Una 962 "americana" l\'ultima novità di Spark per Cartima

Se qualcuno si chiedeva perché mai Spark non avesse ancora sfruttato a dovere il filone americano delle Porsche 962, inizierà a trovare pane per i suoi denti. Cartima ha infatti commissionato a Spark una delle versioni che più mancavano della 962 IMSA, la Bayside della stagione 1986, con la vistosa presa d\’aria posteriore. Il modello è uscito nella raccolta dedicata a Bob Wollek e riproduce la versione che corse a Miami con Wollek e il nostro Paolo Barilla. Edizione limitata e numerata a 500 esemplari.

Il più recente modello della collaborazione fra Spark e Cartima. Nella foto, il modello poggia sul libro di Michael Keyser, The speed merchants 70s & 80s, una specie di sequel del primo volume, vivamente consigliato.

Maserati Quattroporte III 4.9 1983 di Kess Models

L\’altra novità italiana insieme all\’Alfa 6 della neonata Kess Models è la Maserati Quattroporte di terza generazione, l\’ammiraglia del tridente del periodo De Tomaso, senza dubbio un soggetto che molti collezionisti attendevano da tempo. Per la Quattroporte III, Kess Models ha scelto due varianti di colore nella serie standard di 300 pezzi (Marrone Colorado metallizzato e Oro Longchamps) e due nella serie più limitata a 108 pezzi, venduta in esclusiva dal sito Carmodel (Blu sera e Silver). Gli interni rispecchiano la finitura \”Naturale\” in pelle marrone chiara, tipica delle Maserati del periodo. La filosofia costruttiva è simile a quella dell\’Alfa 6: stampo molto preciso, tanti particolari, fotoincisioni e un\’evidente ricerca del dettaglio che non può che fare ben sperare per il futuro. Il modello di queste foto è un esemplare in Marrone Colorado (art. KE43014012) e via via aggiungeremo alcuni commenti alle immagini. Prima di passare alle foto, però, un\’ultima osservazione: anche Neo Scale Models ha annunciato per l\’autunno l\’uscita della Quattroporte III, ma nell\’esclusiva versione Royale. Si tratta di un modello del tutto nuovo o di una collaborazione fra le due case?

La presentazione è quella che abbiamo già conosciuto con l\’Alfa 6: base in plastica simil-alluminio, vetrinetta e cartoncino con finestra.

Direi che come linee ci siamo. Forse si può obiettare la scarsa altezza da terra…

…in effetti sulla vettura vera c\’era più spazio fra gomma e passaruota; al retrotreno è visibile l\’intera gomma, mentre sul modello Kess questa rimane un po\’ incassata nella carrozzeria.

Su alcuni esemplari la finitura del colore appare un po\’ \”pasticciata\” nella parte superiore del contorno vetro posteriore, in alcuni casi finendo sulla carrozzeria oltre la fotoincisione.

Il livello di montaggio è comunque notevole, al pari di quello dell\’Alfa 6.

Alcuni avevano espresso dubbi sulla dimensione del tridente, che tutto sommato a me sembra adeguato.

Perché questa assurda targa MO-014012? Altro non è se non il numero di catalogo del modello, ma che bisogno c\’era di una citazione… modellistica? Non sarebbe stato di gran lunga preferibile adottare una targa verosimile? Oltretutto la targa MO-014012 non è mai esistita, né negli anni di produzione della vettura né mai.

Sul bocchettone laterale il fregio fotoinciso ha un diametro maggiore dell\’incisione, con un effetto poco realistico. In compenso sono piuttosto belli i cerchi e molto curata è la finitura dei paraurti, con i catadiottri rossi e i listelli in fotoincisione.

Davvero niente da dire sulla verniciatura: non eccessivamente spessa, uniforme, senza particolari difetti, con una metallizzazione di grana fine e realistica. L\’ottima verniciatura è una caratteristica comune a tutti i modelli di questo nuovo produttore.

Azzeccata la tonalità del \”Naturale\” dei sedili, anche se qualche effetto è un po\’ troppo plasticoso.

Belli e precisi i gruppi ottici posteriori, e applicati con grande precisione i loghi sul baule.

