Borsa di scambio a Charbonnières-les-bains

Ero indeciso su quale immagine scegliere come foto di apertura di questo breve reportage sulla borsa Charbojouets di Charbonnières-les-bains (non lontano da Lione) che si è svolta oggi presso la Salle St Luce.

La 44ma edizione di questo evento, organizzato dal Miniatures Auto Club Lyon-Charbonnières, non ha deluso le aspettative, confermandosi come uno dei migliori nella categoria delle borse di scambio di medio livello sul territorio francese. La borsa di per sé non è enorme, ma riesce ogni anno a sorprendere per l’eccezionale qualità media del materiale esposto.

A Charbojouets arrivano anche alcuni espositori esteri e anche professionisti del settore come Miniatures Lyon che gioca in casa o Techni-France Miniatures, artigiano forse poco conosciuto da noi ma famoso in Francia, in Olanda o in Svizzera per le sue Citroën, belle e inedite.

Qualità, dicevo: giusto per fare un esempio, due marchi classici dell’automodello d’epoca come Norev e Dinky Toys, erano rappresentati in maniera che probabilmente non vedi neanche in borse di maggior lignaggio: un paio di espositori, ad esempio, avevano una scelta talmente vasta di Norev anni ’60 e soprattutto ’70 che di diversi modelli avresti potuto scegliere tranquillamente i colori, e il tutto con pezzi a volte mai usciti dalla scatola. Stesso discorso per Dinky, con alcuni modelli e accessori in condizioni eccezionali.

Molto ampia anche la scelta del marchio Meccano, non solo con scatole originali ma anche documentazione di tutti i tipi, dai cataloghi alle pubblicazioni per i rivenditori.

Altri marchi rappresentati in modo eccellente, Tekno, con svariate decine di camion Scania e Volvo anni ’70-80, e l’immarcescibile Solido, anche con tantissimi mezzi militari, dai primi alla produzione più recente. A proposito di Solido, un venditore proponeva diversi cataloghi anni ’70 intonsi a prezzi davvero attraenti.

Dicevo dell’imbarazzo nel selezionare l’immagine di apertura: per una volta ho lasciato perdere le auto per andare su un articolo Politoys forse non raro, ma abbastanza particolare, ossia la moto di Giacomo Agostini in confezione celebrativa per i suoi dieci titoli mondiali. Scatola completa in versione francese con tanto di adesivo dell’epoca e figurina per il concorso dell’Omino rosso. Un pezzo imprescindibile anche per i non patiti delle due ruote.

Sempre in auge il giocattolo in plastica anni ’70, erede abbastanza diretto di quello in latta dei decenni precedenti: notevoli alcuni Joustra e dei Mont Blanc. Restando nell’ambito del giocattolo, il responsabile di Techni-France di cui abbiamo parlato sopra esponeva una composizione Majokit Majorette di metà anni ’80, comprendente tutta la gamma all’epoca in produzione e destinata alle vetrine dei negozi. Completa di teca originale, con 200 euro te la portavi a casa. Neanche poi troppo, vista la particolarità del pezzo.

Quanto agli speciali, poca roba ma buona, a guardare bene. A parte qualche kit Alezan e Provence Moulage, si potevano scovare alcune autentiche perle, come una Citroën 22CV Faux Cabriolet factory built di Roland Devos, personaggio semi-sconosciuto in Italia ma molto apprezzato in Francia. Puntualmente penso che dovrei dedicargli un articolo ma me ne manca sempre il tempo o forse anche l’ardire, visto che sono un suo estimatore ma non certo un esperto assoluto della sua produzione. Si vedrà. Nessuna traccia invece di numerosi Starter factory built che avevo avvistato nel 2023.

In conclusione, Charbojouets conferma il momento eccezionale per i ritrovamenti storici, accompagnati da prezzi più che abbordabili. Da almeno un paio d’anni (ma forse anche di più) l’offerta è notevole, sia per qualità sia per quantità e gli acquirenti tutto sommato sono sempre quelli e quelli.

