Speciale Le Mans parte 1: un\'edizione poco memorabile? Consoliamoci con i colori

Il paddock di Le Mans stamani verso le 9 (foto David Tarallo). 

Le premesse per un\’edizione fiacca della 24 Ore di Le Mans ci sono tutte: regolamenti giunti alla fine del loro ciclo (e con ancora una maxi stagione da disputare) e l\’assenza di veri concorrenti della Toyota sono le due cause principali di una settimana che a meno di stravolgimenti eccezionali si preannuncia poco eccitante. In ogni caso siamo qui, facciamo il nostro lavoro e cerchiamo di darvi un\’idea dell\’evento, soprattutto in chiave alternativa, com\’è sempre avvenuto. Inutile focalizzarsi sui fatti sportivi, di cui altri siti ben più frequentati sono ricchi di notizie praticamente in tempo reale.
Non che non manchino i motivi d\’interesse in altre categorie: la LMP2 è competitiva come non mai, mentre la LM-GTE, così com\’è concepita oggi, vive forse il suo ultimo momento di massimo splendore prima dell\’uscita di BMW e Ford. Per attirare l\’attenzione, quindi, niente di meglio di tirar fuori delle colorazioni ad hoc delle vetture, così sia Spark sia i collezionisti di automodelli potranno essere contenti. Un po\’ come l\’Inter quando fa le maglie a strisce orizzontali, il Napoli quelle mimetizzate o la Juve quando confonde i giocatori per i fantini della contrada della Lupa del Palio di Siena. E\’ un modo facile e tutto sommato neanche più tanto originale per far parlare di sé.

Il collage scelto da Porsche per la 24 Ore di Le Mans 2019:
a sinistra, la livrea celebrativa della vittoria nel WEC, con la
banda oro che sostituisce quella normale rossa; a destra la
colorazione che commemora il Brumos Racing (foto David Tarallo)

L\’anno scorso, due delle quattro Porsche 911 RSR diventarono rapidissimamente virali sul web con le colorazioni storiche, ispirate alla 917 Pink Pig e alle 956/962C della Rothmans. Ora la Porsche è andata sul sicuro, riproponendo i colori pseudo-Brumos già visti in IMSA quest\’anno. Un omaggio a Hurley Haywood, grand marshall di questa edizione di Le Mans, ma qualcuno si è chiesto se nell\’anniversario del mezzo secolo della 917 (1969-2019) non sarebbe stato giusto commemorare quella vettura con almeno una livrea storica.

Una delle due Porsche 911 RSR \”Brumos\” schierate a Le
Mans 2019 durante le libere di ieri pomeriggio, all\’uscita di Arnage
(foto David Tarallo). 

Al museo di Stoccarda è aperta una mostra a tema che durerà fino a settembre, per cui non è che la Porsche si sia dimenticata della ricorrenza, tutt\’altro. Solo che Le Mans poteva essere l\’occasione per fare qualcosa di più originale. Peccato. Parleremo ancora di art-car e pseudo-tali, perché con lo strapotere della Toyota, l\’edizione 2019 della 24 Ore rischia di passare alla storia più per questi exploit cromatici più o meno riusciti che per la reale consistenza della competizione.

Audi TT 3.2: uno dei prossimi modelli di DNA Collectables in 1:18

DNA Collectables, che tra l\’altro ha annunciato che i modelli saranno spediti agli acquirenti dalla comunità europea (inizialmente partivano da Hong Kong), produrrà a settembre l\’Audi TT 3.2 (2003) in scala 1:18. Si prevede un\’edizione limitata in 320 esemplari nel caratteristico color papaya orange. 


Fiat 500 Mukki Latte: scheda per un\'elaborazione

Fiera Agricola Mugellana (FAM) a Borgo San Lorenzo (Firenze), 8 giugno 2019: esempio di come si possa trovare sempre qualcosa di pubblicabile in un blog dedicato ai motori, oltre ovviamente i trattori e le macchine agricole che non ci ispirano più di tanto. La FAM edizione 2019 è una manifestazione davvero simpatica, che mette in evidenza quanto di meglio possono dare gli allevamenti e i vari produttori agroalimentari della zona (e non solo). Ma volendo per forza parlare di auto, proponiamo una simpatica Fiat 500 sponsorizzata Mukki Latte, che potrebbe costituire un soggetto interessante, a patto di ricavare una 500 della seconda generazione dalle basi esistenti (i fiattari potranno confermare o meno l\’esistenza della II Serie in 1:43 o in altre scale; a me pare che ancora non l\’abbia fatto nessuno).