Le viti di fissaggio posteriori si trovano all\’esterno dei terminali di scarico. Notare l\’opportuno distanziale che impedisce al fondino di imbarcarsi sotto la tensione della vite.

Anche qui si può notare la colorazione degli interni che deborda (al centro) oltre la cornice del vetro. A essere pignoli mancherebbe la fascia parasole verde chiara, che con le tecniche odierne non dovrebbe più costituire un problema riprodurre.

Il modello si apre facilmente; è tenuto insieme da quattro viti (due davanti, due dietro). Notare le cinture di sicurezza e le relative fibbie. Forse un po\’ tirata via la finitura dei vari accessori sulla consolle centrale. La dominante della tappezzeria è forse un po\’ troppo chiara?

I pannelli laterali e il cielo perfettamente dipinti e ben rifiniti non tradiscono alcuna sbavatura evidente. Notare il perno in plastica nera che entra nella resina per accogliere una delle due viti della basetta. Più avanti i fori delle due viti anteriori.

Ancora un\’immagine del cielo e del cruscotto, con la plancia e il volante in tinta contrastante col colore naturale della pelle.

Da questa vista i sedili appaiono abbastanza realistici, simulando correttamente la pelle. In altri casi la sensazione della plastica è un po\’ più evidente, ma direi che l\’effetto complessivo è plausibile. Bruttina la linea di stampo che percorre i poggiatesta anteriori.

Prossimamente: Maserati Quattroporte III Serie di Kess

Nelle prossime ore troverete un resoconto, spero il più possibile dettagliato, su un altro modello di Kess, la Maserati Quattroporte III Serie 4.9 del 1983. Stay tuned.

L\'Honda City, il Motocompo e il prato blu

Facendo una piccola pausa al tavolino di vetro mi è tornata in mente una storia apparentemente senza troppa importanza di molti anni fa; di quelle storie, però, in grado di influenzare i gusti e certe scelte di un collezionista. Una storia come ne capitano tante a chi ha la tendenza compulsiva ad accumulare riproduzioni in scala di veicoli a motore (perfettamente inutili, ma questo è un altro paio di maniche). Negli anni ottanta, ai tempi delle medie, ero affascinato dalle utilitarie giapponesi, con quelle loro plastiche esotiche e gli attacchi rossi delle cinture di sicurezza con scritto \”press\”. Per la verità \”press\” c\’era scritto anche sulle Fiat, sulle Volvo o sulle Renault, ma quel \”press\” mi sembrava così giapponese, insieme alla sensazione scatolosa e plasticosa, quel \”bleng\” di quando un\’insegnante del collegio svizzero ove ero stato recluso d\’estate (poi ho continuato a scontare la pena agli arresti domiciliari) chiudeva la portiera della sua Toyota Celica rosso fegato. Cose, insomma, che non si dimenticano. Ad uno dei ragazzi della famiglia che ci affittava ogni estate la casa a Weggis, nei pressi del lago di Lucerna, una volta portammo un kit della Tamiya in scala 1:24 abbastanza inusuale, una Honda City con tanto di kit del Motocompo, una specie di micromotorino progettato per entrare giusto giusto nel bagagliaio della vettura.

Il trionfo degli anni ottanta: la macchina trendy col fighetto ancora più trendy (dal catalogo Tamiya 1985).

Questo kit non mancò di ridestare le mie passioni per le vetturette plasticose giapponesi, e quando aprimmo insieme la confezione, rimasti colpito da delle cose che mi parevano promettere un realismo impressionante: il suggerimento, ad esempio di dipingere il bordo dei finestrini posteriori laterali di nero opaco dall\’interno, a simulare un vetro parzialmente oscurato, oppure il figurino del collegiale trendy al posto del pilota che accompagnava altre realizzazioni ben più evocative della Tamiya, dalla Zakspeed Capri Turbo alla Golf Gruppo 2 Kamei. Non durò molto l\’Honda City in forma di kit: decidemmo di montarla, verniciandola – suggerì il proprietario – con una specie di vernice per legno a bomboletta. Visto che ogni essere umano dotato di un minimo di raziocinio si era rifiutato di ospitare al chiuso questo genere di operazione, optammo per una sessione open air, ossia sul praticello antistante la villetta, che dava proprio sul lago di Lucerna, in un\’ambientazione così finta e idilliaca che sembrava appunto finta e idilliaca. Andammo un po\’ abbondanti con la vernice, appoggiando semplicemente la carrozzeria su un cartoncino da pizza, col risultato che sull\’immacolato praticello restò per quasi un mese una stravagante chiazza celeste. Quanto al modello, a parte la finitura opaca, cui nessuno fece caso, non venne gran ché bene. Fu montato molto di fretta ed esposto nella stanza da letto accanto a vari Burago e Polistil più o meno della stessa scala.