Difficile fare una previsione centrata su dove domanda e offerta finiranno per ritrovarsi definitivamente (forse al cimitero ma si sa che alla lunga siamo tutti morti): sta di fatto che mai come oggi è possibile recuperare cose impensate senza spendere cifre irragionevoli.

Il crepuscolo degli dei

di Claudio Neri

Questo è un pezzo che non avrei mai voluto scrivere.

È la storia della morte finanziaria di un marchio che è stato parte integrante della mia vita, e che come della mia lo è stato per intere generazioni di appassionati motociclisti – soprattutto fuoristradisti, perché il vero DNA della casa è sempre stato e sempre sarà quello – dall’inizio degli anni settanta ad oggi.

Dopo un’agonia relativamente breve, KTM e le sue controllate hanno dichiarato bancarotta nella giornata di ieri, venerdì 29 novembre 2024: la casa che aveva riempito i cortili delle scuole superiori italiane coi suoi 125 a motore Sachs, che aveva conquistato il mondo con Alessandro Gritti e con tutti i più bei nomi del fuoristrada mondiale fino al filotto iridato di Tony Cairoli nel motocross negli ultimi anni ha ufficialmente dichiarato l’impossibilità da parte sua di far fronte all’indebitamento verso i suoi 2500 creditori, per un totale di circa tre miliardi di euro.

Vivrà la vecchia casa dell’ovale blu prima e dell’orange poi? Quasi certamente si, più complicato è dire se sarà ancora la stessa cosa o si limiterà a diventare l’ennesimo brand cinesizzato a forza (e già era di strada…) cui il mondo moderno ci sta tristemente abituando, certo e – comunque – come questa non sia la prima volta che la KTM si trovi in uno stato di tale reale prostrazione economica: nel 1991 c’era stato un primo fallimento ufficioso, anche se la consegna dei libri contabili al tribunale fallimentare fu stoppata in extremis dall’intervento di Arnaldo Farioli e Toni Stocklmeier – i mitici importatori per Italia e Germania – la cui passione ed impegno determinarono la sopravvivenza immediata della casa di Mattinghofen, fino all’arrivo a partire dal 1992 di Stefan Pierer, che avviò un periodo di rinascita del marchio, che ad inizio anni 2000 appariva in piena salute ed in fortissima espansione.

Ci fu una crisi – comunque nemmeno lontanamente equiparabile a quella odierna – nel 2010, e fu in quest’occasione che nel capitale dell’azienda entrò con un solido 49% il colosso indiano Bajaj, ma le nuvole oscure furono presto diradate, e l’azienda tornò presto a viaggiare a gonfie vele.

L’off-road fu sempre la colonna portante della casa, che nel corso degli anni si era costruita la reputazione di regina del fuoristrada: “il kappa” era ed è sempre stato uno status, l’emblema stesso della moto maschia, potente e cattiva, e quest’immagine non l’ha mai persa, mantenendola fino ai giorni nostri, ma quasi all’improvviso si cominciò a guardare sempre più verso la strada e la pista, con grossi investimenti per l’ampliamento della gamma verso le moto stradali, con nuove motorizzazioni e layout ciclistici inediti (assai spesso prodotti in Cina, secondo logiche non sempre chiare e soprattutto condivisibili), nonché con l’impegno massiccio in MotoGP e nelle categorie cadette, Moto2 e Moto3.

Parimenti, si iniziò una massiccia campagna di acquisizioni aziendali: già padrona del marchio WP (sospensioni) ed Husaberg dal 1995, KTM acquisì prima l’Husqvarna – che era pressoché morente – da BMW, poi Gas Gas, ed infine MV Agusta, tutte con situazioni finanziarie opinabili (soprattutto l’ultima).

La parabola è stata in realtà molto simile a quella che fu propria della Cagiva a inizio anni ’90: impegno massivo e non giustificato dalle vendite nelle corse (si pensi al team KTM satellite in MotoGP che corre coi colori Gas Gas, un marchio che oltre a moto da Trial ed Enduro non ha mai prodotto), acquisizioni su acquisizioni di marchi decotti, fallimento.

