La BMW serie 5 E12 di Schuco e la 24 Ore del Mugello

In tutte le storie di collezionisti esiste un modello (o una serie di modelli) che per qualche strana ragione condizionano poi tutto ciò che sarà una vita di ricerche. Direi che per chi scrive una delle scintille siano state le BMW turismo. Le ragioni, come sempre, sono per la maggior parte oscure ma ricordo perfettamente, da piccolissimo, il fascino che esercitavano su di me le 3.0 CSL, le 3.5 CSL ma anche le 320 Gr.5 o le Serie 5 E12 Gruppo 1 che correvano a Spa. Certo all’epoca la BMW era la quintessenza della sportività, non certo come oggi che vedi omiciattoli col risvoltino alla guida dell’iX celeste opaca. Così va il mondo.

Le BMW degli anni ’70-80 avevano quella serietà e quella cattiveria che non molte altre auto avevano. Anche l’Alfa Romeo in quel periodo aveva perduto gran parte del fascino che possedeva nei decenni precedenti. I successi in pista della BMW, lo sguardo “drammatico” di quei fari tondi a fianco dei denti (che non erano quei cosi smodati e volgari fatti per piacere ai russi e ai cinesi) contribuivano a dare un’idea quasi magica di competizione e velocità, mista alla solidità della tradizione.

Solido, come al solito, “era intelligente ma non si applicava”, come si diceva a scuola di quegli alunni dotati ma ai quali importava il giusto di andare oltre il semplice compitino. Aveva fatto, il marchio francese, la 3.0 CSL Gr.2 e ci aveva anche degnato di un kit doppio, per un totale di quattro versioni. La 320 Gr.5 neanche a parlarne e ci pensò Luso. Poi Solido tirò la 530 Production, per un totale di quattro versioni perché per fortuna ci mise anche un kit. La pigrizia di Solido fece – lo si è già detto altrove – la gioia degli artigiani del transkit, mentre un marchio come John Day aveva tirato fuori una marea di versioni della 320 Gr.5 e della 530 Gr.1, già abbastanza rare intorno al 1980, periodo della chiusura del marchio. Successivamente ci pensarono le linee Solido-2 e Top43 a raddrizzare un po’ il tiro, ma sempre cum grano salis.

Modelli, tutti questi, che se per un collezionista medio erano abbastanza facili da reperire, per un ragazzino delle elementari con Dreoni di Firenze (e poi Rocchi ma anche Barbieri o successivamente anche Teorema di Via Martelli) costituivano spesso delle chimere belle e buone. Per fortuna c’erano i viaggi in Svizzera e fu proprio in occasione di un giro verso Unterägeri nel cantone di Zug che trovai una Serie 5 E28 di Schuco. Colore tipico anni ’70, un arancione direi un po’ Jägermeister che rendeva il modello particolarmente simpatico. Lì (ri)scattò la molla. Poche settimane prima avevo assistito alla 24 Ore del Mugello, gara ormai sepolta nella memoria, organizzata dalla Scuderia Mugello Corse alla fine di giugno del 1980 e valida per il Trofeo Trans Europa. L’idea era quella di fare qualcosa di simile alla 24 Ore di Spa ma i risultati in termini di pubblico furono disastrosi. L’iniziativa venne ripetuta l’anno successivo senza alcun miglioramento e la storia finì lì.

In queste foto, la BMW serie 5 di Schuco insieme alle copertine delle due uniche edizioni della 24 Ore del Mugello, disputate nel 1980 e nel 1981. Nella copertina del programma della prima edizione (qui sopra) il richiamo alla 24 Ore di Spa è esplicito.

Eppure ci fu abbastanza tempo per scolpire nella memoria la BMW 530 rossa, sponsorizzata da Emiliani, di Facetti, Finotto e Felder che partiva in testa nell’edizione 1980. La vettura non ebbe molta fortuna e alla fine vinse una più umile Ford Escort pilotata da Drovandi, Roti e Mensi, non certo i primi che passavano. Una sola 530 mentre a Spa quante ce ne saranno state? Quindici? Venti? Su Autosprint le vedevo raggruppate mentre salivano per l’Eau Rouge o staccavano alla Source. Cose di un altro mondo, letteralmente. Ma al Mugello si rafforzò quel legame con le BMW turismo, destinato a dare un brivido di emozione a ogni foto, per tutta una vita, decennio dopo decennio.

Ricordo la sorpresa nello scoprire quanto il modello Schuco fosse dettagliato: quattro aperture perfette, interni curati, col cruscotto dove era ricavata la strumentazione. Sul fondino, i dati tecnici di due versioni, la 520 e la 525. I ragazzini tedeschi imparavano già i rudimenti dell’automobilismo mentre i nostri si ingaglioffivano con robaccia fantasiosa che oggi viene vista come il santo graal del collezionismo.