Il piccolo Motocompo in scala 1:43 è un capolavoro, ma anche la macchina non scherza. Il tavolino di vetro apprezza e ringrazia.

Dell\’Honda City forse non si occupò più nessuno – tranne la Diapet – fin quando la Ebbro non ha tirato fuori la stessa combinazione in scala 1:43, guarda caso anche in un colore azzurro abbastanza simile a quello che avremmo voluto ottenere in quel lontano pomeriggio dell\’estate del 1985. Il kit Tamiya riproduceva la turbo mentre l\’Ebbro è la versione aspirata, ma che importa. Il tavolino di vetro ha colpito ancora (per fortuna non in testa. O magari sì?).

Considerazioni di fine settembre: polpette e tavolino di vetro

Da qualche tempo questo è diventato il mio spazio e continuerà ad esserlo sempre di più da quando Umberto Cattani ha (giustamente) lasciato il forum della Duegi, dopo essere stato lasciato a piedi senza complimenti da una dirigenza miope e probabilmente anche poco capace. Stamani alcuni, sul forum, si chiedevano che senso avesse disperdere le forze, senza rendersi probabilmente conto che le forze vanno e vengono, senza che questo sia necessariamente un male, anche se devo ammettere che viviamo nella patria delle forze disperse, più che delle forze inesistenti. Ma da un po\’ di mesi a questa parte, preferisco starmene nel mio angolo e magari demandare il confronto diretto con gli altri collezionisti a momenti ugualmente significativi, come le borse di scambio o le visite.


Il tavolino di vetro è lo scenario di riflessioni in libertà.