Onestamente spero che la KTM viva, il mio pensiero però – del tutto controcorrente rispetto agli altri giornalisti che popolano web e che sembrano preoccuparsi solo dell’impegno in MotoGP – va alle maestranze austriache, che rimarranno senza stipendio a novembre e dicembre, senza lavoro nei primi due mesi del 2025, e con tangibili prospettive di licenziamento per un futuro nemmeno troppo prossimo: pagano le colpe di un management più attento ad inclusività e quote rosa che alle effettive necessità del mercato, e da sempre le cose le deve fare chi sa come farle.

La KTM è morta, lunga vita alla KTM.

Lancia Stratos Gr.4 Alitalia Rally Monte Carlo 1977

Italeri ha annunciato un nuovo kit in scala 1:12, la Lancia Stratos Gr.4 in versione Alitalia Rally Monte Carlo 1977. Sarà un kit estremamente complesso come d’abitudine in questa gamma di prodotti Italeri, con parti apribili e riproduzione dettagliata della meccanica.

Immaginando possibili commenti basati sulle esperienze non proprio positive con altri prodotti di questo tipo, sarà bene sottolineare che non abbiamo la più pallida idea di come questo kit “stia insieme” (non l’abbiamo testato e neanche visto di persona): ci limitiamo quindi a dare la notizia della sua uscita, pubblicando le foto ufficiali del costruttore.

Citroën Visa Chrono n°102

Il 24 marzo del 1982 Citroën presentava la Visa Chrono, una serie speciale di soli 1000 esemplari, riservata al mercato francese ed ispirata alla Visa Trophée, costruita in 200 esemplari per l’omologazione in Gruppo B. Dalla sorella corsaiola, la Chrono ereditava certe personalizzazioni esterne e un cruscotto d’ispirazione sportiva. Di serie c’erano fendinebbia anteriori, cerchi in lega leggera dipinti in Blanc Meije (come il corpo vettura), sedili profilati e un cruscotto ricco di strumentazione e di stampo decisamente sportivo.
Le prime mille Chrono furono dotate di un motore da 1360cc e 93 cavalli, accoppiato a una trasmissione a 5 marce di serie capace di spingere la vettura (che pesava 850kg) a 173 chilometri orari e di farla accelerare da 0 a 100 in 10″2.
I colori? Quelli della bandiera francese, ovviamente: strisce blu e rosse su fondo bianco.

L’arrivo in Italia
Per il model year 1983, in considerazione del successo riscosso dalla prima serie della Chrono, l’operazione fu ripetuta con la produzione di altri 1650 esemplari, destinati a Francia, Germania, Austria, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera e anche Italia, dove, a partire dall’aprile del 1983, sbarcarono 400 Visa Chrono, numerate da 001 a 400 e con le bande laterali in rosso e verde su campo bianco.
Tutte le vetture, infatti, furono decorate nelle tinte dei Paesi di destinazione: oltre al bianco, rosso e blu della Francia, le bande laterali erano nere, rosse e gialle per la Germania, rosse e bianche per l’Austria, nere, gialle e rosse per il Belgio, rosse e blu per l’Olanda e rosse e nere per la Svizzera.
Anche le motorizzazioni erano diverse: 93 cavalli per la sola Francia, 80 (il motore della Visa GT) per tutti gli altri Paesi eccetto la Svizzera, dove la potenza scendeva a 72 cavalli a causa delle norme antinquinamento in vigore all’epoca.

In Italia una Chrono costava 10.403.000 lire. La livrea sportiva, la guida estremamente piacevole e divertente unita alle caratteristiche di abitabilità e comfort tipiche della piccola Citroën ne fecero subito un best seller e i 400 esemplari andarono rapidamente esauriti. Il tempo passato dalla commercializzazione, l’utilizzo a volte un po’ spregiudicato fatto negli anni di queste auto, spesso impegnate in competizione, e le molte campagne di rottamazione hanno cancellato gran parte delle Chrono dalle strade italiane.

