Les rallyes Rhone-Alpes 1965-1976, les albums-photos d\'Adolphe Conrath, Vol.10

Raggiunge il decimo volume la serie di quaderni hors-série editi da Echappement, stavolta con una pubblicazione dedicata a tre rally della regione Rhone-Alpes: Neige et Glace, Lyon-Charbonnières e Mont Blanc. I quaderni di Echappement, fin dalla loro apparizione, si sono contraddistinti per la ricchezza dei materiali, in primis le straordinarie foto di Adolphe Conrath, che dal 1955 al 1966 ha realizzato circa 1800 reportage delle gare più disparate, dai rally alla pista, fino alle salite. Quando nel 1968 Michel Hommell fondò la rivista Echappement, a Nancy, Conrath abitava a pochi metri dalla redazione. Naturale quindi che i destini dell\’editore francese e del fotografo si incrociassero. Dopo la morte di Conrath, avvenuta nel marzo del 1996, Michel Hommell acquisì tutto il materiale a disposizione, composto da circa due milioni di scatti in bianco e nero e un certo numero di foto a colori (nettamente in minoranza). Oggi i \”dossier Conrath\” sono conservati al Manoir de l\’Automobile a Lohéac, nel dipartimento Ille-et-Vilaine.

Da più di dieci anni, l\’uscita dei quaderni Hors-Série di Echappement mettono a disposizione degli storici, dei modellisti e degli appassionati in genere una quantità di documentazione a un prezzo nettamente competitivo: € 25,00 per 244 pagine. In questo volume più recente, uscito da poche settimane, sono pubblicate, a cura di Jacques Privat, le immagini di tre rally che hanno fatto la storia della regione Rhone-Alpes: Neige et Glace, Lyon-Charbonnières e Mont Blanc. Adolphe Conrath ha coperto dieci edizioni del Neige et Glace (1965-1976), sette edizioni della Lyon-Charbonnières (1968-1975) e sei del Mont Blanc (1966-1972).

Com\’è abitudine di questa serie, le storie sono raccontate con grande dovizia di particolari e aneddoti, concentrati sulle vicende di piloti, team, preparatori, senza dimenticare la grande macchina dell\’organizzazione. Una bella opportunità per fare luce su tre rally che hanno visto la partecipazione di concorrente di primissimo piano.

Se il marketing conta: la Porsche 911 (991.2) GT2 RS verde Brewster e Minichamps

Il modello nella newsletter Minichamps
del 17 agosto 2018. 

Confesso di non seguire moltissimo le varie produzioni Minichamps, e questo da quando la marca tedesca è stata rimpiazzata da altri marchi come punto di riferimento dell\’offerta per così dire standard nel mondo dell\’1:43. Certo, anche in questi ultimi tempi, Minichamps ha saputo offrire modelli industriali di prima categoria, comprese le scale più grandi. A parte questo non bisogna dimenticare come il marchio della famiglia Lang sia stato capace di innovare e rivoluzionare il marketing modellistico fin dall\’avvento dei primi diecast nel 1990-91 e poi nei decenni successivi, creando mode e costumi che sono in gran parte ancora quelli attuali e legati a logiche che prima erano applicati a prodotti merceologici differenti rispetto all\’automodellismo. Minichamps è tutt\’oggi un produttore seguitissimo e con una newsletter in grado di influenzare le scelte di decine di migliaia di persone. Forse è stato davvero il primo produttore \”globale\” e continua ad esserlo in tutto e per tutto.

\”Only few left\”: dopo una mezza mattinata e un
pomeriggio erano solo un paio le 911 verdi
rimaste disponibili sul sito Minichamps. 

Oggi per caso ho letto con maggiore attenzione una delle loro mail promozionali, in cui era annunciata la disponibilità di una variante verde Brewster della già notissima Porsche 911 (modello 991.2) GT2RS in scala 1:43. Prodotta in soli 100 esemplari numerati e venduta esclusivamente dalla Casa, questa Porsche è stata messa ufficialmente in vendita alle 10.30 di stamani. Ebbene, verso le sei di sera restavano poco meno di 10 esemplari disponibili, che sono rapidamente scesi a 2 intorno alle otto per poi andare definitivamente a zero dopo una manciata di minuti. Insomma, un centinaio di modelli fatti fuori nel giro di mezza giornata, e il risultato è tanto più impressionante dato che non si tratta di vendite a negozi o a professionisti in genere, che poi rischiano di tenersi sul groppone i modelli per mesi se non per anni (il famoso \”esaurito presso il produttore\” che non è un indice necessario del successo di una referenza), ma di vendite al cliente finale, e per impedire fenomeni di speculazione dal sito era possibile ordinare un solo modello per persona. Limite peraltro abbastanza facile da aggirare, ma non è questo il punto. Il punto è che un costruttore come Minichamps è capace di ottenere questi risultati, mentre altri non ci arrivano. I motivi sono molti e già noti, ma evidentemente il sistema funziona ancora, eccome.

