Bibendum aux enchères: vingt-cinq ans de ventes Michelin à Clermont-Ferrand

L’oggettistica Michelin – dalle guide ai memorabilia, ufficiali e non – è ormai una tematica di collezionismo seguitissima non solo in Francia ma in tutto il mondo. Un volume, pubblicato dalle Editions Bonneton, ripercorre la storia straordinaria di venticinque anni di vendite all’asta che si svolgono a Clermont-Ferrand, la città della Michelin1.

Ha scritto questo bel volume, uscito da qualche settimana, Pierre Gabriel Gonzalez, giornalista e punto di riferimento da almeno trent’anni su tutto ciò che concerne la storia e l’oggettistica Michelin. Autore di svariati volumi sull’azienda2, organizza annualmente anche il raduno internazionale dei collezionisti Michelin.

Sono le celeberrime “Guides rouges” a fare da continuum nella narrazione degli eventi: ancora prima del 2000, anno di inaugurazione del raduno internazionale con annessa vendita all’asta, si erano già svolti due incontri di collezionisti Michelin, il primo nel 1995, in occasione del centenario dello pneumatico per automobile, e il secondo nel 1998, centenario di fondazione della Michelin. Dal 2000, la convention viene regolarmente organizzata a Clermont-Ferrand, raggiungendo nei risultati di vendita dei record mondiali che rasentano l’incredibile, almeno agli occhi del profano.

Le Guide rosse, dicevamo: sono loro le indiscusse protagoniste delle vendite, proposte singolarmente o in lotti. Nel luglio del 2000, lo chef stellato Pierre Troisgros si aggiudicò la mitica edizione del 1900 – la prima in assoluto – per 5335 euro. Pareva una follia e invece poco più di vent’anni dopo, nel 2022, la stessa edizione arrivò a 28.000!

La prima edizione della Guida rossa Michelin non è stata certamente la sola ad infiammare le aste: i millesimi che vanno dal 1901 al 1907, il 1902 “de luxe”, le prime guide belghe, tedesche e spagnole si sono ritagliate delle solide quotazioni a suon di cifre a tre e talvolta a quattro zeri. Fra le più ambite potremmo citare anche le guide 1939 fatte ristampare dagli americani per accompagnare i soldati nel loro percorso di liberazione dopo lo sbarco in Normandia nel giugno 1944. O ancora, l’ultra-rara guida rossa 1904 a “margini larghi”, aggiudicata a 33000 euro nel 2021 e a 47000 l’anno seguente.

Racconti intriganti e numerose testimonianze di collezionisti arricchiscono questo volume, che spiega in modo divertente e molto ben documentato la passione delle Guide rosse e di tutto ciò che ruota intorno al mondo del “Bib”.

Pierre Gabriel Gonzalez, Bibendum aux enchères – Ving-cinq ans de ventes Michelin à Clermont-Ferrand, ed. Christine Bonneton, Chamalières 2024, pagg. 202, in brossura, centinaia di foto e documenti a colori, € 23,00 [ISBN 9-782384-871544]

  1. Nel giugno 2021, il vecchio blog presentò un breve reportage sul museo Michelin a Clermont-Ferrand: https://pitlaneitalia.com/2021/06/20/il-museo-michelin-a-clermont-ferrand-una-gallery/ ↩︎
  2. Il primo, del 1995, è considerato un’opera pionieristica e allo stesso tempo un classico dell’argomento: Bibendum, publicité et objets Michelin, pubblicato per i tipi delle Editions du Collectionneur. ↩︎

Modelli del passato: spigolature parigine

Aprendo cassetti, scatoloni e armadi vari rimasti chiusi per decenni rispunta un passato fatto di modelli semi-dimenticati che raccontano storie di vita. Queste foto della collezione di Massimo Martini testimoniano, in una scintilla, la varietà del panorama modellistico di metà anni ’70.

Per Massimo, in quel periodo, un giro a Parigi significava anche recuperare cose di cui in Italia si favoleggiava magari dopo aver visto mezza foto in bianco e nero su qualche rivista a sua volta difficile da procurarsi. Perfino possedere l’intera gamma dei Safir poteva rappresentare qualcosa di tutt’altro che scontato. Ancora meno scontato era procurarsi i quasi mitologici Evrat (nelle foto qui sotto, la Lola T280 del team Bonnier)1.

E poteva anche capitare, girando per il nono arrondissement – tradizionalmente ricco di negozi di fermodellismo – di trovare, presso la Maison des trains in passage du Havre, un insolito modello in resina della Porsche 917/20 Pink Pig Le Mans 1971, senza decorazione, probabilmente ricavato modificando la carrozzeria di un Safir. La livrea coi nomi e le linee tratteggiate in rosso venne poi fatta a pennello dallo stesso Martini.