Rassegna stampa: Collectionneur & Chineur, Dinky Toys (Hors-Série 2019)

Immaginatevi una cosa di questo genere in Italia: una testata di collezionismo che pubblica un numero fuori serie di 100 pagine sulla Mercury o sulla Politoys e lo mette in vendita a poco più di cinque euro. Probabilmente ne piazzerebbero dieci; il resto andrebbe al macero, fra l\’indifferenza di collezionisti trogloditi e analfabeti di ritorno. In Francia, nonostante le nostre provinciali convinzioni di essere i migliori del mondo, ci danno la paga. La situazione editoriale è molto diversa dall\’orrido sfascio imperante qui da noi, e c\’è ancora verso di fare prodotti di qualità a un costo accettabilissimo. E\’ il caso della rivista quindicinale Collectionneur & Chineur, che di tanto in tanto propone dei numeri fuori serie dedicati ad argomenti specifici. Nell\’ambito dell\’automodellismo è abbastanza recente l\’uscita di una monografia sulla Norev (dovreste trovarne la recensione in questo stesso blog) e in queste ultime settimane ha visto la luce un fascicolo dedicato alla Dinky France, in occasione degli ottantacinque anni del marchio. Niente di straordinariamente nuovo, ma un\’aggiunta utilissima alla biblioteca di ogni appassionato.

Vi si trovano foto inedite di modelli, con un\’attenzione particolare rivolta alle rarità e alle vicende industriali della produzione, il tutto impreziosito da consigli e testimonianze di ex-dipendenti, collezionisti e professionisti del settore delle aste e delle vendite specializzate. Impressionanti le otto pagine dedicate a una delle più vaste collezioni Dinky, che si trova in… Thailandia!
E\’ tutto molto ben fatto, impaginato bene e ricco di notizie difficili da trovare in rete. Oggi, per fortuna, la storiografia dei vari marchi d\’epoca non si limita più ad una sterile sommatoria di varianti e modelli, ma cerca anche – nei limiti del possibile – di ricostruire tanti aspetti che non sono affatto estranei al gusto del collezionare. Si prova oltretutto a stabilire quei legami esistenti fra la storia dei produttori e l\’attività più artigianale che spesso nasceva al loro interno, da cui sono scaturiti i pionieri dell\’automodellismo speciale.

Rassegna stampa: AutoModélisme n.256 (maggio 2019)

Beh, sì, maggio, perché? Siamo indietro. E sarebbe stato un peccato non recensire uno dei migliori numeri di AutoModélisme dei tempi recenti. Va riconosciuta all\’equipe del Gruppo Hommell di aver saputo risollevarsi da una condizione di mediocrità tutt\’altro che aurea qualche anno fa e di aver fatto uno sforzo per fornire al lettore qualcosa di più originale e appetibile. Se ci pensate è quello che ha fatto anche Modelli Auto, pur con mezzi e possibilità ovviamente inferiori. Ma torniamo a AutoModélisme. In questo numero di maggio trovate tanto, e su tutto: dai modelli resincast con la recensione della Porsche 909 Bergspyder in 1:18 di Tecnomodel alla Panhard Dyna Junior 1954 di MileziM, primo modello in 1:18 di questa marchio di Spark. Ottima la documentazione storica, con un articolo dedicato alla Peugeot 504 Pick-Up…. Gruppo B (sì, avete letto bene) e le schede sulla 6 Ore di Spa 2019 valida per il WEC (troverete un paio di schede anche nel prossimo numero di Modelli Auto, un po\’ di pubblicità non guasta mai!). Il giusto spazio viene dedicato agli artigiani, e in Francia ce ne sono ancora parecchi, nonostante la moria degli ultimi anni. Una pagina se la guadagna Le Mans Miniatures con le novità slot in 1:32 e con dei figurini molto realistici in 1:43 e in 1:18 di cui ci siamo già occupati nel blog; ma parecchie pagine se le merita anche Jerome Douzet, alias Princess of Tumult, i cui kit e modelli montati di alto livello si sono fatti apprezzare fino dalla fondazione del marchio, nell\’ormai lontano 2013. In otto pagine viene presentato il personaggio e tutta la sua produzione. Modellista, prototipista e appassionato di grande competenza, Douzet lavora anche come creatore di master per altri produttori, fra cui Renaissance, e per loro fortuna, da quando c\’è Douzet che gli sistema le cose, certe schifezze come l\’Alfa Giulia SZ abbiamo smesso di vederlo, o per lo meno le vediamo meno spesso. Il numero di giugno di AutoModélisme è nelle edicole francesi da circa una settimana e lo recensiremo prima possibile.