Del resto anche il blog è un punto di confronto, anche se molto più a senso unico di un forum, questo va riconosciuto. Ma il mio tavolino di vetro è ormai diventato un terreno più confidenziale rispetto a certe gazzarre che in questo momento farebbero più danno che altro. In questo blog ci sono tanti modelli, migliori o peggiori, tante opinioni, tante contraddizioni a dirla tutta, ma è l\’angolo che mi ci voleva. Alfonso, che sarà anche brutto e antipatico (scherzo) ma ha fra le sue doti una straordinaria acutezza, ha colto nel segno quando ha commentato la decisione del sottoscritto di allentare i propri interventi sul forum a vantaggio del blog – dimostrando oltretutto che gli uni non sono sostituibili con gli altri: in una parola, se nella mia attività scrittoria il blog è cresciuto a detrimento del forum, questo significa che era il momento e più che una decisione consapevole è stata un\’esigenza alla quale ho dovuto obbedire. In queste settimane, modellisticamente parlando, la vicenda di Modelli Auto ha reclamato la propria priorità anche nelle mie giornate, ma di tanto in tanto mi risiedo all\’ormai famoso tavolino di vetro, con un paio di modelli e un succo di frutta, per fare qualche riflessione. Mi viene in mente quello che proprio sul blog aveva scritto alcue settimane fa Pier Luigi Madiai: aveva detto una cosa del tipo \”la bistecca è buona, ma a volte a noi piacciono anche le polpette\”. Possono piacere o debbono piacere, fate voi, ma il risultato non cambia. Non è neanche un accontentarsi. Ecco, protagonisti indiretti di queste riflessioni sparse (non cercateci necessariamente un filo logico, una coerenza a tutti gli effetti) sono proprio certe \”polpette\” che conservano il gusto del casalingo e trasposto in termini modellistici, del vecchio kit montato con decoro, storicamente corretto, un po\’ elaborato e magari avvitato su una basetta di legno. Sono loro che quasi in dissolvenza dettano certi pensieri. Seguiranno anche argomenti più specifici, non vi preoccupate. Spero, a questo proposito, di potervi proporre una recensione quanto più completa possibile, della Maserati Quattroporte di Kess, visto anche il successo riscontrato con i due articoli sull\’Alfa 6. Guardo il forum e mi sembra stavolta di essere quello alla finestra; vengono messi modelli e vengono anche criticati (magari a ragione, per carità). Ma non mi sembra per me il momento di continuare a partecipare a questo gioco. I modelli continuo a discuterli con gli amici, a condividerli qui, ma è come se in questo momento il forum avesse perso quella funzione di socialità generale che era così importante due o tre anni fa. Forse sono anche mutate le esigenze e senza dubbio quelli che mutano sempre e comunque sono gli scenari, e con loro le persone. E\’ vero che i parametri di giudizio di un modello possono essere significativamente cambiati (o stravolti?) dall\’avvento sempre più massiccio della documentazione sui montaggi dei maestri nipponici. Ma è anche vero che la maggior parte dei forumisti è abbastanza intelligente da capire che certi confronti sono improponibili. In ogni caso si continua a criticare una Daytona troppo caramellosa. Secondo me lo è, ma come ho scritto, se il committente è contento, la discussione può finire lì. Oppure no? Magari si può continuare a dibattere, anzi è sacrosanto, ma con il principio ben chiaro che si parte dalla soddisfazione di chi possiede il modello. A volte non si considera che certi modelli ci fanno felici per ragioni che sfuggono alla maggior parte degli altri collezionisti o che addirittura \”funzionano\” solo nel nostro personale sistema di valutazione. Si scivola verso un altro argomento: il trasparente sulle decals. Non mi piace più. Giustamente ha fatto notare qualcuno che questa tecnica può essere la \”firma\” di qualche montatore. Le molte \”polpette\” montate da Renardy, ad esempio, hanno il trasparente, ma è un trasparente discreto, non lucidissimo, e soprattutto fine. E poi mi ricordano i montaggi che lo stesso Renardy mi faceva nei primi anni novanta. Già un AMR montato con questi criteri lo accetterei meno, ora come ora. Fra i montatori di questo genere di modelli, il mio ideale resta su Magnette, Jean Liatti, Patrick Badot e anche un Laplace. Tutta gente che ha uno stile ben determinato, abbastanza simile, e che soprattutto non utilizza il trasparente sulle decals. Ho venduto tutti i montaggi racing di Alberca perché non mi soddisfacevano più, non solo per questo aspetto, ma anche per le molte incoerenze che la ricerca di un dettaglio maggiore aveva causato con una base che di per sé non si presta a tante trasformazioni. Non apprezzo particolarmente la strada che Jean-François ha intrapreso, perché a mio parere è una strada che non lo porterà da nessuna parte. Penso che se si volesse cimentare i montaggi iperdettagliati, l\’ideale sarebbero dei kit Provence Moulage, Starter o altrimenti i Tameo di ultima generazione. Vedere tagli, ritagli e frattaglie su un vecchio kit AMR non mi entusiasma e non lo comprendo neanche. Oltretutto le tecniche usate sono sempre le solite e non è certo estremizzando (ottimizzando?) il vecchio che si raggiungono i risultati dei migliori montatori giapponesi, sempre che questo sia l\’obiettivo. Casomai, come ha fatto Roberto Quaranta, la strada giusta è quella di rivoluzionare le tecniche, l\’approccio ai materiali, l\’utilizzazione stessa dei materiali, magari seguendo più da vicino il lavoro dei vari Hayakawa, Momose e compagnia bella. Concludo a bomba: ora come ora non posterei un mio modello sul forum per vederlo criticato da mezzo mondo. Sono periodi.

