Un’esclusiva Ferrari Daytona SP3 Tailor Made

Ferrari ha annunciato un’esclusiva Ferrari Daytona SP3 Tailor Made (esemplare unico), che sarà messa all’asta da RM Sotheby’s durante la Monterey Car Week in California, ad agosto.

Questa Ferrari Daytona SP3 Tailor Made rappresenta l’apice del programma di personalizzazione su misura della Casa di Maranello. La vettura presenta una finitura in fibra di carbonio bicolore e carrozzeria in Giallo Modena, con splitter anteriore, minigonne e diffusore posteriore in nero lucido. La livrea è impreziosita dal logo Ferrari in Giallo Modena che occupa l’intera parte superiore della vettura, segnando una prima volta assoluta per questo tipo di applicazione.

Gli interni sono realizzati con un innovativo tessuto derivato da pneumatici riciclati, decorato con un esclusivo motivo a tema Cavallino Rampante. Il cruscotto e il piantone dello sterzo sono realizzati in una particolare fibra di carbonio utilizzata in Formula 1.

Questo esemplare sarà numerato 599+1, in quanto rappresenta un’unità aggiunta all’allocazione già completamente venduta di 599 vetture in edizione limitata; sarà dotato di una targa identificativa che ne attesta l’unicità. Tutti i proventi derivanti dall’asta saranno destinati alle iniziative educative promosse da Ferrari, con l’obiettivo di elevare i progetti formativi a standard globali, proseguendo la lunga tradizione della Casa di Maranello di dare un contributo alle comunità in cui opera.

L’intero ricavato dell’asta sarà infatti devoluto alla Ferrari Foundation, un ente benefico pubblico riconosciuto come 501(c) (3) dall’IRS statunitense, a sostegno di diversi progetti educativi futuri. L’iniziativa più recente è una collaborazione con Save the Children, grazie alla quale Ferrari ha contribuito in modo significativo alla ricostruzione della Aveson Charter School di Altadena, in California, il cui campus è stato distrutto da un incendio all’inizio di quest’anno.

Ferrari al GP del Belgio di F.1

Photo gallery copyright Ferrari Media

La 2CV: il ruolo cruciale di Citroën nella mobilità per tutti

Trentacinque anni fa, il 27 luglio 1990, alle ore 16, nello stabilimento di Mangualde, in Portogallo, l’ultima 2CV uscì dalla catena di montaggio. Si trattava di una Charleston bigrigia, che fu salutata da tutti gli operai e da una banda musicale.
Il successo incontrato da AX richiedette infatti che anche Mangualde, insieme ad Aulnay e Rennes, si dedicasse alla produzione di questo modello, a partire dall’autunno successivo.

Rivoluzionare la mobilità e renderla accessibile: un impegno storico di Citroën

Quella della 2CV è un’epopea che iniziò nell’ottobre del 1935, e la cui progettazione fu rallentata dalla Seconda Guerra Mondiale. Padre del progetto TPV (Toute Petite Voiture), Pierre-Jules Boulanger, il successore di André Citroën, che intuì il profilarsi di un mercato di massa per l’automobile. Un bel giorno dell’anno 1936, sulla scrivania che fu del fondatore, fu depositata una corposa cartella indirizzata a Boulanger, che conteneva i risultati di un’indagine di mercato: qual era l’auto che il pubblico desiderava di più? Quanti cilindri? Quante portiere? Quante ruote?
Per soddisfare le richieste nel modo più trasversale possibile, Boulanger impose rigidi requisiti, tra cui la capacità di trasportare due persone con zoccoli e merci a una velocità di 60 km/h, consumando tre litri per cento chilometri. La vettura doveva essere semplice da guidare e manutenere, senza preoccuparsi dell’estetica. Nacque così una vettura senza paragoni, all’epoca, pensata per offrire il massimo di confort e di abitabilità con il minimo di consumi. All’inizio del 1937 il primo prototipo vide la luce, e fu senza dubbio sconcertante, come d’altronde sarà sempre la 2CV, per tutta la sua carriera. Nel 1938 furono approntati venti prototipi, nel 1939, 250. La prima T.P.V. uscì dalla catena a mezzogiorno del 2 settembre 1939. Nel 1948, la 2CV fece il suo debutto al Salone dell’Automobile di Parigi, attirando l’attenzione di molti aspiranti automobilisti nonostante lo scetticismo iniziale. La 2CV divenne subito popolare grazie al suo costo ridotto e alla praticità, e nel 1951 il tempo di consegna lievitò già di un anno e mezzo. Da allora, la 2CV ha attraversato la storia dell’automobile e la storia del costume, subendo ben poche metamorfosi tecniche ma divenendo, di volta in volta, segno dei tempi e delle situazioni. Protagonista di film, di performance sportive e di viaggi, scelta come simbolo di anticonformismo o di snobismo, rimase sino alla fine il prodotto tipico di audacia, comfort, innovazione e vocazione popolare, valori che contraddistinguono ancora oggi Citroën.