Ma un esemplare è stato sapientemente restaurato da un vero esperto: Moreno Tassinari, per moltissimi anni riparatore autorizzato Citroën e grande appassionato della Visa. Si tratta della Chrono n°102, venduta nel 1983 a Ravenna. Certamente completa, la vettura di presentava piuttosto bene, ma la ruggine aveva già colpito e l’aveva fatto in maniera poco apparente: sotto alle minigonne in plastica ed all’interno dei passaruota. Nel febbraio 2015 tornò in Emilia Romagna, precisamente a Sesto Imolese dove si trovava l’officina di Moreno Tassinari e dove la Visa venne accuratamente smontata sino all’ultimo bullone.
Motore, sospensioni, interni, impianto elettrico, tutto è stato scollegato, smontato e revisionato, a partire dal collegamento al suolo, che ha richiesto nuovi ammortizzatori, bracci di sospensione e persino il rifacimento degli attacchi del ponte posteriore che erano notevolmente intaccati dalla corrosione.
Poi il motore, smontato e controllato. Si è rivelato in condizioni migliori rispetto al previsto e l’intervento è stato qui piuttosto contenuto: materiali di consumo, come cinghia distribuzione, frizione e una regolata generale alle punterie.
Lavoro completato da una eccellente regolazione dei due carburatori a doppio corpo Solex che alimentano il motore a quattro cilindri da 1360cc.
La corrosione che aveva minato la scocca è stata completamente eliminata, con un complesso risanamento volto a salvare quanto più possibile della vettura originale senza tuttavia eccedere nel riporto di nuovo metallo, sia per non appesantire la vettura che per non aumentare le zone di rigidità non previste nel progetto originale.
Anche le decorazioni sono state ricostruite fedelmente, con un kit di adesivi che riproduce quelle d’origine per il mercato italiano.
Il 23 giugno, dopo cinque mesi di lavoro, la Chrono era finalmente pronta ed ha potuto fare i primi giri di prova. I freni nuovi, potenti ed efficienti, e le sospensioni (più rigide della Visa standard) si sono mostrati all’altezza del compito e la tenuta di strada è eccellente.

Aperte le iscrizioni per la Coppa delle Alpi 2025

Si sono aperte lo scorso 26 novembre le iscrizioni alla Coppa delle Alpi by 1000 Miglia 2025, che ritorna alla sua usuale collocazione invernale dopo la parentesi dell’edizione 2024, svoltasi eccezionalmente a maggio in parallelo al progetto del Grande viaggio alpino, a sostegno della comunità della macroregione.

Ad aspettare gli equipaggi, vi saranno 94 prove cronometrate e 8 prove di media lungo un percorso di 900 chilometri da percorrere in tre tappe, attraversando i confini italiani, svizzeri e austriaci.

L’evento avrà inizio mercoledì 12 marzo nel cuore di Brescia, dove nel pomeriggio si svolgeranno le verifiche tecniche e sportive e, a seguire, i 32 equipaggi gareggeranno in sfide valide per il Trofeo Città di Brescia.

Il giorno seguente, la gara avrà ufficialmente inizio: dopo il via da Brescia, i concorrenti raggiungeranno la Val Camonica e sosteranno a Tirano per il pranzo. Nel pomeriggio le vettura risaliranno la Valtellina fino a Bormio e poi Livigno, con le prove cronometrate sulla neve in cima al Passo Eira. Prendendo il tunnel Munt la Schera, la manifestazione farà il suo ingresso in Svizzera e proseguirà fino al primo traguardo della tappa, a St.Moritz. Venerdì 14, percorsa la Val Müstair, si rientrerà in Italia e attraverso il Passo Resia il convoglio giungerà in Austria. La cittadina di Stams ospiterà il pranzo, dopodiché le vetture riscenderanno da Innsbruck e rientreranno in Italia dal Brennero per concludere la tappa a Bressanone.