KESS Models: Alfa Romeo Alfa 6 2.5i V6 Quadrifoglio Oro 1983 (parte II)

Veniamo adesso più nello specifico di questo modello col quale Kess si è posta all\’attenzione dell\’esigente pubblico dell\’1:43. E quando si parla di modelli italiani più o meno \”storici\” le antenne qui da noi sono ben puntate. A case come Looksmart, BBR, MR non si è perdonato niente, e a ragione direi, perché un modello, anche stradale, che si attende da tempo diventa pressoché inutile se l\’occasione viene sprecata con banali errori. Premetto che non mi intendo di varianti anno per anno su vetture di questo tipo. Le apprezzo e una bella fetta della mia collezione è composta da Alfa Romeo, Fiat e anche Lancia degli anni settanta/ottanta, ma non saprei dire, salvo in rari casi, se quel listello sul cruscotto apparteneva alla produzione del 1983 o del 1984, o se il modello del 1985 aveva la lancetta del contagiri bianca oppure rossa. Salutando col dovuto rispetto chi è in grado di apprezzare certe differenze e di conseguenza condurre una critica del tutto storicamente documentata, proseguiamo lo stesso questa disamina del modello, lasciando magari spazio a chi sappia confrontare certi particolari. Ho misurato il modello e posso dire che sostanzialmente i riscontri sono giusti: l\’Alfa 6 di Kess si avvicina con tolleranze nell\’ordine di 1 millimetro o di frazioni di millimetri alla scala teorica 1:43. Dove invece le dimensioni non tornano gran ché è nella larghezza: la vettura vera misurava 1684 mm, che tradotti in scala 1:43 danno 39,16, contro i 37,00 scarsi del modello (senza specchietti) e 42 (con gli specchietti). Se le misurazioni sono corrette – le verificherò ancora – c\’è una mancanza di un paio di mm nella largezza, cosa che in scala 1:43 si nota abbastanza. Forse deriva da questo l\’impressione di una coda troppo lunga che alcuni avevano avuto commentando un thread di Umberto Cattani nel forum Duegi? Non saprei e preferisco sospendere il giudizio. I volumi sono difficili da giudicare, anche quando si tratta di vetture tutto sommato \”facili\” come l\’Alfa 6, che è il trionfo delle linee geometriche. Ecco una serie di foto più particolareggiate, con via via i commenti su alcuni aspetti del modello.
Come vedrete, quasi tutto è decisamente riuscito, altre cose un po\’ meno, ma a volte si tratta di piccoli errori di \”gioventù\”, cui il costruttore saprà rimediare con le prossime uscite. C\’è comunque da essere contenti, e la prospettiva è quella di produzioni sì con le braccia in Cina, ma con la \”testa\” in Italia, gestite da persone competenti e appassionate. Senza dubbio questi Kess Model daranno fastidio a più d\’uno, ed è anche per questo che certe osservazioni rischiano davvero di sembrare delle critiche per partito preso. Finora i pochi artigiani che si occupavano di questo genere di vetture avevano avuto campo più o meno libero, visto che le produzioni orientali non erano quasi mai riuscite a convincere del tutto il pubblico di casa nostra, come detto sempre molto attento a particolari che magari altrove potrebbero passare tranquillamente inosservati. Stavolta, invece, il discorso è diverso e le prospettive – che piaccia o no – sono ben altre. Il modello al pubblico costa sui 62-63 euro e il rapporto qualità/prezzo è decisamente favorevole, considerato quello di certe marche italiane che nel tempo hanno proposto modelli nostrani pieni di errori e montati coi piedi a ben oltre 100 euro.

Ricominciamo da una foto già pubblicata nella prima parte di questa recensione. La basetta si presenta bene, è in plastica con \”effetto alluminio\”.

Il posteriore ricco di dettagli. Davvero belli i gruppi ottici: qui per uno strano effetto del flash i vari colori (rosso, rosso scuro, bianco, arancio) non sembrano ben definiti nei loro spazi, cosa assolutamente fasulla. Il fascione centrale in plastica e il relativo listello di contorno sono realizzati con grande finezza. Un po\’ meno convincenti i terminali di scarico, il cui interno nero non è dipinto con molta precisione. Purtroppo il numero di targa è incoerente, essendo \”Roma-K\” un\’immatricolazione del 1971. Un\’immatricolazione tipo \”Roma-43150K\” (con la K in fondo) sarebbe stata verosimile e avrebbe collocato la vettura intorno al 1984. Notare che i numeri 43150 richiamano la referenza di catalogo del modello, mentre \”K\” starà evidentemente per \”Kess\”, ma ne è appunto venuta fuori un\’immatricolazione inverosimile. Si sarebbero salvati capra e cavoli spostando la K in fondo.

