Nuovi accessori nonomologati per mezzi pesanti 1:87

E’ disponibile una nuova serie di accessori fotoincisi 1:87 prodotta da nonomologati. Nelle prime referenze si trovano un porta-telone (portabagagli), pannelli avvertenza trasporto infiammabili, calandre per Fiat 682, 690, 693 e per OM 150 e Titano, oltre che a scritte Fiat, Iveco e OM.

Nella gallery sotto potete vedere anche tre immagini di un porta-telone già piegato e montato su una cabina Fiat 619 di nonomologati.

Questi accessori sono tutti acquistabili al seguente link: https://www.geminimodelcars.com/shop/55177743/nonomologati-187-scale

Novità in 1:87 di nonomologati

Sono disponibili alcune novità in 1:87 di nonomologati. Nella serie “50”, segnaliamo un Iveco e un OM con telone, la cui riproduzione è particolarmente realistica. Notare la sua finitura semi-opaca.

Per quanto riguarda i mezzi più grossi, è uscito un Fiat 619 a tre assi nel caratteristico “azzurro farfalla” che molti ricorderanno anche sulle vetture stradali, come la 500R, la 126 o la 127. L’azzurro è stato realizzato da una carrozzeria Iveco, così come il rosso del telaio. Il 619 di nonomologati si caratterizza per la presenza del bagagliaio fotoinciso sul tetto e per il piano di carico rivestito con effetto legno. Particolare cura è stata dedicata al montaggio dei vetri, posizionati uno ad uno con l’aiuto del crystal-clear.

Caratteristiche simili (ma vano di carico rivestito con effetto alluminio zigrinato) per l’Iveco 170 rosso:

Infine, una combinazione Fiat 691 in blu, con rimorchio a tre assi:

Tutti questi modelli e altri della gamma nonomologati sono disponibili al seguente link: https://www.geminimodelcars.com/

OttOmobile: altre due novità nel programma Project Car

La serie Project Car nella gamma OttOmobile 1:18 compre quelle realizzazioni molto particolari che piacciono tanto agli appassionati di tuning d’autore. A dicembre usciranno due nuovi modelli:

OT1155 Rocket Bunny Aero (V1) Mazda RX7 (FD3S) in pearl green 2015

OT1110 Volkswagen Golf III Khyzyl Saleem 2024

Per entrambi i modelli, edizione limitata a 2000 pezzi.

Tameo: disponibile ad agosto il kit della March 711 del GP d’Italia 1971

Protagonista del celebre arrivo in volata del GP d’Italia a Monza nel 1971, la March-Ford Cosworth 711 sarà disponibile nella gamma standard di Tameo (catalogo TMK451) nel corso del mese di agosto. Particolarità di questa versione, l’assenza dell’ala ellittica sul muso e uno spoiler posteriore di misure ridotte.

Prossima novità Tameo: la Toleman TG185 Formula 1 del 1985

Tra le prossime novità, Tameo Kits ha annunciato la Toleman Tg185 di Formula 1 (serie TMK, numero di catalogo 452). Progettata da Rory Byrne, era equipaggiata dal motore turbo Hart 415T a quattro cilindri in linea da circa 800 CV. La Tg185 fece il suo debutto al Gran Premio di Monaco. Inizialmente fu iscritta una sola vettura, per Teo Fabi, che aveva già guidato per il team nel 1982. A partire dal Gran Premio d’Austria fu iscritta una seconda vettura per un altro pilota italiano, Piercarlo Ghinzani, che era entrato a far parte del team proveniente dalla Osella. Fabi regalò alla Toleman la sua prima e unica pole position al Gran Premio di Germania, disputato sul nuovo Nürburgring. La livrea di questa Tg185 era molto accattivante: per meglio proporre il marchio Benetton, i grafici avevano ricoperto la carrozzeria di bandiere di varie nazioni del mondo. Ancora oggi ricordiamo questa monoposto come la “Toleman con le bandierine”. La Tg185 fu l’ultima Toleman, poiché la squadra venne acquistata dalla Benetton e ribattezzata Benetton Formula in vista della stagione 1986.

