaus Ludwig

Probabilmente non sapremo mai quale versione sia quella esatta. Sappiamo però come finì la discussione: i Whittington comprarono la macchina e Bill prese il via.

La gara partì il 9 giugno 1979 e inizialmente furono le Porsche 936 ufficiali a dettare il ritmo, ma una dopo l’altra le favorite cominciarono ad avere problemi e la 935 K3 n. 41 risalì la classifica fino a prendere il comando. Durante la notte arrivò poi una pioggia violentissima e fu proprio in quelle condizioni che Ludwig fece la differenza, continuando a girare velocissimo mentre molti degli avversari rallentavano o commettevano errori.

A inseguire la Kremer c’era un’altra 935, quella del Dick Barbour Racing affidata a Barbour, Rolf Stommelen e Paul Newman. L’attore americano era già una star mondiale del cinema, ma era anche un pilota serio e competitivo e la sua unica partecipazione a Le Mans si sarebbe conclusa con un secondo posto assoluto.

A un certo punto la gara sembrò praticamente decisa, perché la n. 41 aveva accumulato un vantaggio enorme, ma nella tarda mattinata della domenica la Porsche si fermò lungo il rettilineo dell’Hunaudières ed è proprio qui che nasce un altro degli episodi entrati nella leggenda di quella 24 Ore.

Secondo la versione più famosa, il problema riguardava il turbocompressore, ormai incandescente e bloccato, e Whittington, non potendo attendere che si raffreddasse, avrebbe trovato una soluzione decisamente poco ortodossa: si sarebbe slacciato la tuta e avrebbe urinato direttamente sul turbo per abbassarne rapidamente la temperatura, riuscendo poi a intervenire e a rimettere in movimento la macchina.

Anche in questo caso realtà e leggenda finiscono però per sovrapporsi. Le ricostruzioni non concordano neppure su quale dei due fratelli fosse al volante, mentre i resoconti pubblicati subito dopo la gara attribuiscono lo stop alla rottura della cinghia che azionava la pompa dell’iniezione. Secondo questa versione Don riuscì a utilizzare la cinghia dell’alternatore, adattandola quanto bastava per consentire alla 935 di tornare lentamente ai box.

Qualunque sia la versione esatta, la lunga sosta fece dissolvere gran parte del vantaggio accumulato durante la notte e la Porsche di Newman, Barbour e Stommelen tornò improvvisamente in corsa per la vittoria. Anche la n. 70, però, perse tempo ai box e non riuscì a completare la rimonta, così dopo 307 giri e 4.173 chilometri la Porsche 935 K3 n. 41 di Ludwig e dei fratelli Whittington tagliò il traguardo in prima posizione, davanti alla 935 di Newman, Stommelen e Barbour e a quella di Laurent Ferrier, François Servanin e François Trisconi. Una tripletta assoluta Porsche 935 e una vittoria destinata a entrare nella storia.

Negli anni successivi i Whittington continuarono a correre in IMSA, CART, NASCAR e alla Indianapolis 500. Nel 1982 Bill, Don e il fratello Dale riuscirono tutti e tre a qualificarsi per la 500 Miglia di Indianapolis, mentre Bill ottenne quattordici vittorie nell’IMSA e nel 1984 concluse secondo in campionato alle spalle dell’amico e compagno di squadra Randy Lanier.

Era un periodo straordinario per le corse americane, ma anche quello nel quale alcuni protagonisti dell’IMSA cominciarono a interessare sempre più frequentemente le autorità federali. Come abbiamo raccontato parlando di John Paul Sr., il traffico di marijuana negli Stati Uniti aveva raggiunto dimensioni enormi e le corse richiedevano, contemporaneamente, quantità impressionanti di denaro.

Fu in quel contesto che nacque la fama dei cosiddetti “Bad Boys of IMSA”. John Paul Sr., Randy Lanier e i Whittington sono i nomi che ricorrono più spesso quando si racconta quel periodo, anche se questo non significa che appartenessero alla stessa organizzazione criminale: Lanier, per esempio, avrebbe successivamente spiegato che le sue attività di contrabbando e quelle di Bill Whittington erano separate.

Nel 1986, dopo un’indagine durata circa diciotto mesi, arrivarono le incriminazioni. Bill Whittington si dichiarò colpevole di evasione fiscale e di cospirazione finalizzata all’importazione negli Stati Uniti di quantità di marijuana nell’ordine di diverse tonnellate, accettando una condanna a 15 anni di carcere e la confisca di beni per 7 milioni di dollari; Don ricevette invece una pena di 18 mesi.

Una successiva decisione della Corte d’Appello federale ricostruì più precisamente i rispettivi ruoli: Bill aveva organizzato l’importazione e la distribuzione della droga, mentre Don aveva riciclato e investito parte dei proventi. Fra i beni acquistati con quel denaro comparivano automobili, barche e aeroplani e negli atti dell’inchiesta veniva citata anche una vettura da competizione da 203.000 dollari, finanziata secondo l’accusa con i proventi del traffico e nascosta al fisco.

È inevitabile pensare alla Porsche 935 K3 acquistata a Le Mans nel 1979, ma non esistono elementi sufficienti per affermare che si trattasse proprio di quella macchina. Quello che sappiamo con certezza è già abbastanza: mentre i Whittington correvano a Le Mans, Daytona, Sebring e Indianapolis, almeno una parte delle enormi disponibilità economiche che consentivano loro di sostenere quella attività proveniva da un traffico internazionale di marijuana.

Anche la Porsche della loro più grande vittoria continuò ad avere una storia singolare. Dopo essere stata affidata all’Indianapolis Motor Speedway Museum, decenni più tardi Don Whittington ne chiese la restituzione sostenendo che fosse stata soltanto concessa in prestito; il museo riteneva invece che fosse stata donata e la vicenda finì davanti a un giudice, senza che Whittington riuscisse a riottenere la vettura. La 935 passò poi al collezionista Bruce Meyer.

Bill Whittington morì il 23 aprile 2021, a 71 anni, precipitando con un piccolo aereo nei pressi di Winslow, in Arizona. Era lui stesso ai comandi.

Rimane una carriera automobilistica che sarebbe sbagliato cancellare per ciò che accadde fuori dalle piste. Bill sapeva guidare e quattordici vittorie IMSA, insieme al secondo posto nel campionato 1984, non si comprano semplicemente con una valigia di dollari; lo stesso vale per Don e soprattutto rimane quella incredibile 24 Ore di Le Mans del 1979.

A quasi mezzo secolo di distanza, è forse proprio questa contraddizione a rendere ancora così affascinante la storia dei Whittington. Da una parte restano due piloti capaci di costruirsi una carriera vera e di vincere la più importante gara di durata del mondo; dall’altra, una vicenda personale che negli anni successivi avrebbe mostrato un volto completamente diverso. La Porsche 935 K3 n.41 rimane il punto in cui questi due mondi finiscono inevitabilmente per incontrarsi: una macchina acquistata alla vigilia della gara quasi come conseguenza di una scommessa, portata alla vittoria ventiquattro ore più tardi e diventata, suo malgrado, uno dei simboli di quell’irripetibile stagione dell’automobilismo americano nella quale sport, denaro e crimine furono talvolta separati da un confine sorprendentemente sottile.

  1. https://pitlaneitalia.com/2023/03/26/john-paul-sr-una-storia-di-sport-e-di-crimine/ ↩︎

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