Che pazienza! Difficile risalire al produttore della 917/202. Era il 1975 e l’AMR-Grelley era ancora di là da venire. Il più veloce come al solito era stato Raymond Daffaure3 ma il mondo andava avanti e non tutti continuavano ad apprezzare gli RD Marmande che effettivamente, stemperatosi l’entusiasmo del periodo in cui non c’era assolutamente nulla di altro o quasi, iniziavano ad apparire superati.

  1. Rimando a un altro articolo di PLIT: https://pitlaneitalia.com/2023/07/05/qualche-nota-sulla-porsche-908-2-di-evrat-modelisme/ ↩︎
  2. Secondo Umberto Cattani, che ringraziamo per la dritta, si tratterebbe di una produzione Manou. ↩︎
  3. Provocatoriamente si potrebbe dire che la Spark degli anni ’60 e ’70 era lui. ↩︎

Diario di Le Mans, the hard way episodio 4

Devo dire che noi media siamo privilegiati. Hospitality, sale stampa, agevolazioni varie rendono le trasferte non dico facili ma almeno un minimo confortevoli. Da tempo immemorabile non affronto una gara nei panni dello spettatore, né penso che lo rifarò una volta che la mia vicenda professionale sarà conclusa. Però può essere istruttivo e interessante capire cosa sia una gara pesante come la 24 Ore di Le Mans sfidata da semplice visitatore. E se si tratta della prima volta, la cosa può essere ancora più intrigante. Lascio quindi spazio a una serie di scritti di Riccardo Fontana, che pubblicherà una sorta di Diario di Le Mans 2024, a perenne monito per chi vorrà tentare l’avventura… the hard way, come avrebbe detto Perry McCarthy. [David Tarallo]

Innanzitutto, urge ch’io mi scusi con gli amici lettori di PLIT per il ritardo nella preparazione di questi articoli che – più o meno inspiegabilmente ai miei occhi, e comunque a giudicare dai commenti favorevoli – stavano godendo di un certo apprezzamento: purtroppo è un periodo alquanto confuso nella mia vita, diciamp così di cambiamento e riassetto, in cui vorrei fare mille cose ma ho tempo e – soprattutto – energie per farne si e no dieci, quindi portate pazienza.

Rieccoci dunque ai diari di uno spettatore qualunque – che poi sarei io – alla 24 Ore di Le Mans: ci eravamo lasciati dopo una tappa da oltre novecento km macinati per oltre due terzi sulle routes nationales francesi a medie da road racing e col mio svenimento vestito la sera in hotel in quel di Nevers, e da qui ripartiamo.

La notte passa come se fossi morto, uno dei sonni più profondi che abbia mai sperimentato, e solo dei rumori di non meglio specificati traffici verso le cinque del mattino mi scuotono quel tanto che basta a farmi aprire un occhio.

“Mah, sarà Luca che si fa la doccia, ‘sticazzi…”

Resto in uno strano limbo non troppo confortevole ma molto vicino al sonno per un tempo imprecisato, finché non sento bussare alla stanza.

“Cos’è, siamo arrivati a Bastia? (*)”

Mi rendo conto quasi subito che non siamo su un traghetto, non c’è il mozzo di turno che bussa alle cabine per avvisare dell’imminente arrivo nel porto di destinazione, e che fuori piove di gusto: mi alzo per andare ad aprire la porta, e mi si para davanti Luca vestito da runner, completamente bagnato.

“Ma cosa…?!”

“Sono andato a correre”

Resto abbastanza sbigottito.

“Ma… Che ore sono…?”

“Le sette”

“Cioè, fammi capire: ti sei portato la roba per andare a correre nonostante il culo che ci stiamo facendo?”

Risposta lapidaria: “sì”.

Mi arrendo, la ragione è totalmente dalla parte di Luca: sono io che mi sono seduto come un povero stronzo totalmente mangiato da una vita allucinante, in teoria si dovrebbe fare come fa lui.

“Ho fatto sui nove km”.

“Ma piove…”

“Si, lo so”.

Esco dalla roba che ho addosso da ben oltre 24 ore – e che potrebbe agevolmente stare in piedi da sola – e vado a fare la doccia, ed è nientemeno che un sorso di vita: non è allegoria, è veramente la vita che torna a pulsare nelle vene.

Quando sei stanco e sporco e ti fai una doccia alla giusta temperatura è come se il Dio dei temerari improvvisati ti toccasse sulla fronte per darti una possibilità di redenzione, e tu dal canto tuo non chiedi nient’altro, è letteralmente tutto quello che vuoi nella vita in quel preciso momento.

Dopo di me si doccia Luca, e facciamo colazione – abbondantemente – prima di ripartire.

Il clima decisamente plumbeo ci impone di scartare le tute antipioggia e di indossarle – prima volta nelle rispettive vite – per poter coprire i 400 e rotti km che ci separano dall’arrivo a Le Mans: mi sembra di essere un pilota da guerra della Luftwaffe con su questo tutone nero abbondante, ma ben presto mi rendo conto della sua eccezionale efficacia: ti crea un vero e proprio limbo caldo e asciutto attorno, che ti isola completamente dal mondo esterno, ed effettivamente ci vuole.