L’attesa dei versi: echi di Dino Campana

Ormai con i social sono diventati tutti poeti e anche filosofi. Come spesso succede, la semplificazione lascia di una disciplina solo un guscio vuoto, di cui presto si finiscono per dimenticare i fondamenti tecnici e il messaggio artistico. Oggi fa figo citare Schopenhauer o Dante. Forse era così anche venti o trent’anni fa ma almeno era molto più difficile trovare qualcuno disposto ad ascoltarti.

La poesia può uccidere. Può sradicarti da te stesso, può toglierti le certezze. E lo fa non se la vivi come hobby ma se entra nella tua vita magari senza chiedere il permesso. Le auto non sono la mia più grande passione. La letteratura è la mia più grande passione, perché è quella che mi ha dato le energie necessarie a superare tanti momenti di difficoltà. Con poeti, scrittori, pensatori mi sono misurato per mestiere e per curiosità, cercando di tacere il più possibile lasciando parlare loro. Con alcuni ho avuto la fortuna di confrontarmi, persone che non esistono più ma che mi hanno lasciato tante frasi di cui nutrirmi in tempi di angoscia: il teatro di Sarah Kane che non dimentico mai, Sanguineti e le sue rappresentazioni allucinate, magari viste nello stesso tempo in cui Silvio Loffredo lavorava a qualche mosaico nella campagna fiorentina.

Altre volte la poesia è caduta meno dall’alto e si è infiltrata nei turbolenti mesi della giovinezza quasi da pari a pari. Gabriele aveva un anno più di me. Al liceo non ci si frequentava, ci eravamo parlati solo nel corso di una gita a Paestum, Pompei e Sorrento nell’autunno del 1985. Io neo-ginnasiale, lui già alle prese con gli articoli e le forme più complesse dei verbi greci. Era una specie di rivoluzionario, avresti detto un po’ per il gusto di esserlo. Un anno di differenza ma quasi dieci come mentalità. Pensava già alla politica e le sue analisi sull’ipocrisia della società erano lucide anche se ai miei occhi troppo aggressive. Che senso aveva, a cosa poteva servire mettere in difficoltà un povero insegnante laico di un secolare liceo di Barnabiti pronunciando coram populo una parolaccia nel bel mezzo di una lezione di filosofia? Me lo chiedevo e pensavo ad altro.

Le nostre strade andarono avanti parallele senza troppi punti in comune. Ci ritrovammo all’università, io al primo anno, lui già al secondo, dopo aver vissuto, ovviamente con grande gusto, l’occupazione della “Pantera”. Non importava aver perso sei mesi di lezioni e tre sessioni d’esame. La vita era lunga. Io ci sarei impazzito. Si era appassionato alla neurobiologia, perché secondo lui essa assicurava quelle risposte che la filosofia non era riuscita a dargli. Era entusiasta di molte cose: leggeva, rileggeva e il suo cervello assomigliava abbastanza a un vulcano in ebollizione. Sulla porta di camera sua aveva dipinto con vernice nera le parole Sturm und Drang in caratteri gotici. Amava, neanche a dirlo, certi scrittori più “neri” della letteratura latina come Petronio o Apuleio. Di impressionante aveva la capacità di assorbirne i tratti fondamentali dello stile, esercizio che non riesce quasi a nessuno, riproducendoli in parodie e pastiche ora ridicoli ora drammatici.

Ma come succedeva anche a me, era follemente attratto dal secolo breve, dalla poesia del Novecento. Aveva scoperto Dino Campana e non si sa se era lui ad aver cercato di copiarne lo stile di vita o se era la poesia ad averlo infiammato di una smania di vagabondaggio imbevuta di sofferenza letteraria.

Partiva e ritornava, i suoi erano viaggi misteriosi. Un’estate mi chiamò e mi disse: “Vado a Vipiteno, a Heidelberg o a Kiel, vieni con me?”. Avevo già tra le mani l’edizione teubneriana di Orazio che mi guardava con tutta la sua severità tipica della Repubblica democratica tedesca, pronta per l’esame d’autunno col La Penna e dovetti dire di no. Lui gli esami li faceva lo stesso e gli riuscivano ma per farli bene con la sua leggerezza avresti dovuto scavalcare continenti, camminare per anni, incontrare migliaia di persone. Lui l’aveva fatto o aveva lo spirito per farlo, io ancora no.