\”Sold out\”, e la 911 in
100 esemplari saluta e se ne va!
C\’è chi riesce a fare questi exploit e chi no. 

Due nuovi modelli da Raceland-Spark: Eurobrun-Judd ER189 e Lola-BMW T102

Sono due vetture a ruote scoperte le ultime novità proposte da Raceland nella serie Gold, realizzata in collaborazione con Spark. Due auto che riconducono alla storia dell\’automobilismo tedeso, dalle fortune nettamente diverse, ma entrambe interessanti. 

La prima è la Eurobrun a motore Judd che prese parte al GP di Germania 1989 a Hockenheim con Gregor Foitek. La particolarità di questa vettura è lo sponsor Jaegermeister, cosa che interesserà gli…specialisti del famoso amaro. 


Il pilota svizzero Foitek non riuscì a prequalificarsi al Gran Premio – ricordiamo che il 1989 fu l\’anno dei venti team e delle trentanove monoposto iscritte. La ricerca di Formula 1 meno conosciute e più particolari è tutt\’altro che conclusa, basti citare l\’imminente uscita dell\’Andrea Moda nella serie standard di Spark, di cui ci occuperemo prossimamente. L\’Eurobrun è stata prodotta in 400 esemplari numerati. 


Il secondo modello di Raceland ci riporta al famoso \”Nebel-Grand Prix\”, quella gara del 1968 al Nuerburgring rimasta famosa per le condizioni meteo proibitive e per la presenza di circa 250.000 spettatori. In quell\’occasione Huber Hahne, alla guida della Lola T102 motorizzata BMW 2000 Apfelbeck a quattro valvole per cilindro fu autore di una prestazione eccezionale che lo portò al decimo posto, fra le Formula 1 con motore tre litri. Sono 300 gli esemplari di questa edizione. 



E\’ possibile visualizzare l\’intera gamma Gold Edition di Raceland a questi linnk: EUROBRUN e LOLA-BMW .

Un marchio del passato: la F&M Car di Firenze (parte 2, la Porsche 909 Bergspyder)

In un precedente articolo, che potete leggere QUI, ci siamo occupati della nascita del marchio F&M Car e del suo primo modello, la Porsche 718 RS60 di Le Mans 1960. Siamo nel 1986 o giù di lì e Fabrizio De Gennaro e Massimo Martini propongono un modello di tutto rispetto, che riscuote un buon successo, con un centinaio di esemplari venduti tramite l\’onnipresente Paolo Tron. Passano un paio d\’anni e i due decidono di replicare, stavolta con qualcosa di ancora più elaborato: un modello apribile, dettagliato con la riproduzione del motore e di tutti i principali organi meccanici. Ancora una volta prevale la \”religione\” di Martini, appassionato porschista, che propone la 909 Bergspyder, una vettura che non aveva mai goduto di particolare favore tra i fabbricanti di modelli speciali.

La Porsche 909, secondo modello della fiorentina
F&M Car.

C\’era stata la FDS molti anni prima, e ci sarebbero poi stati Vroom e Gamma (qualche altro marchio ci starà sicuramente sfuggendo) ma in ogni caso si trattava di una scelta assolutamente originale. Anche in questo caso si scelse di fare una serie montata, stavolta numerata (le RS60 non avevano alcun numero di serie), puntando come si è detto sul dettaglio più e sulla meccanica. Il risultato fu all\’altezza dei canoni tipici del periodo. Ormai i modelli speciali si stavano evolvendo e proprio in quegli anni si era diffusa la moda dell\’apribile, con ancora tante limitazioni tecniche, ma l\’inventiva non mancava: molti ricorderanno le varie Porsche 956 e Jaguar Gr.C su base Vitesse realizzate da Crivelin, oppure i primi esperimenti di One Man Factory (che, ahinoi, è sempre rimasto ai rivelli di quel periodo, anzi è regredito fino al punto di essere una banale imitazione di se stesso). La Porsche 909, che venne realizzata in un paio di varianti, iniziò a circolare fra i collezionisti verso il 1988 e non passò certo inosservata.

