E’ programmata per il 3 ottobre alle 11.30 la conferenza stampa di presentazione della Mille Miglia 2025, presso la Sala del consiglio al Palazzo della Loggia di Brescia. La conferenza stampa potrà essere seguita anche in streaming attraverso il seguente link: https://1000miglia.it/streaming-live/
Modelli del passato: Ferrari Dino 246 GT/GTS di Western Models
Su PLIT ci siamo occupati sempre abbastanza raramente di Western Models, uno dei marchi storici dell’automodellismo britannico. La lacuna è notevole, tanto più che Western ha rappresentato per interi decenni uno dei punti di riferimento per chi necessitasse di stampaggi in metallo bianco di qualità. Sarà quindi opportuno ripercorrere per intero la storia di questo produttore, così com’è stato fatto in passato con altri marchi, dedicandogli una monografia. Intanto, giusto in due righe presentando uno dei modelli classici della gamma, possiamo riassumere dicendo che Western nacque nel 1974 su iniziativa di tre collezionisti, Mike Stephens, Brian Garfield-Jones e Ken Wooton. Dopo un incoraggiante debutto con una Mercedes 540K, Western Models espanse rapidamente la propria produzione di modelli in kit e montati in 1:43 ma anche in 1:24, avviando numerose collaborazioni per lo stampaggio in metallo bianco conto terzi. Il rapporto con Danhausen costituisce sicuramente il capitolo più importante in questo senso. Ritiratisi abbastanza presto gli altri due soci, fu Mike Stephens, insieme alla moglie Joyce, a portare avanti l’azienda, prima fra Redhill e Epsom nel Surrey, poi a Taunton nel Somerset. E’ appena il caso di ricordare come nella Western si formarono tecnici e prototipisti di valore, fra cui John Allen e Keith Williams, che negli anni ottanta fondarono la SMTS a Hastings. Dopo lo spostamento di tutta la produzione di Danhausen in Cina, Western Models fu costretta a un radicale ridimensionamento dei programmi. La gamma Western andò comunque avanti per un bel pezzo. L’attività, ulteriormente ridotta nei primi anni Duemila, chiuse definitivamente nel 2010.
Nell’era degli affastellatori seriali di cineserie, i modelli Western sembreranno inevitabilmente vecchi (o invecchiati). Sia. Però, essi rispecchiano forse più di ogni altro marchio lo spirito britannico del white metal. Fusioni belle robuste, dettagli limitati, niente fotoincisioni, parti nichelate e verniciate: l’effetto è inconfondibile e li pone in linea di diretta discendenza dai Dinky, passando ovviamente per gli anelli intermedi delle prime sperimentazioni artigianali, che gli inglesi stessi amano chiamare “cottage models”, e non c’è neanche da spiegarne il motivo.
Nel 1983, Western Models era forse al suo apogeo, e i modelli che sfornava erano massimamente apprezzati, non solo in ambito britannico ma anche in paesi come la Germania, l’Olanda o il Belgio, che avevano per certi versi una sensibilità simile a quella dei collezionisti del Regno Unito. Alla ricerca di popolarità, i marchi inglesi non esitavano a proporre sempre più vetture del continente, in primis Ferrari, che era un marchio che “tirava” a prescindere. L’idea di tirar fuori la Dino 246 fu valida, anche perché a quell’epoca non è che il mercato offrisse tante alternative: nell’ambito degli speciali, quasi contemporaneamente uscì la giapponese CAM, che era diffusa quanto una mosca bianca e che costava più o meno come la vera. La X-AMR era ancora di là da venire. Chi amava la resina poteva sempre orientarsi sul Record, uscito alla fine del 1982. C’erano poi in giro il Tomica Dandy, piuttosto bellino ma con le caratteristiche tipiche dei diecast dell’epoca, e il Sakura, commercializzato nel 1977, che cominciava quindi già ad accusare il peso degli anni, per non parlare della GTS di Norev, uscita nel 1974 e sfruttata dalla marca francese fino alle barbe, come di costume.