Walter Becchia, l’italiano dietro il motore della Citroën 2CV

Dietro la creazione della famosa utilitaria del “Double Chevron”, oltre a Flaminio Bertoni, vi fu anche Walter Becchia, un tecnico alessandrino la cui storia merita di essere raccontata. C’è molta Italia nel cuore storico di Citroën, una casa automobilistica simbolo dell’“Art de Vivre” francese. Non solo il design dei modelli classici, opera del varesino Flaminio Bertoni, ma anche il motore della leggendaria Citroën 2CV fu frutto del lavoro di un italiano: Walter Becchia, nato a Casale Monferrato nel 1896. Becchia emigrò in Francia in giovane età, come molti italiani dell’epoca, a causa della sua opposizione al regime. In Francia trovò impiego presso Talbot-Lago, dove lavorò su motori complessi e prestazionali. Invitato nel 1939 a unirsi a Citroën, iniziò a lavorare presso la storica sede del Quai de Javel solo nel 1941. Becchia fu incaricato di sviluppare il propulsore per la futura “super-utilitaria” TPV (Toute Petite Voiture), che avrebbe dovuto essere un bicilindrico orizzontale, capace di ridurre vibrazioni e garantire un buon bilanciamento. Lavorando in condizioni difficili durante l’occupazione nazista, Becchia si ispirò al motore di una moto danneggiata appartenente a Bertoni per progettare quello della 2CV. Analizzando e modificando il propulsore della moto, ne creò uno nuovo che fosse affidabile, potente ed efficiente. Nonostante le difficoltà della guerra, Becchia e il team Citroën riuscirono a sviluppare un prodotto davvero innovativo che, nel 1948, avrebbe motorizzato la 2CV. Il “Tipo A” di Becchia aveva una cilindrata di 375 cc e una potenza di 9 CV, con una velocità massima di 60 km/h e un consumo di circa tre litri ogni 100 chilometri. Nei decenni successivi, fu continuamente migliorato, aumentando la cilindrata e la potenza, fino a raggiungere 29 CV e una velocità massima di 120 km/h nel 1970. Questo motore alimentò non solo la 2CV, ma anche modelli come la Ami, la Dyane, la Méhari e altre derivate, oltre a veicoli come deltaplani e mezzi militari Poncin a sei ruote. Walter Becchia, con la sua straordinaria inventiva e determinazione, contribuì in modo significativo al successo della Citroën 2CV, lasciando un’impronta duratura nella storia dell’automobile. Con il passare degli anni, la 2CV evolse con motori più potenti e divenne la base per altri modelli Citroën come l’AMI6, la Dyane e la Méhari. La crisi petrolifera degli anni 70 e le serie speciali, come la Charleston, contribuirono a mantenere viva la popolarità della 2CV fino al 1990.
L’ultima 2CV uscì dalla fabbrica nel 1990, con una produzione totale di oltre 3,8 milioni di unità. La 2CV è entrata nella leggenda, amata e collezionata da appassionati in tutto il mondo. La sua eredità continua a vivere, simbolo di semplicità, praticità e spirito pionieristico, con modelli elettrici e raduni internazionali che celebrano questa iconica vettura. Citroën continua a incarnare i valori di innovazione e attenzione alle persone che hanno reso la 2CV un simbolo senza tempo.
Alle 3.868.680 unità di 2CV si possono sommare le 1.246.335 2CV Furgonetta; le 1.443.583 Dyane; le 253.393 Acadiane; le 144.953 Méhari, per un totale di 6.905.150 di 2CV e derivati.