Non so che fine abbia fatto la BMW Schuco presa in Svizzera. Ricordo bene però le ore passate a giocarci sulle mattonelle del giardino in campagna d’estate. Forse partecipò anche a qualche gara, insieme alla CSL, alla Ford Capri Gr.2 e alle 911 di Solido.

Almeno tre anni dopo, da collezionista più “serio” e parecchio meno giocherellone, la BMW Serie 5 riapparve, stavolta in versione E28 di Gama e trasformata con un paio di bellissimi transkit (Enny BMW Italia e Lucky Strike), trovati da Barbieri in Via del Proconsolo, storico negozio fiorentino che non esiste più da chissà quanto. Gli interni non erano stati trasformati, restavano quelli di serie. Le uniche modifiche erano i cerchi torniti con fotoincisione centrale e dado in alluminio e gomme a cui il montatore (forse era il “Nello” Fratini) aveva dato una patina di eccezionale realismo trattandole con la carta abrasiva. Realizzati da Faster43 per MiniMiniera, questi transkit avevano di aggiuntivo solo le ruote, mentre quelli commercializzati direttamente dal marchio faentino erano provvisti di numerosi pezzi in metallo bianco e particolari fotoincisi. Nella foto sotto, la serie completa (immagine di Umberto Cattani, che ringrazio), altro che Spark.

Torniamo al negozio della “storica ditta Barbieri”, come recitava la pubblicità sui sacchetti di plastica verdi. Le decals di quei due modelli erano applicate benissimo e i modelli potevano aprirsi e chiudersi perfettamente senza alcun pericolo di danneggiarle. Dovendo per forza limitarmi a un solo pezzo, dopo aver riflettuto una buona mezz’ora presi la Enny1 (perché era una livrea che mi frullava in testa dai tempi dei kit John Day) e mi avviai fino alla fermata del 17 in Via Martelli, passando davanti alle arcate retrostanti al Duomo in un caliginoso pomeriggio autunnale.

Le estati spensierate della 24 Ore del Mugello e del suo immaginario favolistico erano già lontane. In fondo si cresce in fretta e fu forse in quel pomeriggio, reggendo fra le dita il sacchetto con la BMW, che me ne resi conto per la prima volta.

  1. Si veda anche https://pitlaneitalia.com/2024/06/26/modelli-del-passato-bmw-528i-gr-a-enny-24h-spa-1982/ ↩︎

FIA-WEC: la lista degli iscritti per la gara in Qatar

E’ stata diramata a mezzogiorno di oggi la lista degli iscritti per la gara di apertura del FIA-WEC 2024, la 1812km del Qatar. Ben quattordici case saranno rappresentate, fra la categoria Hypercar e la categoria GT3, che debutta quest’anno nel WEC, prendendo definitivamente il posto della LM-GTE. Fra i nomi di spicco vi sono il sette volte campione del mondo della MotoGP, Valentino Rossi e il campione del mondo di F.1 nel 2009, Jenson Button.

Il team campione in carica del WEC, il Toyota Gazoo Racing torna questa stagione con un solo cambiamento nella formazione dei piloti, con Nyck de Vries che rimpiazza José-Maria Lopez sulla vettura numero 7. Per quanto riguarda Porsche Penske Motorsport, la squadra ha sostituito Dane Cameron con Matt Campbell. Nessun cambiamento per la Ferrari, che ha confermato i due equipaggi del 2023: Miguel Molina / Antonio Fuoco / Nicklas Nielsen e Alessandro Pier Guidi / James Calado e Antonio Giovinazzi. La settimana scorsa l’Alpine Endurance Team ha rivelato lo schieramento dei suoi piloti in occasione del lancio insieme alla squadra Formula 1: Paul-Loup Chatin / Ferdinand Habsburg / Charles Milesi e Mick Schumacher / Nicolas Lapierr / Matthieux Vaxivière. Peugeot TotalEnergies ha reclutato Stoffel Vandoorne per la stagione 2024, il quale farà equipaggio con Duval e Di Resta. Sull’altra vettura si alterneranno Jean-Eric Vergne, Nico Mueller e Mikkel Jensen. Per il Cadillac Racing correrà Sébastien Bourdais, insieme agli abituali Alex Lynn e Earl Bamber.

Veniamo agli esordienti nel WEC: il BMW M Team WRT, che ha debuttato in IMSA nel 2023, schiererà due M Hybrid V8, mentre il team Lamborghini Iron Lynx porterà in pista la SC63 con Daniil Kvyat, Mirko Bortolotti e Edoardo Mortara. L’Isotto Fraschini avrà un equipaggio particolarmente giovane, col diciannovenne Carl Wattana Bennett e il ventunenne Antonio Serravalle.

