Nel 1965 la Opel divenne il primo marchio europeo a presentare una concept car. 60 anni fa, la Opel Experimental GT celebrava la sua anteprima mondiale insieme all’allora nuova Kadett B all’IAA, all’epoca ancora a Francoforte. I due modelli sono indissolubilmente legati, poiché la Opel GT di produzione successiva era tecnicamente basata sulla Kadett B. Negli anni successivi, la Kadett B divenne la prima Opel a vendere milioni di esemplari, grazie a una gamma ampia e versatile: berlina, station wagon, coupé e sportiva “Rallye”.
Nel 1962, Opel aveva gettato le basi per il successo dei suoi modelli di classe compatta con la prima Kadett del dopoguerra, la A, dotata di un ampio bagagliaio, spazio per quattro persone, un nuovo motore e bassi costi di manutenzione, Ma la dirigenza Opel guardava già al futuro e la successiva generazione della Kadett seguì solo tre anni dopo. Fin dal lancio sul mercato, la generazione successiva fu disponibile in quattro varianti di carrozzeria: berlina a due o quattro porte, station wagon a tre porte e coupé dal design elegante.
E mentre il il modello precedente poteva accogliere un massimo di quattro persone, nel 1965 la Kadett fu omologata per la prima volta come cinque posti con le sue varianti berlina. Inoltre, la Kadett era cresciuta in lunghezza di 18 centimetri, superando i quattro metri. Anche il passo e la larghezza del veicolo furono aumentati. Ne trassero beneficio in gran parte gli interni, ma anche il bagagliaio, aumentato del 12% a 337 litri secondo gli standard VDA. E la station wagon offriva un’area di carico lunga 1,57 metri con i sedili posteriori abbattuti.
Gli esperti erano entusiasti – non solo alla prima mondiale durante l’IAA: la Opel Kadett B offriva più varianti di carrozzeria rispetto a prima, ed era anche più comoda, spaziosa, sicura e più potente – e tutto questo a un costo supplementare di soli 100 marchi tedeschi. Gli slogan pubblicitari con cui Opel pubblicizzava la Kadett comunicavano proprio questo: frasi come “Opel Kadett – In breve O.K.” o “Opel Kadett. Das Auto’ rispecchiava perfettamente la percezione dei clienti.
Il fatto che la Opel Kadett non fosse solo pratica, ma anche estremamente desiderabile, fu dimostrato ancora una volta dai designer con una bella coupé. Ci si ispirò alle fastback americane: la posteriore leggermente inclinata conferiva alla coupé una linea dinamica. Le tre bocchette d’aria del montante B valsero alla vettura il soprannome di “Gill Coupé”.
La Kadett Rallye diventò un oggetto del desiderio realizzabile per molti appassionati di auto e di sport motoristici. Con essa, Opel andò a occupare la nicchia delle auto sportive compatte a prezzi accessibili. La coupé, che si distingueva visivamente con un cofano nero opaco e strisce decorative, era inizialmente disponibile con una versione a due carburatori da 44 kW (60 CV) del motore da 1,1 litri disponibile per tutte le varianti, e dal 1967 anche con un’unità da 1,9 litri. Il motore da 66 kW (90 CV) portava la coupé a 170 km/h e un telaio sportivo forniva ulteriore sicurezza. Con il suo equipaggiamento sportivo e le eccellenti prestazioni di guida, la Opel Kadett Rallye offriva quindi un’ottima base per gli sportivi. Tra l’altro, il cofano nero opaco non era un espediente di design, ma impediva al guidatore di essere abbagliato dalla forte luce del sole, un’esperienza che all’epoca aveva le sue origini nei rally. La verniciatura speciale divenne rapidamente il marchio di fabbrica della Kadett Rallye.
Opel Kadett LS Coupé Rallye (1971)Opel Kadett Rallye, 1966
In patria e all’estero, la Kadett Rallye conquistò gli onori della cronaca con numerosi successi, al Rally Stoccarda-Lione-Charbonnières, al Rally dell’Assia, al Rally Trifels e al Tour de Luxembourg. Il preparatore Opel Günther Irmscher vinse il Tour d’Europe nel 1967. Nello stesso anno, la Opel Kadett festeggiò il suo più grande successo fino ad oggi: l’equipaggio Lambart/Vogt vinse nella sua classe al Rally di Monte Carlo. Le statistiche del 1968 dimostrano quanto fosse popolare la Opel Kadett Rallye: su un totale di 238 eventi, totalizzò 222 vittorie di classe.