Con lui però uscivo. In freddi pomeriggi dell’anno universitario prendevamo la sua Fiesta Bianca comprata nuova dal padre (in un’estate ci aveva fatto undicimila chilometri, ammaccandola in un parcheggio in Germania dove aveva rischiato di essere massacrato da una specie di punk il triplo di lui) e filavamo come dei pazzi a Marradi, il paese di Campana. Respiravamo l’odore tipico dei borghi dell’alta montagna mugellana, fatto di legno, di solitudine, di immutabile e densa noia. Tornando, prendeva curve e tornanti in maniera impossibile, andando giù per quelle discese facendo urlare le gomme senza avere la benché minima idea del controllo della macchina. “Za-za”, esclamava malmenando lo sterzo con la stessa grazia di una pala meccanica. “Za-za!” e via a far la barba alla montagna con cinquanta metri di strapiombo buio dall’altra parte.

Le sonorità di Dino Campana erano entrate in lui. Scriveva versi, scriveva anche racconti, fra i quali uno che mi colpì in modo particolare: era la storia di una ragazza che si sedeva di fronte al mare e progressivamente finiva per scoprire l’inutilità della vita assimilandone tutto il malessere esistenziale. Magari un po’ ingenuo, ma quella presa di coscienza, descritta in poche righe con un beffardo sfumare di percezione, era un piccolo capolavoro di metamorfosi. Le sue poesie erano naturalmente imbevute del linguaggio visionario di Dino Campana. Una sospensione lirica che non scadeva nell’autocompiacimento.

Quando Bush senior dichiarò guerra a Saddam Hussein, decidemmo di scrivere un piccolo trattato storico alla maniera di Tacito, De bello saddamico. Tra le frasi in latino paludato, volutamente vergate sine ira et studio come avrebbe detto Tacito stesso, infilavamo qualche sentenza moraleggiante come sarebbe piaciuto a uno storico imperiale. Ma l’attenzione di Gabriele diventava sempre più sfuggente. Spariva per mesi, si era innamorato di una che frequentava un circolo ippico e che non ne voleva sapere in alcun modo di lui. I suoi racconti, dopo le lezioni su San Gerolamo del La Penna, parlavano di notti passate all’addiaccio aspettandola, di appostamenti verso Vaglia – lungo la strada che avevamo percorso tante volte per raggiungere Marradi – di telefonate, di liti, di minacce, di un rifiuto di accettare una realtà di solitudine.

Continuava a scrivere. Leggevo le sue poesie e le commentavamo insieme ma la sua testa era agitata da mille inquietudini. I pensieri si facevano meno organizzati, i ragionamenti meno coerenti e le sue sparizioni dalla vita “normale” sempre più lunghe. Perdemmo contatto, tranne qualche telefonata in cui lui mi parlava di cose che lo preoccupavano: nel 1993 mi disse che il La Penna, esimio professore ordinario di Letteratura latina a Firenze, uno dei maggiori studiosi di antichità classiche dal dopoguerra ad oggi, era in contatto con Totò Riina e glielo aveva fatto capire con aperte minacce. Anzi, una volta la sua auto era stata urtata da qualcuno sicuramente inviato da Riina per farlo fuori. La sua voce sapeva di morte. Era la voce della morte. Un caos guasto e maligno in cui si agitavano frammenti di storie. Il sole e la luna atterriti nella Crocifissione robbiana della Verna. Non lo sentii più.

Nel dicembre del 1994 mi chiamò un collega. “David? κακάγγελος (Enrico parlava come Eschilo anche nei peggiori momenti). Gabriele è morto”. “Me l’aspettavo”, fu tutto quello che riuscii a tirar fuori. Si era impiccato nel giardino di casa sua. La famiglia volle far credere che si era trattato di un incidente.

Venne istituito un premio poetico alla sua memoria. La sua figura e la sua opera iniziarono a circolare, spinte dalla disperazione e dal tardo orgoglio dei genitori. Sue raccolte furono pubblicate, sull’originalità di alcune delle quali nutro qualche dubbio ma pace. Ebbi la pessima idea di partecipare a una delle edizioni del concorso, in cui arrivai in finale. I vincitori non sarebbero stati comunicati fino al giorno della premiazione.