Due le Porsche 963 private dell’Hertz Team Jota, con Jenson Button / Phil Hanson / Oliver Rasmussen e la star dell’IndyCar Callum Ilott insieme a Will Stevens e Norman Nato. La Ferrari 499P dell’AF Corse sarà invece affidata a Robert Kubica, Robert Shwartzmann e Yifei Ye. La Proton Competition porterà in pista la quinta Porsche 963 del WEC, per Harry Tincknell, Neel Jani e Julien Andlauer.

Per quanto riguarda la classe LMGT3, essa si baserà sulla piattaforma tecnica FIA GT3 e vedrà in Qatar diciotto iscritti. Molta curiosità per Valentino Rossi, che piloterà una BMW M4 LMGT3 del Team WRT insieme a Ahmad Al Hartht e Maxime Martin. Arriverà anche la McLaren, che schiererà le 720S LMGT3 preparate dalla United Autosports. Altra presenza illustre del GT3, l’equipaggio delle Iron Dames, con Doriane Pin che rimpiazzerà Rahel Frey sulla Lamborghini Huracan Evo 2. La Pin correrà insieme a Sarah Bovy e Michelle Gatting. Gli specialisti del GT, Akkodis ASP, schiereranno due Lexus RCF, su una delle quali salirà Lopez, proveniente dalla Toyota Hypercar.  Tornano le Corvette, con due Z06 LMGT3.R iscritte dal britannico TF Sport. Completano uno schieramento vario come non mai le Ferrari 296 GT3 di Vista AF Corse (nuovo nome di AF Corse), le Aston Martin Vantage di Heart of Racing e D’Station Racing, la Ford Mustang del Proton Competition e le Porsche 911 GT3 di Manthey.

Il prologo (test di inizio stagione) si svolgerà a Doha il 24 e il 25 febbraio, mentre la gara è prevista il weekend successivo (gara sabato 2 marzo).

La Peugeot 305 V6 per il rally

Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta si consuma quella che è l’ultima fase del motorsport quasi completamente analogico, fatto solo di pistoni, cavalli e meccanica, con poca elettronica e due sole ruote motrici. La ricetta per ottenere potenza risiede quasi esclusivamente nei centimetri cubici ed è per questo che, nel 1977, pensando di sostituire nei rally le 504 berlina e coupé, Peugeot allestisce un prototipo piuttosto particolare sulla base della nuova 305, quattro porte di medie dimensioni disegnata da Pininfarina e pensata per affiancare a listino, e progressivamente sostituire, la 304.

Meccanica evoluta
Il progetto prevede un telaio irrobustito con carreggiate allargate e il trapianto nel vano motore di un V6 aspirato da 2,5 litri e 24 valvole di provenienza Peugeot 604, debitamente elaborato, in grado di sviluppare oltre 250 cavalli. Una potenza più che doppia rispetto alla più performante 305 di serie, la GTX, spinta dal propulsore benzina 1.9 UX9 da 105 cavalli; all’apparenza pochi se giudicati coi parametri di oggi, ma più che sufficienti per dotare di fascino sportivo una berlina media dei primi anni ottanta.

Il propulsore 2.500 cm³ V6 di derivazione PRV (progetto congiunto Peugeot, Renault e Volvo, da cui la sigla) modificato direttamente da Peugeot Sport, è dotato di una nuova testata con doppio albero a camme e distribuzione a cinghia dentata. L’alimentazione è ad iniezione meccanica Kügelfischer, con collettori di aspirazione separati a singola farfalla per bancata e doppio filtro dell’aria a secco. La potenza erogata è di 253 cavalli.

Cura dimagrante
Adattato alle forme e ai volumi del vano anteriore della 305, il V6 è montato in posizione arretrata, vicino all’abitacolo, e abbassata, a tutto vantaggio della distribuzione dei pesi e del baricentro. La trazione è sulle ruote posteriori (sulla 305 di serie è anteriore) seguendo il classico schema transaxle col cambio manuale a 5 marce posizionato al retrotreno.

Eccezion fatta per i parafanghi allargati, le linee della V6 restano molto vicine a quelle della 305 di normale produzione; in realtà gran parte delle lamiere sono sostituite da alluminio e materiali sintetici, con l’obiettivo di contenere il peso entro i 900 kg.

Insomma, un progetto promettente, se non fosse che, di lì a poco, i programmi del reparto sportivo Peugeot vengono stravolti da due grandi novità: la rapida diffusione dei motori turbocompressi e l’introduzione, da parte della FIA, del Gruppo B.