Non l’avevo mai voluta l’antipioggia: io nasco (grosso) smanettone endurista più che viaggiatore, e ho preso dei temporali terribili – anche sulle montagne – limitandomi a bagnarmi, ma devo ammettere che la tuta sia una mano santa date le circostanze.

Ripartiamo allegri, e proseguiamo a buon ritmo verso Le Mans mentre piove e spiove almeno una decina di volte (c’est le nord, n.d.r.): viaggiamo nelle grandi routes nationales francesi, larghissime e quasi senza traffico, andiamo più lenti del giorno prima, e sono in pace col mondo.

Non ho un lavoro in questo momento, non c’è nessun deficiente semi-analfabeta che mi telefona per tormentarmi con domande sul sesso dei barboncini, e vivo bene, anzi benissimo.

Vedo i cartelli e ne leggo i nomi: Vichy.

Ecco che, come spesso mi accade, parte il libero flusso della mente in autonomia, ed in un tempo in grado di fare impallidire lo 0-100 della Delta S4 mi trascina via, verso chissà dove: penso a Petain ed alla repubblica collaborazionista che qui aveva il suo quartier generale, all’acqua minerale – buonissima – ed alla prima volta che vidi quei cartelli durante il viaggio in Normandia fatto coi miei nel 2002.

Penso alla Ligier – cazzo, anche stavolta non visiterò il museo di Magny-Cours – e mi torna in mente una lettura di oltre dieci anni fa sul vecchio blog in cui Francis Bensignor raccontava di quando era andato alla Ligier a Vichy a prendere le misure della JS-2 per fare il modello Voiture.

Tutto questo in? Mezzo minuto?

Forse anche meno…

Quanto è riposante e ricreativo tutto ciò non lo so nemmeno spiegare, comunque lo è e lo è molto.

Ad un certo punto ci ritroviamo in autostrada come due totani: dovevamo evitare i caselli, ma evidentemente la mente vaga troppo, ed è andata così.

Ora apri l’antipioggia per recuperare il portafoglio…

Passa Luca, paga, e si mette tra due corsie con le quattro frecce ad aspettarmi (ebbene sì, le moto del secondo decennio del nuovo millennio hanno le quattro frecce, giuro che l’ho scoperto in questa circostanza anche se ho il Ténéré da due anni… voglio tornare nel 1985 anche se sono nato nel 1992).

Vedo quattro gendarmi che si avvicinano a Luca da un casotto a lato della stazione, uno in particolare si para venti metri avanti a lui.

“Ahia… Questi sono qui per noi”

Ripasso tutto il complesso di obblighi stradali transalpini per i motard, e non trovo pecche nel nostro abbigliamento ed equipaggiamento, mi tranquillizzo ma non troppo, non si può mai farlo quando si ha a che fare coi flic (**).

Ed infatti, come da previsione, come si alza la sbarra anche per me (ci è voluto un po’, il mio bancomat non piaceva al casello) ecco che l’amico poliziotto ci fa cenno di fermarci, nel parcheggio a 20 metri dopo la stazione.

Ci interroga, in realtà interroga me perché parlo francese e lui non parla inglese, come i suoi colleghi.

Ci spiega che fermarsi appena fuori dalla corsia è molto pericoloso e che chiudono entrambi gli occhi solo perché siamo italiani e siamo giovani, anche perché gli ho spiegato che non abbiamo idea di come funzionino le autostrade francesi, e che ci siamo finiti per sbaglio.

Sono anche loro ragazzi giovani, bravi cristiani: ci lasceranno andare senza fare storie.

Si interessano di cosa ci facciamo lì alle nove del mattino, spiego che stiamo andando a vedere la prima 24 Ore di Le Mans della nostra vita, e qui si illuminano, neanche avessimo nominato un monumento, a riprova dell’importanza che la grande corsa della Sarthe ha per i francesi.

Conversiamo un po’, poi ci salutano e ci lasciano ripartire: dei francesi in Italia se la sarebbero cavata così a buon mercato? Nutro dei seri dubbi, ma l’esterofilia la lasciamo perdere altri momenti.

La giornata prosegue: a circa quaranta km da Le Mans, lungo un viale alberato appena fuori da un centro abitato – dove fortunatamente avevamo appena rallentato – verrò colpito in faccia da un passero che volava attraversando la strada.

Ho un casco jet da enduro vecchia scuola con occhiali e mascherina Scott: è come se uno più grosso di me mi avesse dato un pugno con l’intento di stendermi, ma data la relativamente bassa velocità non cado né mi ferisco, e possiamo proseguire.

Colpire un uccello mi mancava, un’altra cosa da raccontare ai miei figli, se mai ne avrò.