La Dino di Western fu proposta in tutte e due le configurazioni, berlinetta GT e “targa” GTS. Disponibile in kit e montata, la Dino inglese ebbe un buon successo di vendite. Oggi non è un modello raro ma come sempre la difficoltà consiste – per i montati – di reperire un esemplare in condizioni perfette con scatola e imballaggio originali. I modelli factory built della GT dovrebbero essere tutti rossi, mentre per la GTS si scelse il secondo colore più adatto a una Ferrari, ossia il giallo. I contorni vetro non erano dipinti ma in compenso altri dettagli erano trattati con cura. Belle ad esempio le ruote realizzate con una soluzione tipica dell’epoca: cerchio tornito e pastiglia centrale in metallo bianco. Il fondo della vettura presentava alcuni dettagli finemente incastrati al telaio. Di ottimo effetto i quattro scarichi nichelati. Per buona parte degli anni ’80, la Dino di Western costituì una scelta più che decente per chi volesse inserire in collezione quella che ancora oggi resta una delle vetture stradali più belle della storia del Cavallino. Arrivarono poi AMR (con prezzi decisamente più alti, specie per quanto riguardava i factory built), poi negli anni ’90 fu la volta del Dinky-Matchbox e dell’Heco – ai due poli opposti della fascia di prezzo! – per proseguire col Bang, un ottimo modello alla portata di quasi tutte le tasche.






A distanza di tanti anni, però, il Western resta una limpida testimonianza del gusto inglese, che richiede una certa immedesimazione per essere compreso appieno, ma in fondo il bello del collezionismo non consiste anche in una ricerca storica di ciò che si cela dietro ogni oggetto, il tutto accompagnato dalla curiosità e da un pizzico di fantasia?
Epoqu’auto 2024, ancora più spazio alle Youngtimers
Il crescente interesse per i modelli degli anni ’90 e 2000 non fa che crescere. Gli organizzatori del salone Époqu’auto hanno deciso quest’anno di dare più importanza alle Youngtimers. Con una superficie portata a oltre 350 m², la sezione Youngtimers saprà rispondere all’entusiasmo che suscita. In totale verranno presentati 16 modelli attorno al tema delle auto giapponesi. Questa panoramica dell’industria automobilistica giapponese sarà suddivisa in diverse sotto-sezioni.
I visitatori potranno scoprire le “Key Car”, piccole city car giapponesi. In mostra ci saranno un’AutoZam AZ1 M2 1015 del 1994, una Tommy Kaira del 1997, una Honda Beat decappottabile del 1994, una Daihatsu Copen decappottabile del 2010 e una Nissan Figaro Coupé del 1991.
Il secondo spazio sarà dedicato a un piccolo focus Mazda con 3 vetture: la 787B prototipo che vinse Le Mans nel 1991. Ma anche la rarissima serie limitata Mazda MX-5 Le Mans, con i colori della 787B e infine una Mazda RX7.
La terza area sarà dedicata ai modelli prevalentemente sportivi, come una Honda NSX Spider, una Subaru SVX con motore 6 cilindri ma anche una Toyota Century del 2010, l’unica vettura giapponese dotata di motore V12.
Venerdì 8 novembre alle 16, le Youngtimers saranno al centro di una vendita all’asta esclusiva organizzata da Osenat, con una ventina di auto presentate. Sul parcheggio P4, inoltre, centocinquanta posti saranno riservati alle Youngtimer giapponesi di oltre vent’anni. I proprietari potranno partecipare contattando in anticipo il club Japan Days, co-organizzatore di questa operazione.



Il circuito di Le Mans eletto monumento preferito dai francesi per il 2024
(foto copyright media Automobile Club de l’Ouest)
A pochi giorni dalla 41esima Giornata Europea del Patrimonio, l'annuncio è stato ieri sera da Stéphane Bern nel corso del programma trasmesso su France 3. Il circuito di Le Mans ha vinto la finale contro altri 13 prestigiosi monumenti in lizza.
Da molti anni il Circuito della 24 Ore è il fiore all'occhiello del suo territorio, accogliendo ogni anno più di un milione di appassionati di corse automobilistiche provenienti da tutto il mondo. Questo titolo è un grande riconoscimento della sua eccezionale eredità, sia a livello locale che nazionale, e dell'attaccamento di tutti coloro che lo sostengono.
Questa elezione è il risultato di una mobilitazione eccezionale dei sostenitori, del dipartimento, della regione, di tutti gli amanti del circuito.