Opel Olympia, 1967-1970
Nel settembre 1967, la Opel Olympia A divenne la variante premium basata sulla Opel Kadett B, con la quale Opel colmò il divario con la Rekord e divenne ancora una volta un pioniere in termini di veicoli di nicchia. “L’Opel Olympia è la logica applicazione del fortunato concept Kadett verso l’alto”, annunciavano comunicati stampa dell’epoca, “con dimensioni esterne altrettanto compatte, l’Opel Olympia convince per le elevate prestazioni e l’eccezionale equipaggiamento e comfort di guida”. L’equipaggiamento aggiornato della lussuosa vettura compatta – disponibile con 44, 55 e 66 kW (60, 75 e 90 CV) – comprendeva speciali moquette borchiate e un cruscotto impreziosito “da legno pregiato”. Una griglia del radiatore modificata con strisce cromate disegnate attorno ai parafanghi, fari anteriori rettangolari e finestrini laterali posteriori più grandi rappresentavano i miglioramenti visivi all’esterno.
L’Opel Olympia era disponibile in tre versioni hatchback all’epoca, mentre il suo modello gemello, la Opel Kadett, vantava ben otto stili di carrozzeria alla fine della sua produzione: si presentava come berlina notchback a due e quattro porte, una coupé “Gill” a due porte, una station wagon a tre e cinque porte, una berlina hatchback “LS” a due e quattro porte e una coupé “LS” a due porte. La Opel Kadett B era alimentata da motori a quattro cilindri in linea montati longitudinalmente in quattro cilindrate (1,1 litri, 1,2 litri, 1,7 litri e 1,9 litri).
1968 Stir-Lec I
Inoltre, la Opel Kadett B è stata una vera e propria pioniera dell’elettrico, poiché anche i primi veicoli Opel a trazione elettrica – l’auto di prova ibrida “Stir-Lec I” (1969) e la Opel Kadett XEP completamente elettrica (1970) – furono basate su questo modello di successo.
Nel luglio del 1973 si concluse la carriera della Opel Kadett B, una vera e propria “world car” venduta in più di 120 paesi in tutto il mondo. La Kadett B aveva anche preparato la strada al successo della Opel GT, fornendo la piattaforma tecnica.
In un recente articolo sulle Guides Solido1 abbiamo accennato ad un periodo critico nella storia del marchio, che più o meno coincide con gli anni compresi fra il 1973 e il passaggio a Majorette, nel 1981. Un decennio scarso, durante il quale i dipendenti della Solido se l’erano vista spesso brutta, fra minacce di chiusura, disorganizzazione e incertezza generale.
Visto che diversi lettori ci hanno chiesto di chiarire un po’ quel periodo critico, cerchiamo di accontentarli con un riassunto che per quanto semplificato speriamo possa essere utile a chi queste vicende non le conosce ancora.
Dal punto di vista logistico, nei primi anni ’70, col successo crescente dei suoi modelli, civili ma ovviamente anche militari, Solido si ritrovò a dover scegliere un sito di produzione in linea con i volumi produttivi. Jean de Vazeilles fece costruire una nuova fabbrica a Oulins, nel dipartimento dell’Eure-et-Loir, in Normandia. Non ci si era allontanati di molto dallo storico e sito di Ivry-la-Bataille, pittoresco ma ormai non più adatto alle esigenze di un’azienda moderna, seppur tutto sommato abbastanza piccola. Il centro tecnico e di progettazione restò comunque a Ivry, così come lo stock di stampi, un patrimonio di cinquant’anni di lavoro. Nel 1973 Solido sfornava circa 15.000 modelli al giorno, di cui oltre un terzo destinati ai mercati esteri. Quello fu un anno di cambiamenti, perché i tre figli di Ferdinand de Vazeilles cedettero le loro quote di società al gruppo Le jouet français, di cui facevano parte Jouef, Delacoste e Heller2. La famiglia de Vazeilles conservò comunque le funzioni dirigenziali di Solido, almeno per il momento.
Un tipico prodotto Solido di inizio anni ’70: la Opel Manta uno dei più bei modelli della Serie 100. Nel passaggio graduale alla serie 10 non si persero quei valori tipici della produzione Solido: fedeltà di linee, qualità costruttiva, materiali di prima scelta
I locali di Oulins iniziarono a produrre a partire dal giugno 1974. I primi anni di Solido all’interno del gruppo Le jouet français non si discostarono molto dal periodo precedente: molti progetti sviluppati nei primi anni ’70 continuarono il loro iter, assicurando così un’uscita continua e uniforme delle novità. Anche la qualità finale, da sempre un fiore all’occhiello di Solido, non ne risentì in alcun modo.