L’ultima giornata riserverà il valico dei passi Gardena e Pordoi e il pranzo a Baselga di Pinè. Il traguardo finale attenderà gli equipaggi sul Passo del Tonale. A seguire, le premiazioni nello scenario del ghiacciaio a Capanna Presena. Saranno sette le garanzie di ammissione alla 1000 Miglia 2026 in palio.

Il termine per formalizzare le iscrizioni è fissato alle ore 16 di venerdì 7 febbraio 2025. Saranno ammesse all’evento le vetture costruite fino al 1990 e la conferma di accettazione verrà comunicata entro il 14 febbraio.

Foto: alcune fasi dell’edizione 2024

Alpine annuncia i piloti per il FIA-WEC 2025

Alpine ha annunciato oggi i sei piloti che prenderanno parte al FIA-WEC 2025. Charles Milesi, Paul-Loup Chatin, Ferdinand Habsburg e Mick Schumacher continueranno il loro rapporto con la squadra francese dopo aver pilotato nel FIA-WEC 2024. A loro si aggiungeranno Jules Gounon, che diventa così titolare, le Frédéric Makowiecki, dal quale la squadra si attende un notevole apporto di esperienza.

La composizione degli equipaggi sarà annunciata all’inizio del 2025, al momento della presentazione della A424 nella nuova livrea.

Destinazione Aachen: Danhausen’s World Modelcar Book

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, il TSSK dei fratelli Tron era già un punto di riferimento affermato per tutti i collezionisti di automodelli, specie dell’1:43. Senza il TSSK sarebbe stato impossibile orientarsi fra le decine di marchi artigianali, piccoli o a volte piccolissimi, che apparivano e scomparivano in un panorama vivace e composito.

Ma un altro punto di riferimento, stavolta di origine germanica, aiutava non poco l’appassionato collezionista nelle sue ricerche: il Danhausen’s World Modelcar Book, edito dal negozio dei fratelli Lang, situato al numero 20/22 di Kleinkölnstraße ad Aachen (Aquisgrana in italiano, città ricca di storia, ai confini con Belgio e Paesi Bassi).

All’inizio degli anni ’70, Hans-Peter e Paul-Günter Lang avevano assunto l’amministrazione di Danhausen, società di famiglia, fondata nel 1921, che inizialmente si dedicava alla vendita di bici e moto, con una parte marginale degli affari riservata al settore del giocattolo.

L’azienda fu rinominata Spielwaren Danhausen (ossia Danhausen giocattoli) e venne avviata – grazie anche a numerosi contatti con clienti che già acquistavano miniature dai Lang – una capillare operazione di specializzazione in ambito modellistico, con l’apertura del negozio ad Aachen, l’organizzazione dal 1972 di una borsa di scambio due volte all’anno e la produzione di kit speciali in metallo bianco, di cui ci occuperemo in un altro articolo.

Pubblicità del Porsche Modell Club di Duisburg nel listino prezzi dell’edizione 1982

Come nel caso dei fratelli Tron, la vendita per corrispondenza assunse nel giro di poco tempo un’importanza capitale e per sostenerla fu necessario stampare periodicamente un catalogo-repertorio. Nacque così il Danhausen’s World Modelcar Book, che anno dopo anno informava i collezionisti in modo quasi enciclopedico, con le liste della produzione di centinaia di marchi: praticamente, Danhausen riusciva a gestire la quasi totalità dei kit e montati speciali reperibili sul mercato, ma anche della parte industriale e del kit in plastica, oltre che dei transkit, degli accessori, decals, colle, vernici e così via.

Dalla prima edizione del Modelcar Book di una quarantina di pagine si passò presto alle 154 del fascicolo 1981 e alle 162 di quello del 1982. La foliazione aumentò ulteriormente, per arrivare alle 350 pagine dell’ultima edizione, uscita nel 1993, che elencava non meno di 15.000 referenze.

