Photo copyright Media Ferrari































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La Borsa di Scambio di Novegro, la cui prossima edizione si svolgerà domenica 7 settembre, ha inaugurato un account Instagram ufficiale, @novegro.borsa.scambio .

Il marchio 12-Art ha annunciato come prossima novità (terzo quadrimestre 2025) una Jaguar MkII in BRG (catalogo numero 1001052), resincast in 1:12. Edizione limitata a 60 esemplari.

E’ disponibile un nuovo kit 1:24 di Italeri. Si tratta dell’Iveco S-Way, proposto al pubblico a € 69,00 (numero di catalogo 3963).
Il kit permette di ottenere due diverse combinazioni di colore. Il dettaglio è molto elevato, con decals fedeli, fotoincisioni e riproduzione delle parti meccaniche.





















Come originalità di soggetti e qualità di realizzazione, le trasformazioni di Massimo Martini di Firenze non finiscono mai di sorprendere.
Presentiamo stavolta due vetture davvero poco conosciute. La prima è una 928 che detiene il record Porsche da competizione più veloce di tutti i tempi. La storia potete leggerla a questo link: https://www.mavment.com/blog/porsche-piu-veloce/#:~:text=La%20Porsche%20928%20The%20Meg,928%20pi%C3%B9%20veloce%20di%20sempre




Base di partenza, un classico Solido, che è stato profondamente modificato.
Seconda elaborazione, una Porsche più lontana nel tempo. Si tratta di una delle primissime “special” dei fratelli Almeras, realizzata su base 906 Carrera 6 per le gare in salita. Come molte 906, la vettura trasformata dagli Almeras ha una storia complessa. Telaio 118, sembra stata acquistata una prima volta da Sonauto, l’importatore francese Porsche, poi venduta nel 1968 a Franco Pilone e successivamente reintrodotta in Francia, dove, dopo un incidente nel 1969 con Freddy Canin a Ceyreste, venne convertita in spider da Jean-Marie e Jacques Almeras, che l’utilizzarono fino al 1972. La gara di esordio della 906 Spyder fu la Ronde Cévenole nel giugno del 1970.
Il modello di partenza è la Porsche 909 uscita alla fine degli anni ’80 col marchio F&M (Massimo Martini e Fabrizio De Gennaro).



Nuova sezione su geminimodelcars.com , dedicata ai modelli obsoleti. Era già molto che il progetto di aprire alla produzione d’epoca era in ponte.
Per il momento non troverete modelli da concorso ma solo pezzi di discreto o anche buon livello, e sempre a prezzi molto competitivi: l’obiettivo primario è un buon rapporto qualità/prezzo, a beneficio magari di chi voglia iniziare una collezione di questo tipo senza rovinarsi. Modelli con o senza scatola, di provenienza e autenticità certificata.
Sono arrivati ad esempio un lotto di Solido serie 10 e serie 100 e uno di Dinky francesi e inglesi di un certo interesse. In un prossimo futuro dovrebbero aggiungersi dei Norev in plastica (alcuni sono già presenti) e altri marchi classici del passato.
I modelli possono essere acquistati al seguente link: https://www.geminimodelcars.com/shop/55006243/vintage-scale-models









Ormai ci si deve rassegnare che la proprietà belga di AutoModélisme si ostini a pubblicare lo speciale su Le Mans mischiato ad un normale numero dell’anno. Il fascicolo 309 (luglio-agosto 2025) di AM si presenta così come un’uscita qualsiasi, a parte la mezza copertina che richiama la pubblicazione delle 62 schede fotografiche delle vetture che hanno partecipato all’ultima 24 Ore di Le Mans lo scorso giugno.
Sfruttiamo quindi l’occasione per commentare brevemente ciò che troviamo in questo numero, tutto incentrato su Le Mans. Bella la retrospettiva sulle DB alla 24 Ore, un articolo piuttosto lungo e ricchissimo d’immagini di modelli difficili da reperire, tra l’altro descritti bene e con dovizia di particolari. Nel testo si ripercorre invece storicamente la vicenda della DB, una delle protagoniste delle “piccole cilindrate” dal 1949 al 1961. Troviamo poi un’altra retrospettiva, in occasione dei quarant’anni di Toyota alla 24 Ore di Le Mans: qui è un pullulare di Spark, ma il livello dell’articolo è comunque più che buono. Carino il pezzo che spiega come montare e rifinire la Ferrari 499P proposta da Burago in kit scala 1:24.



