…soprattutto quando se ne hanno troppi. Non è un caso raro: c\’è gente che ne ha due garage pieni. Ma non è questo il punto. Il punto è un altro: almeno nella mia storia di collezionista, i kit sono sempre state le prime cose a partire in caso di mancanza di liquidità. Si sa che il collezionista spende più di quanto potrebbe e dovrebbe. Quando si trova con l\’acqua alla gola deve vendere e dovendo farlo sceglie le cose più superflue o quelle meno necessarie, vedete voi. Poi però riaccumula, finendo per chiedersi ciclicamente che senso abbia l\’accumolo e finendo anche per rivivere la necessità di rivendere per tamponare le falle economiche provocate dall\’iperattività di accumulo. Fin qui tutto bene. Più o meno siamo tutti malati della stessa malattia, anche se c\’è chi riesce ad essere saggio. Avere pochi soldi non è una scusa. Conosco chi si venderebbe anche la mamma per poter continuare ad acquistare modelli. In questo senso il tutto funziona un po\’ come una droga. Solo che non ti ammazza e non è proibita. Per il resto, le dinamiche sono le stesse. I kit, quindi, come merce di scambio, come scelta del male minore. Spesso del male minore, quando non siano necessarie altre misure ancora più radicali. Dio ne scampi. Ma i kit, come le unghie, per fortuna ricrescono. E forse le varie scremature, dalle quali sono stati eliminati i pezzi meno interessanti, servono per capire – anche nel caso delle scatole di montaggio – di cosa ci sia \”assoluta necessità\” e di cosa no. Sui kit \”normali\” il discorso è semplice: vanno e vengono. Per i kit AMR la faccenda diviene più articolata: prima di tutto la loro presenza è subordinata a quella di un montatore e ancora di più, di un progetto ben determinato: questo è per Magnette, questo per Liatti, questo nel 2049 lo farò fare ad Hayakawa, questo lo monterà tizio, questo l\’elaborerà caio e così via. Dai miei numerosi stravolgimenti ho ormai escluso i vecchi X-AMR, quelli nelle scatole piccole perché secondo me non ha senso farli montare. Ci ho provato e i risultati sono sempre interlocutori. Molto meglio cercare un montaggio dell\’epoca, magari con un bel pedigree, e accontentarsi di quello. Inutile prendere un\’Alpine A210, una Porsche 911S di Le Mans o una Ferrari 365 GT4/BB e cercare di farne ciò che non sono mai state. Inutile proprio, e anche frustrante, a meno di non dare tutto a un giapponese che lascia in piedi sì e no il 10% del kit d\’origine (ma anche in questo caso mi sto convincendo sempre più che un kit in resina rappresenti l\’ottimale per quel tipo di progetti). Avevo una GTO 64 di X-Nostalgia montata con criteri moderni, anche troppo. Partiti con l\’idea di un montaggio \”coerente\” abbiamo finito col farne qualcosa che, come si suol dire, non è né carne né pesce. Qualcosa, insomma che non rende l\’idea della vettura reale né, d\’altronde, rispetta più il concetto iniziale del kit. Con gli AMR e derivati questo limite è difficilissimo da intravedere ma è ben presente, e determina la riuscita di certi montaggi semplici e il fallimento di altri più complessi. Armati delle migliori intenzioni, arditi elaboratori cozzano contro il muro di gomma dell\’equilibrio perduto.
Domenica scorsa, lunga conversazione al telefono con Jean Liatti. Si parlava proprio dell\’equilibrio dei montaggi. Attualmente mi sta preparando una Ferrari 250 GT Coupé Pininfarina (X-AMR) e discutevamo proprio sull\’opportunità di aggiungere questo o quel particolare. Devo ammettere che sempre più frequentemente mi trovo abbastanza intollerante verso certi montaggi carichi di particolari su questo tipo di kit: certi risultati mi danno l\’idea di un affastellamento barocco senza costrutto, che genera una sovrapposizione senza armonia. Ora come ora, neanche l\’idea del trasparente sopra le decals mi convince più di tanto, almeno per montaggi come questi. Osservando alcuni montaggi di Liatti, ma anche di Laplace o di Magnette, mi sono reso conto che c\’è un filo conduttore che li unisce. Un\’idea di semplicità e di visione di insieme.