Il Gruppo B stravolge i piani
La nuova categoria regina dei rally, annunciata nel 1980, di fatto non impone alcun limite di peso, potenza o trazione nello sviluppo delle auto da corsa, a patto che le case ne realizzino appena 200 esemplari di regolare produzione da vendere al pubblico.

In vista di un cambio di regolamenti così drastico, l’allora direttore di Peugeot Sport Jean Todt, chiamato a rilanciare l’immagine sportiva del marchio, decide di abbandonare il progetto 305 V6 e puntare su qualcosa di completamente nuovo, la 205 Turbo 16. All’inizio degli anni ottanta la 305 è infatti un prodotto già commercialmente vecchio, mentre la 205, per la quale la casa delibera investimenti ingenti, è il modello più importante, quello che di fatto risolleverà le sorti del Gruppo.

Il successo commerciale della 205, e i suoi quattro titoli mondiali vinti nei rally (due piloti e due costruttori), col senno di poi hanno dato ragione a Todt e a chi, all’epoca, scelse di seguire la strada dei motori turbo e della trazione integrale.

Rimane un unico prototipo
La 305 V6, che per un periodo era stata sviluppata parallelamente alla 205 Turbo 16, non vide mai la produzione, fermandosi allo stadio di un solo prototipo, conservato oggi nella collezione del museo storico della casa e periodicamente esposto negli eventi e nei saloni internazionali dedicati alla storia dello sport automobilistico.

Peugeot 604 Cycles Peugeot di Solido

Testo e foto di Riccardo Fontana

I vecchi Solido hanno un pessimo difetto: per quanto indiscutibilmente belli, sono talmente comuni da rischiare di passare inosservati nell’ambito di una mostra scambio, e questo vale anche e soprattutto per le elaborazioni o per le versioni – per così dire – più anticonvenzionali della firma francese.

Così può capitare, e sovente capita, di trovarsi d’innanzi al classico terzetto o quartetto di scatoline variopinte, contraddistinte dai classici e stupendi disegni di Blanche, e non rendersi conto al volo di ciò che si abbia davanti, esattamente com’è successo a chi vi scrive nella giornata di ieri, alla borsa scambio di Busto Arsizio: quartetto di Solido in realtà normalissimi, attenzione catapultata su una “umile” Lancia Beta Coupé (che stranamente ancora mi mancava) e la Peugeot 604 Cycles Peugeot protagonista di questo servizio passata completamente inosservata.

O quasi, perché comunque alla fine è venuta a casa con me assieme alla Beta.

Cos’ha di strano questo modello? In primis è bianco, ed è bianco di fabbrica e non riverniciato, e già questa è una prima particolarità, non avendo notizie chiare circa l’esistenza della 604 in questa colorazione1, e poi il giro di decals relative a quella che parrebbe essere una qualche versione inerente ad una gara ciclistica, da sempre un filone molto caro ai cugini d’oltralpe, i cui migliori artigiani produssero in tempi non sospetti alcuni valido transkit da adattare a basi industriali Solido e Norev, nonché in anni più recenti addirittura una serie di modelli da edicola su base Norev.

La decorazione di questo modello, che comunque è stato ritrovato completo della scatola “canonica” della serie Gam3 con tanto di foglietto di spiegazione per l’apertura del cofano anteriore (una delle maggiori curiosità della 604 Solido) a tratti lascia comunque trasparire una notevole dote di artigianalità: potrebbe essere un’elaborazione personale ricavata con decals di fortuna come un qualche transkit semi-canonico, ma lo studio dell’archivio degli Argus de la Miniature – vera e propria Bibbia in questi casi – potrebbe certamente dirci di più circa i natali di questo modello2.

Certo è che i Solido sono una miniera inesauribile di sorprese: pressoché ovunque si trovano modelli stranissimi e, spesso, bellissimi.

Per decenni i collezionisti hanno adattato e ricavato praticamente di tutto partendo da queste basi, e dopo quasi mezzo secolo c’è ancora una miniera praticamente sterminata di cose da scoprire.

Di poco valore, certo, ma di fortissima resa emotiva, e di formidabile importanza storica.

Il vero piacere di collezionare automodelli secondo noi sta proprio in questo: acquistare un modello per assaporarne la storia ed il vissuto, lontani dai troppi patemi che sempre più spesso affliggono anche questo piccolo mondo.