Nel 1977, Colette Bain-Thouverez, figlia minore di Ferdinand de Vazeilles, che si era occupata della distribuzione del marchio Solido fin dall’inizio degli anni ’50, lasciò la direzione commerciale. All’inizio del 1978, Jean de Vazeilles, che aveva passato circa 25 anni alla direzione dello sviluppo e della produzione, decise di ritirarsi, lasciando comunque altri progetti validissimi che uscirono sul mercato tra il 1978 e il 1979. Alla fine del 1978 lasciò anche Charlotte Wahl, la figlia maggiore di Jean, che dal 1954 occupava la presidenza del gruppo Solijouets, composto da Solido ma anche da altri marchi, anche stranieri, che nel tempo avevano ampiamente beneficiato della diffusione e dell’ottima reputazione di Solido, apparendo tra l’altro in alcuni cataloghi e nella comunicazione d’azienda.
Pur con gli inevitabili difetti dovuti a logiche di produzione industriale, i Solido rappresentano un ponte ideale fra il mero giocattolo e il modello da collezione. Almeno due generazioni si sono cimentate nella trasformazione dei Solido, dapprima con mezzi di fortuna, poi utilizzando le decine di transkit e foglietti decals commercializzate da marchi francesi, italiani, inglesi, belgi e tedeschi
Alle soglie degli anni ’80, Solido era davvero orfana della famiglia fondatrice, che indubbiamente aveva avuto l’intuizione di lasciare al momento giusto, visto l’andamento del mercato dell’automodello industriale in un contesto di grande evoluzione. Marchi come Corgi, Dinky o la nostra Mercury erano agonizzanti, quando non clinicamente morti. Altri, come Polistil o Norev, non se la passavano tanto meglio. Sembravano finiti i tempi dei diecast di qualità, concepiti anche un po’ per i collezionisti adulti, che si buttavano con sempre maggiore ingordigia sui kit e montati artigianali. Certo, per un Ruf fare duemila pezzi della Porsche Turbo o della Jaguar XJ12L poteva sembrare un’impresa titanica, ma non era nulla a confronto dei numeri di un produttore industriale. In quel periodo i piccoli marchi artigianali pionieri del metallo bianco e della resina vissero un’età dell’oro destinata a durare piuttosto a lungo. Per contro, nel settore del giocattolo godevano di ottima salute alcuni produttori come Majorette che avevano puntato tutto su prodotti in scala piccola e dal prezzo contenuto.
La situazione di Solido attirò l’attenzione di Emile Véron, che dopo aver lasciato la Norev, fondata insieme a due dei suoi fratelli (Joseph e Paul) si era messo in proprio, creando nel 1960 Rail-route Jouets, poi divenuta Majorette.
Véron, nato a Lione nel 1925, era uno che aveva fatto la gavetta, girando in auto la Francia dal dopoguerra alla costante ricerca di nuove idee, di fornitori al miglior prezzo, di distributori, di negozianti. Era un innovatore ma un innovatore coi piedi piantati per terra: una sorta di industriale dalla sana mentalità contadina, di educazione semplice e disposto a far sacrifici per raggiungere i propri obiettivi.
Majorette era la risposta francese a Matchbox, che nei primi anni ’60 era la leader incontrastata del mercato dei piccoli automodelli in zamac. Altri marchi europei non riuscivano a insidiare Matchbox né come rapporto qualità-prezzo né come capillarità di diffusione. “Matchbox” divenne addirittura sinonimo di automobilina in piccola scala, così come “Dinky” lo era già da oltre un decennio di modello più o meno in 1:43.
Eppure Majorette seppe prima far concorrenza a Matchbox, arrivando addirittura a spodestarla nel corso degli anni ’70. Installata come Norev nella zona urbana lionese, per almeno una ventina d’anni Majorette viaggiò con una progressione media del 35% del fatturato realizzato nel 1962, pari a 540.000 franchi. Tanto per fare qualche esempio, nel 1970 il fatturato era salito a 9.020.000 di franchi, cresciuti a 174.600 nel 1980. Negli anni successivi il fatturato arrivò a sfiorare i trecento milioni di franchi, con un notevole aumento dei benefici netti, segno di una gestione oculata.
Il modello sociale di Majorette era innovativo. Dalla fondazione al 1980, erano stati creati circa 850 posti di lavoro in fabbrica, con un altro mezzo migliaio di salariati casalinghi, più o meno stabili. Dopo tre mesi di contratto, ogni dipendente diveniva azionista dell’impresa e all’inizio degli anni ’80 circa il 28% del capitale sociale era in mano ai dipendenti, alcuni dei quali avevano realizzato ottimi benefici, conservando i loro titoli a lungo termine. Nel dicembre del 1977, la Majorette si quotò alla Borsa di Lione, con notevoli risultati: il valore delle azioni era aumentato di diciotto volte nel biennio 1983-84.
All’inizio degli anni ’80, quindi, Majorette era l’esatto contrario di Solido: un’azienda in salute, dinamica, piena di idee e di energie e guidata da un personaggio – Emile Véron – che pareva destinato ad un’ascesa senza limiti. Le vacche magre in realtà sarebbero arrivate, ma molto dopo e questa è un’altra storia.