Questo fine settimana l'ACO accoglierà i visitatori al Museo della 24 Ore in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio.
Il 21 e 22 settembre 2024, il Museo 24 Ore propone prezzi particolarmente vantaggiosi: 7€ invece di 9€ per gli adulti e 4€ invece di 7,50€ per i ragazzi dai 10 ai 18 anni.


Premio giornalistico “ASI Classic Motor Press Award 2025”
L’Automotoclub Storico Italiano ha istituito il premio giornalistico “ASI Classic Motor Press Award 2025” destinato ai giornalisti professionisti e pubblicisti iscritti all’Ordine.
L’iniziativa intende riconoscere ai professionisti dell’informazione il prezioso ruolo di divulgazione della cultura del motorismo storico come memoria dell’ingegno meccanico, del design e dello stile italiano, valori indiscussi nell’epopea della mobilità e della connessione di mondi per lo scambio di conoscenze ma anche distintivo del concetto di Made in Italy apprezzato nel mondo.
“ASI Classic Motor Press Award” è organizzato e promosso da ASI con il patrocinio della Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), Unione Stampa Sportiva Italiana (USSI), e Unione Italiana Giornalisti Auto (UIGA).
Il premio si compone di quattro sezioni: carta stampata, TV, radio e podcast, web.
Presentati i calendari regionali 2025 del Ferrari Challenge Trofeo Pirelli
Dopo aver comunicato nelle scorse settimane gli appuntamenti che caratterizzeranno la stagione 2025 dei campionati internazionali del Ferrari Challenge Trofeo Pirelli Europe e North America, Ferrari toglie i veli sui calendari delle tre serie regionali Australasia, Japan e United Kingdom.
Il carattere sempre più internazionale del monomarca del Cavallino Rampante è accompagnato da numeri record di partecipanti e da un sempre maggiore interesse per questo campionato, rivolto tanto ai giovani talenti che vogliono intraprendere la carriera nelle competizioni a ruote coperte, quanto per i gentleman driver.
Challenge Australasia. La nuova serie regionale, annunciata negli scorsi mesi, propone un calendario che si sviluppa su cinque appuntamenti, disputati in concomitanza con gare iconiche o serie di prestigio. Il debutto è previsto a Bathurst, nel weekend dove andrà in scena anche la leggendaria 12 ore, dal 31 gennaio al 2 febbraio. Phillip Island, dal 4 al 6 aprile, Sydney, dal 2 al 4 maggio, e The Bend, dal 5 al 7 settembre, vedranno le 296 Challenge sfidarsi come gare di supporto del GT World Challenge Australia. In mezzo a questi appuntamenti, dal 28 al 29 giugno, i protagonisti del monomarca saranno protagonisti ancora sul tracciato di Sydney per il quarto round.
Challenge Japan. La terza stagione della serie regionale giapponese propone 5 appuntamenti su alcune delle piste più iconiche del territorio nipponico dove si registrerà il debutto, anche in questo caso, della 296 Challenge.
Il via del campionato, che sta crescendo nei numeri dei partecipanti e nell’interesse del pubblico, sarà ad aprile, dal 4 al 6, sul circuito di Suzuka, in occasione del Gran Premio di Formula 1. Secondo impegno per i piloti a maggio, dal 23 al 25, sul circuito di Autopolis, per poi passare al doppio appuntamento al Fuji. Il primo dei due sarà dal 20 al 22 giugno nell’ambito dei Ferrari Racing Days, per poi replicare dall’11 al 13 luglio. Conclusione della serie, infine, dall’8 al 10 agosto sul tracciato di Okayama.
Challenge UK. A Silverstone, durante l’ultimo appuntamento stagionale, sono stati ufficializzati gli eventi che vedranno protagoniste, per la prima volta, le 296 Challenge, dopo il debutto continentale e oltreoceano. Il primo impegno sarà in realtà in terra spagnola, sul circuito di Navarra, dal 25 al 27 aprile. Esordio nel Regno Unito il 16 e 17 maggio a Oulton Park per poi raggiungere Brands Hatch dal 20 al 22 giugno.
Prima della pausa estiva le 296 Challenge saranno impegnate sul circuito di Donington Park (26-27 luglio), mentre l’ultimo appuntamento della settima stagione della serie britannica è in programma nell’ambito dei Ferrari Racing Days a Silverstone dal 5 al 7 settembre.