  1. Nota di David: pare assodato che i colori ufficiali della 604 di Solido fossero bronzo metallizzato, grigio antracite metallizzato, grigio-verde pallido metallizzato, argento, verde-bronzo metallizzato, marrone metallizzato, sabbia-dorato metallizzato. Questo secondo la lista apparsa sul numero 181 di Argus de la Miniature (settembre-ottobre 1996), che dovrebbe essere quella più aggiornata, contenendo anche diverse informazioni supplementari non presenti nelle opere di Azéma. ↩︎
  2. Nota di David: ho guardato tutti i numeri con le retrospettive sui Solido senza trovare nulla. ↩︎

Mostra scambio a Busto Arsizio

testo e foto di Riccardo Fontana

Si è tenuta nella giornata di ieri, domenica 11 febbraio 2024, l’ormai consueta mostra scambio dedicata al modellismo ed al giocattolo d’epoca presso i locali del museo del tessile in quel di Busto Arsizio.

Una manifestazione certamente ridotta rispetto ad altri appuntamenti cardine del settore, ed abbastanza lontana da certi picchi di assoluta rilevanza che sempre più spesso si riscontrano negli ultimi tempi, ma non per questo scevra da un certo interesse e da una buona quantità – e qualità – di pezzi esposti.

Nulla di eclatante, comunque qualche buon modello ordinario (tipicamente Solido, ci scusino i lettori ma purtroppo siamo malati) o anche meno ordinario era possibile acquistarlo, con poca spesa ed ottima resa, il che visti i tempi non fa mai male.

Che il trend riscontrato a partire dall’ultima edizione di Retromobile abbia forse segnato l’inizio di un brusco quanto inaspettato riflusso dopo l’abbondanza quasi senza senso dell’ultimo biennio? Non è dato saperlo, o comunque è troppo presto per dirlo, certo è che il tenore di questa manifestazione parrebbe suffragare l’ipotesi, ma il futuro saprà certamente essere più aulico da questo punto di vista.

Per ogni altra considerazione, lasciamo la parola alle immagini.

In memoria di Gianpiero Riva

di Riccardo Fontana

Nei giorni scorsi è venuto a mancare a 87 anni Gianpiero Riva, esponente della Scuderia del Portello ed abile battilastra, nobile professione ormai in disuso nell’arido e standardizzato mondo dell’automobile di oggigiorno.

Gianpiero Riva

Animatore della Carrozzeria Riva in quel di Legnano fin dagli anni sessanta e da sempre patito di Alfa Romeo, ha conosciuto e lavorato coi più bei nomi della grande epopea alfista dei tempi che furono, potendo vantare anche qualche grado di coinvolgimento con le opere di alcuni carrozzieri come Zagato, al centro delle vicende alfiste del tempo, con capolavori come le Giulia TZ e TZ2, che seppero sbaragliare il campo delle GT in Classe 1600 alla metà degli anni sessanta.

Col tempo arrivò l’amore per il recupero e l’elaborazione delle Alfa Romeo d’epoca, coltivato assieme al figlio Alberto, e la quasi naturale “affiliazione” alla Scuderia del Portello ed all’Alfa Blue Team.

Un trofeo dell’Alfa Blue Team ricavato da una sezione di longherone utilizzato in uno dei primi crash-test, negli anni sessanta

Il Signor Gianpiero era – al pari del figlio Alberto – del giro dei Brambilla a Monza, e già solo questo dovrebbe dirla lunga sul grado di passione e di genuinità del personaggio, che come sempre accade in questi casi lascia – oltre al naturale dolore nei suoi familiari e nei suoi amici – anche un vuoto difficilmente colmabile in termini di conoscenza e di capacità tecnica.

Il tempo fugge, e non possiamo che fare ciò che possiamo per mantenere vivo il ricordo di ciò che fu e di chi ne fece parte.