Qui si apprezza ancora di più la fattura del gruppo ottico posteriore. Molto elaborati i paraurti. Lo stemma Alfa, che sembra stortissimo, in realtà è appena inclinato. Considerate che qui siamo ad effetti macro che neanche un modello di Hayakawa reggerebbe senza fare una grinza (scherzo, Piero Tecchio!).

Realistiche le gomme, anche se in foto sembrano troppo plasticose. Meno convincente il cerchio, ben realizzato, ma le asole sono più piccole di quanto probabilmente dovrebbero essere. Se non vado errato, questa versione dell\’Alfa 6 dovrebbe avere dei listelli cromati incastonati nelle paratie in plastica laterali e anche nei paraurti, ma evidentemente la loro realizzazione sarebbe stata troppo elaborata.

Notare gli specchi retrovisori con le corrette incisioni

Il livello di montaggio è davvero alto, direi un gradino (o un gradino e mezzo) sopra i Neo Scale Models, tanto per citare una marca europea-cinese che si occupa di vetture di questo genere.

Se il livello di pulizia di montaggio non fosse al di sopra della media, a questi ingrandimenti ci sarebbe il festival del pastrocchio. Notare i piolini della sicura all\’interno dei pannelli delle portiere.

Senza la sua base il modello continua ad avere il suo perché.

…ma non provate a smontarlo perché delle quattro viti che tengono ancorato il fondino alla carrozzeria, quella sotto l\’impianto di scarico è praticamente impossibile da svitare, essendo stata completamente consumata. Un modo per impedire ai bambini curiosi di vedere com\’è fatto il giocattolo dall\’interno? E\’ solo questione di tempo…

Ancora una vista di tre quarti dal posteriore: curati gli interni, con i sedili che danno la giusta idea di tessuto imbottito.

Non sono un contachiodi e non vi dirò se i listelli della calandra sono dello stesso numero di quelli dell\’auto vera. L\’effetto, in ogni caso, è molto realistico, aumentato dalla presenza dei minuscoli tergifari.

Qui, forse, una buccia di banana: i tergicristalli sono stati montati con una parte del loro sprue in fotoincisione, che probabilmente andava piegato a mo\’ di perno. Ho visto diversi esemplari e sono tutti così. Peccato.

Non si può dire che l\’Alfa 6 di Kess Model manchi di allure… a voi ulteriori commenti.

KESS Models: Alfa Romeo Alfa 6 2.5i V6 Quadrifoglio Oro 1983 (I parte)

Nel 1983 l\’Alfa Romeo cercò di rivitalizzare la propria ammiraglia, l\’Alfa 6, una vettura nata già vecchia nel 1979. La seconda serie dell\’Alfa 6 fu disponibile a partire dal luglio del 1983. Venne introdotta una motorizzazione 2 litri, mentre il 2,5 litri che equipaggiava la prima serie fu dotato di iniezione elettronica al posto del vecchio sistema a carburatori (l\’unità in questa configurazione è conosciuta col numero 01928). Questa versione, denominata \”Quadrifoglio Oro\”, sviluppava 158 cavalli a 5600 giri e fu prodotta in 1168 esemplari fino al 1986. Nella scala 1:43 l\’Alfa 6 è stata sempre abbastanza trascurata, anche se fra i modelli della prima ora va segnalato il Norev, che seppure con finiture alquanto semplificate, aveva linee azzeccate e se elaborato, poteva esprimere un potenziale sorprendente; non per nulla la rivista AutoModelli, diretta da Mario Barteletti, ne fece un bel soggetto per un articolo dove si illustrava come elaborare a dovere il Norev, ottenendone un risultato assolutamente di alto livello per quell\’epoca – e forse anche per oggi! Ricordiamo, comunque, che il Norev riproduceva la prima serie dell\’Alfa 6. Ed è proprio l\’Alfa 6 uno dei primissimi soggetti scelti da Kess Models, marchio italiano che si propone di rivisitare alcune delle più interessanti auto italiane degli anni settanta-ottanta (ma non manca nemmeno un\’incursione nella old America, ma questo è un altro discorso). Presentata a Norimberga insieme ad altre allettanti novità, l\’Alfa 6 della Kess Models è finalmente disponibile da poche settimane (distribuiti in Italia da Baloccomodel), dopo un lungo periodo di gestazione. A capo di quest\’azienda di San Giovanni Teatino (Chieti) c\’è un personaggio di indubbia competenza, Carlo Pretaroli, titolare, come molti sapranno del negozio on line di automodelli statici più fornito d\’Italia, Carmodel. Pretaroli insieme ad un secondo socio, si è occupato della ricerca storica su questi nuovi modelli, e in questa sede, dopo avere pubblicato una brevissima anteprima giorni fa sul blog, ci occuperemo dell\’Alfa 6. La politica di Kess è quella di riprodurre un\’ampia scelta delle colorazioni originali, realizzando, accanto alle serie standard in 300 pezzi, anche serie limitate in 108 pezzi in esclusiva per Carmodel. L\’Alfa 6, ad esempio, è uscita nelle colorazioni silver e blu elettrico metallizzato (serie 300) e in un caratteristico \”luci di bosco\” metallizzato in 108 pezzi, venduto in esclusiva dal sito di Pretaroli. Non è escluso che altre colorazioni in 108 esemplari possano essere realizzate per altri negozi o venditori. Per questa recensione abbastanza articolata abbiamo scelto un esemplare in silver (art. KE43000150). Ci fermiamo per il momento qui, con alcune viste d\’insieme del modello, prima di entrare maggiormente nello specifico.