Le Mans Classic 2025: svelato il manifesto ufficiale
Dopo un’edizione record nel 2023 che ha celebrato il centenario della 24 Ore di Le Mans, torna nel 2025 la Le Mans Classic, che si svolgerà dal 3 al 6 luglio.
E’ stato presentato oggi il manifesto ufficiale della Classic, la cui 12ma edizione si preannuncia spettacolare come sempre. E’ una BMW M1 ad occupare l’affiche, con un casco integrale sfumato in secondo piano. In alto, lo slogan “Remonter le temps”. Tutto molto semplice ed efficace.

Tameo annuncia il kit della Ferrari 312 F.1 GP del Belgio 1966
| Il 12 giugno 1966 si corse a Spa-Francorchamps il Gran Premio del Belgio, secondo appuntamento della stagione di Formula 1, dopo la vittoria di Jackie Stewart a Monaco, nella gara inaugurale. La gara partì sotto un cielo carico di pioggia: Surtees prese subito il comando, ma a metà del primo giro, nei pressi di Burnenville, il gruppo ritrovò davanti una vera tempesta. Il pilota inglese della Ferrari ne uscì indenne; Bonnier, Spence, Siffert, Hulme, invece, finirono fuori pista, mentre Rindt dopo un pauroso testacoda al Masta riuscì a evitare le barriere proseguendo la gara. Delle 18 vetture partire, solo in sette passarono sul traguardo del primo giro. La gara terminò con la vittoria di Surtees, che conquistò il suo terzo “hat trick” della carriera, condividendo il podio con Jochen Rindt e Lorenzo Bandini. Tameo ha annunciato il kit 1:43 della Ferrari di Surtees. Inserito nella gamma Silver Line, il modello sarà disponibile prossimamente, col numero di catalogo SLK138. |
La Borsa Scambio di Verona
Irrinunciabile appuntamento autunnale con una manifestazione classica, la Borsa di scambio di Verona, che giunge alla 76ma edizione. La sede sarà come di consueto presso la Fiera di Verona, in Viale del Lavoro, 8 (uscita casello di Verona Sud). Nella locandina riprodotta in apertura troverete tutti i dettagli supplementari per notizie e informazioni.
Un giorno di tanti anni fa
di Riccardo Fontana
31 agosto 2012.
Non mangio – salvo forse un paio di mele – e non dormo da dieci giorni, faccio ancora fatica a definire l’enorme casino in cui la mia – e fin qui relativamente poco male – e l’altrui esistenza si stanno dimenando, continuo a sperare che sia solo un maledetto di incubo.
“Massì, è solo un incubo, è solo una cena troppo pesante, adesso mi sveglio e c’è qualche mia compagna universitaria che mi cerca per farsi qualche sana cavalcata, tutto regolare, niente panico”.
Ma non è un sogno, anzi in quei dodici minuti in cui ho dormito negli ultimi dieci giorni ho sognato che mi svegliavo, e l’ho fatto lucidamente.
Arrivo in neurochirurgia alle 8:20 del mattino, hanno chiamato a casa dicendo che il Vecchio era peggiorato…
Cosa vuol dire peggiorato? Ma se fino a tre ore fa i medici giuravano sulle loro madri che nel peggiore dei casi avrebbe avuto un anno di vita e, nel migliore, un pieno – o quasi – recupero? Ebbene, mentivano: è ricoverato dal 21 di agosto, e in effetti da allora è peggiorato fino a perdere del tutto la sensibilità nel braccio e nella gamba destra e la parola, il tutto con una velocità spaventosa, ma tutti i dotti non facevano che ripetere come si trattasse solo degli effetti collaterali del mannitolo, nulla di cui preoccuparsi davvero.
Io, più per speranza che per reale e lucida analisi, avevo voluto crederci, ma sotto sotto lo sospettavo che fossero tutte cazzate: il primo giorno di ricovero sono entrato di nascosto in sala medici e ho spiato la cartella clinica: si parlava di masse plurime, di quattro tumori tutti localizzati nell’emisfero sinistro, il più grande con un diametro di 62 mm (il cranio umano, anche nel caso di un essere di uno e novanta, va sui 150 mm di larghezza…), un altro di una quarantina di mm e gli altri due più piccoli, tutti ben cacciati in profondità.