Il Club Clay Regazzoni celebra i trent’anni di attività

Thierry Boutsen, Andrea Montermini, Christian Pescatori, Thomas Biagi, per citare solo i piloti, ma aggiungiamo anche Giancarlo Minardi, la famiglia Regazzoni e Didier Debae, manager di esperienza nel mondo delle corse. E’ al loro cospetto e alla presenza di numerosi soci e altri ospiti, che si è celebrata la consueta serata del Club Clay Regazzoni per consegnare i fondi raccolti agli istituti ospedalieri che operano nell’ambito della paraplegia, per cercare di dare cura e supporto a coloro che si trovano a vivere questa condizione. Fu proprio Clay Regazzoni dopo il drammatico incidente di Long Beach nel 1980, con l’intento di fare qualcosa di concreto per aiutare chi si trovava nella sua situazione, a dare vita al club assieme all’amico Giacomo Tansini, poi supportato da Don Lugi Avanti; sempre sostenuti dalla famiglia Regazzoni alla scomparsa di Clay. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, le iniziative fatte per raccogliere fondi sono sempre più numerose e trovano grande accoglienza da parte dei sostenitori, pronti a fare una piccola donazione che porta poi ad un grande risultato. Infatti in 30 anni è stato raccolto e devoluto oltre un milione di Euro. Ogni anno a questo evento partecipano piloti e personaggi noti del mondo dei motori e in questa occasione “l’offerta” è stata particolarmente ricca. Presente Thierry Boutsen (che parla un italiano impeccabile), che ha corso in F.1 con Arrows, Benetton, Williams, Ligier, Jordan, vincendo tre Gran Premi. Boutsen ha fatto proprie anche una 1000 Km di Monza nel 1983 con Bob Wollek, la 24 Ore di Daytona nel 1985 e la 1000 Km di Spa nell’86, sempre con varie Porsche 956 e 962. Tanti podi, tra cui due secondi posti nella 24 Ore di Le Mans, altre vittorie sempre in GT/Prototipi negli anni ’90 con auto diverse,  anche se Porsche è stato il marchio preferito. Infine l’avventura con la Toyota, e l’episodio che ha posto fine alla sua carriera in pochi ricordano: l’incidente occorso durante la 24 Ore di Le Mans nel 1999, che ha rischiato di lasciarlo paraplegico. Solo dopo vari interventi e lunghi mesi di riabilitazione con il Professor Saillant si è rimesso in piedi. Ben volentieri ha accettato l’invito di essere testimone della serata “G.P. della Solidarietà”, alla memoria di Clay Regazzoni, di cui Boutsen era amico nonché vicino di casa nel Principato di Monaco. Oltre a lui, presente anche Andrea Montermini, a lungo in F.1 con Simtek, Pacific, Forti, ma anche collaudatore per Scuderia Italia, Benetton e soprattutto Ferrari, vice-campione F.3000 nel 1992, e secondo a Monaco F.3 alla sua prima corsa su quel tracciato, tre vittorie con la Ferrari 333SP nell’IMSA con il team Momo di Giampiero Moretti, diverse gare in F.Indy alla soglia del podio, e i titoli assoluti GT Open. Christian Pescatori un test in F.1 lo ha fatto con Minardi, dopo aver vinto l’Italiano F.3 nel ’93, ma dopo il passaggio in F.3000 per arrivare in F.1 servivano troppi sponsor. Così è passato ai Prototipi e alle GT, dove ha ottenuto ben sette vittorie con la Ferrari 333SP e tanti podi, poi quella importantissima nelle 12 Ore di Sebring con l’Audi ufficiale, con la quale è giunto due volte 2° nella 24 Ore di Le Mans e altri successi con la Ferrari che gli hanno fatto conquistare il titolo SRWC nel 2000 e quello FIA-GT nel 2001, correndo con team prestigiosi, su tutti BMS Scuderia Italia e JMB. Thomas Biagi, dopo la trafila in F.3 e F.3000, ha raggiunto anche lui l’apice nella categoria GT, fregiandosi di due titoli nel 2003 con la Ferrari 550 della BMS Scuderia Italia e nel 2007 con il Team Vitaphone e la Maserati MC12, vivendo l’epopea di questa straordinaria vettura. Tanti altre corse e soddisfazioni in Superstars e GT, poi qualche sfizio di provare una F.1 se lo è tolto comunque: con la Midland a Jerez, ma prima ancora con Minardi, Jordan e le rosse di Maranello nei Ferrari Days. Presente come sempre anche Giancarlo Minardi, protagonista della storia della Formula Uno e promotore dei piloti italiani e di giovani talenti come Alonso nella massima categoria. Il prossimo appuntamento con il Club Clay Regazzoni è fissato per il 15 marzo, per l’apertura del nuovo Museo del Club a Lodi presso la sede dell’Oratorio San Bernardo, con tanti cimeli donati da piloti amici del club. A seguire, ai primi di maggio, l’appuntamento con la Mostra di auto sportive e il G.P. Oratorio San Bernardo. Per chi volesse associarsi, bastano solo 20 Euro per aderire al club. Per info: www.clubclayregazzoni.it.

Alcune novità di Rialto Models 1:43

Rialto Models è un marchio artigianale olandese, presente ormai da molti anni sulla scena dell’1:43. I soggetti proposti sono sempre inediti e originali, anche se non sempre la fedeltà delle linee è il massimo che si possa desiderare da prodotti comunque di fascia medio-alta. In ogni caso la passione e l’impegno profusi dai titolari non sono in discussione e non si arrestano di fronte alle difficoltà che una realtà come Rialto Models incontra puntualmente, dovendosi confrontare direttamente con i sempre più numerosi e agguerriti produttori di resincast in Cina.

