Focus su: Ferrari 365 P2 Berlinetta Drogo Elefante bianco Le Mans \'67 Tecnomodel 1:18

 

Prosegue la serie Tecnomodel Mythos in scala 1:18, che propone famose Ferrari del passato. Questa gamma, che si caratterizza per alcuni tratti tipici di una certa produzione cinese, riscuote un discreto successo, anche perché i soggetti sono spesso inediti e proposti a prezzi tutto sommato competitivi (circa 230 euro al pubblico). Dopo aver completato la serie delle Ferrari 512 S coda lunga di Le Mans 1970, Tecnomodel esce con la 365 P2 Berlinetta Drogo, meglio nota come \”Elefantino bianco\”. Due-parole-due sulla vettura reale: dopo aver subito notevoli danni alla 12 Ore di Sebring nel 1966, il telaio 0838 fu ricostruito e ricondizionato con un\’inedita carrozzeria dovuta a Drogo e consegnata al NART in tempo per la 24 Ore di Le Mans; la coda della vettura ricevette due derive sulle quali venne dipinto un elefante bianco. Con Masten Gregory e Bob Bondurant al volante, la 365 P2, contraddistinta dal numero di gara 18, non vide l\’arrivo; il NART la riportò a Le Mans l\’anno seguente, stavolta affidata a Ricardo Rodríguez (nessuna parentela con i due fratelli messicani) e Chuck Parsons. Anche la seconda uscita dell\’ \”Elefante bianco\” si concluse con un ritiro.
Tecnomodel ha proposto entrambe le versioni corsa (Le Mans 1966 e 1967) oltre ad una configurazione \”press\” 1966, priva dell\’appendice aerodinamica posteriore. Le differenze da un anno a un altro sono ben rispettate, il modello è un resincast senza aperture e in questo thread vi mostreremo la versione di Le Mans 1967. Direi che si tratta di un modello piuttosto bello, equilibrato, di sicuro effetto in una vetrina, pur con qualche pecca che si poteva facilmente evitare. Ricordo che a breve uscirà, sempre in scala 1:18, la Ferrari 312 PB coda lunga 1973 in varie versioni.

Ognuna delle tre versioni della Ferrari 365 P2 Drogo di Tecnomodel in
scala 1:18 è limitata a 250 esemplari numerati.

Questa è la vettura di Le Mans 1967: le proporzioni e le forme sono
senz\’altro ben interpretate.



Ottimo il livello di verniciatura; la carrozzeria è ben progettata, con
incisioni precise e definite.

Le numerose uscite d\’aria sono realizzate in trompe l\’oeil, ma l\’effetto
è gradevole perché gli sfoghi sono sufficientemente profondi e il
riempimento di colore nero realizzato con notevole precisione.

Le cornici dei vetri laterali (e anche di quello posteriore) sono comprese
nell\’acetato e includono la riproduzione dei rivetti. L\’effetto è accettabile.

Appunto, stessa tecnica per l\’applicazione del lunotto posteriore.

La cornice del deflettore vetro è realizzata in fotoincisione.

Numerosi particolari applicati con ottima precisione.

Il cerchio, in resina, è molto bello, tranne il gallettone, un po\’ grossolano; ben realizzati gli pneumatici, con spalla e scolpituracorrette e scritta Goodyear tampografata. Si sarebbe potuto includere il cratteristico filetto blu.

Le griglie sull\’anteriore erano più fini sulla vettura reale.

Una specie di sistema elettrico riprodotto in fotoincisione
campeggia ai piedi del sedile passeggero. Decisamente
poco realistico, nella sua piattezza. E\’ comunque presente
la centralina Dinoplex gialla, non visibile in foto.

Di buon effetto l\’anteriore.

Qui c\’è qualcosa che non torna: la botolina ovale non trova riscontro nella realtà. Sulla vettura
erano presenti due sportellini di forma rettangolare, a destra e a sinistra.

Le luci di illuminazione dei numeri sono troppo piatte; sarebbero stati
forse più realistici dei pezzi in plastica cromata invece delle
fotoincisioni.

La parte posteriore è molto convincente, belli i gruppi ottici.

In fotoincisione il fermacofano, così come il gancio nero, che in realtà
era in gomma; qui è riprodotto – con tutti i suoi limiti – da una fotoincisione.