Arriviamo a Le Mans abbastanza presto, e facciamo la conoscenza con Guillaume e la sua famiglia, che ci hanno affittato la mansarda della loro casetta in campagna per il weekend di gara: bravissima gente, simpatica e molto disponibile, vogliono sapere tutto di noi.

Doccia e via in città, e questa volta date le distanze via di “sposta poveri”: ci muoveremo coi mezzi, lasciando i due Ténéré al sicuro in garage nella villetta.

Ora, il sottoscritto Le Mans l’aveva già vista due volte, e sempre in periodi scevri da gare (beccandosi anche la cattedrale per volere di una sua ex, cattedrale si ma Manou Autosport che avrebbe chiuso di lì a due mesi no, e infatti ci siamo lasciati, troppo tardi aggiungerei) : nel weekend della 24 Ore la città sembra letteralmente grande dieci volte tanto.

Ovunque ci sono stand e banchi, e persone che si divertono: c’è il lounge della Cadillac, dove musica e birra scorrono a fiumi.

Penso che gli americani siano ignoranti come dei badili senza manico, e penso che proprio questo sia il loro bello.

Ci concediamo una sontuosa bistecca con le patatine seguita da una ancora più manierata coppa di gelato come solo i francesi sanno fare, e poi rincasiamo.

Domani sarà il giorno più lungo.

Dio, che emozione…

(*) quando si prende il traghetto – nel mio caso era consuetudine fare la tratta Livorno-Bastia – prendendo la cabina, poco prima dell’entrata nel porto di destinazione un membro dell’equipaggio è solito fare il giro delle cabine bussando per svegliare i passeggeri.

(**) Letteralmente “sbirro” o “piedipiatti” in slang francese.

Porsche 917/10 aspirata Brumos Racing Mosport 1972 Can-Am Peter Gregg

La raccolta di Porsche 917/10 Can-Am e Interserie 1:43 in Massimo Martini è probabilmente una delle più complete in assoluto, con – tra l’altro – bellissime elaborazioni su base Solido. Già diversi anni fa me ne occupai con un articolo su Modelli Auto e in periodi successivi PLIT è tornato sull’argomento con le realizzazioni più recenti.

Presentiamo oggi una trasformazione su un modello Solido, una L&M in condizioni tutt’altro che perfette, che è servito come base ideale per un’ennesima versione, esteticamente molto piacevole. Si tratta della vettura aspirata del Brumos Racing pilotata da Peter Gregg a Mosport nel 1972, in occasione della prima prova del campionato Can-Am.

Come al solito, molta cura è stata riservata ai numerosi elementi del motore e del telaio. Il Solido, per come è concepito, si presta bene a lavori di questo tipo.

Con questa bella versione un po’… psichedelica la nutrita schiera delle Porsche 917/10 di Massimo Martini può dirsi finalmente completa? Chissà.

Rassegna stampa: Spirit of Le Mans n°36

Il numero di agosto-settembre di Spirit of Le Mans è dedicato, come si può facilmente immaginare, alla 24 Ore, evento di punta delle competizioni afferenti all’ACO. Tutti i risultati, classifiche parziali e finali, resoconti (dai testi alla gara), i piloti, le vetture dell’edizione 2024 sono racchiusi in questa edizione estiva del magazine di Le Mans, che ha un prezzo in Francia di € 12,00 e di € 13,20 in Italia. Molte e di ottima qualità le foto, a beneficio magari di chi non si senta di acquistare l’annuario ufficiale, in uscita a fine anno.

Altri articoli arricchiscono questa edizione, come un’originale intervista a Jean-Louis Schlesser sulla sua partecipazione alla 24 Ore di Le Mans 1981 con la Rondeau, oppure il resoconto del viaggio dall’Inghilterra a Le Mans compiuto dalla Bentley 3 litri “XT1606”, un secolo dopo la sua vittoria alla 24 Ore del 1924. All’epoca, John Duff e Franck Clement condussero la Bentley dall’isola britannica fino al circuito e nel 2024 la vettura ha compiuto lo stesso percorso, per poi sfilare per le strade di Le Mans nel pomeriggio del secondo giorno delle verifiche tecniche e sportive.

Fiat 128 berlina 4 porte II Serie 1972

La Fiat 128 Berlina è un modello 1:43 che da tanti anni fa parte della gamma Rio. Con carrozzeria a 4 e a 2 porte, il Rio è una riproduzione gradevole, che nel corso del tempo ha beneficiato di vari aggiornamenti, inclusa l’introduzione della versione Rally.

Da qualche settimana il marchio che – lo ricordiamo – appartiene al gruppo M4 di Pesaro ha introdotto sul mercato la berlina 4 porte II Serie, una versione “fresca” che farà piacere ai cultori di storia dell’auto e a chi pensa che un modello fatto in Italia rappresenti oggi come oggi un valore aggiunto in un panorama modellistico sempre più piatto e globalizzato.