Edizione limitata della Porsche 934 Gr.4 Boss di Madyero

Quella di Madyero è a nostro avviso ancora la migliore Porsche 934 1:43 in circolazione. Nonostante gli anni, il modello resta ottimo, anche a fronte di realizzazioni molto più costose, che peraltro non hanno mai convinto in pieno, dal Renaissance (ma la scarsa fedeltà delle proporzioni di molta della produzione di questo marchio non è certo cosa nuova…) al giapponese Eidolon, cui prima o poi dedicheremo una recensione dettagliata. C\’è lo Spark, con i suoi pregi ma anche i suoi difetti, tipici di quelle produzioni. Di tanto in tanto Madyero realizza piccole serie montate basate sui suoi kit, utilizzando decals di altri produttori. Avendo a disposizione un certo numero di esemplari del foglietto della \”Boss\” fatto stampare decenni fa a Cartograf da Faster43, il modellista toscano ha ricavato la versione Max Moritz sponsorizzata da Boss che prese parte al DRM 1979 con Juergen Laessig.

Non si tratta forse della variante più famosa, ma è una vettura che ha avuto una storia particolare (iniziata in Italia) e che modellisticamente ricorda i bei tempi dei transkit; ricordiamo che il transkit d\’origine fu il secondo della serie Faster43, dopo quello della Opel Kadett GT/E Gr.2, uscito nel 1978. Rendetevi quindi conto di quanti anni sono passati… Altri tempi e – a mio parere – più autentici e divertenti, ma non è questa la sede per fare il laudator temporis acti. 
Peccato più che altro, oggi che la documentazione è molto più abbondante e a portata di mano, non aver previsto anche la versione della 1000km del Nurburgring (numero 44, piloti Laessig / Holup / Duge). Il modello è in resina con parti in metallo bianco, cerchi torniti con parte centrale fotoincisa e può contare sulla tipica precisione dei montaggi Madyero. La serie è già esaurita…

Rassegna stampa: DTCA, The Journal, issue no.73 (April 2019)

Ci sono due tipi di collezionismo di modelli d\’antiquariato (anzi, in realtà ce ne sono più di due ma in questo caso semplifichiamo): il primo è quello di chi raccatta tutto senza criterio, accumulando in modo seriale rottami o poco ci manca, curandosi minimamente della storia e dei perché di ciò che ammassa di giorno in giorno; il secondo, indubbiamente più raffinato, è il collezionismo di chi cerca di documentarsi non solo sull\’esistenza dei singoli pezzi, ma anche sulla loro provenienza e sull\’evoluzione in quanto prodotto industriale. Insomma, siamo vicini a criteri storico-filologici.

In Italia siamo molto indietro. Inglesi e francesi ci danno la paga; basterebbe leggere il blog dell\’Autojaune oppure abbonarsi al Journal del Dinky Toys Collectors\’ Association, che come nostri lettori sapranno, ha un bollettino trimestrale oltremodo interessante. Questa volta si parla per lo più di… Dinky che non sono Dinky. Insomma, delle copie, che non sono quelle moderne (e autorizzate) di Atlas ma imitazioni molto più antiche, risalenti agli anni in cui la Dinky era perfettamente in vita. A parte i modelli dati in concessione (basti pensare alle produzioni sudafricane, pregiatissime, e ai Nicky Toys fatti in India), esistevano modelli più o meno ispirati alla gamma inglese o francese. Nel Journal numero 73 si parla di queste produzioni che includono anche alcuni dei primissimi Politoys militari in plastica, copiati pari pari (o strettamente imparentati) con i Dinky. Fra gli altri argomenti di interesse, citiamo il ritrovamento di un disegno tecnico della Princess 2200HL Saloon (di cui si conoscono anche dei pre-serie in colori e allestimenti diversi dallo standard, firmato David Picthall. L\’autore dell\’articolo su questo disegno, John Beugels, ha intervistato lo stesso Picthall, ormai una persona di una certa età, grazie all\’aiuto di suo figlio Bob. Ne è venuto fuori uno spaccato dei metodi di lavoro tecnico alla Dinky negli anni settanta (la Princess appartiene all\’ultima produzione).