Al tavolo nel gran salone con le tende e le poltrone rosse trovarono posto professori e critici che si riempivano la bocca dei nomi più vari e delle citazioni più fantasiose. A un certo punto, esasperato, mi alzai e rinfacciai loro di non aver pronunciato neanche per sbaglio la figura che era alla base di tutta quella sofferente scrittura, Dino Campana. Credevo di essere Nanni Moretti. Presi e me ne andai, felice della mia piazzata. Non seppi mai chi avesse vinto ma molto probabilmente non ero io. Fu l’ultima volta che cedetti alla tentazione vanagloriosa d’imporre miei versi – seri e non giocosi – a chicchessia. Li troveranno quando sarò morto ma a quel punto non sarà più un mio problema.

Modelli del passato: Solido 19 Volkswagen Golf PTT

Per due anni gli appassionati di motorismo sportivo si erano illusi di veder uscire, come promesso dai cataloghi Solido 1973 e 1974, una bella Alfa Romeo 33TT Sport-Prototipo, cui era stata assegnata la referenza 19. Nella primavera del 1975 la Solido numero 19 uscì ma fu una bella Golf stradale! Sorte leggermente migliore toccò alla numero 20, che doveva essere una Ferrari 312 PB in versione successiva alla 194, che riproduceva quella del 1971, e che invece fu una più attuale Alpine-Renault A441. Meglio di nulla.

Torniamo alla Golf. Il modello Solido aveva tutte le caratteristiche di quei primi serie 10 stradali di metà anni ’70: buone linee, parti apribili (le portiere nel caso nella VW), pezzi riportati in plastica cromata, finiture ridotte ma senza scendere nella dozzinalità. Molti di quei modelli ebbero una vita lunghissima, sfruttati al massimo da Solido per decenni e apprezzati da elaboratori e produttori di transkit ma anche dai semplici collezionisti. E’ appena il caso di ricordare, in quel periodo, la Renault R12 Break, la Lancia Beta Coupé 1800, la Peugeot 104, la R5 e la R14, la X1/9, la Simca 1100 riciclata dalla serie 100, la Fiesta o la Escort. Riproduzioni semplici ma belle, oggi diventate dei piccoli classici.

Non è assolutamente facile raccogliere tutte le varianti della Golf di Solido. A sinistra, la PTT nel caratteristico giallo carico. Vediamo qui altri colori tipici: verde oliva, rosso, giallo limone. Le scatole raffigurate sono due varianti della gam1 e due nere con ancora il numero di catalogo a due cifre

La Golf Solido venne commercializzata dapprima con la scatola gialla e blu, poi con quelle blu “gam1”, infine con quelle nere, prima con la referenza 19, poi con la 1019 dall’uscita della nuova serie 1000.

Le varianti della Volkswagen Golf di Solido non si contano, come del resto accade quasi sempre con i modelli di questo marchio. Sembrano temi facili ma ad accumulare trenta o quaranta esemplari diversi per scatola e colori è un attimo. Della Golf esistono colori rari – come il blu metallizzato usato anche per la Peugeot 104 – e altri più comuni, come i vari verdi o il giallo.

Verso il 1976, Solido produsse una versione speciale della Golf per la Svizzera, che rappresentava un mercato tutt’altro che secondario. La Svizzera aveva una forte domanda interna e non erano rare le edizioni di modelli specifici. Mercury, Dinky France, Tekno e altri avevano sfruttato ad esempio il tema delle poste elvetiche (PTT) con edizioni che non lasciavano mai indifferenti i collezionisti.

La Golf PTT era verniciata in giallo carico con una decal ad acqua piazzata al centro delle due portiere. Una conversione minimalista (ovviamente non c’era neanche la targa specifica dei veicoli postali elvetici) ma che, rientrando nella già ampia tematica “PTT”, era ricercata anche fuori dal territorio di riferimento. I collezionisti italiani, ad esempio, andavano direttamente nel Ticino a cercare questi modelli, o anche a qualche borsa a Ginevra o a Lucerna. Io ricordo di averne viste in un piccolo ma fornito negozio a Interlaken, nel cantone di Berna.