Un po\’ semplificati i tappi serbatoio. Le decals sono ben stampate e applicate con cura.

Il numero nero è corretto; durante le prove la vettura aveva bolli neri
con numeri bianchi, giudicati non conformi dai commissari tecnici dell\’ACO.



La scritta \”P2\” in realtà non era nera ma rossa. Vedere per esempio F.Hurel, Ferrari au Mans Sport & Prototypes 1961-1967, Editions Speed, Le Mans 2008, p.133.

Un po\’ semplificato il tergicristallo in fotoincisione, ma applicato in modo pulito.

Il volante non presenta parti fotoincise ma è sufficientemente realistico.

Per gli interni si poteva fare forse di più; i vari comandi del cruscotto,
comprese le varie levette, sono riprodotte con una decal. Belle le cinture di sicurezza
in tessuto e parti fotoincise.

Molto realistici anche i gruppi ottici anteriori.

Rassegna stampa: Modelli Auto 123

Il primo numero del 2016 di Modelli Auto prosegue sulla linea consueta, con ottimi contenuti e una consistenza che ormai è difficile ravvisare in altre riviste di settore. Stavolta la rivista si presenta con ben 72 pagine, ed è inevitabile una retrospettiva di Norimberga, seppure concepita in funzione di un\’uscita abbastanza tardiva (il primo numero dell\’anno di Modelli Auto esce sempre verso il 15-20 marzo) e quindi diversa nei modi di trattazione rispetto, ad esempio, a un AutoModélisme. Ma la sezione su Norimberga non ha sacrificato gli argomenti tradizionali: si va dalla tecnica ai diecast in 1:43 e in 1:18, dai resincast in varie scale a una visita a Cartograf, dagli obsoleti con una retrospettiva sulla Renault Dauphine, alla collezione di Ferrari 1:43 della 12 Ore di Sebring, dalle consuete news (stavolta con una pagina in più) fino a Rétromobile. Bello il ricordo di Marco Grassini, recentemente scomparso. Se accontentare tutti è impossibile, fare sempre meglio è doveroso, e penso che in questo senso Modelli Auto stia compiendo un percorso estremamente positivo, con idee originali e talvolta anche coraggiose. L\’importante è non cercare di inseguire Internet (ne si uscirebbe inevitabilmente sconfitti e bruciati sul tempo) ma proporre qualcosa di diverso, possibilmente di più approfondito, più difficile da trovare sulla rete. Appuntamento col numero 124, in edicola a giugno.

Istruzioni per l\'uso: come conservare i modelli d\'antiquariato

Premesso che sono sempre stato contrario all\’esposizione dei modelli in vetrina (una ragione su tutte: l\’azione distruttiva della luce solare, diretta o indiretta), ecco un consiglio semplice ed efficace per conservare al meglio la maggior parte dei modelli con 40, 50 o più anni sulle spalle. Penso che sia ormai un concetto acquisito il fatto di tenerli fuori dalle loro scatole d\’origine, a meno che esse non siano del tipo a vetrina anni settanta e che siano rimaste intonse: in quel caso sarebbe un peccato aprirle anche una sola volta per estrarre il modello. Nel caso di scatole tradizionali, come le Dinky o Corgi anni 50 o 60, esse vanno conservate a parte perché la presenza al loro interno del modello libero potrebbe danneggiare sia la scatola sia il modello stesso. Il modello andrà invece incartato con un foglio ad acidità zero, il solo materiale davvero inerte nei confronti delle vernici, delle cromature e delle eventuali decals.
Di solito questi fogli si trovano in vendita nei negozi di restauro; potete fare anche una ricerca su internet o su eBay impostando le parole \”acid free non tissue paper\”. La differenza fondamentale fra questo tipo di carta e il comune scottex è che essa non attira l\’umidità, che potrebbe essere trasmessa direttamente a parti in ferro (come gli assi delle ruote, i rivetti, ecc) generando fenomeni di corrosione e formazione di ruggine. Certi tipi di carta, poi, reagiscono con colori, decals e gomme appiccicandosi e creando aloni poi difficili da eliminare.
Penso che la cura nei confronti di modelli che molto probabilmente ci sopravvivranno costituisca una sorta di dovere da parte del collezionista serio. Dopo tutto, come ho detto altre volte, dei pezzi più pregiati, il collezionista è un semplice custode.