La borsa di scambio di Aachen (nella foto, panoramica di un’edizione di qualche anno fa) non è più ai livelli degli anni ’80 ma resta un’occasione per procurarsi modelli Minichamps difettati a prezzi decisamente concorrenziali. A patto di essere veloci. Anzi, non veloci: fulminei

Dal 1987 Paul-Günter Lang aveva preso l’intero controllo di Danhausen, progettando e riuscendo a portare a termine una transizione epocale, quella del diecast di qualità prodotto in Cina: i primi Paul’s Model Art si vendevano a 29,50 marchi tedeschi, con un rapporto qualità-prezzo impensabile fino a quel momento. Cambiava un mondo, su questo non c’erano dubbi.

Oggi Spielwaren Danhausen ad Aachen non esiste più; al suo posto trovate un negozio di indumenti in pelle. La borsa di scambio continua ad essere organizzata con cadenza annuale, promossa dallo stesso Lang, e la città resta comunque un centro importante per il modellismo 1:43.

Il nostro J.Renardy alla borsa di Aachen nel 2019, con un mano una Porsche 934 montata da kit Madyero

Ad Aachen vive ad esempio Jürgen Renardy, che per anni si è occupato del montaggio dei modelli del Porsche Modell Club, fondato nel 1978 e diretto da Ulrich Upietz.

Ancora oggi, per gli storici dell’automodellismo, i fascicoli dell’annuario Danhausen costituiscono una miniera di informazioni e di documentazione anche fotografica, con rarissime versioni factory built che i vari produttori inviavano alla stampa. Troviamo quindi decine di foto di modelli montati dalla casa, utilissime per identificare e classificare i pochissimi pezzi simili oggi sopravvissuti. La pubblicazione è ovviamente un grande aiuto per ricostruire cronologicamente le vicende dei singoli marchi e per farsi un’idea dei prezzi del periodo.

Black weekend fermodellistico da Dreoni Firenze

Dreoni, storico negozio fiorentino, organizzerà una vendita promozionale in occasione del suo “black weekend”, con sconti dal 20 al 50% su tutto l’assortimento fermodellistico, per rinnovo del reparto.

La vendita inizierà venerdì per terminare domenica nel tardo pomeriggio.

Nei tre giorni, Dreoni osserverà i seguenti orari: venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 15:30 alle 19, mentre sabato e domenica ore 10-19 senza interruzioni. Ricordiamo che Dreoni si trova in Via Cavour 31/33r, con entrata anche da Via Ginori 36/38r.

Documentazione: The Dinky Toy price guide di Frank Thompson

Nell’epoca di Internet, non solo l’informazione ma anche la circolazione delle merci si è globalizzata in maniera probabilmente irreversibile. Oggi non solo si possono ottenere informazioni nel giro di pochi minuti, ma è divenuto facile acquistare oggetti in ogni angolo del mondo, operazioni che fino a qualche decennio fa erano alla portata di pochissimi eletti, che peraltro vi riuscivano in tempi misurabili su settimane di calendario1.

Il discorso vale ovviamente per il collezionismo. Nell’ambito degli obsoleti, i punti di riferimento e i giudizi di rarità o di valore potevano essere molto diversi negli anni ’70 o ’80 rispetto ai criteri odierni, e questo per svariate ragioni, non ultima la scarsa circolazione di modelli, che raramente lasciavano territori abbastanza ristretti.

Per gli obsoleti (chiamiamoli così, dato che già allora li definivano con questo termine abbastanza bizzarro, che suona ancora più strano a chi non sia un addetto ai lavori) la mancanza di documentazione era un problema abbastanza serio. Sembra impensabile ma ancora nei primi anni ’80 la maggior parte dei collezionisti non aveva un’idea completa della Serie 100 di Solido, e non sto parlando di varianti di colore, di ruote o di decorazione ma di referenze singole!

I vari paesi restavano piuttosto chiusi nelle loro tradizioni: non voglio dire che i Dinky France non fossero conosciuti o apprezzati in Inghilterra ma la tendenza a restare confinati ai marchi di casa era molto più evidente rispetto a oggi. A proposito di Dinky, questo fu uno dei primi produttori a ricevere attenzioni storiche (chiamiamole filologiche) da parte di collezionisti e/o rivenditori.