Ecco le ultime novità proposte, in serie limitata e numerata:

Honda Civic 4 porte 1987-1991

Fiat 850 station wagon Caprera 1964

Fiat 127 4 porte Lucciola Francis Lombardi 1972

Fiat 127 station wagon Coriasco 1972

Seat 127 4 porte standard 1973 (foto in apertura)

Il 2023 di Porsche Italia

La filiale italiana della Porsche ha chiuso il 2023 con le vendite ancora in crescita: sono state consegnate 7.642 vetture, in aumento del 5% sull’anno precedente, riconfermando la posizione di terzo mercato singolo in Europa in termini di volumi.
Anche nel 2023, la Macan è stato il modello più richiesto con 3.267 consegne, mentre l’iconica 911 si attesta al secondo posto, con 1.718 unità consegnate. Completa il podio Cayenne, di cui è stata presentata la versione aggiornata nel 2023, con 1.376 unità. Si conferma in quarta posizione Taycan, il primo modello elettrico del marchio, con 587 consegne, a seguire la 718 con 388 e infine Panamera con 306, in leggero calo rispetto allo scorso anno ma in linea con l’attesa della terza generazione, presentata a novembre.
Anche la crescita delle vendite online è stata fonte di soddisfazione nel 2023 per Porsche Italia: i volumi sono aumentati infatti del 22% sull’anno precedente, per un totale di 557 vetture. Il canale digitale ha consentito inoltre di intercettare un target più giovane, con un’età media di ben sette anni inferiore rispetto al cliente tradizionale, e di avvicinare nuovi clienti al brand, col 78% degli acquirenti virtuali che non aveva mai posseduto una vettura Porsche in precedenza.

I punti di contatto fisici restano fondamentali per la strategia di vendita di Porsche Italia, che, insieme alla rete di vendita, sta investendo ingenti risorse per continuare a fornire la migliore esperienza possibile al cliente, a partire da Destination Porsche, la nuova Corporate Architecture che prevede l’aggiornamento di tutti i Centri Porsche secondo nuovi standard stilistici, di accoglienza e di Customer Journey. Il piano di sviluppo prevede un investimento totale pari a 130 milioni di euro: l’obiettivo è che nei prossimi due anni l’80% della rete completi i lavori di ammodernamento, per arrivare al 100% entro il 2028.

Porsche, che si è posta l’obiettivo di superare l’80% di vetture nuove a trazione interamente elettrica nel 2030, si dice impegnata anche in Italia nel favorire una transizione equilibrata verso questo tipo di mobilità. Porsche Italia ha quindi sviluppato offerte specifiche per soddisfare le esigenze dei clienti interessati al passaggio all’elettrico. Si tratta di formule di leasing e noleggio che integrano soluzioni per la ricarica domestica, tramite wallbox, o presso i punti di ricarica pubblici. A questo riguardo, la casa automobilistica sta anche sviluppando una propria rete di infrastrutture di ricarica: Porsche Charging Lounge, che vuole offrire ai clienti lo stile e la cura Porsche anche durante l’esperienza di ricarica. Anche l’Italia sarà parte integrante del piano di sviluppo di queste stazioni, di cui la prima è stata inaugurata nel 2023 a Bingen sul Reno, in Germania. Buona fortuna.

È stato un anno di soddisfazioni anche per il Porsche Experience Center Franciacorta, che ha superato i 50.000 visitatori, di 78 nazionalità diverse, dall’apertura a settembre 2021.Sono oltre 400 gli eventi ospitati dalla struttura nel corso dei due anni, che sono andati ad aggiungersi all’ampia gamma di esperienze che includono anche le corse sulla pista di go-kart, lo shopping presso il negozio Porsche e le esperienze di degustazione al ristorante Speedster.
Il Porsche Experience Center Franciacorta, oltre ad essere un centro di eventi, promuove e ospita diverse iniziative di impegno sociale. Lo scorso anno le attività benefiche hanno spaziato dall’offerta di esperienza di guida in pista per persone con disabilità motorie a una speciale giornata da co-piloti per un gruppo di ragazzi disabili della comunità di Castrezzato, fino al corso di autodifesa e guida sicura dedicato al pubblico femminile.

Le Chat Botté e la Stratos del Tour, un anno dopo

Come ogni vigilia di Rétromobile, un’occhiata al Chat Botté, situato a due passi dalla Porte de Versailles, è praticamente d’obbligo. In nessuna delle mie recenti trasferte ho saltato quello che è un appuntamento che fa parte del fascino del viaggio verso la ville lumière. Non che oggi nel negozio di boulevard Lefèbvre si possa trovare chissà cosa: anche i punti vendita tradizionali si sono dovuti piegare alle produzioni di serie e per i modelli obsoleti ci sono ben altri indirizzi, dall’Auto Jaune alla Galérie du Jouet Ancien, giusto per fare un paio di esempi.

