Dopo l’articolo di Riccardo Fontana sulla storia della produzione russa, Marco Nolasco ci ha inviato una serie di pezzi su alcuni dei modelli 1:43 più caratteristici o curiosi di quella tematica. Non possiamo fare altro che ringraziarlo, anche per continuare a pensare a PLIT in un panorama in cui le possibilità di pubblicazione sono molteplici. Ecco quindi il suo testo e le foto relative.
testo e foto di Marco Nolasco
Mando un po’ di materiale sui modelli sovietici. Visto che tutto è cominciato dalla Moskvich Dinky Toys inizio da questo modello e dai suoi derivati.
Anche se so che non è corretto, lascio il marchio classico “Saratov”.
In ordine:
-Dinky Toys 1410 del 1968 Moskvich 408 1964
-Saratov A-2 del 1975 Moskvich 412 1969
Nella foto di gruppo compaiono anche le versioni Polizia, taxi di Mosca e guardia medica.
Mi risulta però che la vettura non sia mai stata impiegata come taxi. Fu testata, ma non superò la prova per le dimensioni insufficienti dell’abitacolo.
Aggiungo la foto dei cofani delle due station wagon in versione “Aeroflot” 426 (1360cc) a sinistra e 427 (1480cc) a destra. Quello a sinistra è molto simile al Dinky, che però era fuso con la scocca, mentre questo è riportato.
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Gli anni ’70 e ’80 hanno rappresentato nel mondo dell’1:43 un periodo di estremo cambiamento, contrassegnato dalla sparizione praticamente completa dei “giganti” che avevano sin li dominato il mercato (con l’esclusione di Solido, che comunque non se la passò affatto bene da un certo punto in poi) e l’avvento – più per necessità collezionistiche che altro – di un nuovo modo di intendere l’automodello: si sviluppò il fenomeno del modello speciale e tramontò – più per negligenza e scarsa lungimiranza delle proprietà che non per effettivo calo delle vendite – il die-cast classico, che si trovò comunque molto ridimensionato a livello di offerta e, certamente, assai semplificato nella concezione.
Una Lada 2102 della primissima produzione del modello, databile 1976-1977: in evidenza le bolle comparse sulla vernice, si tratta comunque di un fenomeno diverso dal mero metal fatigue
Questo è un assioma valido per l’occidente, ma non è assolutamente valido universalmente: proprio mentre “da noi” il die-cast di pregio tramontava, nel luogo più improbabile che fosse lecito immaginarsi – l’URSS, CCCP per gli amici – si sviluppava un filone automodellistico completamente nuovo, molto simile per molti aspetti a quanto l’Europa aveva appena finito di vedere col boom degli anni ’60, ma estremamente peculiare e legato alle realtà locali, come solo certe produzioni di epoca sovietica sapevano essere.
Per una volta Solido non è responsabile di nulla, ma le “colpe” della nascita del die-cast sovietico di pregio sono comunque da far risalire all’esagono, nella fattispecie alla bella Moskvitch 408 proposta da Dinky Toys France verso il 1968, che venne vista, toccata con mano e molto apprezzata da qualcuno oltrecortina (praticamente Dobbiaco ed altre località simili, questa l’ho rubata a Marco Paolini ma va bene lo stesso, n.d.a.) che decise che anche in URSS si poteva produrre qualcosa di simile.
La Moskvitch 408-412, referenza A1, copia del Dinky Toys France omologo e prima referenza della serie
Nacque dunque una copia della Moskvitch 408 DTF, che vide la luce nel 1971 con la referenza “A1” e fu il Saratov numero uno.
Saratov? Ehm… No.
Quando ci si riferisce ai modelli russi etichettandoli genericamente a Saratov, si commette il più classico degli errori: in CCCP non esistevano iniziative industriali private, ed allo stesso tempo anche i marchi in senso occidentale non esistevano, perché tutto era prodotto direttamente dallo stato.