Veniamo alle schede fotografiche. In quest’ultimo decennio o forse più, la documentazione di questo tipo si è fatta meno importante, per la larghissima disponibilità d’immagini su Internet. Resta comunque la rilevanza di fermare certi eventi sulla carta, per impedire che se ne perda a lungo termine la memoria. In secondo luogo, se fino agli anni 90-primi duemila avere a disposizione una buona documentazione era un elemento necessario per montare correttamente i kit, oggi – a parte qualche sparuto marchio coraggioso – chi produce scatole di montaggio delle vetture endurance contemporanee? Le foto restano comunque utili per giudicare l’operato delle varie Spark, TSM o Looksmart quando immetteranno sul mercato le vetture della 24 Ore del 2025. Una gran quantità di immagini proviene dai siti media del FIA-WEC e delle case ufficiali: semplice ed economico ma non certo entusiasmante.
Infine, è bello – questo sì – ritrovare nella prefazione la firma di Jean-Marc Teissedre che, pure ormai estraneo alla rivista, ha voluto presentare questo numero ricordando il lungo percorso degli speciali di Le Mans editi da AutoModélisme a partire dal 1998.
Prezzo in Francia dello speciale Le Mans 2025: € 9,90. Non è prevista la distribuzione in Italia. Del resto, la rivista, pur essendo composta prevalentemente da figure, verrebbe acquistata da un numero inferiore di lettori rispetto a quelli evocati a suo tempo da don Lisander.
PS aggiornamento del 2 agosto 2025: pare che la distribuzione in Italia sia attiva.





Nel dopoguerra l’offerta Peugeot è comprensibilmente ridotta all’osso: l’unico modello in produzione è l’intramontabile 203, ma il mercato sta guardando a concetti nuovi, su tutti quello delle nuove berline a tre volumi tipo “ponton”. Per progettare un nuovo modello da collocare al di sopra della 203, Peugeot decide di affidarsi ad uno dei carrozzieri più noti a livello internazionale, Pininfarina, avviando così una fortunata collaborazione che durerà decenni.
Il risultato arriva nel 1955 e si chiama Peugeot 403: una berlina elegante che condivide parte della meccanica con la Peugeot 203 ma rispetto alla quale è più moderna, elegante e spaziosa. La carrozzeria, tondeggiante e pulita, viene realizzata su una scocca portante in acciaio; caratteristici sono la calandra ovale, le fiancate lisce, la coda spiovente con i piccoli fanalini, uno dei quali nasconde il bocchettone carburante, le porte apribili a 90° e il parabrezza bombato, primo ad essere montato in serie su una Peugeot. Ulteriore chicca è il tetto apribile montato di serie sull’unico allestimento disponibile, il “Luxe”.


All’interno si fanno notare invece le vetrature ampie, la grande abitabilità per 5 persone data dall’avanzamento del motore e la plancia rivestita interamente di materiale morbido, una primizia pensata per contenere le conseguenze di eventuali impatti frontali in tempi in cui la sicurezza passiva è ancora un concetto sconosciuto. Nel bagagliaio, pure molto ampio, è possibile alloggiare a richiesta un set di valigie dedicato, realizzato su misura.
Classica invece l’impostazione meccanica, col motore TN3 da 1468 cm³ derivato dalla Peugeot 203 in posizione anteriore longitudinale, cambio a 4 marce e trazione posteriore. I 58 CV di potenza erogati sono sufficienti a garantire una velocità massima di 135 km/h.