La carrozzeria, di un sol pezzo, era interamente amovibile.
La meccanica era riprodotta con buona precisione, soprattutto
considerati gli standard di fine anni ottanta. Una fotoincisione
riproduceva la struttura posteriore cui erano fissate le due alette.

Qui a Firenze un esemplare restò esposto per un certo periodo di tempo nel negozio di Luciano Rocchi in Via Vittorio Emanuele II, tradizionale luogo di ritrovo per gli anarchici e fondamentalmente indipendenti appassionati fiorentini. La Porsche 909 di F&M Car, prodotta in una cinquantina di esemplari, rappresenta un altro pezzetto di storia dell\’artigianato automodellistico, che a Firenze e dintorni dette vita a diversi marchi oggi del tutto scomparsi. Alcuni ne restano – e sono noti – ma altri ancora come Future Models oppure Andrea Cioni o RossoCorsa. Nomi non sempre legati a vicende dai risvolti allegri, ma che varrebbe la pena approfondire un giorno, pur con le limitazioni imposte dalla necessaria sensibilità.

Un marchio del passato: F&M Car di Firenze (parte 1, la Porsche 718 RS60 Spyder)

La Porsche 718 RS60 di F&M Car fotografata sul libro che
in quegli anni tutti i collezionisti Porsche dovevano
avere, \”Porsche Excellence was expected\” di Karl
Ludvigsen, che era uscito nel 1977. 

Negli anni ottanta i piccoli marchi di modelli speciali, spesso a conduzione poco più che casalinga, fiorivano come funghi. C\’erano ancora tantissime lacune da colmare e il mercato dei diecast non copriva che una frazione della domanda. Il sistema di vendita era naturalmente del tutto diverso da quello di oggi: non esistendo Internet, ci si affidava ai maggiori rivenditori e distributori. I collezionisti, in Italia, avevano il TSSK di Tron, che era il vero Internet degli anni ottanta. Molti non avranno mai sentito parlare di F&M Car e in effetti il marchio ebbe vita breve, ma vale la pena di recensirlo, anche perché i suoi due animatori furono due collezionisti e appassionati di primo livello, Fabrizio De Gennaro e Massimo Martini (da qui la sigla FM). Martini era già un affermato e conosciuto collezionista di modelli Porsche a Firenze, mentre De Gennaro aveva rivolto la propria attenzione sui marchi italiani, e ancora oggi i due – seppur discretamente – continuano la loro vicenda collezionistica lontani da certi clamori e dalle conventicole tipiche di questo settore, che non portano quasi mai a nulla di buono. Poco dopo la metà degli anni ottanta uscì il primo modello della collaborazione tra De Gennaro e Martini, una Porsche 718 RS60 in versione Le Mans 1960 (numero 33, Graham Hill / Jo Bonnier).

Il livello di dettaglio è tipico dei prodotti di alta gamma
degli anni ottanta: molto raffinati i cerchi, composti da due
parti, e anche gli interni rivelano una ricerca apprezzabile di fedeltà;
il numero posteriore era arricchito dall\’immancabile chiodino, a
simulare il faretto d\’illuminazione. 

Si trattava di un classico prodotto dell\’epoca: parti in resina – stampate dalla Gamma di Roma – con pochi particolari in fotoincisione, ma una finitura molto accurata e un montaggio di livello adeguato. I numeri di gara neri erano ricavati dai classici foglietti Letraset che si trovavano ancora in ogni negozio di accessori per l\’architettura. Molto bella e precisa la vetratura in termoformato e curiosamente il modello era sprovvisto delle coperture dei fari. Fu Paolo Tron a smaltire l\’intera produzione, che godette di un buon successo. Le linee del modello erano corrette e il soggetto poteva essere un\’aggiunta originale a ogni collezione di Porsche e di vetture di Le Mans. Di questa RS60 uscì una sola versione, anche se qualche tempo fa sul sito di Carmodel si è vista la numero 39 di Le Mans dello stesso anno (Edgar Barth / Wolfgang Seidel). Un mezzo mistero, probabilmente un\’elaborazione fatta in un secondo momento da qualche collezionista, ma la certezza assoluta non c\’è.

Si apprezza da quest\’angolatura la fedeltà delle linee. 
La Porsche RS60 di F&M Car è un tipico speciale
montato della seconda metà degli anni ottanta. 