Nel gennaio del 1981 i servizi commerciali, che avevano sede a Versailles, si trasferirono a Parigi dopo l’annuncio della fusione di Solijouets con Heller, che venne ufficializzata il 1° febbraio al Salone del giocattolo3.
Véron adocchiò Solido intorno al 1979-1980. I prodotti continuavano ad essere eccellenti ma ormai l’azienda fondata da de Vazeilles aveva il tempo contato. Nel maggio del 1981, con il parere favorevole degli impiegati di Majorette, Véron si presentò nei locali della fabbrica di Oulins, in compagnia di alcuni suoi collaboratori e di un rappresentante sindacale. Il personale di Solido – circa centodieci effettivi – l’attendeva nel refettorio. Véron era lì per presentare un programma di acquisto di Solido da parte di Majorette, i suoi obiettivi, i metodi, illustrando i principi che guidavano l’azienda, le politiche sociali e quelle di azionariato. Punto fondamentale dell’incontro, il destino commerciale di Solido in caso di acquisto. La stragrande maggioranza del personale di Oulins, seppure scettica o quantomeno diffidente, si dichiarò obtorto collo favorevole all’operazione.
Il 1° luglio 1981 Solido entrò nell’orbita di Majorette, con lo stesso Véron come presidente e un capitale sociale di 12 milioni di franchi4. Per conservare il marchio, nel febbraio del 1982 Véron creò una “Solido S.A.”5.
Nella prima metà degli anni ’80, Emile Véron, presidente di Majorette e di Solido, aveva dichiarate ambizioni di leadership politica, arrivando addiritturaad affittare lo stadio Gerland di Lione per un raduno con tanto di maxischermi. Nel 1984 pubblicò per i tipi di Albin Michel il volume Pour en sortir in cui, dopo aver riassunto la sua storia d’imprenditore, illustrava con dovizia di particolari un programma politico incentrato sulla riproduzione in scala generale delle strategie economiche e sociali adottate nella gestione di Majorette. A destra, dedica sul foglio di guardia del libro da parte di uno dei fratelli di Emile Véron, datata 7 marzo 1984
Dal punto di vista dei prodotti, in che situazione si trovava Solido al momento dell’entrata di Majorette? Dal punto di vista degli automodelli, resisteva una cospicua parte delle serie Gam, ma dal giugno del 1980 era stata introdotta una discutibile serie 1300, chiamata Cougar e destinata esclusivamente ai bambini. Commercializzati sotto blister, i modelli Cougar delle prime uscite derivavano dai vecchi serie 10 (1000), con le sole eccezioni di soggetti che originariamente avrebbero dovuto essere inseriti nella serie 1000: Citroën Visa, Fiat Ritmo e Talbot Tagora. Le decorazioni e i colori erano di fantasia, le finiture semplificate e su tutti i modelli venivano montate delle orrende ruote veloci monotipo dal disegno a quattro razze che non stava né in cielo né in terra. Morale della favola: i bambini lasciarono i blister dei Cougar appesi agli espositori dei grandi magazzini e i collezionisti si imbufalirono, vedendo vecchi modelli ancora validi brutalizzati in quel modo e nuovi stampi, peraltro ottimi, sacrificati sull’altare della riduzione dei costi.
Quella che Véron praticò a Solido fu una cura da cavallo. Del resto, probabilmente, non c’erano alternative credibili se si volevano davvero salvaguardare gli oltre cento posti di lavoro a Oulins. Tre quarti del catalogo furono subito soppressi: secondo Véron, già questa operazione avrebbe ridotto gran parte delle perdite. Contemporaneamente, venne chiusa la sede parigina con tutti i reparti amministrativi e commerciali, questi ultimi rimpiazzati dalla figura di un responsabile unico.
In questo senso, Véron applicò a Solido lo schema in uso presso Majorette: abbandono dei dettaglianti a favore dei grossisti, che avrebbero consentito un abbassamento dei prezzi al pubblico. In pratica i risultati di queste manovre portarono alla soppressione della perdita del 30% del giro d’affari, alla creazione di uno sconto di oltre il 20% sul prezzo per i grossisti e alla riduzione dei prezzi al pubblico degli automodelli da 65-70 a 39 franchi francesi. Obiettivo: 10-20% di profitti lordi. Fu particolarmente doloroso il passaggio dai circa 5000 dettaglianti ai 250-300 grossisti: tradizionalmente Solido aveva un modello di distribuzione molto capillare, che si fondava su un rapporto di grande fiducia e collaborazione fra azienda e negozianti. Era quasi un processo d’altri tempi, in linea con una certa mentalità “artigianale” (fra molte, molte virgolette, beninteso) ma che aveva permesso la nascita di tutta una serie di modelli in edizione limitata per quei pochi che riuscivano a capire dove e come procurarseli. Citiamo le tante serie speciali per negozi (BAM in primis) o per produttori artigianali (MRE, AMR…). Quella era una storia che con Majorette pareva essere arrivata al suo epilogo e tutto ciò mentre – lo ripetiamo – gli artigiani tiravano fuori montagne di transkit o carrozzerie in resina alternative per i vecchi serie 10, quando non si mettevano a clonare tranquillamente modelli interi per ricavare modelli più o meno “nuovi”, in resina ma anche in metallo bianco.