In margine all’Alfa Romeo 155 GTA Superturismo di Mitica (1:18)

Non scrivo quasi mai della mia attività di capo-progetto ma stavolta farò un’eccezione perché uno dei modelli più recenti mi ha dato parecchia soddisfazione in termini assoluti e di reazione del pubblico. Sarà quindi l’ora di prendersi qualche merito, ecco tutto.

L’idea di fare l’Alfa Romeo 155 GTA Stradale in resina per Mitica fu mia. Il modello li sviluppai in non molto tempo, purtroppo senza che una sagoma di una vettura vera potesse essere scansionata (anche una 155 normale sarebbe stata utile) e il risultato fu tutto sommato buono. Puntualmente, cinque minuti dopo il lancio del pre-serie, Laudoracing annunciò la propria, come come sempre “è cento volte meglio e costa la metà”. Lasciando queste polemiche di bassa lega a una guerra che finirà per neutralizzare i meno forti economicamente, mi venne un’idea complementare, quella di fare la 155 GTA Superturismo del 1992, anch’essa un inedito assoluto in 1:18.

Il service cinese partì quindi modificando la 155 GTA stradale e non fu una passeggiata. C’erano da cambiare paraurti e passaruota, oltre che da rifare completamente gli interni e da programmare in modo chiaro ed esaustivo il disegno della livrea.

Si fa presto a dire 155 GTA Superturismo: si scelse solo la versione Martini, lasciando da parte (per il momento?) la Totip e altre meno note. Tra l’altro, a parte Nicola Larini e Alessandro Nannini, con la Martini corsero occasionalmente altri piloti, come il motociclista Luca Cadalora, presente in una delle due tappe a Monza nel 1992. La documentazione non mancava, grazie al mio archivio e all’aiuto del collega Massimo Campi, che fornì una bella serie d’immagini relativa proprio a Monza.

Come spesso capita, i primi rendering non furono esattamente l’ideale. E in effetti passare dalla 155 GTA stradale alla Superturismo non fu un gioco da ragazzi. Ad esempio, ai cinesi era sfuggito che la 155 competizione aveva un solo tergicristallo, che i retrovisori esterni erano del tutto differenti dalla versione stradale, per non parlare della difficoltà a far loro capire lo sviluppo e gli attacchi delle cinture di sicurezza. In questa fase di lavoro bisogna fare la massima attenzione per non trascinarsi fino alla fine errori che sarà poi quasi impossibile eliminare.

Anche sull’assetto ci furono diversi “step”. Come al solito, fu una questione d’equilibrio fra esigenze di realismo e necessità da parte loro di semplificare il semplificabile. Tu parti ad esempio con l’intenzione di realizzare la fanaleria posteriore in diverse tonalità di rosso e finisci per doverti accontentare di qualcosa di molto meno speciale di ciò che avevi in mente. Resta l’orgoglio di certe caratteristiche veramente valide, come la colorazione delle strisce, ottenuta utilizzando i giusti codici Pantone, o quella dei cerchi, arrivando allo sviluppo di un rollbar che più complesso non si può.

I pre-serie furono esposti da Model Marris di Montale in occasione di Auto e Moto d’Epoca a Bologna, nell’autunno del 2024 e riscossero ottime critiche. Ora che il modello è in commercio, ed è stato anche recensito da Quattroruote, è tempo di lasciarlo “correre” indipendente, alla conquista di un mercato che si fa sempre più difficile e competitivo. E Laudoracing stavolta non ci ha neanche bacchettato! Meno male, vai…

Tra Jaguar e Daimler

André-Marie Ruf aveva un debole per le Jaguar. Lo diceva spesso e del resto la sua produzione è ricca di modelli del marchio britannico, da quelle più lussuose alle sportive, fino ai prototipi da corsa.