Nella conservazione dei modelli d\’epoca sono da evitare i comuni
tipi di scottex perché possono causare a lungo andare vari danni.

E\’ sempre opportuno utilizzare un foglio di carta non acida, impiegata
anche nella conservazione di altri materiali d\’epoca.

Metal fatigue sui modelli recenti: un aggiornamento

Fino a pochi anni fa il metal fatigue sembrava una prerogativa di alcuni casi particolarmente infelici del passato: certi Dinky del periodo bellico, fabbricati inevitabilmente con materiali di scarto, e poi alcuni Rio, Dugu, fino ai disgraziati ARS di un periodo più recente. Purtroppo la realtà è diversa, ed è venuta alla ribalta prima con i Norev, poi con marche ancora più blasonate, e la malattia non ha risparmiato costosi modelli in scala 1:18.
Ormai i forum e i social network sono pieni di foto e di commenti di collezionisti delusi che si trovano fra le mani cofani, sportelli, pianali e altre parti di carrozzeria che si sbriciolano come brigidini di Lamporecchio. Non è una novità, ma oggi, grazie alla facilissima comunicazione sul web, il fenomeno è ormai universalmente riconosciuto e commentato. Non è una consolazione, ma serve quantomeno a creare una coscienza comune fra gli acquirenti, che tra l\’altro possono fare ben poco per difendere i loro diritti di consumatori.

Kyosho BMW M3
Con quale fiducia oggi un collezionista possa acquistare nuovamente un modello diecast è difficile dire. E\’ normale che un\’iperproduzione come quella alla quale abbiamo assistito negli ultimi dieci-quindici anni sia dovuta scendere a compromessi con gli standard minimi di qualità. I risultati sono ormai evidenti. E se il metal fatigue non è una novità, la vera novità e forse l\’informazione che circola adesso liberamente e con ricchezza di documentazione.
Il moderno metal fatigue è democratico: Schuco…

…Solido…

…Minichamps…

…ovviamente Norev…

…AutoArt.
A questo link (http://www.modelcarforum.de/showthread.php?t=3937) troverete una lunga lista di marchi coinvolti; di un altro fenomeno, ovvero le fioriture di vernice sulle carrozzerie, si è ampiamente parlato: secondo la versione più probabile si tratterebbe di un processo di corrosione, già noto su altri manufatti.
A quanto mi risulta, nessuna delle case produttrici si è mai scoperta più di tanto sulle cause e sull\’ammissione dei vizi dei propri prodotti. AutoArt ha indirettamente ammesso i difetti in un paio di comunicati stampa in cui descriveva la sua nuova produzione in… plastica.

Rassegna stampa: Passion43ème n°52 (marzo 2016)

Il numero di marzo di Passion43ème contiene un dossier di 11 pagine dedicato a Norimberga; d\’obbligo anche alcuni ritorni su Rétromobile, soprattutto legati alla presenza a Parigi di Minialuxe, cui Passion43ème è legata dal punto di vista societario. Fra gli articoli più interessanti ne segnalo due sul marchio spagnolo Dalia, uno dedicato alla produzione anteguerra di modelli smontabili, l\’altro sui Taxi di Barcellona in scala 1:43: in particolare, è l\’occasione per ammirare le Seat 1400C e 1500, che probabilmente sono dei \”Solido mancati\”. Come sempre, Passion43ème dedica ampio spazio alle varie borse e fiere di settore. Concludiamo segnalando l\’editoriale di Didier Beaujardin, improntato all\’ottimismo, nonostante un\’edizione non proprio esaltante di Norimberga e i vari segnali di crisi che vengono dagli operatori del settore. E\’ sicuro che continuando a piangerci addosso non risolveremo i problemi, e che – questo va riconosciuto – la varietà dell\’offerta continua a essere davvero sorprendente. Il mercato propone oggi come non mai una scelta amplissima e il pubblico continua a seguire con entusiasmo certe manifestazioni, come appunto Rétromobile o la borsa di scambio di Orléans, che consiglio di visitare almeno una volta perché ne vale davvero la pena.

Rosso e blu? La Ferrari 340MM vittoriosa alla Mille Miglia 1953. A proposito del modello BBR 1:18

E\’ una questione annosa, ma mi è tornata in mente ora che è uscito il modello BBR in scala 1:18. Attorno alla Ferrari 340MM di Giannino Marzotto, quella che vinse la Mille Miglia del 1953, è sempre aleggiata una specie di mistero sul colore dei fascioni laterali, riprodotti quasi da tutti in colore argento.