Specie in Gran Bretagna erano numerosissimi i negozi e negozietti che non solo a Londra ma anche nelle medie e piccole città si occupavano dell’acquisto e della vendita di modelli diecast del passato. E le ricerche di un Cecil Gibson prima e di Mike e Sue Richardson avevano contribuito non poco a far luce su aspetti che oggi paiono del tutto evidenti ma che negli anni ’60 o ’70 non lo erano affatto.

A inizio anni ’80 la conoscenza generale dei marchi più famosi era leggermente migliorata, anche come diretta conseguenza della domanda di questi oggetti da parte dei collezionisti. Dinky, Corgi, Solido ma anche Politoys o Mercury iniziavano a raggiungere quotazioni di tutto rispetto, a volte superiori (in termini relativi o anche assoluti) rispetto a quelle di oggi.

Nel 1982, Frank Thompson, un collezionista britannico che possedeva anche un paio di piccoli negozi (se non sbaglio a Leeds e a York) pubblicò per i tipi di Ernest Benn Ltd., storico editore fondato nel 1880, la Dinky Toy price guide. Sì, esatto: “Toy” e non “Toys”, chissà perché. La particolarità della guida, oltre a quella di catalogare in modo più preciso possibile referenze e varianti, si proponeva di dare un’idea di massima delle quotazioni – in sterline – dei singoli modelli, perfetti con scatola, perfetti senza scatola o in “good condition”. Tre livelli di stato, niente di più.

La guida ebbe successo e alla chiusura della casa editrice, nel 1987, Thompson pubblicò una seconda edizione, riveduta, corretta ed arricchita nelle liste e nelle informazioni. A pubblicare il volume ci pensò un altro editore inglese, se si vuole ancora più prestigioso del primo, A&C Black di Londra, conosciuto anche per aver pubblicato, tra il 1827 e il 1903, l’Enciclopedia Britannica e dal 1849 il Who’s who.

Alla seconda edizione seguì una terza nel 1992 e una quarta nel 1995. La terza fu particolarmente importante perché incluse i dettagli di quella che fu una delle principali novità modellistiche di fine anni ’80, la rinascita del marchio Dinky ad opera di Universal Matchbox International Ltd. L’edizione di metà anni ’90 fu ancora più ricca ma già si era entrati in un altro periodo, in cui libri di questo tipo dovevano assumere un’impostazione ormai diversa e molto meno “locale”. Nel frattempo, Frank Thompson si era fatto apprezzare anche per altri volumi simili alla guida dei Dinky, su Corgi Toys, Matchbox e Triang-Minic.

La “price guide” di Thompson conservò il suo carattere tipicamente britannico, anche nella scelta dei caratteri e nell’impaginazione: sobrietà ai limiti del francescano, poche foto (e solo in bianco e nero), tante informazioni ma difficili da trovare, spesso nascoste nelle pieghe delle liste e delle quotazioni. Difetti per tanti, ma per chi ama l’Inghilterra e ci è vissuto, sono cose che finiscono per sembrare naturali e addirittura gradevoli. Garanzia di serietà, per certi versi. Non so se rendo l’idea.

Per tutti gli anni ’80 il volume di Thompson costituì un valido strumento di consultazione e di lavoro, per collezionisti e professionisti della rivendita. I contenuti erano incentrati quasi esclusivamente sui Dinky inglesi ma una sezione sui modelli francesi – peraltro non completa – acquisì progressivamente spazio e importanza, anche perché nel Regno Unito l’interesse per certi modelli, specialmente quelli della serie 24, stava crescendo. La serie 500, forse considerata troppo recente, erano invece meno conosciuta e quotata.

Uno dei pregi del libro fu quello di tentare, forse per la prima volta, una quotazione che tenesse conto della rarità di certe varianti, quasi esclusivamente di colore. Di altre differenze (ruote, gomme, stampi, tipologia di scatole) non si parlava praticamente mai. Si iniziava invece a dare una certa importanza alla presenza delle scatole come elemento importante nella quotazione di un modello, cosa che ancora negli anni ’70 non era praticamente percepita: quando si trovava un pezzo interessante, raramente ci si curava che ci fosse anche la scatola.