Ed è proprio con una Jaguar che il cerchio si è chiuso, se è vero che un master non finito – cui Ruf aveva lavorato intorno al 2003 – è stato terminato da Mike Craig e fatto uscire con il marchio Piranha dopo la scomparsa di André-Marie. Parliamo della XJ12C Broadspeed Gruppo 2 dell’Europeo Turismo 1977, che sotto questo aspetto può essere considerata davvero come l’ultimo AMR della storia, un po’ come quando qualcuno trova nel cassetto il romanzo incompiuto dello scrittore morto o nello studio di registrazione il pezzo inedito della grande rockstar.

Dopo la Porsche 911 Carrera RSR Turbo di Le Mans 1974, Ruf mise mano ad un soggetto del tutto diverso, per l’appunto una Jaguar. Ne parlò in qualche intervista1 e nelle prime settimane del 1976 apparve il modello, destinato – proprio come la Carrera RSR Turbo – a suscitare meraviglia e ammirazione.

Ancora una volta, Ruf aveva creato qualcosa che aveva ben poco a che spartire col resto del mondo degli speciali. Il modello numero 2 riproduceva la versione lunga della Jaguar XJ12 seconda serie, uscita nel 1973, una vettura imponente, dotata del già famoso V12 da 5343cc che si era visto sulla prima serie, in grado di erogare 265cv a 6000 giri.

La concezione e la fattura della XJ12L di AMR seguivano uno schema destinati a diventare abituali: tutto metallo bianco, pochi pezzi ma montati bene, particolari nichelati e tocchi realistici, quali parabole dei fari riempite di resina trasparente, interni con volante e leva del cambio riportati, sedili accuratamente riprodotti e così via.

Ancora oggi sento dire che “i Ruf” (come li chiamano gli ignoranti, perché i Ruf non esistono) sono grossi e sovradimensionati. Falso. I modelli che fanno capo a Ruf si contraddistinguono per l’esattezza di quelle misure fondamentali, come altezza, passo e carreggiate. Solo la larghezza è leggermente aumentata, un “trucco” adottato da praticamente tutti i produttori di modelli 1:43. Ciò che è volutamente personale è l’interpretazione delle forme a volte accentuate in quegli stilemi che permettono di riconoscere ogni singola vettura. Ciò che ne risulta, è un effetto incredibilmente realistico, lontano mille miglia da certe realizzazioni cinesi fatte al 3D da gente senza alcuna cultura storica e soprattutto senza quella capacità di decodificare – direi quasi di decrittare – un oggetto, requisito che resta imprescindibile nell’elaborazione di un modello in scala.

La produzione della Jaguar XJ12L, secondo le cifre ufficiali, raggiunse i 1200 esemplari. Non si conosce esattamente l’anno di fine serie, ma esemplari nuovi continuarono a raggiungere i rivenditori specializzati almeno fino al 1978-79.

La bellezza del modello – offerto in blu, argento, bianco e nero – colpì la redazione del periodico Minis, che gli accordò uno degli “oscar” per l’anno 1976. Il riconoscimento contribuì senza dubbio a mantenere buoni rapporti con la testata specializzata in automodellismo, fino a pianificare una serie particolare di XJ12, che la rivista stessa avrebbe commercializzato.

All’inizio si pensò ad un colore non utilizzato nella versione standard ma si volle fare ancora di più. Si decise che la Jaguar di Minis sarebbe stata una… Daimler.

Nel giugno del 1960 il marchio era stato acquisito dalla Jaguar, che ne aveva fatto un brand parallelo, con le stesse piattaforme e motorizzazioni. All’uscita della Jaguar XJ II-serie, le corrispondenti Daimler col V12 vennero chiamate Sovereign Double Six, un nome ormai storico, il cui primo impiego risaliva agli anni ’30.