La UAZ 469, uno dei modelli migliori della serie, assieme alla Lada Niva ed alla Lada 2105/2107, praticamente impareggiabile per finezza e fedeltà
In particolare, Saratov è semplicemente la regione geografica in cui sorgevano i laboratori delle città di Tantal e Radon (solo a partire dalla fine del 1977) dove venivano prodotti questi modelli, che sono di fatto senza marchio: va fatto notare a tal proposito come anche la dicitura “Novoexport” sia in realtà l’ente statale che si occupava di esportare all’estero qualunque cosa dagli automodelli alle Lada (altra definizione totalmente a pro di occidente per il VAZ) ai MIG da caccia.
La Lada 2107, comparsa nel 1983: di fatto, potremmo tranquillamente essere davanti ad un Ediltoys di quindici anni prima… Il die-cast europeo iniziava appena a dare cenni di rinascita con la comparsa di realtà come Vitesse e Box, ma in URSS si producevano vere e proprie perle
La città di provenienza (ed anche la data di produzione) si può, spesso e volentieri ed a patto di masticare un po’ di alfabeto cirillico, vedere impressa nelle alette delle scatole di questi modelli, che riportano l’oblast di nascita delle produzioni.
Parallelamente ai “Saratov”, esistevano decine se non centinaia di altre produzioni sparse nelle più svariate città dell’URSS, come Tbilisi, Kiev (ebbene sì), Kherson (ebbene sì/2), Zhaporizha (ebbene sì/3) e moltissime altre, che producevano un po’ di tutto dalle copie orientali dei nostrani Politoys e Mebetoys a riproduzioni originali di vetture sovietiche di qualità e ricercatezza peggiori di quanto proposto nella regione di Saratov, che rimase sempre una punta di diamante per qualità e ricercatezza della produzione: l’Argus de la Miniature a fine anni ’80 ricostruì – senza peraltro scostarsi molto dalla mera catalogazione di quanto prodotto – l’intero filone sia sovietico che degli stati satelliti, in oltre trenta numeri, componendo forse l’opera più puntuale e dettagliata ad oggi disponibile sull’argomento (da cui il titolo dell’articolo, che apriva ognuna delle sezioni dedicate sugli Argus incriminati).
La Lada 2121 Niva è uno dei modelli più famosi della produzione russa. Questo è un esemplare post-1991 ma con ancora le caratteristiche del vecchio stampo
Il primo modello “Saratov” fu dunque una Moskvitch 412 (in realtà dalla 408 DTF si ricavò inizialmente la 412, più di attualità ancorché praticamente identica alla 408), e solo in un secondo tempo nacque la 408 sovietica, che venne numerata “A1” con la 412 rinumerata “A2” (la 412 “A1” è pertanto uno dei più rari modelli russi, nonché la primissima prodotta), ma quasi subito la produzione si espanse: dalle infinite declinazioni della Moskvitch (giardinetta, furgone , pick-up, fari tondi, doppi fari tondi, fari quadrati, eccetera eccetera) si passò ad altri modelli, con la nascita nel 1976 del filone Lada, contestualmente all’apparizione delle referenze “A9” ed “A11”, ovvero le 2101 e 2102, la Zighuli berlina e station wagon.
Ora, per quanto i russi tendano da sempre a ricondurre ad uno studio totalmente interno la nascita della Zighuli “Saratov”, le parentele con la 124 prodotta da Norev per la serie Jet Car appaiono molto strette e difficilmente negabili, ad ogni modo la serie si arricchì in seguito di modelli incontestabilmente originali, come le GAZ-Volga 24, le ZIL e ZIS governative, le UAZ 469 e 452, la Lada Niva e le versioni anni ’80 della Zighuli (2105 e 2107), contraddistinte da 6 aperture e da una finezza di dettaglio impressionante: modelli che somigliano decisamente più a degli Ediltoys mancati che non alla media dei die-cast del periodo.
