Rassegna stampa: Four Small Wheels 10/2013

Colpevole ritardo nella recensione! Proprio mentre il primo numero del 2014 di FSW è in fase di spedizione agli abbonati di tutto il mondo, cerco di recuperare il tempo perduto parlando dell\’ultimo fascicolo del 2013. Non so a voi, ma per me FSW resta la rivista più interessante. Old style quanto basta, tutta sostanza e con un\’onestà intellettuale apprezzabile per quello che comunque è un bollettino di un negozio. Ma quelli di GPM, prima Brian Harvey, poi André Marot, Mark Chitty e compagnia, sono quasi sempre riusciti a mantenere separata l\’esigenza di recensire un modello con le sacrosante esigenze commerciali della loro attività principale.
Le editor\’s choices di pagine 3 consigliano il kit MFH in scala 1:12 della McLaren M4/4 F.1 del 1988 (versioni GP Monaco o Detroit). Dalle poche linee di commento e dalle quattro foto accluse si capisce che deve trattarsi di qualcosa di notevole. Per l\’1:24 la palma di modello del mese va alla Skoda Fabia S2000 Evo IRC 2012 di Belkits, mentre l\’1:43 vede la new entry dell\’ennesimo marchio di resincast cinese, Century Dragon (giustamente…), che esce con una Jaguar C-X75 la cui finitura ricorda la premiata ditta Spark e tutti i suoi accoliti. Non poteva mancare fra le novità librarie l\’annuario 2013 della 24 Ore di Le Mans, a cura dell\’ormai leggendaria triade Teissedre, Moity e Bienvenu. Tante le novità recensite nella parte principale della rivista (en passant viene da notare come Renaissance abbia trovato un valido modus vivendi nella produzione e vendita di decals, transkit e accessori vari, anche e soprattutto nelle scale più grandi come l\’1:24).

Nella pagina delle recensioni, direi che la novità principale (e comunque novità non è visto che era uscito diverso tempo prima) è il volume 5 della serie Joe Honda Sportscar, dedicato alla Ferrari 512S nella stagione 1970. Stagione non completa, visto che questo quaderno occupa 7 gare su 10 del Mondiale Marche, ossia Daytona, Monza, Brands Hatch, Targa Florio, Le Mans, Spa e Watkins Glen. Chiude come al solito la rivista, il pezzo storico di David Blumlein, che ispirandosi al modello Minichamps, traccia la storia sportiva della Delahaye 145 (foto sotto).

Co.Met Milano: gallery di mezzi industriali

A completamento della presentazione di Co.Met. Milano, ecco una gallery di foto di modelli montati. E\’ un livello di rifinitura volutamente di \”base\”, che consente ai più esigenti di completare le miniature come meglio credono e allo stesso tempo permette di tenere basso il prezzo vendita. Le prime due immagini sono relative a kit modulari. Gli altri modelli sono degli speciali venduti solo completi.

Co-Met Milano: un modo molto italiano di fare 1:87

L\’interesse suscitato da alcuni articoli su \”nonomologati\” e la sua particolarissima produzione di mezzi industriali in scala 1:87 mi ha portato ad approfondire l\’argomento, risalendo alle origini dei kit che Marco di \”nonomologati\” utilizza per le proprie bellissime realizzazioni. Il nome Co.Met.Milano sarà noto agli appassionati del settore, ma forse non lo è altrettanto a chi non si occupa in maniera abbastanza specifica del tema (oltretutto Co.Met. non produce solo mezzi industriali, ma anche una bella campionatura di auto italiane degli anni settanta/ottanta, come la Lancia Fulvia, la Delta Integrale, la Giulietta o l\’Alfa 75). Ecco perché ho ritenuto opportuno presentare questo nome, tipica espressione di un certo artigianato italiano, e lo faccio direttamente attraverso le parole dell\’interessato, che ringrazio per la collaborazione e la gentilezza con la quale mi ha fornito le foto e le relative spiegazioni. Spero che in un prossimo futuro si possa tornare anche in modo più approfondito sull\’interessantissima produzione di Co.Met.Milano. Chi desiderasse contattare Ferdinando, può inviare una mail a comet.milano@libero.it oppure chiamare il 348 060 8535.