“Non sarò un medico ma qui marca male, molto male”… Però mi dicevo “dai, sapranno quello che dicono, fidiamoci, l’uomo va sulla luna da quarantatré anni, c’è gente che vive con praticamente un emisfero solo e fa anche una vita decente, conserviamo un po’ di ottimismo e vediamo”.
Invece, adesso, ho la prova che il mio “naso” ci avesse preso in pieno: il Papy, l’omone che… Il migliore amico che abbia mai avuto ieri, oggi, e domani, me lo trovo in coma, intubato. Respira a scatti, come se avesse una manona invisibile che lo massaggia sul petto, come Rudy con Lucky nella Carica dei 101, con la maglietta rossa strappata ancora per terra ai bordi del letto, lasciata lì dai medici che gli hanno fatto il massaggio cardiaco poco prima, quando ha avuto un arresto. Il primario chiama me e la signora madre e ci dice con pochi giri di parole e il tatto di un torturatore nazista che il Vecchio “è un paziente perso”, che “tanto non si sveglierà più” e che “perciò è inutile anche procedere alla biopsia programmata per oggi”, e che “molto facilmente non arriverà a sera”.
Questo solenne stronzo – perché chiamiamo cose e persone coi loro nomi – parla di mio padre che sta morendo senza nemmeno aver avuto la grazia di sapere come in un modo con cui io non parlerei neanche di un motorino sbiellato.
Non piango, le lacrime le ho già finite penso il primo o il secondo giorno, ho sempre più difficoltà a capire la benché minima sega di qualunque cosa, che vuol dire “paziente perso”? Com’è possibile che mio padre trenta giorni prima fosse così in salute e senza uno straccio di sintomo da poter fare la strada alta sterrata del Sestriere in moto – con mia madre seduta dietro, oltretutto – e adesso sia in fin di vita con mezzo cervello mangiato da non si sa bene quale mostro infernale? Ho sentito di gente morta in poco tempo per infarti a catena, per ictus, per leucemie fulminanti, per alberi che si rifiutano di spostarsi mentre fai lo scemo in macchina o in moto, ma mai, MAI, M-A-I, per un tumore al cervello fulminante. Non esiste.
Non c’è.
Cercate pure, non c’è, neanche in qualche Argus de la Miniature Hors Série, niente di niente, fidatevi.
Cerco di tornare sulla terra ma sono in una (brutta) galassia davvero troppo distante, entro nella stanza, lo guardo: è bianco come un foglio di carta, ha la pelle degli occhi nera come un panda e trema, attaccato alle macchine, encefalogramma più piatto di un lago salato nello Utah… Sto lì un paio d’ore, ma per quanto mi ricordo potrebbero essere state quattro o mezz’ora, e penso a tutto, a quando avevo due o tre anni e mi portava a vedere il recinto delle mucche d’estate con la moto e poi gli davamo il fieno finché la mamma preparava la cena, con quel sole rosso e quel profumo di buono tipico dei campi nella bella stagione, a quando ci mettevamo fuori a guardare le stelle sul terrazzo in Corsica, a parlare di questo e di quello, del senso della vita e di cazzate fino a fare quasi venire il nuovo giorno. Ripenso anche al giorno prima, quando già senza voce mi aveva guardato e stretto la mano con la mano sana, accarezzandomi le dita mentre lo faceva, o prima ancora, quando continuava a ripetere solo “perché?…”.
E la prima notte in ospedale, mentre eravamo da soli in quella sala buia da cui mi rifiutavo di uscire, che mi buttò lì a bruciapelo un “potrò ancora fare le impennate con la moto?”, e io che gli dissi “ma tanto te non sei mai stato capace di fare le impennate, quindi se anche non ce la farai più amen”, facendolo scoppiare a ridere – per l’ultima volta – mentre io mi sforzavo di ridere ma morivo dentro.
Tutti i litigi di vent’anni a ripensarci sono una pugnalata secca nel cuore, una di quelle che ti lasciano completamente senza fiato.
“No, non posso stare qui come uno stronzo, per tardi che sia devo fare qualcosa.”