L\’occasione, però, è stata buona per rifare, con i pezzi originali, un modello che si potrebbe definire un \”falso storico\”, che vi presentiamo insieme alla versione \”ufficiale\”. La Porsche RS60 di F&M Car fu venduta solo montata in un centinaio di esemplari e i modelli non riportano alcuna numerazione progressiva. Del marchio F&M Car si sarebbe sentito parlare ancora un paio d\’anni dopo, e la seconda parte
potete leggerla a questo link.

Il modello con la sua scatola originale. 
La versione n.39 non è mai stata prodotta ufficialmente. 

Rassegna stampa: Auto Modélisme n.247 (luglio-agosto 2018)


Una piccola eccezione alla (quasi) regola che vedeva il numero estivo di Auto Modélisme alternarsi di anno in anno fra un\’edizione monografica Ferrari e una Porsche. Stavolta si è cambiato regime ed ecco un numero incentrato sull\’automobilismo britannico. Una bella idea, tanto più valida perché il fascicolo abbonda di articoli storici pieni di documentazione fresca e interessante: si va dalla Hillman Hunter vincitrice della Londra-Sydney 1968 a una bella retrospettiva sulle Chevron a Le Mans (questa davvero meritevole), passando per sei pagine dedicate alle Allard nei rally. 


Gli articoli tematici sul modellismo non si allontanano dallo spirito della rivista (le Triumph in 1:18, la Tyrrell P34 1977 di Fujimi in 1:20, le Mini di Scalextric…), in un numero che dovrà tenere occupati i lettori per due mesi anziché uno solo, aspettando settembre. C\’è ovviamente da ricordare che Auto Modélisme non ha mancato nemmeno quest\’anno l\’uscita dell\’Hors Série dedicato alla 24 Ore di Le Mans, di cui potete leggere la recensione in un\’altra parte del blog. 

Come nasce la decorazione di un modello: Raceland e la Porsche 935 K3 di Edgar Doeren

Il blog si è spesso occupato della produzione di Raceland, che attualmente è l\’azienda, importatori a parte, che ha forse la più interessante gamma di modelli fra quelle che Spark sviluppa per i propri clienti. I soggetti sono incentrati soprattutto sulla storia dell\’automobilismo tedesco, con marchi come Porsche e BMW solidamente rappresentati, e non mancano vetture pilotate da personaggi conosciutissimi non solo in Germania ma anche altrove. E\’ il caso della Porsche 935 K3 di Edgar Doeren (chassis 009 0003), che per qualche annata recitò un ruolo da protagonista nel DRM e in alcuni eventi del campionato del mondo endurance, fra cui la 24 Ore di Le Mans 1981. Doeren è uno di quegli specialisti delle ruote coperte che su certi circuiti, non ultimo il vecchio Nuerburgring, erano in grado di dare la paga a piloti professionisti. Col sostegno degli sponsor Weralit ed Elora, acquistò nel 1980 una 935 K3, con la quale disputò ad alto livello tre stagioni, arrivando nel 1980 a podio nella gare DRM di Mainz-Finthen e Zolder. Doeren è mancato prematuramente nel 2004, alla vigilia di un\’ennesima stagione di corse, ma Raceland ha voluto ricordarlo producendo in serie limitata e numerata la sua Porsche 935 K3 in configurazione 1980 (terzo posto alla Westfalen Pokal di Zolder, valevole per il DRM).

C\’è voluto del tempo per venire a capo dei tanti loghi e piccoli adesivi che costellano la carrozzeria di questa vettura e gli ultimi due tasselli del puzzle sono stati particolarmente complicati a individuare: poi per fortuna tutto si è chiarificato e si è potuto dare il via alla produzione dei 300 esemplari. Con il permesso di Raceland pubblichiamo alcune foto dove si possono apprezzare i vari passaggi di definizione degli adesivi, fra i quali si trovava il logo del Deutscher Sportfahrer Kreis e lo sticker di una discoteca di Rheinfelden (The disco number one). 

Come sempre molte prove e aggiustamenti hanno accompagnato la nascita della nuova referenza, e questo non è che un esempio di quello che quotidianamente committenti e produttori fanno per permettere l\’arrivo di modelli sempre inediti. Il lavoro non è facile, anzi spesso si arena su sticker oscuri di cui non si conoscono le scritte perché le foto sono troppo piccole o poco leggibili. Alcuni aggirano il problema stampando la decal con una scritta indefinita, a simulare un qualche font, mentre altri si incaponiscono e non si danno per vinti finché il rebus non sia risolto. Quale delle due scelte è la più premiante?