Buon giorno a tutti,
Mi chiamo Ferdinando e sono il titolare della Co.Met.Milano. Mi sono dedicato anche a questa attività sin dal 2001.
Appassionato di fermodellismo e di tutto ciò che è grande meccanica, rimanevo incantato fin da bambino per ore e ore a guardare dal balcone di casa i camion che passavano, per lo più carichi di lamiere o billette di acciaio, piuttosto che di rottami.
Ovviamente tutto ciò veniva trasferito nei miei giochi!
Diventato un “bambino” grande, man mano che i miei giochi si tramutavano in vero e proprio collezionismo, notavo la persistenza di una lacuna nel panorama degli automezzi “pesanti” italiani nella scala H0 (1:87).
Ho deciso pertanto di riprodurre personalmente quei mezzi che noi collezionisti italiani e “italianisti” desideravamo.
Mettendo a punto il mio progetto, sono giunto alla conclusione di voler creare modellini dalle grandi potenzialità ma che fossero al tempo stesso semplici e veloci da assemblare anche per i meno esperti. Un modello per tanti.
Ho così sviluppato dei kit versatili in grado di soddisfare opportunamente le esigenze di ognuno di noi, lasciando ampia possibilità di completare e personalizzare il proprio modello.
Esempio più eclatante di questa mia filosofia costruttiva sono le elaborazioni dell’amico Marco, che con la sua nuova linea di modelli Co.Met.nonomologati, è riuscito ad esprimerla ed esaltarla al meglio.
Indispensabile ed irrinunciabile caratteristica di ogni mio prototipo è il rispetto più puro della realtà, la rispondenza di geometrie e proporzioni verso quei veicoli che al vero sono stati parte della nostra storia e cultura.
Per fare tutto ciò è stato necessario attrezzarsi anche di nuove tecnologie, tra cui la modellazione 3D, in modo da poter sviluppare al meglio ogni singolo progetto, completamente realizzato da zero e curato in ogni singolo particolare dal sottoscritto. Inutile dire che per proseguire nel mio intento non è possibile ricorrere a basi commerciali già esistenti.
Nelle immagini ci sono alcune delle fasi di modellazione 3D del Fiat 691, realizzato completamente ex-novo.  


LA MISSION

Fare rivivere il passato e la storia di questi fantastici bisonti risvegliandone il ricordo. Tramandarne la memoria condividendola con tutti gli appassionati di questo fantastico mondo!

Alcuni echi della passione per gli hot-rod: John Rybicki e una Ford 34 di ERTL

Ford Deuce Hot-Rod di Monogram, scala 1:24

Avere a che fare con un\’abbastanza ampia collezione di vecchi kit montati in plastica (per lo più americani) mi ha inevitabilmente portato a contatto con realtà che di solito non frequento. E questo non è stato certo un male. Troppo spesso si tende a chiudersi dentro la propria nicchia, che spesso è a sua volta una nicchia della nicchia, finendo per perdere di vista il senso generale di quello che alla fine dovrebbe restare un hobby. In questo senso, alcuni personaggi che ho avuto la fortuna di conoscere, come il nostro Alberto Sarti di Prato, interpretano al meglio un certo eclettismo di interessi (e di conseguenza, di tecniche) che sovente va perduto annegando magari in troppe discussioni sterili. All\’opposto sta la concretezza di fondo di molti di coloro che si occupano di questi vecchi kit in plastica. Negli Stati Uniti sono ancora a migliaia, testimonianza ancora molto vitale di un\’attività che per almeno un paio di decenni ha costituito le fondamenta dell\’automodellismo, non solo laggiù ma anche qui da noi.
Ecco una storia, raccontatami fra ieri e oggi da un collezionista che proprio di recente aveva acquistato un paio di questi modelli; non so come, ma il discorso è caduto sugli Hot-rod, forse ispirato da un altro modello messo di recente in vendita, una Ford Deuce di Monogram. Un pezzo piuttosto ben fatto, praticamente integro, realizzato secondo una delle molte opzioni che kit di questo genere permettevano di ottenere (nota a latere, nel pieno della mania \”custom\” non erano rare le scatole di montaggio che offrivano la possibilità di montarsi la vettura sia in configurazione normale, sia in versione modificata, con una particolare predilezione per le Hot-rod derivate da modelli anni \’30-40).
Ecco il contributo di John Rybicki (Colorado), in pieno tema Hot-rod. Spero che il discorso possa essere approfondito presto, con altre foto e altre notizie.
Intanto buona lettura.