Un po’ di storia: senza voler minimamente far concorrenza a dei veri e propri mostri di cultura nel campo della Fiat 128 (penso al nostro Panarotto), possiamo riassumere in breve le vicende di questa seconda serie. Presentata al Salone di Torino 1972, la Fiat 128 nelle tre configurazioni (4 porte, 2 porte, Rally) ricevette un leggero restyling a qualche anno dalla commercializzazione. I paraurti persero i rostri per ricevere una protezione in materiale plastico nero; la parte centrale delle maniglie diventò nera, e – cambiamento forse più vistoso – la calandra fu ridisegnata con una doppia modanatura orizzontale a due listelli che l’attraversava da un faro all’altro. Gli interni avevano nuove sellerie; volante e plancia del cruscotto erano ridisegnati.

Il modello Rio della 128 II serie è per ora proposto solo nella versione berlina 4 porte. Sono uscite fino ad oggi tre colorazioni: verde chiaro 304 (catalogo Rio 4711), verde brillante 374 (4719) e bianco 233 (4707), ciascuna limitata a 99 esemplari numerati.

Due delle tre varianti di colore finora uscite della Fiat 128 Berlina 4 porte II Serie: verde brillante e bianco. E’ disponibile anche il verde chiaro e non c’è dubbio che molti altri colori seguiranno

Il modello base è già stra-conosciuto, inutile quindi soffermarsi in via generale su un prodotto che ha ormai una lunga storia. Basti dire che esteriormente tutte le differenze fra la prima e la seconda serie della 128 sono state rispettate: paraurti, calandra, maniglie. Sullo specchio di coda sono stati correttamente eliminati i catadiottri sotto i gruppi ottici, che ora hanno la loro cornice cromata in rilievo. Tutto bene, dunque. I sedili hanno la parte centrale in colore chiaro, a simulare la sezione in panno. La parte esterna dei sedili, nel modello in verde brillante, è in color marrone: la finta pelle marrone o nera corrisponde perfettamente all’abbinamento con la carrozzeria verde 374. Anche la decorazione del cruscotto rispetta bene la configurazione della seconda serie, mentre il volante ci pare identico a quello del modello prima serie: in realtà la 128 restyling aveva un volante leggermente diverso, con le razze più tese e una parte centrale di forma trapezoidale con al centro il logo Fiat. Probabilmente in M4 non se la sono sentita di ricavare uno nuovo stampo per il volante.

Ora che Rio ha riprodotto la II serie, non le sarà probabilmente troppo difficile inserire in catalogo anche la Special del 1974, che malgrado avesse i fari rettangolari non dovrebbe costringere il produttore ad alcuna modifica dello stampo.

Un’ultima osservazione, sul prezzo: al pubblico le Fiat 128 di Rio vengono vendute a circa 69 euro. Alcuni pensano che sia troppo. E’ appena il caso di ricordare come i costi di produzione di un prodotto fatto in Italia non siano neanche lontanamente comparabili a quelli di un modello proveniente dalla Cina, dal Bangladesh, dal Madagascar o da chissà dove. Certo – si potrà obiettare – non gliel’ha ordinato il medico a Rio o magari a Brumm di continuare a operare qui da noi. Sia come sia, il dividendo pagato da modelli come questi consiste nella durata nel tempo, favorita da una filiera controllabile fatta di materiali di qualità. Ricordo bene ciò che mi mostrò Rio Tattarletti una decina di anni fa, in occasione di una visita alla fabbrica di Oltrona di San Mamette per Modelli Auto: la composizione della zamac deve essere perfettamente controllabile per assicurare fusioni (e di conseguenza verniciature) che sui modelli nostrani non creano problemi da decenni. Si può dire altrettanto di un Norev o di un Minichamps?

Rassegna stampa: Auto Modélisme n°301

La redazione della nuova proprietà di Auto Modélisme ci ha messo anni a capirlo e finalmente il numero dedicato alla documentazione della 24 Ore di Le Mans esce con una copertina che ricorda almeno in parte i vecchi hors-série della gestione Hommell. C’è da dire che lo speciale Le Mans dell’Auto Modélisme belga rientra nella normale numerazione, contando quindi come fascicolo di luglio e non come fuori serie.

Dal 1998, Auto Modélisme pubblica un quaderno con le schede documentarie di tutte le vetture partecipanti alla 24 Ore di Le Mans. Un appuntamento che un tempo aveva ben altro fascino; oggi la documentazione è molto più facile da reperire, ma la tradizione è in questo caso sacrosanta. Le foto sono abbastanza buone ma non eccezionali: non sono rare le immagini sfocate o parecchio sottoesposte. Al primo difetto non è praticamente possibile ovviare; al secondo, con un minimo di post-produzione, si rimedia. Probabilmente la fretta di uscire entro luglio ha avuto qualche conseguenza sulla qualità generale.