La BMW 3.0 CSL vincente a Spa nel \'73 riprodotta da Spark

Non poteva mancare la CSL vincitrice alla 24 Ore di Spa 1973 nell\’ormai lunghissima teoria delle versioni riprodotte da Spark nelle serie standard e speciali. Per l\’importatore belga è stata di recente realizzata la 3.0 CSL di Quester e Hezemans, una variante importante che va a integrare la già vasta scelta e che si giustappone alle due vetture ufficiali di Le Mans \’73, già presenti nella gamma standard. Contrassegnata dal numero di catalogo SB026, questa edizione è in serie numerata e limitata a 750 esemplari.

Rassegna stampa: Four Small Wheels 7/2012

Il numero di settembre di Four Small Wheels sta raggiungendo le case degli abbonati proprio in questi giorni. Fedele al proprio schema, la rivista di GPM propone forse la scelta di recensioni più completa, con giudizi molto più diretti e ficcanti rispetto alla concorrenza di AutoModélisme. I modelli del mese sono tre: un kit in scala 1:24 di Project R (la Nissan GT-R del FIA GT1 2010), un resincast di Neo Scale Models (Rolls Royce Phantom II Star of India 1934) e un diecast d\’eccezione in 1:18 (la Ferrari 250 SWB California di CMC). L\’articolo sulla tecnica, firmato da Wayne E. Moyer, è dedicato alla Mercedes 300 SLR Mille Miglia 1955 di MEA, mentre nella sezione storica David Blumlein si occupa delle Monopole a Le Mans.

Alfa Romeo 6C 2500SS "Villa d\'Este" di BBR Blue Moon 1:18

La 6C 2500SS, meglio conosciuta come \”Villa d\’Este\”, è stata una pietra miliare della produzione Alfa Romeo dell\’immediato dopoguerra, prima dell\’arrivo dei nuovi progetti, concettualmente più avanzati. La piattaforma 6C 2500 Super Sport (da qui la sigla SS) era mutuata direttamente dalla produzione anteguerra e fu la III serie (1942-1943) a costituire la base per la gamma messa in listino a partire dal 1946 fino al 1951. La Villa d\’Este, carrozzata da Touring, fu probabilmente la massima espressione della famiglia delle 6C 2500 di fine anni quaranta-inizio anni cinquanta e pur nel contesto di una produzione estremamente limitata quale era quella dell\’Alfa (e in generale di tutti i costruttori automobilistici) di quel periodo, conobbe un ottimo successo fra i facoltosi clienti, che continuarono ad acquistarla anche un paio di anni dopo l\’uscita della nuova 1900. Gli ultimi tre telai della Villa d\’Este furono consegnati infatti nel 1952, dopo una produzione di poco meno di quaranta vetture. Concorrenti della versione Touring furono gli esemplari carrozzati da Pinin Farina, ma forse non è sbagliato affermare che la Villa d\’Este li supera tutti per eleganza e armonia delle linee.