BACKGROUND :
My best friend Jerry Poniatowski and I met in 1957.  He is like a brother to me. We went to the same junior high and high school together and have been involved in the same automotive pursuits for over 50 years. In high school, he drove a 1947 Ford Coupe and I drove a 1940 Chevrolet Coupe. We have always been into hot rodding and restoration of classic cars and Corvettes.  Both of us graduated from the University of Michigan in Ann Arbor, Michigan.  Jerry, who is now retired was a high school Spanish teacher. I am still working.  I\’m a mechanical engineer.  I work for a company called United Launch Alliance, a company formed from Lockheed Martin Space Systems and Boeing Space Systems.  We design, build and launch Atlas V and Delta IV rockets, putting into orbit commercial and classified payloads for commercial customers, NASA and the National Reconnaissance Office.  I am a propulsion consultant, working cryogenic rocket engines for classified missions.  The company is located here in Centennial, Colorado, but all manufacturing is done in Decatur, Alabama.  If you Google United Launch Alliance, you can get information on the company.

Regardless of our different career pursuits, we have always had an automotive passion, having grown up together in Detroit.  As an engineering intern, I worked at the General Motors Technical Center in the Fisher Body design studio and Chevrolet Engineering.  As a student, I designed the first car seat for kids, called the \”Child-Infant Restraint System,\” a fancy word for a car seat. I have worked in an engineering capacity for Chrysler, GM and Ford Motor companies.

Jerry\’s current street rod is a 1937 Ford Slant Back Sedan, running a small block Chevy and drive trains.  He did all of the construction work on it himself, engine installation, paint and upholstery.  He is the most talented person I\’ve ever known. He scratch builds American Flyer train engines and rolling stock that were never made before, including all of the electronics, motors and lighting and has won numerous national awards.  American Flyer electric trains are called \”S\” gauge and are Hot Wheels Scale, or 1/64th scale. I was and still am into Lionel trains, which are 1/43rd scale. Both Jerry and I have extensive toy train collections and are involved in the major toy train clubs in the United States, but our main passion is cars.

We started to build models in 1957.  Originally, we were into custom car models, but shortly branched into building hot rod models in 1/24th scale.  We pioneered hinged opening doors, hoods and trunks, working steering and sprung suspensions and working head lights using grain of wheat light bulbs, long before any company provided such features.  Back in the day, we won every major national model car competition sponsored by Revell and AMT.  From pictures I took at the Detroit Autorama in 1958, Jerry scratch built Ed Roth\’s Beatnik Bandit, two years before AMT came out with the model.  Most of Jerry\’s models from back in the day, survive to this day. I scratch built Bill Cushenberry\’s custom 1940 Ford Coupe, called the El Matador.  If you Google these cars, you will see what they look like, if you are not familiar with them.

My friend Roy grew up in the Chicago area.  He was a manufacturers representative for company I was doing some engineering development work with. His father had a Jaguar XK-140 that was powered by a 1953 Cadillac V-8. It was called a Jag-I-Lac. Roy raced it at Meadowdale Speedway against Augie Pabst who drove a Corvette powered SCARAB, built by Lance Reventlow.  Two years ago, I built that model for him in 1/18th scale, using a number of donor cars.

I had been thinking of building Roy\’s high school car, a 1934 Ford three window coupe that was powered by a 1957 Corvette motor and dual four barrel carburetors. Jerry and I collaborated on it and he agreed we should build it, since no model company has built an unchopped top 34 three window coupe.  Jerry works part time at the Henry Ford Museum, Greenfield Village in Dearborn, Michigan.  He has access for archival photographs, so that\’s where we obtained pictures that we scaled down for the correct height of the stock 34 Ford three window top.  I will send you a digital of the picture we used for dimensions and proper contouring of the roof.

I purchased a number of ERTL 34 Ford hot rod bodies on Ebay to be used as donor parts cars.  I also bought a full fendered ERTL 34 Ford hot rod model for the fenders, since Roy\’s car appeared to be completely stock on the outside, but was Corvette powered.  His Ford had a number of different engines in it and tire/wheel combinations.  He wanted it built in its final configuration.  Roy has always been a \”car guy\”. Presently, he has a 40 Ford Coupe street rod and is building a 1951 Ford pickup on a Ford Explorer 4 wheel drive frame.

Jerry completed all of the metal work and primed the model and hand carried it to me from his home in Wayne, Michigan last weekend. My job is to do all the finish detailing, build the engine and do the final painting in gloss black lacquer.  I hope to get started on that phase of the project in the next few days, but work travel always takes too much time away from my hobby interests.