Dal punto di vista economico il personale di Solido poteva tirare un sospiro di sollievo. Se nessun aumento dei salari era previsto fino al gennaio 1982, dal gennaio 1983 anche i dipendenti di Oulins avrebbero potuto usufruire dei dividendi e ricevere azioni Majorette.
I bilanci di Solido passarono rapidamente dal rosso al verde. Al di là dalle ricadute economiche e sociali della strategia di Véron, il periodo dei primi anni ottanta viene ricordato dai collezionisti come uno dei più grigi nella storia del marchio. Il nuovo boss, antimilitarista convinto, tagliò dal catalogo tutti i mezzi che avevano a che vedere con la guerra (sola eccezione furono alcune edizioni limitate uscite nel 1984 in occasione del quarantennale del D-Day). Quanto agli automodelli, della vecchia produzione restarono solo gli Age d’Or, alcuni dei quali tiravano ancora, in Francia ma anche in Belgio, in Inghilterra o in Germania. Fu interrotta anche la produzione dei mezzi commerciali, che riprese comunque negli anni successivi.
La famigerata gamma Cougar venne quindi ad assumere un’importanza cruciale nella mentalità di un produttore che aveva sempre ragionato, e continuava a farlo, con le logiche della grande distribuzione a prezzi popolari. Dall’aprile del 1982 la serie 1300 (ossia Cougar) calò ulteriormente di prezzo, con un restyling nelle confezioni. I “soliti” collezionisti a ragione rimpiansero la serie 10 quando videro i nuovi modelli che via via si affiancavano alle riproposizioni dei vecchi: Renault Fuego, Peugeot 505, Ford Escort MkIII, Lancia 037, Audi Quattro, tutto materiale uscito tra il 1982 e il 1983, quasi sempre valido dal punto di vista della fedeltà di riproduzione, ma assassinato da decorazioni grottesche, ruote ridicole e finiture da emporio di Riccione6.
Si dovette aspettare il 1988 per il ritorno di una gamma di qualità, ossia la Serie 1500 (Hi-Fi e Today). Prodotti come la Renault 25 o la Peugeot 205 GTI vennero accettati con un certo sollievo dagli appassionati, che per anni si erano rassegnati ad aver cancellato Solido dai loro orizzonti.
Dell’assenza di Solido da un certo tipo di mercato avevano iniziato ad approfittare altri marchi come Vitesse, che proprio nel periodo di massima “infestazione” dei Cougar iniziò a produrre una serie di modelli che idealmente riprendeva lo spirito e la tradizione del marchio francese. E non è un caso se il numero di catalogo del primo Vitesse, la Lancia 037, fu il 100. Ironia della sorte, in quel periodo le quotazioni dei Solido serie 1007 iniziarono a impennarsi, trascinando con sé anche quelle di alcuni serie 10 e 1000.
Véron era certamente una persona ambiziosa, con i giusti agganci in vari settori. Negli anni che seguirono l’acquisto di Solido, l’ascesa di Majorette continuò decisa e Véron iniziò proiettarsi verso la politica. Le energie per cercare di aiutare la Francia alle prese con la congiuntura economica e sociale d’inizio anni ’80 non sembravano mancargli. Da capitano d’industria aveva le idee chiare, che via via sviluppava anche in programmi che trascendevano la gestione aziendale, pur prendendone spunto. Fu col movimento politico Réussir, le cui linee programmatiche cercavano appunto di riprendere certi modelli liberali sperimentati con successo in Majorette, che Véron cullò il sogno di presentarsi alle presidenziali del 1988. Ma il contesto in cui Majorette aveva prosperato per tanti anni andò degradandosi, soprattutto a causa delle difficoltà del giocattolo tradizionale nei confronti di prodotti più tecnologici come computer e videogame.
Dal declino si arrivò al fallimento nel novembre del 1992, dopo una spirale di perdite aggravatasi soprattutto a partire dal 1989. Majorette, e con essa Solido, fu ceduta nell’aprile del 1993 a Idéal Loisirs8.
Per Solido, gli anni ’90 furono tutt’altro che tranquilli. Di quel decennio parleremo in un prossimo articolo.