Alla presentazione il successo della Peugeot 403 è dirompente: gli ordini fioccano e la lista d’attesa raggiunge rapidamente i 12 mesi, costringendo la casa francese a rimandare il lancio di nuovi modelli per non impegnare le linee di montaggio di Sochaux, già ampliate per l’occasione.
Alla fine del 1955 l’allestimento Luxe viene affiancato da una versione semplificata, priva di tetto apribile e bracciolo posteriore, mentre ci vuole la fine del 1956 per vedere la Peugeot 403 Familiale da 8 posti con passo allungato di ben 23 cm e la lussuosa Peugeot 403 cabriolet firmata Pininfarina, rifinita con sedili in cuoio e rivestimenti in moquette. Seguono le versioni commerciali dalle finiture semplificate e con una sola o due file di sedili, abbattibili per aumentare la capacità di carico. Le carrozzerie a passo lungo vengono offerte sia in versione vetrata (Commerciale) che cieca (Fourgonnette Tôlée), poi ci sono la versione pianalata per gli allestitori (Plateau-Cabine), la pick-up telonata con sponde abbattibili (Camionette Bâchée) e la Ambulance.

Tornando alla berlina, a novembre 1958 viene introdotta la Peugeot 403 Diesel, prima Peugeot di serie a montare un motore a gasolio. Il suo propulsore TMD4 da 1816 cm³ eroga 48 CV e permette di abbattere sensibilmente i consumi rispetto alla versione a benzina. Nel 1960 la versione a benzina depotenziata 403/7 sostituisce la 203, che esce di produzione, mentre sulla Peugeot 403 Cabriolet viene offerto il tetto rigido.
La 403, prima Peugeot dell’era moderna, riveste un ruolo cruciale per il futuro del marchio. Prima Peugeot disegnata da Pininfarina, è la prima vettura del Leone destinata anche all’esportazione su vasta scala, dall’Africa agli Stati Uniti. Il suo successo superiore alle attese, quasi 1,2 milioni di esemplari totali, la rende la prima vettura della casa francese a superare il milione di esemplari venduti, nonché la prima vettura francese a montare ufficialmente un motore diesel prodotto in grande serie.



A dispetto della vocazione familiare, la Peugeot 403 conquista anche risultati sportivi di rilievo, in Europa, Sud America e Africa: è prima di classe alla Mille Miglia del 1959 e vince diversi rally internazionali, totalizzando 88 vittorie tra il 1955 e il 1965, spesso con più di una vettura ai primi posti. Una nuova era vedeva l’alba per il marchio Peugeot.
Esistono modelli che restano mitici nei tuoi ricordi. Quando cresci, la loro presenza si ridimensiona, ma permane un fondo fatto di sogno e di suggestione che credo sia proprio la base primordiale del collezionismo.
Molti di noi hanno passato ore a leggere e letteralmente consumare i fascicoli di Automodelli, fondata nel 1982 da Mario Barteletti. Su PLIT ho parlato spesso di quella testata, che ha segnato un breve ma significativo periodo dell’editoria specializzata, non solo italiana. Una rivista sobria e seria, con tanti articoli interessanti e capace di dire pane al pane e vino al vino.