Il rovescio della medaglia fu una qualità dei materiali e della finitura non sempre ineccepibile: verso il 1976-1977 ci furono grossi problemi di spazio nel laboratorio di Tantal, con la crescita esponenziale delle esportazioni che saturava lo spazio a disposizione e portava a non lasciar correttamente raffreddare i modelli prima di procedere alla verniciatura, con la conseguente fioritura di bolle sulla verniciatura e di notevoli fenomeni di metal fatigue, mai del tutto eliminati ma sempre abbastanza circoscritti a periodi e fasi produttive ben definite.
Nel 1986 sparirono le referenze dai fondini, e questo è un macro-indizio per procedere alla datazione di modelli sia con che senza scatola, così come la presenza di iscrizioni solo in cirillico prima del 1983, integrate da altre in idioma occidentale a partire da questa data (vedasi il “made in USSR” comparso sia sulle scatole che sui fondini delle Lada 2105 e 2107).
Modelli di grande finezza dunque, contraddistinti da una volontà “superiore” di ricercare il dettaglio distintivo tra le varie versioni: pensiamo ad esempio alle suddette Lada 2105 e 2107, che differivano per la calandra e per lo stampo del cofano anteriore, in anni in cui Vitesse – nostra punta di diamante nel settore die-cast – non si faceva problemi a produrre le Peugeot 205 Turbo 16 della Dakar con la scocca corta delle Gruppo B da Rally.
La Lada 2108 Samara, una delle ultime referenze aggiunte alla produzione classica, tutta apribile e decisamente fine
Non c’è mai stato un vero stop alla produzione di questi modelli, anche se nel 1994 c’è stata per la prima volta la nascita di un vero marchio ad essi collegato, con la riconduzione alla firma AGAT (spesso storpiato in ARAT dagli occidentali per la somiglianza dell’idioma cirillico con questa sigla) di tutta la produzione della regione di Saratov.
Persino oggi questi modelli sono disponibili: seppur confinati ad una realtà semi-artigianale e messi in relativa crisi dalla produzione cinese – soprattutto edicolosa – che nella Federazione Russa spopola esattamente come dalle nostre parti, è possibile con un po’ di fatica trovare ancora dei “Saratov” nuovi.
Si parla di ordinativi minimi di 200 unità, ma francamente si tratta di un universo troppo distante (ed il clima attuale di certo non aiuta) per potersi esprimere con vera esattezza al riguardo.
Una miscellanea: una Lada 2102 più fortunata della gialla che compare in altra parte della lettura, una Lada 2105, ed una GAZ 13 “Chaika” (gabbiano, n.d.a.), classica auto di alta rappresentanza utilizzata dalla nomenklatura sovietica, tra cui Nikita Krushev
La serie dei “Saratov” si è fatta nel tempo molto nutrita, e nemmeno auto d’epoca insospettabili come la Russo-Balt dello Zar Nicola II, unico modello per la cui progettazione le maestranze non poterono studiare un veicolo reale ma solo vecchie foto e vecchi filmati di epoca zarista, furono tralasciate, arrivando a comporre un bellissimo museo in scala della motorizzazione dell’est, composto da modelli estremamente fini e dettagliati, che dopo decenni di disinteresse quasi completo stanno finalmente godendo del giusto interesse tra i collezionisti di modelli obsoleti, con quotazioni in fortissima ascesa, soprattutto per versioni particolari come forze dell’ordine, taxi, Aeroflot, o Olimpiadi di Mosca 1980.
UAZ 452 in configurazione minibus, tutto in plastica. La finezza e l’accuratezza degli stampi sono notevoli. Questo esemplare appartiene alla produzione post-Unione Sovietica
Come al solito, nel piccolo mondo dell’1:43 gli spunti di stranezza e curiosità non mancano mai.