La famiglia de Vazeilles sperava di assicurare in questo modo un futuro stabile a Solido. Nella società erano presenti i capitali di una grande banca nazionalizzata francese, che già qualche anno prima aveva proposto un’operazione simile ad Emile Véron, presidente di Majorette, che aveva rifiutato. ↩︎
Testimonianza di questa fusione è un modello promozionale, una Peugeot 504 berlina di Solido, che ha una storia particolare che un giorno racconteremo. ↩︎
Le jouet français fu posta in liquidazione nel maggio del 1981. Léo Jahiel, fondatore di Heller, era stato a capo del gruppo; alla fine del 1980 l’amministrazione passò all’inglese Thomas Sebestyen, sempre in un contesto di grande caos e incompetenza commerciale. ↩︎
Heller non venne acquisita da Majorette, passando insieme ad Humbrol sotto il controllo di Hobby Products Group, filiale del gruppo americano Borden. ↩︎
A riprova della loro validità, alcuni di questi modelli vennero utilizzati, più o meno modificati, come base nelle serie speciali Solido-Record, Top43 e così via. ↩︎
Con o senza scatola: all’epoca la presenza della confezione era qualcosa di abbastanza marginale, che non incideva troppo sulla quotazione degli “obsoleti” (a proposito, questa definizione era ormai corrente nei primi anni ’80. Ricordo che Paolo Tron scherzosamente li chiamava merluzzi!). ↩︎
Véron, uscito non senza difficoltà dalla chiusura della Majorette, proseguì la propria attività di uomo d’affari. Morì il 20 novembre del 2013. ↩︎
Oltre ad una riedizione del Same Elefante in configurazione zavorra, nonomologati ha terminato di approntare un Fiat 682 in livrea Istituto Nazionale Trasporti e Lancia Esadelta B trattore con rimorchio di produzione G&G Rail (allestimento in fotoincisione, telaio in resina). Oltre alla verniciatura del rimorchio nello stesso colore del trattore, si è provveduto alla rifinitura con la staffa per i cunei in legno, paraspruzzi e rivestimento in legno per il piano di carico. Modelli in scala 1:87 (H0).
E’ ora disponibile il kit Tameo (TMK451) della March-Ford Cosworth 711 F.1 in versione GP d’Italia 1971, passato alla storia per l’incredibile volata con vittoria finale di Peter Gethin. Alla guida della March, Ronnie Peterson giunse secondo. La vettura si contraddistingueva per l’assenza dell’ala anteriore, per uno spoiler posteriore di piccole dimensioni e per la voluminosa presa d’aria motore.
Con il successo ottenuto dalla 499P numero 83 iscritta dal team privato AF Corse, e il terzo posto dell’equipaggio numero 51 iscritto dalla squadra ufficiale Ferrari – AF Corse, il Cavallino Rampante si conferma vincitore della 24 Ore di Le Mans per il terzo anno consecutivo.
Ecco 24 numeri che riepilogano gli straordinari risultati ottenuti il 14-15 giugno 2025 sul Circuit de La Sarthe.
387 – i giri conclusi in gara dalle 499P numero 83 e 51
5272,54 – la distanza completata in gara da Ye-Kubica-Hanson (in km)
28.487 – il distacco in secondi tra la 499P numero 83, vincitrice, e la numero 51, terza al traguardo
219,3 – la velocità media in gara della 499P numero 83 (in km/h)
345,6 – la velocità massima in gara della 499P numero 83 (al giro 275), in km/h
3:26.562 il miglior tempo sul giro in gara della 499P numero 83 (il più veloce delle Ferrari durante la corsa) in occasione del 268esimo passaggio (con Robert Kubica) con una velocità media di 237.5 km/h
3:26.778 il miglior tempo in gara della 499P numero 51 in occasione del 269esimo passaggio con una velocità media di 237.1 km/h
7 – la posizione in griglia di partenza della 499P numero 50
11 – la posizione in griglia di partenza della 499P numero 51
13 – la posizione in griglia di partenza della 499P numero 83
140 – i giri che hanno visto la 499P numero 83 condurre la gara
95 – i giri che hanno visto la 499P numero 51 condurre la gara
66 – il numero di pit-stop complessivo delle Hypercar ufficiali del team Ferrari – AF Corse
0 – i millimetri di pioggia caduti durante la gara
12 – il numero di successi assoluti a Le Mans della Ferrari
332 mila – le presenze a Le Mans nel fine settimana della gara
32 – il numero dei pit-stop della 499P numero 50
34 – il numero dei pit-stop della 499P numero 51
31 – il numero dei pit-stop della 499P numero 83
Turni di guida:
14 – i turni al volante di Antonio Giovinazzi e Robert Kubica
13 – i turni di Nicklas Nielsen
12 – i turni di Antonio Fuoco e James Calado
9 – i turni di Alessandro Pier Guidi, Yifei Ye e Phil Hanson
Devo dire di essere stato piacevolmente sorpreso dalla valanga di visualizzazioni del misero articolo sui BBR del passato pubblicato ieri1. Pezzo puramente estivo (non direi tappabuchi ma quasi), ha fatto schizzare le visite verso medie degne dei post-Novegro. Evidentemente c’è fame di questo tipo di pubblicazioni. Battiamo quindi il ferro finché è caldo con una sorta di seconda parte. Nel primo pezzo non avevamo parlato delle Formula 1, che rientrano per lo più in un periodo leggermente successivo ai modelli pubblicati il 25 agosto.