Sono rimasti dei piccoli classici gli speciali che Automodelli dedicava ai temi più svariati: i Dinky commerciali, i Mercury in 1:48 e – nel 1984 – due retrospettive che coprivano la totalità dei modelli Alfa Romeo in 1:43. La materia sembrava già abbastanza imponente, ma non era nulla rispetto all’impresa titanica che dovrebbe oggi affrontare un povero compilatore se volesse riprendere il discorso. Ne venne fuori un bel catalogo ragionato, con tanto di stelline (da una a cinque) che indicavano la qualità di ogni singolo modello. Ricordo che l’Alfasud della Heller prese – a ragione – una valutazione massima. All’epoca, tredicenne, mi ero avvicinato alla storia dell’Alfa, da tifoso di Patrese che a fine ’83 aveva lasciato la Brabham per passare appunto alla squadra italiana. Mi affascinavano già le Giulia GTA, che nessuno si azzardava a fare. Se ne volevi una, dovevi andare a cercare roba tipo il Progetto K (quello in resina, eh) e cose simili. Ci sarebbe voluto il Barnini, nel 1985, a rinfrescare un po’ un contesto che tendeva fin troppo a battere sempre – già allora era così – sulle solite Ferrari, Porsche e Formula 1. Anche i prototipi Alfa Romeo, protagonisti tutto sommato di una lunga storia piuttosto gloriosa, erano abbastanza snobbati. In diecast, poi, la situazione si era cristallizzata con la 33TT12 di Solido, uscita dopo il primo dei due titoli nel Mondiale Marche.



A metà anni ’80 erano in pochi quelli che collezionavano per il gusto della storia di un produttore di modelli. Sì, forse in giro trovavi qualche appassionato di Solido o di Dinky, ma c’era ancora l’eco degli anni ’60 e ’70 in cui un modello te lo compravi perché ti mancava in collezione quella determinata macchina. Se poi l’aveva fatto Solido, Dinky, Mercury, Corgi o Politoys te ne importava il giusto. E fu proprio con questo spirito che mi innamorai dell’Alfa Romeo 33/2 Coupé tipo Daytona della Politoys, uscito intorno al 1969 nella serie Export, ma ancora con caratteristiche ampiamente assimilabili alla più prestigiosa serie precedente. La 33/2 avrebbe poi ricevuto le solite orrende ruotacce veloci, che ne avrebbero definitivamente deturpato l’aspetto.
Nell’articolo di Automodelli, la 33/2 di Politoys mi pareva bellissima, eccezionale. E rara. Questa faceva il paio con la Ferrari 250 LM della Mercury cui, guarda caso, Automodelli aveva dedicato un bell’articolo in cui si davano indicazioni su come dettagliare la base industriale, ottenendo la versione presentazione.
All’epoca la cercai, la 33/2, senza trovarla: non l’avevano Angelo e Paolo Tron a Loano, non ce l’avevano i fratelli Petrucci di Roma. Non è che i miei contatti andassero troppo oltre i soliti due o tre posti. Qualche marchio come Leader (BBR) aveva iniziato a capire l’importanza dei prototipi Alfa Romeo. Come speciali, qualcosa era uscito: potrei citare le 33TT12 di Manou e di ABC, a loro modo dei pezzi importanti nella storia del modellismo speciale, poi FDS e pochi altri.
Alla 33/2 Politoys non pensai più, attirato da altre cose, non necessariamente più facili da reperire.
E’ stato solo decenni dopo che il modello è entrato in collezione, a ricordare un’epoca in cui si poteva leggere e rileggere per tante volte lo stesso articolo fin quasi a memorizzarne intere frasi – che sono peraltro rimaste scolpite esattamente come quelle poesie imparate alle medie. Paragone un po’ blasfemo ma penso renda l’idea.
Dovrò ripescare il faldone con i numeri di Automodelli ma rischio di passarci delle giornate a sfogliare numero dopo numero precipitando in una spirale di ozio senza limiti, esattamente come mi accadeva da ragazzino.
E anche se davanti sembra una Lola T70, come mi è stato recentemente detto (ed è vero), se la decorazione è di fantasia e se come fedeltà Solido avrebbe fatto sicuramente meglio (ma si limitò, dopo la 33/3 ad annunciare altre versioni che non uscirono mai), per me la 33/2 Daytona è la Politoys Export, che mi riporta a quell’estate di metà anni ’80.
Foto copyright Guido Danieli























