I have restored classic cars and Corvettes. At one time I had a collection of about 17 cars. At this time in storage in Illinois, where my wife and I formerly lived; in my olde car shop are : a 62 Corvette, 327/340 horse restored car, a 41 Buick Sedanette with 37,000 original miles on it, two Model T Fords, a 1920 coupe and 1923 four door sedan, a 100 point restoration of a 1928 REO Flying Cloud rumble seat coupe (REO stands for Ransom Eli Olds) who was Oldsmobile before he left GM and started his own company, a 1957 Chevrolet and a 1937 Ford four door sedan, both of which need to be restored.

Here are some pictures describing the process to unchop a top. As I mentioned, we are trying to duplicate my friends high school 1934 Ford hot rod from archival photographs taken in 1956. We started with two ERTL 34 Ford three window coupe bodies with chopped tops. Two models were needed.  No one has ever made an unchopped 34 Ford three window coupe in 1:18th scale.  The models sold have all been chopped.


Using pie cuts and other metal bending techniques and two tops, we obtained the correct top height and profile and then filled the cuts in with JB Weld, an epoxy filler.  To get unchopped doors, the donor model\’s doors were cut and pinned and a copper wire used to outline the door\’s window, epoxied in place for structural rigidity.  You can see the rough filing marks that were later filled in with automotive primer surfacer, a very thick lacquer primer.

A new unchopped windshield frame was made by bending and soldering and polishing two pieces of brass \”N\” Gauge model train track.  The finished in primer model is shown in the next picture with grille installed, but no windshield frame.  All of the body work is flawless.  Archive photos of a 34 Ford from the Henry Ford Museum, Greenfield Village was scaled to get the right proportions and top contour.  The separate deck lid that maybe ERTL thought to use as a rumble seat was rotated 180 degrees and made to open as a trunk.  The tires and wheels are from ERTL\’s 1940 Ford 1:18th scale model car, since those were the tires and wheels Roy had on his car in its final configuration.

The early hot rod ran a small block Chevrolet engine with two four barrel carburetors, which I have built and wired for detail. It will be installed shortly.  The hot rod was virtually a stock looking 34 Ford on the outside, so all the door handles and other trim will be installed, along with bumpers.  The donor model had a dropped front axle.  We had to raise the front wheels to stock height.

In this last picture, 2 mm plastic stock was heated and bent for the frame outline of the fabric top insert. It will be precision masked and painted flat black after I paint the model in a gloss black color.

Fiat Uno 45 (1983) di PremiumX: inutile recensirla?

Avevo pensato di scrivere una recensione sulla Fiat Uno 45 di Premium-X, recentemente uscita nella doppia colorazione blu metallizzato (catalogo PRD261) e champagne metallizzato (PRD260). Lo stampo non mi pareva del tutto inedito (ne avevo parlato anche con Umberto Cattani) e posto che molto probabilmente si trattava di un modello da edicola rimesso \”in tiro\” con qualche particolare in fotoincisione e altri dettagli più precisi, mi apprestavo a pubblicare un commento abbastanza articolato su questa nuova uscita. Se non che, osservando il modello, mi dicevo che c\’era qualcosa di fuori posto.

Dopo un paio di confronti, quel qualcosa è emerso in tutta la sua evidenza: il tappo del serbatoio sul lato sbagliato, almeno nella versione europea. Altre ricerche mi hanno fatto pensare che il modello Premium-X derivi dall\’Ixo (edicola?), che dovrebbe riprodurre una Uno brasiliana (se ne parla in questo blog: http://buzzedboy.skyrock.com/ ). Ma la Uno europea, certamente, il tappo del serbatoio l\’aveva dall\’altra parte. Questo, a mio parere, rende inutile ogni altra considerazione su un modello che avrebbe avuto il suo perché. Peccato.