Ultimo argomento che vi segnalo, il ritrovamento un secondo esemplare – dopo diverso tempo – di un Bedford van bicolore bianco-azzurro con scritta Monks & Crane. Il colore azzurro sembra essere lo stesso del Bedford Ovaltine, catalogo 481. Per ora di questo van promozionale si sa poco e nulla, ma è una prova ulteriore che su questi modelli antichi c\’è ancora tantissimo da scoprire. Per tornare al tema iniziale, è ovvio che la mia può sembrare una visione elitaria ed \”esclusiva\” del collezionismo. In parte lo è. Del resto il blog non è destinato a rispecchiare le opinioni della massa. Che peraltro non è neanche detto che faccia sempre le migliori scelte, no? Documentatevi, informatevi, cercate, ricercate. Sarà tutto molto più divertente.

La scomparsa di Fabrizio Pitondo: storia di un vero appassionato

Fabrizio Pitondo con i suoi modelli a Novegro. 

Purtroppo da parecchio tempo la salute di Fabrizio Pitondo era tutt\’altro che buona. I suoi amici erano seriamente preoccupati. Oggi la notizia della sua scomparsa ha suscitato una profonda tristezza fra chi lo conosceva bene ma anche fra coloro che con i suoi modelli avevano trascorso tante ore di divertimento. In questi casi non si sa mai cosa dire, ma da giornalista conservo tanti ricordi legati a Fabrizio. Ancora prima, da modellista e appassionato, ricordo l\’emozione di vedere uscire, negli anni ottanta, tutti quei kit Porsche che guardavamo e riguardavamo sui TSSK e sulle riviste. Io desidererei ricordare la sua educazione e la sua cortesia, doti che non sono mai scontate. Era una persona umile e sempre pronta a recepire qualcosa da tutti. Lo avevo incontrato l\’ultima volta a Novegro, credo nel dicembre del 2013, dopodiché le preoccupanti notizie sul suo stato di salute mi facevano spesso ripensare a quando l\’avevo intervistato per alcune testate. Era stato sempre molto disponibile e tutte le volte che ci vedevamo mi ricordava che doveva ancora prepararmi quella Porsche 907 del Circuito Stradale del Mugello.

A un primo articolo, pubblicato su Four Small Wheels (nel 1998 o giù di lì) fece seguito un secondo pezzo, che scrissi per AutoModélisme nel 2004 o nel 2005. A quell\’epoca il mio francese era ancora abbastanza scolastico e fu Luigi Reni a tradurne il testo. In omaggio a Fabrizio, pubblico qui quell\’articolo nella sua versione originale italiana, che non è mai uscita da nessuna parte. E\’ – brevemente – la storia sua e della Pit, ferma a quattordici o quindici anni fa, quando aveva ancora diversi progetti e sognava di andare a Sebring. E\’ il mio contributo alla memoria di questo modellista per certi versi atipico ma che è riuscito a dare molto alla storia dell\’automodellismo 1:43.