Il modello AMR-Minis fu dunque la Daimler Soverign Double Six col passo allungato. Rispetto alla Jaguar XJ12L, esteticamente non cambiava molto: la calandra era di disegno diverso e anche gli interni presentavano alcune caratteristiche specifiche. Della Double Six AMR vennero prodotti solo 300 esemplari, 150 in argento e 150 in bianco.

Questa edizione limitata e numerata andò presto esaurita. La maggior parte degli esemplari non ha mai rifatto capolino. Si tratta quindi di uno degli AMR meno noti e meno comuni, anche se oggi come oggi non sono tanti i collezionisti a voler pagare una cifra di un certo livello per un modello speciale di cinquant’anni fa. Poca offerta, poca domanda, e pezzi di questo tipo continuano a viaggiare sotto traccia magari per decenni.

Nelle didascalie di questo articolo trovate alcune informazioni supplementari che vi aiuteranno a identificare gli esemplari di XJ12L e di Double Six AMR.

Tre anni dopo Ruf ci pensò Solido a produrre un piccolo capolavoro in diecast, commercializzando nella serie 1000 una XJ II-serie meno scenografica degli AMR ma ugualmente ben riuscita, di cui forse un giorno parleremo.

Immagine di apertura: una delle due Daimler Double Six di Minis fotografata in un ambiente a lei parecchio consono!

  1. https://pitlaneitalia.com/2024/11/01/cosi-parlo-andre-marie-ruf/ ↩︎

Il percorso e il manifesto ufficiale del Rally Monte Carlo 2026

Tra vincoli amministrativi e regolamentari, definire il percorso del Rally Monte Carlo 2026 non è stato affatto semplice per i membri del Comitato Organizzatore dell’Automobile Club di Monaco. Dopo settimane di lavoro intenso, durante le quali sono stati superati numerosi ostacoli legati al territorio, finalmente tutto è pronto per l’organizzazione della 94a edizione. Ecco i dettagli dell’evento automobilistico più antico, prova inaugurale del Campionato Mondiale Rally FIA 2026.

Dopo le ricognizioni, previste da domenica 18 gennaio a martedì 20 gennaio, gli equipaggi si ritroveranno, da mercoledì 21 gennaio alle 14:01, per una sessione di shakedown modificata per provare le vetture in condizioni di gara reali. Il percorso, introdotto nel 2017 e allungato quest’anno, si snoda ora sulle strade di La Garde e Rabou, a Gap, città ospitante dal 2014 al 2021 e nuovamente dal 2024.

La partenza ufficiale della 94a edizione del Rallye Automobile Monte-Carlo è prevista per il giorno seguente, giovedì 22 gennaio alle 14:00, dalla rampa situata sul Quai Albert 1er a Monaco. In programma, nella prima tappa, tre prove speciali cronometrate per un totale di 61,58 chilometri. Organizzate nei dipartimenti delle Alpi Marittime e delle Alpi dell’Alta Provenza, le prove “Toudon / Saint-Antonin” (PS 1 – 22,90 km – 15:35), “Esclangon / Seyne-les-Alpes” (PS 2 – 23,48 km – 18:03) e “Vaumeilh / Claret” (PS 3 – 15,20 km – 19:51) potrebbero da subito riservare grandi sorprese.

Due dipartimenti (Drôme e Hautes Alpes) ospitano il secondo giorno di gara, venerdì 23 gennaio, per un totale di 129,38 chilometri contro il cronometro. Con un giro di tre prove speciali da ripetere due volte, composto da “Laborel / Chauvac-Laux-Montaux” (PS 4/7 – 17,84 km – 08:36/14:58), “Saint-Nazaire-le-Désert / La Motte-Chalancon” (PS 5/8 – 29,00 km – 10:04/16:26) e “La Bâtie-des-Fonts / Aspremont” (PS 6/9 – 17,85 km – 11:22/17:44), questa seconda tappa, ricca di difficoltà, è semplicemente la più lunga.