PS: Il modello in questione può essere acquistato a questo LINK.

AutoModélisme Hors Série n.23: 24h du Mans 2018

E\’ disponibile da un paio di settimane quello che è ormai un classico dell\’estate, l\’hors-série di AutoModélisme dedicato alla 24 Ore di Le Mans. Il fascicolo, che contiene le foto dettagliate di tutti i partecipanti alla gara della Sarthe, esce puntualmente dal 1998 ed è un utilissimo strumento per i modellisti e i collezionisti in genere. Per ogni vettura sono presenti mediamente 8-9 foto, per arrivare a 12-13 per i vincitori e per qualche soggetto particolarmente interessante come la Porsche 911 RSR rosa numero 92. Le foto sono molto valide, anche se mancano in alcuni casi le viste da tergo: come avevamo segnalato già negli anni scorsi, i gruppi di foto non sono perfettamente omogenei, come invece capitava più sovente nelle prime edizioni dell\’Hors-Série. A parte questo, il prodotto è validissimo ed economico: in Francia costa € 6,90. A pagina 72 è presente anche un piccolo bonus modellistico, con qualche foto e commento di ciò che si poteva trovare sul circuito nella settimana della 24 Ore. 

Rassegna stampa: Modelli Auto n.132 (secondo trimestre 2018)

Mentre scrivevo nel titolo \”secondo trimestre\” mi sono venuti in mente quelli che si lamentano che Modelli Auto costa troppo. Vabbè, fiato sprecato. In realtà il secondo numero del 2018 presenta svariati motivi d\’interesse e conferma che i contenuti stanno crescendo di livello e di qualità, senza perdere di vista i normali compromessi necessari per una rivista che va in edicola. La tecnica è ben presente, con ottimi montaggi (fra cui l\’Alfa Romeo GT Sprint di Prini in scala 1:24), recensioni, visite e curiosità che è difficile trovare altrove. Spesso si paragona Modelli Auto a AutoModélisme. Chissà se il paragone può reggere ancora, visto che le due testate hanno adottato, almeno in parte, strategie diverse, oltre ad una cadenza differente che impone scelte ben determinate. Come ho scritto tante altre volte, recensire una rivista alla quale si collabora non è mai facile, ma penso che a Modelli Auto vada riconosciuto il merito di aver saputo cambiare rotta, e questa non è una cosa da tutti. Poi siamo in Italia, con tutti i pro e i contro del caso. E a proposito di caso, credo che non lo sia il fatto che la rivista riceva più complimenti da lettori esteri che non dagli italiani, spesso solo pronti a criticare per ragioni futili o semplicemente per amor di sport nazionale. 

Divagazione sul tema: chi è il collezionista?

Dei molti libri dedicati al collezionismo, veramente pochissimi tracciano un ritratto psicologico del collezionista, e direi nessun si occupa del nostro settore. Ciononostante, qualche volume che – magari di sfuggita – affronta l\’argomelore nto prendendo in esame altre nicchie esiste: un paio di mesi fa ho avuto occasione di ritrovare in libreria una specie di classico per chi si occupa di arte contemporanea, \”Il sistema dell\’arte contemporanea\”, scritto da Francesco Poli. Uscito presso Laterza nel 1999, questo testo ha riscosso notevole fortuna, con una seconda edizione aggiornata nel 2007 e una terza edizione con nuova prefazione nel 2011. Attualmente è disponibile nella collana laterziana \”Universale\” (€ 14,00), ed è una lettura che mi sentirei di consigliare a prescindere. Il libro delinea il panorama legato al mercato dell\’arte, alla domanda e all\’offerta, e un capitolo è quasi inevitabilmente dedicato al collezionista.

 Si tratta per la verità, in un libro molto completo ed esauriente, di una disamina piuttosto lacunosa, perché forse non tiene conto che gran parte degli aspetti psicologici sono comuni a chi colleziona tappini e a chi spende milioni di euro per accaparrarsi un\’opera di Damien Hirst. Insomma, i moventi del collezionismo non necessariamente si possono dividere in due grandi categorie, come suggerisce l\’autore: tra gli \”oggetti che di per sé non hanno particolare valore culturale o venale\” e la seconda categoria di oggetti, quantificata dal \”valore ed economico\”. Lo slittamento da una categoria all\’altra è molto comune e porta anche a infinite sfumature, per cui direi che questa prima distinzione è quantomeno parziale e un po\’ opinabile. Nel capitolo non troviamo molte delle più classiche (e sempre valide?) motivazioni addotte per spiegare il fenomeno collezionistico, come la necessità di riempire vuoti e roba varia. Non tutti i collezionisti affastellano roba per compensare mancanze di qualunque genere.