VISITA A PIT MODELS                                  
di DAVID TARALLO
In un momento di crisi per l’automodellismo speciale, c’è ancora chi crede nel prodotto artigianale, tanto da averne in catalogo… diverse centinaia. Stiamo parlando di Fabrizio Pitondo di Verona (Italia), un personaggio di cui le cronache modellistiche si sono sempre occupate poco, ma che si è spesso contraddistinto per l’originalità delle sue scelte di produttore di modelli speciali e per l’abbondanza di soggetti che popolano la sua gamma, denominata Pit Models. Come altri artigiani, Pitondo ama stare nell’ombra, ma più di un collezionista gli deve essere riconoscente per aver colmato moltissime lacune in tema Porsche, decisamente la sua marca preferita. “Il mio inizio di modellista – racconta Fabrizio Pitondo – potrei definirlo ‘classico’: cominciai elaborando miniature industriali fin da bambino. Ricordo che la mia prima opera fu una Fiat 600 della Mercury trasformata in Abarth 850 Nürburgring. A quei tempi, negli anni Sessanta, si allargavano i parafanghi ritagliando i tubetti dei medicinali, i trasferibili erano le nostre decals e si usavano molto i pennelli!”. La passione continuò con l’età più adulta, e Pitondo andò specializzandosi nell’elaborazione di modelli industriali per ottenere versioni che i costruttori die cast non avrebbero mai potuto realizzare. Dall’elaborazione, Pitondo passò abbastanza presto all’autocostruzione: nelle vetrine della sua casa di Verona c’è ancora una bellissima AMS Sport autocostruita in scala 1:43 che per un occhio appena esperto è impossibile non notare e non… desiderare! Il 1983 fu l’anno della svolta. “Avevo costruito per la mia collezione una Porsche 911 Targa IMSA molto speciale, che aveva corso a Watkins Glen. Fu proprio allora che Giancarlo Mantovani, uno dei più noti collezionisti italiani, vide il modello, lo trovò molto interessante e mi propose di produrlo in piccola serie. Naturalmente eravamo dei neofiti e i primi approcci con il modellismo speciale in chiave commerciale furono tutt’altro che facili. Feci con Mantovani una società… ‘a voce’, e le difficoltà furono tantissime. Prendemmo delle ‘scornate’ terribili e dopo un anno dovevamo ancora vedere uscire il primo modello. Mantovani perse un po’ d’entusiasmo, ma visto che ormai avevo impegnato dei soldi nell’impresa, decisi di andare avanti ugualmente, almeno per recuperare il denaro investito”. Fu invece un bel successo. All’uscita del modello, insieme alla moglie e con fare un po’ timoroso, Pitondo si recò a Milano dal negozio Zeppelin, chiedendo se per caso fossero interessati ad acquistarne un po’ di esemplari. Non solo la 911 piacque molto, ma Zeppelin ne chiese l’esclusiva. Fu una specie di “laurea” per Pitondo, che restò molto lusingato da una tale richiesta, anche se in realtà la cosa poteva nascondere delle insidie, che non tardarono ad arrivare. “Beh, lasciamo stare” prosegue Pitondo; “ciò che è stato è stato. La cosa importante è che nonostante lo scotto dell’inesperienza decisi di andare avanti. La scelta del secondo modello cadde sulla Porsche 914, che riprodussi dapprima nella versione ufficiale Montecarlo di Waldegaard, poi in altre varianti anche più originali, fra le quali la 916, che mi pare che all’epoca fosse ancora inedita. Direi che la 914 è stato il mio modello di maggior successo, anche perché ha sempre avuto in generale poca concorrenza. Come modello singolo, invece, la referenza che ha venduto di più è stata proprio la 911 di Watkins Glen, che è stato l’unico modello per il quale ho dovuto far ristampare le decalcomanie”.
Fin dai primi momenti, l’interesse di Pitondo fu attratto soprattutto dalle Porsche americane, che considerava superiori alle altre per le loro carrozzerie spesso così “esagerate”, per i colori sgargianti e le livree di grande impatto. Nella primavera del 1985 erano già disponibili una quindicina di Porsche 914/6. Dopo un trio di interessanti 930 Gr.B, si passò ad un’altra celebre Porsche, la 908/2 Spider, e tante delle versioni che ne derivarono furono molto interessanti oltre che inedite. Alla 908/2 Spider classica si aggiunse la “Flounder”, con un’altra messe di versioni di ogni team e gara. Era il 1986 o giù di lì. “A distanza di tre o quattro anni – ricorda Pitondo – un possessore di 356, Giancarlo Cattaneo, mi chiese di riprodurgli la sua macchina; sulle prime rifiutai, dicendogli che la 356 era stata già riprodotta in tutte le salse da altri costruttori. Invece poi cambiai idea e nacque la lunghissima serie delle 356, che spazia dai primissimi esemplari e giunge alle varie evoluzioni della B. Un catalogo così ricco aveva però le sue controindicazioni. Era (ed è tutt’ora impossibile) mantenere in stock decine e decine di modelli. “Ricordo a questo proposito un aneddoto”, ride Pitondo: “alla fine di un celebre libro sulle 356 vi fu aggiunto un capitoletto sulle riproduzioni in miniatura. Ebbene, quando l’autore arrivò a Pit, tagliò corto con due righe di questo tenore: ‘tutto quanto è stato fotografato in questo libro, Pit l’ha prodotto; peccato che non lo consegni!’