Nota di David Tarallo: Della produzione russa, PLIT non si era mai praticamente occupato. E dire che si tratta di un argomento di grande interesse, ma molto, molto complesso, per varie ragioni. Ricordo che intorno al 2001-2002 avevo un corrispondente che lavorava a Salekhard, all’estremo nord della Russia, che era un grande conoscitore di questi modelli. Era in grado di procurarmi quasi tutto delle produzioni passate e attuali, fra cui c’erano anche diverse edizioni semi-artigianali che venivano realizzate e completate all’interno delle fabbriche dove si producevano i modelli standard. Essendo quasi impossibili i pagamenti in moneta, decidemmo di procedere a forza di scambi: io gli mandavo Vitesse, Minichamps e altri marchi europei (soprattutto vetture stradali, le sue preferite) e lui mi inviava quello che io via via sceglievo su uno dei siti di riferimento della catalogazione di modelli russi, che credo sia ormai off line da almeno una decina d’anni. Grazie a quel collezionista mi sono potuto procurare pezzi che in Europa quasi nessuno conosceva.
Della nascita del forum Automodellismo in rete (https://automodellismoinrete.forumfree.it/?t=80376729), a cura di Elio Venegoni, avevamo già dato notizia a suo tempo. Da stamani è attivo sulla home page di PLIT un banner che vi dirigerà direttamente sul forum attraverso un link. Quella fra Pitlaneitalia.com e Automodellismo in rete è una collaborazione che ci auguriamo andrà avanti a lungo, con iniziative comuni. Già sulla pagina di Automodellismo in rete è presente un banner che porta a Pitlaneitalia.com.
Per chi non l’abbia ancora fatto, consigliamo di iscriversi al forum, su cui sono già presenti diversi thread di grande interesse.
Può una compassata berlina da famiglia come la Peugeot 406 diventare protagonista di un lungometraggio d’azione a forte contenuto di acrobazie, inseguimenti e adrenalina? Evidentemente sì, e la prova ne è la saga cinematografica inaugurata nel 1998 col film “Taxxi”.
L’apparenza inganna Diretto da Gérard Pirès su soggetto e sceneggiatura di Luc Besson, che ne scrive la sceneggiatura in appena trenta giorni, “Taxi” (in Italia “Taxxi”) narra le imprese, decisamente sopra le righe, di un tassista di Marsiglia con un incredibile talento di guida e una smodata passione per la velocità.
Il giovane Daniel (Samy Naceri), fattorino in una pizzeria di Marsiglia, decide di mettere a frutto la sua innata predisposizione per la guida veloce abbandonando il vecchio impiego per diventare un tassista. La vettura prescelta è una candida Peugeot 406 berlina, in configurazione apparentemente standard ma in realtà da lui stesso profondamente modificata.
Le eccellenti doti di pilota di Daniel, unite alle prestazioni eccezionali del suo taxi, lo rendono particolarmente popolare tra i clienti, grazie alla rapidità con cui raggiunge le destinazioni, riuscendo ogni volta ad eludere autovelox e forze dell’ordine.
Un taxi al servizio della polizia Fila tutto liscio finché Émilien Coutant Kerbalec, imbranato ispettore di polizia interpretato da Frédéric Diefenthal, non si imbatte casualmente nel tassista spericolato: i due si incontrano quando Émilien, che tra l’altro non riesce a prendere la patente, prende il taxi di Daniel per andare al lavoro.
Daniel, che ignora il suo passeggero sia un poliziotto, durante la corsa come di consueto fa ampio sfoggio della sua guida spericolata, inanellando una lunga serie di infrazioni stradali. A questo punto Kerbalec, perdutamente innamorato della collega Petra e perennemente frustrato da figuracce e fallimenti professionali, è determinato a mettere fine alle scorribande di Daniel. La storia prende una piega nuova e inaspettata quando i due si accordano per sfruttare le doti di guida del tassista e della sua incredibile Peugeot 406 per catturare un’inafferrabile banda di ladri. Per Daniel è la soluzione perfetta: aiutando Émilien a realizzare finalmente un grande successo professionale, ha la possibilità di non perdere la sua licenza e, soprattutto, il suo lavoro.