Il collezionista e un romanzo di David Foenkinos

Qualche tempo fa, nella libreria della sala d\’aspetto dell\’aeroporto Charles de Gaulle a Parigi, curiosando fra le pubblicazioni (confesso, ero alla ricerca di Motor Sport) mi sono imbattuto in un romanzo di uno scrittore di cui ignoravo l\’esistenza, un certo David Foenkinos: Le potentiel érotique de ma femme, edito da Gallimard nella collezione Folio. Un romanzo abbastanza modesto, come ho avuto presto modo di appurare, avendo iniziato la lettura proprio nell\’aereo che da Parigi mi riportava a Firenze. Modesto, ma con qualche spunto intrigante per noi (?) collezionisti. Serve a poco in questo caso raccontare la trama del libro. L\’importante è la presenza, nelle pagine iniziali, della mania del collezionare del protagonista: dagli oggetti concreti come i badge delle campagne elettorali, le uova di uccello o i portasapone, a cose più astratte, che non si toccano, come i proverbi croati, o a metà fra il concreto e il concettuale, come le prime pagine dei romanzi. Il protagonista, trovata finalmente una donna che lo sopporti, se la sposa e inizia a collezionare \”situazioni\”, come i momenti in cui la donna sale sullo sgabello per pulire i vetri di casa. La faccenda prende una piega del tutto inaspettata e incontrollabile, e il romanzo a tratti è anche divertente. Dicevo del collezionismo. Il romanzo è in terza persona, come narrato da una voce quasi \”clinica\”, che ripercorre le vicende di una mente un po\’ distorta, quella di Hector, che passa da una collezione all\’altra, arrivando addirittura a frequentare una specie di gruppo di collezionisti anonimi, allo scopo di disintossicarsi dalla mania dell\’accumulo. E\’ l\’inizio del romanzo e forse anche la parte più intrigante. Andando avanti nella lettura, mentre l\’aereo sorvolava la Francia in direzione sud, mi sono detto che forse questo libro prima o poi sarebbe finito sul blog. A volte l\’atto di scegliere un volume in un posto che più casuale e anonimo non potrebbe essere, è tutt\’altro che casuale e anonimo. Solo che il più delle volte ce se ne rende conto a botta ritardata, magari dopo settimane o mesi. Preso dalla smania del collezionismo, Hector partecipa a concorsi dove personaggi di varia umanità si sfidano all\’ultimo oggetto più raro, quello introvabile, capace di dare un senso a tutta una vita di ricerche. Una vita che ha bisogno proprio di ricerche di questo genere per avere un senso.

Souvent la vie professionnelle des collecteurs ressemble à un costume trop grand. Quant à leur vie sexuelle, elle est calme comme un cancre pendant les vacances scolaires. Collectionner est l\’une des rares activités qui ne reposent pas sur la séduction. Les objets accumulés sont des remparts qui ressemblent aux oeillères des chevaux. Seules les mouches peuvent voir de près la tristesse froide qui s\’en dégage. 

La tristesse froide. A volte la giustapposizione di due parole salva un romanzo.

Hector cerca di comprendere l\’origine della propria tendenza bulimica a riempire uno spazio dietro l\’altro.

rien à faire, il ressentait un coup de foudre pour une chose et éprouvait un besoin irrépressible de l\’accumuler. Il avait lu des livres ; tous racontaient la possibilité de refouler ou d\’exorciser une peur de l\’abandon. Certains enfants légèrement délaissés par leurs parents se mettent à collectionner pour se rassurer. L\’abandon est un temps de guerre ; on a si peur de manquer qu\’on accumule. Dans le cas d\’Hector, on ne pouvait pas dire, non plus, qu\’ils l\’avaient surcouvé. Non, leur attitude végétait à mi-chemin entre ces deux attitudes, dans une sorte de mollesse intemporelle. 

Tristesse froide e mollesse intemporelle. Si va nell\’astrazione dopo aver flirtato con la psicanalisi. Ma entrando a Novegro, a Padova o a Verona non avete a volte anche voi l\’impressione che tutto sia permeato da questa sorta di tristezza fredda e di mollezza senza tempo – o fuori dal tempo? Un\’equazione che dà un risultato di sconclusionato non-esserci. Una forma di alienazione, se vogliamo.

Hector si sposa. Il racconto avanza ora zoppicando, ora prendendo un certo ritmo che lo salva dall\’assoluta mediocrità nella quale di tanto in tanto rischia di sprofondare.

Quasi alla fine: On ne pouvait aimer follement, et désirer accumuler d\’autres objects.

Invertendo il concetto, il collezionismo sarebbe quindi come una sorta di egoistico surrogato all\’impulso di amare? Si sente spesso parlare dell\’aridità di certi collezionisti inveterati. Sistemato questo libro nella fila dei romanzi francesi, di tanto in tanto lo riprendo e lo riapro a caso, quasi macchinalmente. Perché è un libro che nella sua caoticità racconta qualche verità poco comoda per chi pensa che la vita abbia un significato solo rincorrendo sogni travestiti da oggetto.  