Pochi sanno, giusto per inquadrare il periodo, che in Inghilterra, alla fine degli anni ’70, si trovavano lotti enormi di scatole vuote, che quasi nessuno voleva. Esse erano considerate da molti un intralcio fastidioso e ingombrante. Alcuni commercianti ebbero l’intuizione di accaparrarseli a prezzi bassissimi, e i fatti dettero loro ragione, se dalla metà degli anni ’80 in poi le quotazioni dei modelli perfetti con scatola iniziarono a scostarsi in modo esponenziale da quelle degli esemplari perfetti ma privi di scatola.

Concludo con un ricordo personale. Acquistai la terza edizione della guida nell’estate del 1992, da Waterstones a Gower Street. Sceso alla fermata di Euston square mi ficcavo nel negozio per ore, uscendone con ritrovamenti per i quali in Italia mi avrebbero sottoposto a TSO senza passare dal via. In quegli anni, nel nostro Paese, uno dei pochi ad avere la mentalità del commerciante e del collezionista britannico era Daniele Mattioli, titolare di Automobilia a Parma, cui sono legati tanti bei ricordi. Del resto, Parma non vi pare un po’ “inglese” anche lei?

  1. Nel 1991, ai tempi dell’università, chiesi al mio professore di filologia classica, Giovan Battista Alberti, se sarebbe stato possibile procurarmi l’originale dell’opera di Friis-Johansen e Whittle sulle Supplici di Eschilo, tema del corso monografico di quell’anno accademico. Quando possibile mi piaceva avere gli originali, le fotocopie della biblioteca mi infastidivano. “L’unico che è riuscito ad averlo – mi rispose il professore – è Augusto Guida” (che all’epoca credo fosse ancora assistente di Fritz Bornman). “Eh ma sa – alzò il mento con una specie di sorrisino ammiccante – lui ha altri approcci”. Al cospetto di cotanti nomi può risuonare nelle sfere celesti come una bestemmia, ma all’istante, quasi per riflesso condizionato, mi balenarono in testa tutti quei modelli introvabili in Italia da recuperare in nebbiose (o nevose) città del nord Europa, sciroppandosi migliaia di chilometri di autostrada, con le stazioni di servizio Aral e Nena in FM. Visto che per l’appunto avevo deciso di laurearmi con lui pensai bene, almeno per il momento, di non mettermi a parlare con l’Alberti di macchinine da rincorrere per il continente. ↩︎

L’anteprima del film ufficiale della 24 Ore di Le Mans 2024

Come ogni anno dal 2011, l’Automobile Club de l’Ouest ha organizzato la proiezione dell’anteprima del film ufficiale della 24 Ore di Le Mans al Palazzo dei congressi di Le Mans.

Il video sulla 92ma edizione è stato svelato ieri 26 novembre davanti a circa 1300 spettatori, fra cui numerosi soci dell’ACO e diversi piloti che hanno poi risposto alle domande della voce ufficiale della 24 Ore di Le Mans, Bruno Vandestick, e del giornalista sportivo e presentatore Messaoud Benterki.

Tra le personalità presenti in sala figuravano i tre piloti della Ferrari vittoriosa nel 2024, Antonio Fuoco, Miguel Molina e Nicklas Nielsen. Presenti anche Kazuki Nakajima, Sarah Bovy, Arnold Robin, Reshad de Gerus e Adrien Tambay.

La serata si è chiusa con una sessione autografi, cui hanno partecipato anche numerosi commissari volontari che contribuiscono ogni anno al grande successo della 24 Ore.

Nell’ambito della collaborazione con Mécénat Chirurgie Cardiaque, che si occupa di curare bambini provenienti da paesi poveri e affetti da malformazioni cardiache, il pubblico ha anche avuto l’occasione di contribuire con un’offerta; al termine della serata, circa 12.000 euro sono stati versati dall’ACO all’associazione.