La nuova gamma in scala 1:18 di BBR, nominata Blue Moon, si è aperta proprio con la 6C 2500 SS Villa d\’Este. Si tratta di una scelta particolarmente felice; il modello è stato proposto finora in due varianti di colore: amaranto e beige metallizzato, due colori che figurano nella gamma delle tonalità proposte all\’epoca per questa specifica vettura (le altre opzioni erano grigio scuro metallizzato, bianco e blu; esistono poi altri colori che furono utilizzati su carrozzerie Touring diverse dalla Villa d\’Este). La filosofia della gamma Blue Moon è la stessa di altri marchi come Spark o OttoMobile: modelli in 1:18 senza aperture, produzione cinese, prezzo contenuto o almeno abbastanza contenuto. Sul BBR Models Store la 6C 2500SS viene proposta a circa 217,80 euro e non si può non pensare al prezzo degli OttoMobile o anche a quello degli Spark. D\’accordo che i soggetti sono diversi e quindi un confronto diretto resta impossibile, ma resta il dubbio su un prezzo che oggettivamente sembra abbastanza alto. La qualità, in ogni caso, c\’è, anche se il modello ha qualche caduta di stile, probabilmente dovuta all\’esigenza di un contenimento dei costi (la classica \”coperta corta\”?). Fra le cose che sanno più di \”toppa\”, vi è la bruttissima pedaliera fotoincisa (?) appiccicata al pianale, priva di ogni tridimensionalità e alcune spie sul cruscotto, riprodotte con semplici decals. In ogni caso questa iniziativa di BBR fa ben sperare, magari in altri modelli significativi nella storia del Biscione, che in scala 1:18 potrebbero avere una resa particolarmente felice, come la 1900 o – perché no? qualche modello degli anni trenta. Lasciamo la parola alle immagini, che commenterò via via con alcune didascalie.

La scatola col marchio Blue Moon \”powered\” by BBR, in un bel cartone resistente.

Vista generale del modello, che è montato su una solida base in resina grigia con il marchio Alfa Romeo in fotoincisione e il logo 6C 2500 smaltato. In basso a destra la targhetta col numero progressivo. Tutto molto elegante. I modello non ha vetrinetta.

L\’aspetto del modello è molto pulito e uno dei punti forti è senz\’altro la verniciatura, impeccabile, senza difetti e lucida il giusto.

Mi pare che le linee della vettura siano state colte molto bene e il risultato d\’insieme è davvero gradevole.

Buono l\’assetto e l\’allineamento delle ruote.

I paraurti sono in diecast, mentre la carrozzeria è in resina. Le varie scritte fotoincise cono applicate senza la minima sbavatura di colla.

Le gomme non sono in resina come sembrerebbe a un primo sguardo, ma in gomma. Il disegno delle borchie è corretto, anche se i tre gruppi di tre forellini nel tondo centrale sono troppo grossi.

Il piantone dello sterzo e lo sterzo stesso (razze e corona) sono un po\’ grossolani. Le cornici fotoincise sono applicate con buona pulizia, anche se non si può parlare di perfezione: ci sono leggere sbavature di colla che tuttavia rientrano nella tollerabilità-

I fari sono molto più belli dal vero che in foto, dove traspare troppo il fondo fotoinciso con le rigature dei vetri. La soluzione in realtà è soddisfacente.

Adeguate le nichelature, non troppo brillanti. Il realismo del modello ne guadagna parecchio!

In realtà tutte le cornici sono troppo spesse mentre il fregio che percorre tutto il cofano è della giusta larghezza.

Anche le cornici delle prese d\’aria ogivali sul frontale sono un po\’ troppo spesse.

Gli interni sono molto accurati ed è particolarmente bella la combinazione amaranto / tabacco in questo esemplare.

Da questa immagine si può notare l\’eccessivo spessore della corona del volante. Davvero poco realistico il colore prescelto per l\’effetto legno sulla corona stessa. Inoltre, non sarebbe stato meglio riprodurre le razze con una fotoincisione?

Veramente brutta e poco realistica la pedaliera, semplicemente incollata al pianale, priva di ogni tridimensionalità. E\’ decisamente fra i dettagli meno riusciti del modello.