BBR ci mise del tempo prima di mettere le mani sulla Formula 1. Negli anni ’90 l’azienda di Saronno produceva anche dei kit e le Formula 1, piano piano, riempirono la gamma delle scatole di montaggio. Di ogni referenza veniva commercializzato anche il factory built, cosa piuttosto complessa quando si tratta di monoposto, per la loro intrinseca fragilità costruttiva. Si dovette quindi trovare la quadratura del cerchio assicurando i modelli alla loro base senza rischiare disastrose rotture nei lunghi viaggi intorno al mondo. La cosa venne concepita a dovere, perché non mi risulta che le Formula 1 di BBR ponessero particolari problemi nelle spedizioni. Si trattava di prodotti di alta gamma che all’epoca non avevano concorrenti: Tameo, almeno ufficialmente, non offriva modelli montati (lo aveva fatto negli anni ’80 e avrebbe ripreso negli anni Duemila), Meri Kits men che meno e, a parte qualche marchio francese, in giro non c’era molto. Chi voleva un bel modello di una Formula 1 d’attualità doveva arrangiarsi. I BBR quindi furono ben accolti, almeno da un certo tipo di pubblico facoltoso. Le confezioni comprendevano ormai la vetrinetta in plexiglas con la scatola in cartone più grande. I soggetti erano quelli più conosciuti (Ferrari, Williams, McLaren) ma nella produzione appare anche qualche sorpresa come la Lambo 291 del 1991 progettata dall’ingegner Forghieri.
Oggi BBR continua a produrre le Ferrari Formula 1, in 1:43, 1:18 e 1:12 ma ovviamente non è la stessa cosa. Quei BBR factory built degli ormai lontani anni ’90 raccontano ancora di una realtà artigianale che stava comunque affrontando con lungimiranza le sfide di un mercato in evoluzione.
BBR, uno dei marchi storici del panorama del modellismo artigianale, continua il proprio percorso in un mercato che esige organizzazione e pronte risposte. Il produttore di Saronno ha saputo rinnovarsi e seguire nuove strade, a differenza di altri marchi che non hanno avuto la capacità di adattarsi alle esigenze del nuovo.
Alle spalle, ormai, c’è tutta una storia che ha attraversato i decenni, fatta di ricerca della qualità ma anche di rigore imprenditoriale, cosa non comune quando si parla di produttori di automodelli. Rivolgendo un occhio al passato, cosa resta della sconfinata produzione di BBR? Una tendenza abbastanza evidente è la “tenuta” sul mercato dei modelli montati con la scatola piccola, con o senza la base in plastica nera. In genere i BBR degli anni ’90 sono piuttosto ricercati dai collezionisti, anche le referenze che sono state rifatte in tempi successivi ma con altre confezioni. BBR ha i suoi appassionati, disposti a passar sopra ai famigerati gallettoni tri-pala alla rovescia… A parte questo, all’epoca la produzione di BBR era una spanna sopra a tutta la concorrenza nel settore della resina, come livello di dettaglio ma anche come precisione di montaggio. Modelli di quel periodo tendono talvolta a presentare pecche nella saldezza degli incollaggi di cornici vetro e altri particolari fotoincisi, problema che poi BBR ha saputo risolvere nelle serie successive. Nulla da dire sul livello di verniciatura, assolutamente ai vertici, allora come oggi, anche se non a tutti piaceva la finitura “caramellosa” su alcune vetture da competizione anni ’50 e ’60. Erano comunque modelli in grado di attirare una buona parte di collezionisti facoltosi, sensibili probabilmente all’aspetto luccicante di una carrozzeria.
Qui sotto, una piccola gallery relativa a BBR degli anni ’90, fra cui qualche modello particolarmente pregiato, come la Ferrari 330 P4.
Pur con tutti i suoi limiti, PLIT è una testata indipendente. Internet ha contribuito non poco a una certa libertà di espressione, che ormai era impossibile da trovare sul cartaceo, per ragioni che tutti conoscono: essendo la maggior parte degli introiti composta dagli inserzionisti, era impensabile stroncare del tutto un modello sbagliato o con difetti inaccettabili. Bisognava sempre andare sulle uova, attingendo a piene mani all’armamentario dialettico degno della retorica Aristotele. Oppure – come il buon Gianfranco Berto suggeriva all’epoca di Modelli Auto – scartare la roba del tutto marcia per ripiegare su qualcosa di appena più tollerabile: tanto di certi marchi toccava per forza parlare. Tanto valeva scegliere il meglio (o il meno peggio) della gamma. Oggi la situazione è un po’ cambiata, sebbene esistano siti che mai e poi mai potrebbero permettersi di pubblicare una recensione totalmente negativa.