Il numero è completato da alcuni articoli modellistici, incentrati sulla 24 Ore di Le Mans: i costruttori giapponesi, gli inglesi, le vetture del fumetto di Michel Vaillant. Forse neanche fra i testi peggiori visti sull’Auto Modélisme edito da Caira, ma l’interesse della pubblicazione va cercato – giustappunto – nella continuità di una tradizione che dura da oltre un quarto di secolo.

Costo dello speciale Le Mans 2024 di Auto Modélisme: € 9,00 in Francia, € 10,50 in Italia.

Citroën Dyane: “l’auto in jeans” conquista l’Italia

Il travolgente successo riscosso dalla Citroën 2CV a partire dal lancio nel 1948 aveva infatti convinto molti costruttori a lanciarsi nel settore delle vetture che oggi chiameremmo “low cost”.
Dal 1961 il mercato iniziò a offrire alternative che riscossero successo, ispirate nella filosofia generale alla piccola di casa Citroën che nel frattempo continuava ad essere un best seller per prezzo ed economia d’esercizio. Qualche cliente se ne lasciò sedurre, e le vendite della 2CV iniziarono a risentirne.
Fu in quel momento che Pierre Bercot, allora direttore generale (e presidente) di Automobiles Citroën, chiese ai suoi progettisti una versione rinnovata della 2CV per far fronte alla nuova concorrenza.

Da AY a Dyane
Il progetto denominato AY prese quindi il via nel 1964: più che di una nuova vettura, si trattava di una evoluzione fatta tramite una scelta tra il materiale disponibile nella gamma dei modelli A (2CV e AMI6) e una carrozzeria completamente nuova. Chassis a piattaforma, scocca imbullonata, portiere, portellone, parafanghi e cofano amovibili. Il centro stile Citroën, da poco passato sotto la direzione di Robert Opron che succedeva a Flaminio Bertoni, scomparso all’inizio del 1964, era impegnato con vari progetti: il restyling della DS con il nuovo frontale, l’ultimo lavoro di Bertoni, e un nuovo modello medio (progetto F) che avrebbe dovuto inserirsi nella gamma Citroën tra l’AMI6 e le versioni base della DS. La direzione della marca scelse quindi di affidare il compito di disegnare la carrozzeria della “nuova 2CV” a Louis Bionier, direttore dello stile della Panhard, società da poco entrata nel gruppo industriale Citroën.
Bionier propose delle linee tese, più squadrate di quelle della 2CV. Le nervature che corrono sulla fiancata e sul cofano sono una necessità: le lamiere sono piuttosto sottili e queste piegature donano ai pezzi di carrozzeria maggior solidità. Il parabrezza è più grande, così come i vetri laterali ed il lunotto posteriore. Le portiere sono dotate di guarnizioni realmente efficaci e (rispetto alla 2CV) la Dyane è una vettura silenziosa e priva di spifferi. La miglior aerodinamica consente alle prime Dyane di filar via sul filo dei cento orari con consumi inferiori a quelli della 2CV.
Come spesso accadeva in Citroën, il nome era un mix tra la sigla di progetto e una cosa che suonasse piacevole, come ad esempio: la DS era la dea dell’automobile, mentre la sua versione più spartana ID, in francese suonava “Idée” come “idea”; oppure l’Ami 6, che nella lingua madre diventava “amicis”, amicizia. Nel caso di Dyane continuarono con la tradizione dei nomi femminili, con una crasi tra la sigla di progetto, AY, e un omaggio ad uno dei modelli iconici di Panhard, la Dyna: AY più DYNA uguale Dyane!

L’eredità di Flaminio Bertoni
Per lo stile interno, plancia e pannelli, l’incarico fu affidato a Henri Dargent, già collaboratore di Flaminio Bertoni, che rispettò le quote generali della 2CV proponendo un avveniristico cruscotto in plastica poggiato su una mensola in metallo simile a quella di 2CV e AMI6. Sulle versioni Confort, un volante Quillery a due razze in plastica intonata a quella della plancia (nera all’inizio, blu subito dopo) completa l’armonia interna della nuova Dyane.
La presentazione ufficiale alla stampa venne fissata per il 29 agosto 1967. La nuova Dyane era disponibile con una sola motorizzazione, la stessa della 2CV: un bicilindrico raffreddato ad aria di 425cc, ma grazie ad un carburatore diverso la potenza passava da 18 a 21 cavalli mentre la coppia restava all’incirca la stessa.

Due i livelli di finitura: Luxe e Confort
La Dyane Luxe aveva rivestimenti semplificati che lasciavano visibile l’armatura laterale del sedile, volante in ferro e panchetta anteriore fissa. Per regolarla era necessario staccarla e fissarla di nuovo su una delle cinque possibili posizioni previste dal costruttore. Sulla Confort i rivestimenti comprendevano i lati dei sedili, un tessuto di diversa foggia e la possibilità di avere due sedili anteriori separati e regolabili.