La recensione al modello BBR 1:18 su AutoModélisme del marzo 2016. L\’esemplare recensito
dalla rivista francese è ancora un pre-serie.

Non si è sottratta alla consuetudine BBR, col recente bellissimo modello in 1:18, che è stato recensito in anteprima nel numero 221 di AutoModélisme. La vettura appare fotografata a colori nel poster della gara dell\’anno successivo, la 21ma edizione del 1954, con una fascia laterale decisamente scura. L\’immagine parrebbe ritoccata (le parti inferiori del numero di gara differiscono dalle altre foto) ma probabilmente chi ha operato tali ritocchi sarà partito dalla realtà. La didascalia di AutoModélisme interpreta il fenomeno dando la colpa al flash. Si legge infatti: \”on notera le coup le flash qui noircit le bas de caisse\”.

Il manifesto della gara del 1954. Come molti hanno già fatto in passato, AutoModélisme
attribuisce la fascia scura all\’effetto del flash. La foto sembra comunque ritoccata ma
il colore blu della fascia trae spunto dalla realtà?

La faccenda, anche molto prima dell\’articolo di AutoModélisme e dell\’uscita del modello BBR, non mi ha mai convinto. Ricordavo di aver letto da qualche parte qualcosa che mi aveva sempre fatto dubitare. Cerca e ricerca, ho trovato la fonte del mio dubbio: si trovava – cosa molto importante – in un reportage immediatamente successivo alla gara, pubblicato nel numero di giugno 1953 di Motor Sport, \”from our continental correspondent\” (penso non sia altri che il leggendario \”Jenks\”). A un certo punto, descrivendo il passaggio delle vetture a inizio gara, scrive: \”One minute later there was the most shattering spectacle as a blue and red open 4.1 Ferrari came into sight, cutting for the bend and then accelerating by at over 130 m.p.h. on a bumpy 30-ft. road, looking completely out of control. It was Giannino Marzotto and almost at the same time his Brother Paulo (così nel testo) passed with the 3-litre coupé.\”

La Ferrari di Marzotto sui tornanti della Futa alla Mille Miglia del 1953. Ognuno
può congetturare nelle maniere più varie il colore del fascione laterale. Che non sembra
in ogni caso troppo chiaro…

L\’articolo è stato ristampato diversi anni fa nella collana Brooklands Books, nel volume Mille Miglia 1952-1957 The Ferrari & Mercedes years, pp.38-40. E\’ una testimonianza che mi ha sempre fatto pensare, e confermerebbe anche lo strano effetto della foto nel manifesto del 1954. Il mistero rimane, anche perché dalle foto in bianco e nero è difficile dire qualcosa di definitivo. Ma se quasi sempre un\’immagine vale più di mille parole, in questo caso una parola rischia di valere più di mille immagini (in bianco e nero)…

Marzotto e Crosara al controllo di Firenze della Mille Miglia 1953.
La parte bassa della vettura di colore diverso dalla carrozzeria
si estende anche alla parte posteriore. Se osservate le linee di giunzione
a destra e a sinistra della targa potrete concludere che è difficile che la parte inferiore sia
di colore alluminio. Sembra addirittura più scura del rosso.