Quest’anno, prima di partire, riguardavo, non so neanche perché, le foto scattate nel 2023 nelle vetrine dello Chat Botté. Vecchi Solido e Norev senza scatola e – a dire il vero senza – alcuna attrattiva, qualche kit montato rimasto su uno scaffale per quarant’anni, eccetera eccetera. Tutto normale, finché… aspetta un attimo, e quella Stratos rossa di Solido? La vettura di Darniche al Tour Auto 1975. Un’elaborazione ma dalle immagini che ho non si capisce bene tutto il perché e il percome. “Chissà se c’è ancora”, penso. Mancano due o tre giorni alla partenza per la nuova edizione di Rétromobile.

Vigilia di Rétromobile 2023: la Stratos elaborata di Solido nelle vetrine di Chat Botté

Martedì pomeriggio, è quasi ora di pranzo. Entro e la moglie del proprietario, che è impegnato nel montaggio dello stand a Rétromobile, mi lascia curiosare tranquillo. Se non sono abituati loro a gente strana ditemi chi dovrebbe esserlo. In un primo momento la Stratos rossa sembra sparita, poi mi accorgo che semplicemente ha cambiato posizione: dalla vetrina interna è passata a quella esterna (ma parecchio in basso). “Quella? Ah no, non gliela posso mica vendere, il prezzo lo sa mio marito e prima di sera non torna”. Inutile tergiversare Improvviso una sceneggiate stile Eleonora Duse attaccata alle tende, spiegando che vengo dal sud (avrei anche detto Angola o Durban City ma non sarei stato troppo credibile: mi limito quindi a citare la Toscana, peraltro sempre popolare da queste parti) e che mai e poi mai avrei lasciato il negozio senza il modello. Chissà perché, la signora propone di chiamare il marito. Non poteva farlo subito?

“Quindici euro”, risponde il titolare dal padiglione di Rétromobile. Presa. Quindici euro costa una cinesata da edicola fatta in un anonimo capannone nella nebbiosa periferia di Gongueng. Anche a Parigi c’è la nebbia ma è quella che ti fa inciampare nei bouquinistes della Senna. Giusto per, eh.

E’ un’elaborazione – spiega rapidamente al telefono – che aveva fatto lui stesso verso la metà degli anni ’70. Una piccola serie per pochi collezionisti dell’area di Parigi. Incartata con l’asciugatutto sopalin sigillato da due pezzetti di nastro adesivo (già solo quello vale il viaggio), la infilo in tasca e me ne vado. La signora dev’essere in giornata no e a malapena mi saluta. Con passo veloce raggiungo l’albergo degli egiziani a Issy-les-Moulineaux.

La ricerca nella memoria non dura a lungo. Mi torna in mente uno di quei foglietti di Grand Prix Models, la decal Competition 6, che permetteva di ottenere la Stratos rossa di Darniche. All’epoca GPM aveva prodotto anche un’altra decal per la Stratos di Solido, la Harper’s Bazaar. Quella a strisce, di grande effetto.

Diciamo le cose come stanno: le decals britanniche non sono mai state dei capolavori. Ma vuoi mettere il feeling caratteristico dei disegni? Qui c’era tutta l’intuizione del Brian Harvey degli inizi

Il modello, impolverato, si pulisce piuttosto bene. Le decals sono integre salvo qualche piccola mancanza, mentre la verniciatura è a posto (solo un paio di micro-scrostature perfettamente restaurabili, volendo). La base è, correttamente, la Solido primo tipo, ossia la Gruppo 5. La persiana posteriore, nera, è stata autocostruita in lamierino. Difficile dire se il modello sia stato riverniciato o se siano state eliminate – Dio solo sa come – le decals Marlboro preesistenti, notoriamente a prova di bomba.

Insomma, storia di un recupero certamente “povero” ma testimonianza genuina di un tempo in cui elaborazioni come questa erano il pane quotidiano di tanti appassionati, mentre altri, che magari ignoravano i canali “giusti”, si scervellavano per capire da dove arrivassero certi modelli che avrebbero potuto benissimo costituire l’oggetto di kit da sogno (almeno per l’epoca) se solo il marchio francese avesse saputo osare come i tempi permettevano. “Il mondo è di chi se lo piglia”, diceva il mio insegnante di storia e filosofia al liceo. E questa Stratos, se qualcosa deve raccontare, racconta di quanto Solido così spesso non abbia saputo (per pigrizia? per incompetenza dei piani superiori?) compiere i passi decisivi verso la piena realizzazione delle proprie potenzialità.