Impossibile sapere quanti esemplari della Golf PTT siano stati prodotti. Certo è che il modello è rimasto disponibile praticamente fino all’arrivo della gestione Véron. Oggi questa Golf particolare resta abbastanza comune, segno che la diffusione deve essere stata comunque massiccia: una testimonianza di come la Svizzera sia stata importante (e lo sia ancora) per il mercato delle auto in miniatura.

L’Aston Martin Valkyrie in 1:8

Sono state necessarie circa tremila ore di lavoro per sviluppare il modello in 1:8 dell’Aston Martin Valkyrie di Amalgam, disponibile in questi giorni. L’assemblaggio di ogni esemplare richiede circa 300 ore, e la produzione è limitata a 199 pezzi. Ogni modello può essere richiesto secondo le specifiche dell’auto vera e il prezzo al pubblico parte da circa 18.000 euro per le versioni base non personalizzate (in Podium Green) e oltrepassa i 25.000 per quelle con caratteristiche speciali a richiesta.

Alfa Romeo Giulia GTC: si fa presto a dire “basta tagliare il tetto”

“E che ci vuole. Tagli il tetto e fai la GTC”. Sai quanti ho sentito parlare in questo modo. E non solo a proposito della rara versione cabriolet della Giulia GT ma anche di tante altre auto.

Il modello 1:18 della Giulia GT di Mitica (foto in apertura, un pre-serie fotografato poco prima della produzione, avvenuta ormai molti mesi fa) è stato il primo resincast della serie, di cui non mi ero occupato io. L’idea di ricavarne la GTC fu invece la mia. Apparentemente semplice, certo. Ma vi mostro, occultando però altre cose che non si possono rivelare, come alcuni lavori, per quanto banali sembrino, possono nascondere insidie.

Prima di tutto – cosa non scontata – devi essere al corrente di alcune cose basilari, come il fatto che la GTC differiva dalla GT Coupé in piccoli ma importanti dettagli, soprattutto negli interni. In questo caso è più importante che mai disporre di documentazione originale d’epoca: dépliant, cataloghi, materiale ufficiale ma anche libri affidabili. In materia di Alfa Romeo, sta facendo un’opera meritoria Patrick Dasse con i suoi volumi tematici destinati a restare nel tempo.

Accenno, senza documentare nulla, a un problema di base che si presenta quando ci si mette a “tagliare” un modello che non è stato realizzato scansionando una vettura reale. Il pericolo è quello che non torni più nulla. Visualmente, magari, la versione chiusa sembra a posto, mentre quando vai a sistemare la capote, chiusa o aperta che sia, scopri incoerenze e sproporzioni che vanno ben oltre le semplici e lecite “licenze poetiche”. Quello è già un bel pantano da cui rischi di non uscire più.

Superata bene o male questa colossale grana, tocca osservare bene le differenze di telaio che si notano anche in certi dettagli: ad esempio, la GTC presentava rinforzi nell’abitacolo, che si erano resi necessari per irrigidire l’intero corpo macchina, privo del tetto.

Occhio poi a quei piccoli “scherzi da prete”, come illustrato qui sotto…

Infine, per completare questo breve e incompleto articoletto, qualche aneddoto sulle targhe. In tutti i modelli che ho sviluppato io, mi sono sempre accertato che le tipologie e i numeri fossero coerenti col millesimo della vettura riprodotta. Ma pure questo impegno di coerenza storica consente un po’ di spazio per qualche “firma nascosta”. Sulla GTC, ad esempio, mi sono divertito a inserire come ultime quattro cifre su due targhe la mia data e il mio anno di nascita (su quella di Firenze ci stava particolarmente bene, no?). Un modo per dire “non omnis periar”. A parte gli scherzi, per una delle versioni ho scelto una targa Udine, come tributo all’Autodelta.

Novità in 1:87 di “nonomologati”

Agosto, tempo di calura e di vacanze ma “nonomologati” continua a sfornare eccezionali modelli di mezzi pesanti in 1:87. Tra le recenti realizzazioni, spicca un trattore Fiat 170 compatibile col set Brekina. E storicamente corretto, verrebbe da aggiungere.

Vedete poi in questa pagina un mezzo in una livrea ormai classica per “nonomologati”, ossia un Fiat 682 rimorchio 3+3 Forese (foto sotto).

Presto in arrivo altre novità.