A proposito di chi sale e chi scende: ancora su Hornby Hobbies

Sono contento che il commento su due colossi del settore come Hornby Hobbies e Greenlight, pubblicato qualche giorno fa (link) abbia suscitato un certo interesse, perché il tema è centrale e riguarda in ultima analisi il futuro dell\’intero settore. Per farsi un\’idea ancora più documentata della situazione generale del mercato, esiste un articolo pubblicato l\’11 febbraio dal Wall Street Journal, a firma di James R. Hagerty, che potete rileggere qui (e forse è anche istruttivo scorrere le decine di commenti all\’articolo). Il pezzo di Hagerty è stato riassunto da Repubblica il 13 febbraio, senza aggiunte originali ( link ). L\’articolo, impietosamente, mette in evidenza certe cose che i collezionisti più attenti sanno bene ma che forse qualche investitore distratto potrebbe ignorare. Del resto, già il 10 febbraio Hornby aveva annunciato la prospettiva di una perdita pre-tassazione di 5,5-6 milioni di sterline fino a marzo (cfr. qui), molto di più rispetto ai 2 milioni previsti nel novembre 2015 – e si trattava già del terzo \”profit warning\” (ossia un allarme sugli utili) in cinque mesi. In ogni caso, dal giorno del crollo, le azioni Hornby non hanno mostrato una particolare tendenza a recuperare il valore perduto, anche se è presto per trarre conclusioni. Se le novità annunciate per quest\’anno saranno in grado di riportare le cose sulla buona strada (qualcuno potrebbe dire sui giusti binari…) è presto per dirlo. Il marchio Humbrol presenterà a fine 2016 una linea di stampanti 3D funzionanti con filamenti colorati e concepite per i più giovani. E\’ probabilmente il 3D il futuro del modellismo, e puntare al mercato dei pre-adolescenti può essere una mossa sensata per ricreare una base valida per il futuro, insieme a tutta quella parte \”educativa\” che comprende gli Airfix Quickbuild già citati altrove nel blog, o la gamma Engineer, sempre di Airfix.
Per completare l\’informazione, riporto qui di seguito i grafici che mostrano l\’andamento delle azioni Hornby in determinati spicchi temporali (cfr. anche http://www.hl.co.uk/shares/shares-search-results/h/hornby-plc-ordinary-1p).

Per gli appassionati di rally: Jaguar E-Type Montecarlo 1965 di Atlas Jaguar Collection

Segnalo questo interessante soggetto, anche perché raramente si vede una Jaguar E-Type da rally. Nell\’Atlas Jaguar Collection inglese è appena uscita la riproduzione della vettura di Roy Pinder e Charles Pollard che prese parte al Rally Montecarlo 1965, resa famosa da un filmato di British Pathe, che vi consiglio di guardare a prescindere da questo modello perché è a colori ed è davvero interessante: http://www.britishpathe.com/video/monty-carlo-rally-1965. In realtà già Arena aveva riprodotto questa versione della E-Type, con due ruote di scorta sul tetto a differenza del modello Atlas che ne ha solo una (come nel filmato). Ovviamente entrambe le configurazioni possono essere realistiche, considerata la lunghezza di un rally di quei tempi.
 

Chi sale e chi scende: solo questione di strategie? Considerazioni sul mercato attuale

Oggi come oggi solo un diversamente intelligente potrebbe dire che il mercato dell\’automodellismo è chiaro nelle sue tendenze e del tutto interpretabile nelle sue numerose biforcazioni. E come spesso accade in periodi di grande crisi/trasformazione, oltre alle realtà consolidate che rischiano di perdere terreno a causa di scelte industriali e produttive non più adatte alla mutata temperie del momento, ce ne sono altre che traggono beneficio dal rapido evolversi delle cose, magari approfittando al meglio di una fetta di mercato che si amplia pur in presenza di cifre assolute in calo costante.

Fra i casi di colossi che male si stanno adattando alle esigenze di questo periodo vi è purtroppo Hornby Hobbies, il gruppo cui fanno capo i treni Hornby, ma anche i kit Airfix, gli automodelli diecast Vanguards Corgi e diversi altri brand storici come Humbrol e Scalextric. Malgrado i risultati positivi dell\’ultimo quadrimestre 2015, all\’inizio di quest\’anno le azioni Hornby PLC hanno subito una brusca perdita, pari a oltre il 60% del loro valore (cfr. ad esempio http://www.iii.co.uk/research/LSE:HRN ). Un evento forse inatteso, tanto più triste nell\’anno in cui il marchio Corgi celebra i suoi sessant\’anni di vita.

Prodotti alternativi per vincere una crisi forse strutturale: i kit Airfix \”Quickbuild\”,
orientatial pubblico dei giovanissimi, sono un esempio dello sforzo
da parte di Hornby di restare a galla in un mare tempestoso.