Accolta con favore dalla stampa italiana
L’accoglienza della stampa fu tiepida quasi ovunque. La Dyane frenava meglio della 2CV, ma le prestazioni miglioravano di poco, e molti si chiedevano perché Citroën non avesse dotato la vettura di un motore più performante. In Italia, al contrario, la stampa era unanime ed entusiasta: “Finalmente Citroën offre un’utilitaria gradevole e funzionale!”. La 2CV, del resto, non era, ancora, stata apprezzata granché dal pubblico italiano perché ritenuta troppo spartana. Alcuni giornalisti specializzati l’avevano definita “brutta”, senza usare mezzi termini; la Dyane, al contrario, li convinse da subito e le vendite in Italia decollarono immediatamente.

Le evoluzioni della Dyane
Nel 1968 Citroën prese atto delle richieste del pubblico e dotò la Dyane di due nuovi motori: a gennaio debutta la D6, in Italia “Dyanissima” (denominazione tecnica AYA 3) dotata del propulsore dell’AMI6 (602cc, 28 cavalli SAE), con alternatore ed impianto elettrico a 12 volt (la prima Dyane aveva una dinamo a 6 volt). Il motore più grande spinge la D6 a 110km/h. Dall’aprile del 1968 un nuovo monogramma “DYANE6” (dorato) sostituirà quello “D6” in lettere argentate sul portellone posteriore.

Il 18 marzo 1968 arrivò anche un nuovo motore per la versione più piccola: un 435cc sostituisce il precedente 425. La potenza passa a 26 cavalli SAE. Le Dyane dotate di questo nuovo motore si distinguevano per un monogramma “DYANE” a lettere dorate sul portellone posteriore.
Nel maggio del 1968 appare una Dyane particolarissima: la Dyane6 Méhari, una “spiaggina” in plastica a due o quattro posti costruita sulla meccanica della Dyane e dotata di carrozzeria in plastica. Verrà prodotta sino al 1985, ma già dal mese di settembre del ’68 guadagnerà una sua “identità” chiamandosi semplicemente Méhari, mentre sino alla fine della produzione la sua sigla tecnica (AY CA) tradirà la parentela originale con la Dyane.

Nel 1970 arrivarono due importanti novità: la carrozzeria venne dotata di un terzo vetro laterale e la Dyane6 ricevette un nuovo motore, sempre di 602cc ma più moderno nella sua architettura generale: strutturalmente simile al 435 adottato nel ’68, è un “superquadro”, quindi con corsa minore dell’alesaggio, frutto di una metallurgia più avanzata e nettamente più performante della precedente generazione di bicilindrici Citroën.
La potenza passò a 35 cavalli e la nuova Dyane6 poteva raggiungere i 120km/h. Questa nuova serie di Dyane venne identificata esteriormente da un monogramma in plastica cromata che rimpiazzò l’analogo in metallo dorato.

In Italia, un best seller assoluto grazie anche a una comunicazione innovativa
Nel frattempo, grazie anche ad una geniale campagna pubblicitaria contraddistinta dallo slogan “l’auto in Jeans”, la Dyane in Italia divenne un best seller assoluto: mentre nel resto del mondo la 2CV fu sempre piuttosto richiesta, nel nostro Paese sparì addirittura dal listino il giorno dell’arrivo delle prime Dyane (e non ricomparve prima del 1976!).

La B Communications ebbe la capacità di coniugare l’aspetto di Dyane con uno spirito giovanile, divertente e giocoso. Nacquero, quindi, vari slogan tra i quali appunto “Dyane, l’auto in jeans” o “Un mostro di simpatia”. La campagna pubblicitaria non fu soltanto fotografica in modo classico, ma anche disegnata, e riuscì a far passare il messaggio che Dyane sarebbe stata la vettura ideale per ogni persona dinamica, amante dei viaggi e dell’avventura.

Le vendite crebbero di anno in anno, anche grazie all’arrivo del Mercato comune europeo, che ridusse significativamente la tassazione e grazie anche a una audace politica di prezzo che vide Citroën Italia vendere la Dyane più o meno al prezzo di costo per conquistare quote di mercato.

1974: l’anno di maggiore successo
L’Auto in Jeans, nel frattempo, continuò a evolvere. Nel settembre ’72 le maniglie esterne delle portiere in zamac cromato vennero sostituite da maniglie in plastica, più semplici, con l’impugnatura girata verso il basso. Nel ’74 arrivò un nuovo volante rivestito con una imbottitura in materiale plastico morbido, e una targhetta d’alluminio ad angoli arrotondati con inciso DYANE6 sostituì il monogramma argentato montato a partire dal ’70. Il 1974 è l’anno in cui si vendettero più Dyane: sono 126.850 gli esemplari venduti in un contesto di crisi globale dove il prezzo del petrolio (e quindi della benzina) è andato alle stelle.
Si vendettero poche auto in quegli anni, ma le più economiche andarono, chiaramente, in controtendenza.