Un team di grandi piloti francesi Non sveliamo il finale della storia, ma la pellicola merita sicuramente una segnalazione per l’incredibile squadra di professionisti che si alterna al volante durante le riprese. Vi lavorano infatti il celebre stuntman Remy Julienne e tanti ex piloti, da Jean-Pierre Jabouille a Henri Pescarolo a Jean Ragnotti.
La movimentata commedia ottiene un successo incredibile, diventando uno dei franchise francesi di maggior successo, totalizzando un incasso di oltre 200 milioni di dollari in tutto il mondo con un pubblico di 23 milioni di spettatori solamente in Francia. Peugeot commissiona inoltre, per il mercato francese, una serie di modellini da collezione in scala 1:43 del taxi di Daniel, mentre OttOmobile ne realizza versioni prima in scala 1:18, poi in 1:12.
Ma non è finita: “Taxxi” genera una saga di ben cinque pellicole. Alla prima si aggiungono infatti i successivi “Taxxi 2” del 2000, “Taxxi 3” del 2003, nel quale la 406 diventa addirittura un cingolato, seguito da “Taxxi 4” del 2007 e “Taxxi 5” del 2018, nei quali l’automobile viene aggiornata alla successiva Peugeot 407; nel 2004 ne viene prodotto persino un remake hollywoodiano, dal titolo “New York Taxi”.
Il team Iron Lynx-Proton (foto in apertura) ha conquistato la sua prima vittoria di LMP2 nell’ELMS con Jonas Ried, Maceo Capietto e Matteo Cairoli, dopo una corsa ricca di colpi di scena, caratterizzata da cinque interventi della safety car e da una bandiera rossa dopo che la Porsche di Claudio Schiavoni, urtata dall’altra 911 della Frey, aveva violentemente sbattuto contro il muretto dei box, riempiendo la pista di pezzi. Fortunatamente Schiavoni è stato evitato dalle vetture che seguivano ed è uscito indenne da un incidente davvero violento.
La vittoria in classe LMP2 Pro/Am è andata all’Oreca del Richard Mille by TDS pilotata da Rodrigo Salles, Gregoire Saucy e Mathias Beche (foto sotto).
In LMP3 vittoria del Team Virage Ligier con Julien Gerbi, Bernardo Pinheiro e Gillian Henrion, autori di un bel recupero dopo il loro ottavo tempo in qualifica.
In classe LMGT3 secondo successo di fila per la Ferrari del Kessel Racing condotta da Takeshi Kimura, Esteban Masson e Daniel Serra.
E’ in corso la 4 Ore del Mugello, che ha preso il via stamani alle ore 11.30. Photo gallery dello schieramento e delle procedure di partenza. Abbastanza numeroso il pubblico, nonostante la vista delle tribune semivuote (erano praticamente tutti dalla parte del paddock per la pit-walk). Verso i trofei brillava la presenza di ragazzotti diversamente sexy e diversamente locali come ormai vuole la narrazione turbo-mondialista di sfumatura woke. Unicuique suum ma non fa per me: io rivorrei le Hawaiian Tropic ma mi rendo conto di aver fatto ormai il mio tempo. Ve il ho messi in una foto dove appaiono piccoli piccoli, questi cosi, in modo da evitare reazioni estreme da parte dei lettori di PLIT. Una cantante di cui ci è sfuggito il nome (dovrebbe essere una specie di fenomeno social) ha cinguettato dignitosamente l’inno nazionale, se non altro molto meglio di Al Bano all’ultima finale di Coppa Italia; magari avrà chiesto pure meno. Il commento entusiastico e vagamente casereccio del nostro Stefano Reali ha sancito il completamento della procedura di partenza. Siamo ormai a due ore di gara e ci siamo già beccati tre safety car per diverse intemperanze dei piloti.
Ecco una seconda gallery di un evento che si è confermato all’altezza delle edizioni precedenti. Ci scusiamo per i doppioni che possano essersi inseriti nella gallery qui sotto, ma non abbiamo avuto modo di controllare con maggiore cura.