L\’effetto immediato di tale perdita è ovviamente un\’ulteriore riduzione negli investimenti per nuove produzioni – e non è un caso che le \”novità\” annunciate per questo 2016 si limitino a varianti più o meno elaborate di modelli già presenti in catalogo. Del resto già da un paio d\’anni non si registravano significative novità nella gamma Vanguards e i tutte le altre serie Corgi. In questo frangente, pensare di richiedere altra liquidità dalle banche per un rinnovo significativo della produzione diventa un esercizio assai complicato se non impossibile. Hornby Hobbies ha cercato di reagire nei limiti del possibile, anche con un cambio in corsa dell\’amministratore delegato, da Richard Ames a Roger Canham.
Ora, non è che un uomo solo possa risollevare le sorti di un gruppo che rischia di imboccare una pericolosa china, ma alcune nuove idee \”d\’emergenza\” potrebbero contribuire a una sorta di parziale riscatto, in attesa di tempi migliori. I mercati, ad ogni buon conto, hanno dimostrato di apprezzare la mossa dirigenziale, e le azioni hanno già recuperato qualcosa (potrebbe essere un buon momento per acquistarle?).
Le strategie sono per il momento limitate, ma un minimo si sta facendo: risolvere alcuni nodi logistici alla radice di spese eccessive, razionalizzazione della produzione e alcune nuove uscite per tenere vivo l\’interesse dei collezionisti prima che si rivolga definitivamente ad altri marchi concorrenti.

E se c\’è chi scende, c\’è anche chi sale: forse pochi in Italia avranno notato la sempre maggior fortuna dei modelli Greelight, soprattutto quelli legati a film e a serie televisive. Certo, il mercato di questa fascia (diecast abbastanza economici, con un target spiccatamente americano) era occupato in precedenza dai Mint e dagli Ertl, ormai scomparsi, e Greenlight ha saputo rioccupare questa nicchia che al giorno d\’oggi non avrebbe comunque sopportato la presenza di due o più concorrenti. Ormai il mercato è talmente ristretto che spesso un solo produttore basta a soddisfare la richiesta, in un regime di involontario monopolio.

Osservatori del settore affermano che la fascia di mercato degli Ertl – Greenlight – Mint sarebbe calata di un buon 50% (!) negli ultimi dieci anni, ma Greenlight ha visto il proprio volume d\’affari triplicare nel triennio 2013-2015, grazie anche all\’ottima distribuzione e a collaborazioni con la grande distribuzione americana come Toys\’R\’Us o Universal Studios. Abbastanza sorprendentemente, la scala che \”tira\” di più per Greenlight è la 1:64, seguita dall\’1:18 e dall\’1:43.
Il mercato nordamericano domina le vendite di questo marchio, ma altri paesi si stanno via via imponendo. In generale, oltre l\’80% degli acquirenti dei modelli Greenlight ha oltre 18 anni, e com\’è ovvio attendersi oltre l\’80% è di sesso maschile. Le fasce d\’età più attive sono quella fra i 25 e i 34 anni e quella degli over-55.

Greenlight ha saputo ottimizzare le proprie risorse dedicandosi a un mercato abbastanza lontano dal gusto europeo
ma di sicuro appeal nel continente nordamericano.

Greenlight sembra essere un po\’ lo specchio oltreoceano di ciò che è Oxford Diecast in Europa: sostanziosi investimenti in nuovi stampi, una strategia di marketing aggressiva e globale, capacità di riciclare modelli più vecchi sotto nuovi brand sembrano aver ripagato l\’impegno del consiglio direttivo. Per Greenlight l\’acquisto dei diritti di Fast and Furious è stata una delle mosse decisive, che ovviamente non puoi fare se ti manca la capacità di investire capitali anche notevoli.

Oxford è per certi versi la controparte britannica di Greenlight.

La storia di Greenlight è sintomatica perché dimostra che in un mercato difficile solo chi ha la possibilità di evolversi con nuove idee è in grado di resistere. E\’ una selezione ancora più dura che in passato, ma del resto le storie antiche di marchi come Corgi, Dinky o Matchbox insegnano che se mutano gli scenari e con questi le esigenze pratiche e strategiche, il mercato dell\’automodello, sia esso più vicino al giocattolo o all\’oggetto da collezione, è un settore esposto ai capricci di un mare tutt\’altro che sicuro.

Aggiornamento del 17 marzo 2016: un ulteriore approfondimento sulle recenti vicende delle azioni di Hornby, con una serie di link a fonti e ad articoli della stampa finanziaria britannica, è disponibile a questo link: http://grandiepiccoleauto.blogspot.it/2016/03/a-proposito-di-chi-sale-e-chi-scende.html .