“Ok, mi avete raccontato un sacco di cazzate ma non ho tempo di prendermela, urge pensare a qualcosa”… Corro a casa e mi attacco a internet (lo smartphone, per me, era di là da venire nel 2012), cerco, cerco, cerco…Serve qualcosa di specializzato, di forte, ma cosa? Eh… Poi forse… “BESTA! CARLO BESTA! Centro Besta, lotta anti-tumori, Milano, fammi prendere il numero!”.
Penso, scrivo, faccio, spero serva a qualcosa, ma il mio cervello mi manda segnali di parere opposto: da sola mi si proietta in testa l’immagine fissa – ed è una storia verissima, non sto romanzando una virgola – della Ferrari di Villeneuve ferma nella sabbia di Zandvoort con una gomma dietro sgonfia, e Gilles che, pur sapendo che è tutto inutile, cerca di tornare ai box con la macchina distrutta per continuare a correre. “Non m’importa, darò retta alla testa quando avrò tentato oltre l’impossibile”. Chiamo il Besta, segreteria. Richiamo. Segreteria ancora. Dopo una quindicina di tentativi mi risponde una donna gentile, cui descrivo (cartella clinica alla mano, neanche tanto con le buone me la sono fatta dare) la situazione: mi dice cosa devo portare ma mi dà appuntamento per l’indomani mattina, visto che ormai, cerca tu che chiamo anch’io, si sono fatte le 17:30… Torno in ospedale, devo farmi dare un CD con le TAC cerebrali, voglio provare ad andare su comunque immediatamente al Besta, e da lì sperare nella fortuna che, come Alessandro Magno c’insegna, sorride agli audaci. “Se solo avessi ascoltato la mia testa qualche giorno fa…”.
Gilles girato nella sabbia, gomma sgonfia, retro, prima, e via a palla di fucile verso un impossibile rientro ai box su tre ruote.
Un altro neurochirurgo mi piglia e mi porta in sala medici, decide di vuotare il sacco completamente: vedo la TAC “nuova”, il bastardo più grosso ormai è 70 mm di diametro, è cresciuto di un cm secco in 10 giorni…
“La tiroide cazzo!”
“Ecco, vedo che non sei un medico ma che sei sveglio, è ipertiroideo tuo padre, e lo è anche fortemente come sai e come puoi vedere dai suoi 120 kg, e quel “signore” lì due mesi fa era capace di non esserci neanche ai ritmi allucinanti con cui si sviluppa. Poi dieci giorni fa ce n’erano quattro, adesso sono sei, mi dispiace ma…”
Oltretutto la febbre ha iniziato a salire, è sui 40,5…
Rischio di non fare neanche in tempo ad arrivarci al Besta… I meccanici hanno detto a Gilles che la sua T4 non e riparabile e che, per lui, la corsa finisce li. La mia vita si è ribaltata come un calzino nel giro di dieci giorni, e tutto sommato quello è il male minore, perché bene o male io vivo ancora. Ragazze? Musica? Motori? Ragazze sui motori che ascoltano la musica? Anche lo studio stesso se vogliamo? Da centro del mio universo a satelliti sfigati, da ragazzo a uomo in dieci giorni, non lo auguro a nessuno, neanche a chi veramente mi sta sulle palle, e col mio carattere di sterco ce ne sono veramente molti.
Mia madre alle 10 di sera mi spedisce a casa “a cercare di riposare”, non vorrei – perché ho ovviamente sgamato in pieno il vero motivo – ma quasi mi lanciano di peso in macchina: mi faccio promettere di farmi chiamare qualora ci fossero dei peggioramenti.
Piove, piove alla disperata, non c’è nessuno né in ospedale né per strada.
Mi metto sul divano a guardare il Signore degli Anelli, in una stranissima veglia costellata di incubi lucidi, come quando hai la febbre altissima, finché all’una la telefonata arriva, “vieni su subito che il papà è peggiorato”
“Cosa c’è di peggio di così?…”
Ragazzo ingenuo che ero, vero?..
Arrivo in un San Matteo che sembra davvero un deserto, buio e tetro come solo un ospedale nel cuore della notte sa essere, dopo aver attaccato la cornetta del telefono di casa da una decina di minuti, piove che dio ne manda tre…
Mi dicono quello che so già, fine dei giochi.