.” Dopo oltre 20 anni da produttore di modelli speciali, Pitondo può ormai tracciare un bilancio della propria attività: “direi che oggi i collezionisti sono molto più esigenti di quando ho iniziato, anche perché il mercato si è evoluto moltissimo. Se dovessi riproporre oggi un modello simile alla mia prima 911, credo che ne farei uno per me e poi chiuderei bottega. Alcuni modelli via via li ho aggiornati, sostituendo ad esempio alcune decalcomanie con fotoincisioni. In questi 20 e passa anni il salto è stato enorme. Adesso, poi ci si sono messi anche i diecast, che sono diventati molto competitivi. La mia politica è quella di fare ciò che non fanno altri, andando a cercare soggetti estremamente particolari”. In passato, bisogna dire la verità, i modelli Pit sono stati a volte criticati per alcune imprecisioni riguardanti l’assenza di decals o di altri particolari. L’autore di queste righe ricorda che una decina di anni fa, Pitondo disse che in fondo era meglio fare un modello incompleto per documentazione insufficiente piuttosto che non farlo per nulla. Quanto è cambiata oggi questa linea di condotta? “Devo dire – risponde Pitondo – che ho ricevuto a volte delle lezioni piuttosto pesanti. Citerò un episodio significativo: una volta un collezionista svizzero mi chiese tre esemplari di una 356 da record. La 356 era stato il mio primo modello con cofano motore apribile, e siccome ricordavo che si trattava di un 1500, montai il motore come qualsiasi altro 1500 e gli spedii il materiale. Dopo qualche giorno lui mi contattò complimentandosi per il prodotto ma obiettando che c’era un errore clamoroso: si trattava sì di una versione da 1500cc, ma solo in origine; per quel tentativo di record – anno 1957 – era stato infatti montato un motore 1600. ‘I filtri dell’aria del 1500 – mi disse il collezionista svizzero – erano rotondi, mentre quelli del 1600 erano ovoidali. Lo tenga presente’. Altro episodio significativo riguardò un’altra 356, per la precisione la Carrera 2 che corse alla Targa Florio 1966 col numero 142: avevo sotto mano solo foto in bianco e nero di quella vettura, ma ero convinto che fosse rossa, visto che ‘tutte le Carrera 2 erano rosse’. Invece no! Dopo l’uscita del modello, un collezionista e appassionato siciliano in possesso di un filmato amatoriale del ’66, in cui si vedeva alla partenza la Carrera 2 in questione, che – sorpresa, sorpresa – era blu! Questi incidenti di percorso mi hanno insegnato ad andare un po’ più cauto ogni qual volta mi viene in mente di riprodurre una particolare versione”. Un’ulteriore critica che è stata mossa ai modelli Pit è stata quella della difficoltà di montaggio, almeno nel caso di certi articoli, come la 914. Queste critiche hanno un fondamento, ed è vero che venire a capo di alcuni modelli in maniera soddisfacente è un’impresa da modellisti più che esperti, ma bisogna pur sempre tener presente che si tratta di miniature artigianali nel vero senso della parola, e che per tale motivo anche la loro fabbricazione risente di un’approssimazione maggiore rispetto ad altri modelli speciali. Difficile poi, per i pigri, imbattersi sul mercato in alcuni factory built, visto che il titolare della Pit Models ha pochissimo tempo a disposizione per realizzare piccole serie di montati. Ma nonostante queste e altre difficoltà, la gamma Pit è arrivata alla rispettabile cifra di oltre 820 referenze, esclusivamente Porsche. Ricordiamo che alla 911 Targa, alle 908, 914 e 356 si sono aggiunti altri modelli della Casa di Stoccarda, dalla 907 alla 917 dalla 906 alla 934, fino a moltissime 911 stradali (comprese le serie 964, 993 e 996). La Boxster è una delle più recenti passioni di Pitondo, non escludendo, ovviamente, le versioni viste nelle corse americane, come quelle viste nella serie SCCA. Ma con questa grande propensione per le Porsche americane, qual è stata l’accoglienza dei modelli Pit negli Stati Uniti? “In una prima fase – dice Pitondo – il mondo dei collezionisti statunitensi conobbe i miei modelli, anche grazie alla rivista Porsche Excellence, ma anche in quel caso la critica che veniva mosse riguardava la scarsissima o nulla reperibilità dei miei articoli. In effetti, fino a qualche tempo fa il mio lavoro principale mi impediva di dedicarmi in pieno all’intero aspetto commerciale della faccenda, col risultato che la distribuzione e la diffusione dei miei modelli lasciavano alquanto a desiderare. Sono comunque convinto delle enormi risorse del mercato americano, e di fatto continuo a produrre versioni che potrebbero interessare i collezionisti di quelle parti”. Internet aiuterà?
Ma tra i modelli Pit non si trovano solo vetture “americane”: Pitondo si adopera infatti per ripercorrere la storia della Porsche nell’automobilismo italiano, e non mancano vetture della 1000 Km di Monza, della Targa Florio, del Circuito Stradale del Mugello, delle gare in salita fino alle auto più recenti che partecipano alla Targa Tricolore Porsche, un monomarca di successo e molto competitivo. Ma c’è un modello che Pitondo vorrebbe rirpodurre ma che è sempre rimasto un sogno nel cassetto? Magari qualche bella e strana versione della 904? “In questo momento – risponde – direi di no, anche perché ho tanto di quel lavoro da fare che la mente è occupata a tenere dietro a filoni già esistenti. In questo momento sono impegnato con alcune versioni della 914, che continua a riscuotere un buon successo, soprattutto in paesi del nord Europa come la Svizzera. Il problema maggiore da risolvere ora come ora è far conoscere i miei modelli, magari grazie all’aiuto di qualche foto in più. Adesso, grazie ad un nuovo fotografo che ho conosciuto, la situazione dovrebbe migliorare”. Lasciamo Fabrizio Pitondo nel proprio laboratorio di Verona, non molto ampio ma strapieno di cassetti colmi di pezzi e di centinaia di fogli di decals. Dopo tutto non dev’essere per niente facile tenere sotto controllo un catalogo che si sta avvicinando a grandi passi verso il millesimo modello.