Il pilota sotto il tetto: Spark e i famigerati "figurini" – anche con le ruote coperte. Wollek e la Porsche 934

A sentire i collezionisti, l\’idea di Spark di dotare i propri modelli di formula di figurini (abbastanza realistici, bisogna dire la verità) non è particolarmente brillante. Eppure Ripert & C. continuano a sfornare monoposto con il pilota dentro, e non senza impegno: lo sforzo di produrre qualcosa di realistico c\’è ed è encomiabile (uno fra tutti, Henri Pescarolo con la barbetta sulla Matra di F.3) ma qualcosa continua a non convincere. Certo, passi in avanti rispetto ad altri produttori sono stati fatti – eppure quei piloti fanno sempre un effetto abbastanza bizzarro. Di tanto in tanto li vediamo apparire anche su vetture che non siano monoposto: il primo caso, se non vado errato, risale all\’uscita di una BMW 3.0 CSL appartenente alla serie francese e di recente, una \”copia\” di Jim Clark ha fatto la propria apparizione su una Lotus 30 Sport (in quel caso il pilota, senza cinture di sicurezza e senza troppi particolari che ne nascondano la \”plasticosità\” fa ben misera figura).

Spark S3401 Porsche 934 Gr4 Burton Le Mans 1977

Ora, infine, il pilotino appare anche in una GT, e forse non a caso. Si tratta della Porsche 934 Kremer-Burton – forse una delle più note livree della 934 – guidata a Le Mans 1977 da Bob Wollek. Conosciamo bene la popolarità di cui Wollek gode fra gli appassionati di endurance, e sicuramente Spark avrà colto la palla al balzo per fare un piccolo esperimento. Esperimento che, tra l\’altro, fa aumentare il prezzo di questo specifico modello di qualche euro. Altra scelta forse non casuale: su due Porsche 934 finora uscite, entrambe sono state pilotate da Wollek, quella di Le Mans 1976 e questa del \’77.

Inconfondibile il casco bianco-blu di Bob Wollek nella Porsche di Le Mans \’77. I tifosi del pilota alsaziano saranno contenti?

Sul fascino dei vecchi kit in plastica

Una vetrina veramente…vintage

Sfogliando i vecchi numeri di Quattroruotine, ma anche di tutte le altre riviste degli anni sessanta e settanta, è facile notare come una gran parte dello spazio sia occupato dai kit in plastica, prodotti per lo più da marche americane (ma anche europee) come AMT, Monogram, MPC, IMT, Cox, Aurora, Hawk e altre. I kit in plastica, in quel periodo, erano la base del modellismo automobilistico. Oltretutto vi era una connessione piuttosto stretta col mondo delle slot, visto che gli stessi produttori commercializzavano scatole di conversione per trasformare un modello statico in una vettura da pista. Le scale erano per lo più le classiche 1:24/1:25 ma anche la 1:32, in cui un fabbricante forse da noi poco conosciuto come Pyro, aveva spianato la strada con prodotti semplici ma di notevole fedeltà di riproduzione. Oggi il mercato di questi modelli conosce alti e bassi. Per lo più sono ricercati alcuni kit in scala 1:24/1:25, e fra i modelli montati le quotazioni oscillano in base alle condizioni e all\’originalità del pezzo. L\’argomento è indubbiamente affascinante, ed è possibile trovare ancora kit in condizioni perfette, per chi voglia collezionarli lasciandoli così, oppure desideri montarli secondo le specifiche dell\’epoca o magari migliorandoli alla luce dei progressi degli ultimi decenni. Confesso che non mi ero mai troppo interessato a questa branca dell\’automodellismo, ma di recente, l\’acquisizione di una collezione abbastanza importante, mi ha portato ad approfondire l\’argomento. Gli americani hanno maturato una competenza notevole, ed esistono ampi repertori e retrospettive, sia cartacee sia on-line, su una produzione vastissima e quantomai variegata. Sono i bagliori di un modo di intendere il modellismo che forse non esiste neanche più. Anche solo ammirare le istruzioni di questi modelli è un\’esperienza abbastanza unica. Spesso si tratta di veri e propri libretti (come nel caso dei modelli Aurora), che tracciano la storia della vettura reale, accompagnata dall\’illustrazione delle varie fasi di montaggio. Si percepisce nettamente l\’intenzione di dare a questo genere di modellismo un ruolo educativo. Del resto, quanti bambini e ragazzi degli anni sessanta e settanta hanno sviluppato conoscenze meccaniche e tecniche (seppure superficiali e generiche) proprio grazie a questo genere di kit? L\’intento educativo è ancora più evidente se si pensa quanto difficile fosse, all\’epoca, procurarsi materiale documentario sulle vetture di serie e soprattutto da competizione. Certamente le esigenze di precisione e di esattezza storica non erano le stesse di oggigiorno, ma le proporzioni e le linee dei modelli sono nella maggior parte dei casi precisissime e rendono bene la forma e l\’aspetto dell\’auto vera. Questo vuole essere un invito ad approfondire un aspetto del collezionismo che ci riporta indietro ormai di svariati decenni, quando – chissà? – ci si divertiva in modo diverso e forse anche più semplice.
Ecco alcune immagini di questi modelli, accompagnati dal loro foglio di istruzioni originale.