Diversamente dal terzo giorno, sabato 24 gennaio, prevalentemente nelle Hautes Alpes, si prevede un totale di 78,22 chilometri cronometrati. Nonostante sia più breve, questa giornata rimane comunque impegnativa. Sono in programma la nuova prova “La Bréole / Bellaffaire” passando per il Col des Garcinets (PS 10/12 – 30,10 km – 08:05/12:05), da percorrere due volte, e la ripetizione della “Vaumeilh / Claret” del giovedì sera in versione diurna (PS 11 – 15,20 km – 09:18). A differenza dell’edizione 2025, il ritorno nel Principato di Monaco avverrà sabato nel tardo pomeriggio; a chiudere la terza tappa, una super speciale – progetto ancora in fase di studio – una novità dal 2008 (PS 13 – 2,82 km – 17:45), tracciata sulla parte bassa del Circuito di Monaco.

Infine, domenica 25 gennaio, due settori cronometrati da percorrere due volte nell’entroterra, per un totale di 71,62 chilometri. L’ultima sfida sarà tra i settori di “Col de Braus / La Cabanette” (PS 14/16 – 12,48 km – 08:00/11:10) e “La Bollène-Vésubie / Moulinet” (PS 15/17 – 23,33 km – 09:05/13:15), che fungerà da Wolf Power Stage nel secondo passaggio. La cerimonia del podio e la premiazione, sul Port Hercule, sono in programma dalle 17:00.

Modelli del passato: Fiat X1/9 Dallara di Tomica

Nella sconfinata produzione dello storico marchio giapponese Tomica, c’è una bella serie di 1:43 (denominata Dandy), uscita tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80. Si trattava di diecast piuttosto massicci – anche il pianale era in zamac – con parti apribili e diversi dettagli. La scelta dei soggetti era di chiara ispirazione europea, con veicoli spesso inediti o quantomeno originali. Del resto, i produttori nipponici avevano capito che bisognava puntare su temi in grado di attecchire al mercato locale ma anche a quello esterno, dove peraltro le merci arrivavano contingentate, tranne in paesi che non avevano posto limiti alle importazioni, come la Svizzera, il Lussemburgo o il Liechtenstein.

Le Formula 1 della Eidai, ad esempio, erano state un tipico caso di idea fresca e abbastanza innovativa. Tomica, invece, nella serie 1:43 aveva puntato su vetture stradali (soprattutto turismo), furgoni e van. Anche all’epoca, il marchio Abarth aveva una certa presa sugli appassionati giapponesi e saranno in molti a ricordare la 131 Abarth di Tomica (art. F-20), uscita sia in versione stradale – rossa o blu metallizzata – sia in livrea Alitalia. La 131, peraltro non era certo un modello inedito, neppure in diecast: è appena il caso di ricordare il Solido ma anche il Luso Toys, due ottimi modelli ampiamente utilizzati per trasformazioni ed elaborazioni. Molto più particolare fu invece un altro modello italiano, la Fiat X1/9 Dallara (art. F-18) che riproduceva la vettura elaborata dallo specialista emiliano, vettura che ebbe anche una buona carriera nelle gare di durata e nelle cronoscalate, in configurazione Silhouette Gruppo 5.

La riproduzione era abbastanza fedele e diciamo pure accattivante. Forse la parte meno riuscita era la sezione del muso, che aveva un aspetto troppo robusto e allungato. Quattro le aperture, precise e ben progettate: porte, cofano anteriore e griglia centrale.

Se la 131 Abarth ha raggiunto anni fa quotazioni abbastanza alte per poi ripiegare su prezzi più ragionevoli, la X1/9 Dallara ha sempre viaggiato su livelli superiori. Probabilmente il modello venne prodotto in un numero di esemplari inferiore rispetto alla 131. Si conoscono due versioni: quella gialla “stradale”, che è la più comune, e quella nera con strisce oro e numeri di gara, con tanto di pilotino, più rara e quotata (il pilotino, incastrato al sedile tramite un alloggiamento cubico, tende con molta facilità a sparire…).