Nuova serie di cerchi torniti nella serie Remember

La serie di accessori Remember si arricchisce di quattro nuovi cerchi in scala 1:43. Si tratta in questo caso di set pensati per lo più per vetture stradali. Ogni kit è composto di quattro cerchi torniti, fotoincisioni centrali (con o senza dado a seconda delle versioni), quattro pneumatici scolpiti e due assi. I nuovi numeri di catalogo sono W56AS, W56BS, W56CS, W56DS, W56ES. Sono previste ulteriori varianti che usciranno agli inizi di luglio. Ecco i disegni dei motivi centrali e alcune foto dei set. Questi accessori sono reperibili a questo link: https://www.geminimodelcars.com/shop/22061251/143-accessories

Dragster McAfee motorizzato Porsche 356: un\'elaborazione di Massimo Martini

Pensavate che la battuta sul non c\’è due senza tre alla fine del più recente post sulle elaborazioni di Massimo Martini fosse casuale? Risposta: non lo era. In effetti, Martini ha completato da pochissimo una sorta di trilogia in 1:43, iniziata con l\’hot rod Canepa-Porsche del Pikes Peak, continuata con il dragster Modern Specialist e terminata giustappunto con questo terzo \”coso\”, che riproduce un altro dragster, ancora motorizzato Porsche e impiegato da McAfee (sì, quel McAfee che ha corso un po\’ con tutto) alla fine degli anni cinquanta. Il propulsore era un derivato 356, con caratteristiche diverse rispetto al Modern Specialist, che è invece più recente. Il modello è autocostruito (plasticard, stucco, eccetera) e in questa gallery pubblichiamo anche qualche immagine del lavoro nelle sue prime fasi. Accanto, potete vedere l\’altro dragster, il Modern Specialist.