Rassegna stampa: Auto Modélisme n.197


In attesa della risposta italiana che non tarderà ad arrivare, Auto Modélisme continua la propria strada avvicinandosi al numero 200 della serie. Questo numero 197, di gennaio, è ricco di spunti e prepara validamente il terreno a una parte dell\’anno di grande interesse per il mondo modellistico, con Norimberga e Rétromobile che bussano alle porte. Breve ma abbastanza ficcante l\’editoriale di Alain Geslin, che a proposito di alcuni modelli (nella fattispecie le Porsche 911 e derivati) si chiede se riproduzioni concepite 30-40 anni fa, ovverosia con le tecniche \”d\’epoca\” siano meno affascinanti di prodotti immessi sul mercato al giorno d\’oggi. Domanda retorica perché la risposta è scontata. A ciò va aggiunto che a volte le proposte moderne non aggiungono nulla a modelli apparsi in un passato più o meno recente, anzi ci si chiede sovente che utilità possano avere uscite contraddistinte da errori marchiani e assolutamente intollerabili alla luce della documentazione di cui tutti, dal produttore all\’ultimo dei collezionisti, possono disporre con la diffusione a tappeto di libri di grande qualità e con l\’aiuto ormai insostituibile della rete.


Venendo agli altri contenuti di questo numero 197, interessante la presentazione della BMW M1 di Andy Warhol (Le Mans \’79) in scala 1:12, ricavata da Jacques Agnan a partire da un kit… messicano, ampiamente rielaborato. Anteprima, inoltre, di un impressionante diorama che sarà esposto a Rétromobile il prossimo febbraio, avente come tema il Land Speed Record: protagonista, il Thunderbolt del 1937, che verrà messo opportunamente in scena, con annessi e connessi, da Jean-Claude Baudier. Il suolo del diorama, a simulare il lago salato? Semplice: del bicarbonato! Ai modellisti non manca certo l\’inventiva, e questo non da oggi… Sempre molto densa la parte dedicata alle recensioni: modello del mese in scala 1:43 è l\’impressionante Morgan-Nissan LMP2 decorata a Fernando Costa, vista a Le Mans nel 2013. Dopo il modello promozionale \”presentazione\” prodotto e diffuso da Spark nei giorni della corsa, è la volta dell\’edizione \”gara\” facente parte della serie standard (catalogo S2599).


Prima parte di uno speciale dedicato alla storia della Porsche 911 in competizione (1965-1977): l\’argomento non è quanto di più originale si possa pensare, ma comunque è l\’occasione di ammirare alcuni modelli della collezione di Jean-Marc Teissedre, autore del testo (e un articolo di JMT, per quanto su un tema ampiamente sfruttato, è sempre meritevole di attenzione). Nella sezione slot, segnaliamo l\’articolo su Jean-Loup Venon, noto anche come \”Bitume\”, creatore della gamma BSR (kit per le piste elettriche) che annovera un certo numero di riproduzioni di grande interesse, non solo per gli smanettoni ma anche per gli appassionati di \”statico\”.

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Evoluzione di un modello: gallery della Fiat 124 Spider Abarth Prototipo Giro d\'Italia 1973 (Carrara Models)

A completamento del precedente articolo che illustra l\’evoluzione del modello Carrara rispetto al Barnini (di cui potete leggere qui ), ecco una gallery delle due versioni disponibili (n.522 Pianta/Pica e n.526 Pinto/Bernacchini), commercializzate solo montate.