Oggi per un esemplare perfetto con scatola della gialla si può spendere un centinaio di euro, cifra che può anche raddoppiare per la nera e oro. Un consiglio: cercate solo esemplari assolutamente perfetti, con scatola e accessori integri. E’ e sarà sempre inutile affastellare roba mediocre o difettosa.

In definitiva un bel modello. Permettetemi di chiudere questo breve articolo con una nota personale. Ho citato all’inizio la Svizzera. Nel 1983 ho il ricordo di un meraviglioso negozio a Sankt Gallen, in cui presi la X1/9 gialla, la 131 Abarth blu, oltre alla R5 Turbo di Saby di Solido Top43, modelli che in Italia si trovavano con parecchia difficoltà. Tanto per fare un esempio, il negozietto in Via Martelli a Firenze – quello che sarebbe diventato “Teorema” – aveva nel giugno 1982 alcuni Citroën Type H, Candy e Michelin, che costavano quasi quanto un kit AMR!

Mi piacerebbe sapere cosa fosse quel grande magazzino a più piani di San Gallo, di cui ricordo in maniera nitida la sparata di scatole Tomica dietro a un bancone. “Facciamo una cosa di giorno, eh”, disse mio padre. Conosceva i suoi polli.

Disponibile il kit Tameo della Ferrari 412 T2 F.1 GP del Canada 1995

E’ disponibile il kit Tameo (TMK450) della Ferrari 412 T2 Gran Premio del Canada nel 1995, con la quale Jean Alesi ha conquistò la sua prima ed unica vittoria in Formula 1. Si tratta di un kit che non ha nessun collegamento con quello prodotto da Tameo trent’anni. Tutte le parti sono state ridisegnate per adeguarsi agli standard qualitativi di oggi. Il kit è senza parti apribili ma comunque molto dettagliato. E’ un design ambizioso realizzato con l’obiettivo del raggiungimento della massima fedeltà al vero ma pensato anche per la facilità di montaggio. Il modello è composto da un mix di parti in metallo bianco fuso e di fotoincisioni per le componenti più piccole. Come sempre per i kit della serie “TMK”, vengono forniti due foglietti di decals. Da notare la presenza dei deviatori di flusso laterali, realizzati in fotoincisione, già preformati per ottenere la giusta piega e l’andamento curvilineo.

Hobby Model Expo a Novegro, 26-27-28 settembre

E’ aperta la prevendita online dei biglietti per la prossima edizione dell’Hobby Model Expo a Novegro, in programma dal 26 al 28 settembre

Dettagli, prezzi e informazioni disponibili a questo link: https://www.parcoesposizioninovegro.it/ticket/?mc_cid=6950228738&mc_eid=7ad3f070c6

Fa il suo ritorno il primo Pirelli P Zero, sviluppato per la Delta S4 stradale

Quarant’anni dopo la nascita della gamma P Zero, Pirelli ricrea il primissimo pneumatico che portò questo nome, il capostipite di una famiglia di prodotti che sono sempre stati sinonimo di prestazioni e di sicurezza, giunti ora alla quinta generazione.

Per ricordare il quarantennale della linea P Zero, Pirelli ha realizzato in serie limitata di quaranta esemplari gli pneumatici che vennero montati sulla Lancia Delta S4 in configurazione stradale. Inseriti nella linea “Collezione”, consacrata ai veicoli prodotti dal 1930 al 2000, gli pneumatici per la S4 sono disponibili nella sola misura 205/55 R16, che è quella originale. Ovviamente per questa riedizione sono stati utilizzati i materiali d’avanguardia di oggi, pur rispettando forme e dimensioni dell’epoca.

Oggi la quinta generazione dei P Zero propone una gamma completa tra i 18 e i 23 pollici, con oltre cinquanta tipologie disponibili che si aggiungono alle altre della famiglia P Zero, per una copertura completa di tutte le vetture di prestigio e di alte prestazioni.