Il capitolo quindi non fa abbastanza luce sull\’aspetto psicologico-psicanalitico, concentrandosi piuttosto sui comportamenti legati al mercato dell\’arte. Qua e là, tuttavia, emergono alcuni punti fermi dello studio del fenomeno collezionistico, a cominciare dalle note, ormai storiche, di Jean Baudrillard che già alla fine degli anni sessanta, quando il collezionismo tendeva a essere separato dalle logiche legate al mercato e alla creazione degli oggetti (forse perché ritenuto un elemento \”spurio\” o addirittura \”impuro\”?) notava come l\’accumulazione seriale di oggetti identici possa assurgere a un livello culturalmente significativo quando questi oggetti sono forniti di \”progetti\”: ovvero quando dietro all\’acquisto esista una linea guida o un interesse legato alla loro storia, alla loro funzione e alla loro natura.

Peraltro, qualche anno prima Mario Praz (egli stesso collezionista incallito) sosteneva che \”sottoposta alla psicoanalisi, la figura del collezionista non ne esce bene, e dal punto di vista etico è certamente in lui qualcosa di profondamente egoistico e limitato, di gretto addirittura\”. Quasi una sintesi quella di Bruno Toscano: \”Remote tendenze ritualistiche, curiosità, erudizione, devozione, prestigio e desiderio di innalzarsi, gusto della scoperta e della previsione dei valori, calcolo speculativo: tutti insieme o soltanto alcuni di questi moventi si associano tra loro e con l\’interesse artistico, dando luogo ad una quantità di combinazioni e varianti cui corrisponde puntualmente l\’eterogeneità del materiale umano, la ricca gamma delle psicologie e degli umori\”.

Qui siamo più sulla descrizione di un fenomeno che sulla determinazione delle sue cause più remote, ma me la sento di condividere le parole dell\’autore quando afferma che a volte si può parlare di un\’attrazione quasi patologica per il collezionare, in quanto attività soddisfacente per se stessa. \”Per molti – scrive Francesco Poli – la propria collezione diventa una realtà totalizzante, in cui proiettare interamente la propria identità, come fosse una sorta di organismo dotato di vita autonoma: costoro non sono tanto dei possessori quanto dei posseduti\”. Qui ci avviciniamo di qualche grado alla ricerca dei veri moventi dell\’accumulo seriale. Non sarei d\’accordo su una seconda distinzione proposta dal capitolo, che separa i collezionisti emozionali da quelli in grado di ragionare con logiche più propriamente economiche. C\’è l\’uno e l\’altro in un solo collezionista, anche se con varie sfumature secondo la competenza, la capacità d\’acquisto e naturalmente la personalità. Ciò che non di rado accomuna collezionisti d\’arte e altri collezionisti è l\’interesse monotematico, che spesso sfocia in comportamenti ossessivi e maniacali. Per l\’arte si può pensare a un Giuseppe Verzocchi, il celebre industriale del mattone che aveva messo su una collezione notevole di quadri, tutti caratterizzati dalla presenza del mattone refrattario con tanto di logo \”V&D\”, che era quello della sua azienda, la Verzocchi & de Romano.

Altri collezionisti d\’arte raccolgono solo opere che rappresentano esclusivamente fiori, animali, nature morte, determinate città, personaggi, arti, mestieri e così via. Non diversamente alcuni dei \”nostri\” collezionisti raccolgono solo modelli di un determinato costruttore (e fin qui siamo ancora in una certa normalità), mentre altri si confinano nell\’accumulo seriale di autovetture di un solo pilota, di una sola gara, fino ad arrivare a fissazioni come quelle legate a un determinato sponsor, e qui è già più difficile stargli dietro, visto che poi si trovano a infilare in collezione modelli che con quello sponsor non hanno niente a che vedere, salvo un adesivino minuscolo attaccato alla carrozzeria chissà per quale motivo. Ancora una volta l\’argomento è stato solo sfiorato, non certo esaurito, anche se nel blog sono già apparsi post di questo tipo. Indubbiamente il tema è affascinante e si ripresenta ogni volta sotto vesti nuove. Certo è che un vaccino al collezionismo non è stato ancora trovato. Chissà perché.