Se questo è giornalismo lascio ai lettori deciderlo. Fatto sta che siti che ricevono campioni (difficile vendere banner al giorno d’oggi) o che sono gestiti da responsabili di negozi on line che trattano i marchi del mainstream difficilmente riusciranno a conservare un’onestà intellettuale. Per chi scrivono allora? Per se stessi, non per informare il pubblico.
Pubblico che non essendo composto interamente da idioti, alla lunga penso si renda conto del paradosso.
Questa barbosa premessa per dire che il compito di un sito d’informazione è anche segnalare certe incoerenze, che possono costituire la base per alcune considerazioni sugli andamenti di un determinato settore. Tagliar corto osservando che “tanto le hanno vendute” esula dai miei interessi analitici.
Come ho scritto altre volte, quando critico certi marchi non è perché ce l’ho con loro, anzi: di una Tecnomodel, ad esempio, conservo il ricordo di modelli eccezionali di ormai vent’anni fa e mi dispiace vedere il loro nome associato a prodotti che non hanno senso. Con la tacita complicità, appunto, di sedicenti siti d’informazione modellistica, incompetenti o in totale malafede. Forse qualche nota severa sulle peggiori realizzazioni servirà a far capire ai produttori che fare modelli discutibili è un loro sacrosanto diritto ma che è altrettanto lecito criticarli con prove alla mano.
Tra i peggiori modelli recenti in 1:43 di Tecnomodel vi è la Ferrari 330 LMB, del tutto squilibrata nelle linee e nelle proporzioni. Se non si possiedono le capacità tecniche per elaborare un master in modo indipendente (e lo capisco, mica tutti sono dei geni), che si parta almeno da un vecchio kit. In giro ce ne sono a palate. Per decenni gli artigiani sono campati scopiazzandosi gli uni gli altri e questo tutto sommato è stato un bene perché ha generato – salvo sporadiche derive – una sorta di selezione naturale che ha favorito l’esattezza generale delle forme.
Oggi siamo tornati agli anni ’70, con nuove produzioni che a volte cancellano tutto il buono che si è fatto dall’epoca pionieristica ad oggi, riportandoci magicamente all’era dei John Day. Solo che un John Day è il testimone di un inizio con una sua dignità storica; un resincast cinese sbagliato fa schifo e basta.
Della LMB, Tecnomodel ha realizzato le versioni più celebri, comprese le tre di Le Mans 1963. Al concetto di base, del tutto fuori registro, si aggiungono brutture varie come ruote a raggi da Piaggio Ciao o tergicristalli che sembrano tagliatelle. E come se non bastasse, ci buttiamo dentro anche una certa quantità di errori storici. Ho preso un modello a caso, la n. 11 del NART di Le Mans. Giusto senza andare troppo in profondità, si notano i numeri di gara sbagliati (troppo distanziati fra loro: lo erano solo quelli anteriori per non coprire lo sportellino) e la presenza di griglia e cavallino, assenti sulla vettura reale. Le foto sotto serviranno a chiarire ulteriormente la completa mancanza di grazia e realismo di questo modello.
Altro caso eclatante, l’Alfa Romeo GTA: si pagano 20-30 euro in più dello Spark/Schuco (già brutto il suo, vedi cerchi, cornici eccetera) per avere qualcosa di ancora più scadente. I contorni dei vetri, per come sono stati progettati e montati, sono degni di un modello da 110 euro?
Se non cambieremo la realtà, avremo almeno fatto riflettere qualcuno.
Avevamo già accennato allo sviluppo di una gamma di OM e Fiat serie 50 da parte di nonomologati. La produzione prenderà presto il via con la collaborazione di Geminimodelcars, che commercializzerà in esclusiva questi mezzi.
Trovate qui alcune foto dei preserie dei primi articoli che saranno disponibili nelle prossime settimane: nel dettaglio, un Fiat A55 scuolabus con targa Firenze (anno 1981) e i Fiat e OM 50/55, in configurazione cabina singola e doppia. Seguiranno altre versioni, telonate e furgonate: in particolare sono allo studio mezzi di assistenza rally.
Il livello di dettaglio è molto buono, con fotoincisioni, cornici dei vetri e diversi particolari autocostruiti, come i tubi di scarico opportunamente trattati per evitare pieghe. I modelli saranno disponibili solo montati, senza eccezioni.
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