1983: l’ultima Dyane, venduta proprio in Italia
Nel 1975 le Dyane ricevettero dei paraurti in acciaio inox protetti da un profilo centrale di gomma ed una nuova calandra in plastica grigia con barrette cromate.
L’anno successivo è segnato dalla scomparsa del modello con motore 425. La sola Dyane rimasta a listino fu la Dyane6 che ricevette una calandra sempre in plastica ma nera.
La novità più importante riguarda la scatola guida: cambia la demoltiplicazione che passa da 1/14 a 1/17 ed il volante vede il suo diametro passare da 430 a 390mm, a tutto vantaggio dello spazio per le gambe del conducente. Nel 1977 poche novità, quasi tutte sul portellone posteriore: un pulsante rimpiazzò la maniglia d’apertura e la targhetta in alluminio con il nome del modello venne sostituita da un adesivo metallizzato con la stessa grafica. Anche il nome CITROËN, fino ad allora scritto su una barretta cromata che spariva dietro alle grandi targhe italiane quadrate, venne stampato su un adesivo simmetrico a quello del modello. Dal 1977 in poi, le plastiche interne e il volante saranno solo di colore nero. Sul piano della sicurezza, venne aggiunta una spia del livello del liquido del circuito frenante. L’anno-modello 1978 è segnato dall’arrivo dei dischi dei freni in sostituzione dei tamburi anteriori. L’impianto frenante passa dal liquido sintetico tipo DOT a quello minerale LHM, già usato con successo sulle DS (poi su GS, SM, CX…) dal 1967.
La meccanica (ed il muso) della Dyane unite ad un vano di carico simile a quello delle fourgonette 2CV daranno vita alla nuova Acadiane, che rimpiazza le AK ed AZU su meccanica 2CV e che verrà prodotta sino al 1987.
Nel 1979 cambiò la pedaliera, e un comando dell’acceleratore a pedale sospeso rimpiazzò quello a tavoletta fissato al pavimento.
Dal 1980 al 1982 ci fu solo un cambio di potenza da 32 a 30 cavalli (DIN) per adattarsi alle norme antinquinamento mentre nel 1983, ultimo anno di produzione della Dyane, gli unici cambiamenti furono i paraurti in lamiera verniciata in color grigio metallizzato in luogo di quelli in acciaio inox e le due targhette DYANE e CITROËN (rispettivamente a sinistra e destra nel portellone posteriore) nere con lettere argentate.
L’ultima Dyane ha il telaio numero 84CB5394, prodotta nel 1983 sarà venduta solo l’anno successivo, proprio in Italia.

Gli appuntamenti di settembre del Parco Esposizioni Novegro

Dopo la pausa estiva di agosto, gli eventi del Parco Esposizioni Novegro torneranno a settembre per la gioia di chi ha la passione per i giocattoli e i videogiochi vintage, i “tesori” del mercatino dell’usato, la numismatica, la filatelia e il modellismo in tutte le sue forme.

Ecco le manifestazioni che daranno il via alla stagione fieristica 2024-2025:

Domenica 8 settembre il padiglione C del Parco Esposizioni Novegro accoglierà la terza edizione dell’anno di Novegro Borsa Scambio, la fiera dedicata al vastissimo mondo ludico e videoludico del passato.
Orario di apertura (padiglione C):-domenica 8 settembre: 9:30 – 16:30
 

Il Bagagliaio
Domenica 15 settembre Il Bagagliaio torna al Parco Esposizioni Novegro.

Orario di apertura (area Bagagliaio):
– domenica 21 luglio: 8:30 – 16:00


Eurofil, la mostra-mercato di monete, francobolli, cartoline e collezionismo di vario genere (manifesti, libri antichi, medaglie etc.) torna nel padiglione D del Parco Esposizioni Novegro venerdì 20 e sabato 21 settembre per la sua seconda edizione. 

L’ingresso all’evento è gratuito previa registrazione direttamente in fiera o su Eventbrite 

Orari di apertura (padiglione D):
-venerdì 20 settembre: 9:30 – 18:00
-sabato 21 settembre: 9:30 – 16:00

 

Hobby Model Expo

Da venerdì 27 a domenica 29 settembre torna l’Hobby Model Expo, la più importante fiera italiana per gli appassionati di questo affascinante settore. 

L’evento, che è un punto di riferimento per i modellisti dal 1978, si svolgerà al Parco esposizioni Novegro con tanti espositori italiani e stranieri specializzati in ogni tipologia di modellismo statico e dinamico. 

Orari di apertura (padiglioni A, B, C, D + area esterna):
-venerdì 27 settembre: 9:00 – 18:30
-sabato 28 settembre: 9:00 – 18:30
-domenica 29 settembre: 9:00 – 18:30