Ripulirsi la coscienza ai tempi dell’ipocrisia di massa

Probabilmente in altri paesi più “arretrati” tipo Francia e Italia non ci sono ancora arrivati ma sull’eBay tedesco è operativo un bizzarro (chiamiamolo così per non usare altri aggettivi) sistema di calcolo di redenzione a seguito dei “danni” provocati dagli acquisti degli utenti. Un bel banner con un’acquirente etnicamente orientata (poteva mancare?) ti annuncia che ora puoi espiare le tue colpe ambientali risarcendo – in parte o completamente – i chilogrammi di CO2 immessi nell’atmosfera a seguito dei tuoi acquisti.

Ogni porzione di anidride carbonica riscattata ha un costo, che viene devoluto a un’associazione incaricata di installare pale eoliche in Nuova Caledonia. E’ possibile scegliere quanto pagare e passare alla cassa come se si acquistasse un qualsiasi altro prodotto.

Gli utenti, sul proprio account di eBay.de, hanno il loro bravo “CO2-Konto”, dove sono riportati dettagliatamente tutti i “danni” compiuti con gli ordini passati nell’ultimo anno. Ci troviamo già in un mondo distopico e alcuni non lo sanno. O non vogliono pensarci.

Rassegna stampa: Les premières Classe S

Se lo scorso Hors Série di Passion Etoiles era stato consacrato alle Mercedes Roadster, Cabriolet e Coupé, col numero 5, uscito in questi giorni, si torna alle berline, ripercorrendo la storia di quelle che si possono definire le Classe S ante litteram, seguite da quelle che di fatto vennero ufficialmente chiamate così dalla Casa. Il fascicolo, di oltre 120 pagine, ripercorre la storia delle Mercedes che si pongono in questa importante fascia (che oggi non esiste neanche più).

L’ “alto di gamma” Mercedes prende il via in pratica con l’esordio del marchio, per poi svilupparsi in modo più pieno e consapevole dagli anni ’20 agli anni ’40 del XX secolo.

Dopo la guerra, il quindicennio che va dal 1950 al 1965 vede la riconquista da parte di Mercedes di quello status di esclusività e qualità rappresentato dalle varie W187, W180 o W112. Questa parte di storia viene ripercorsa a grandi linee dalla pubblicazione, che inizia la vera e propria narrazione monografica a partire dalla serie W108/109, commercializzata dall’agosto del 1965. Seguono la W116 (la prima a chiamarsi ufficialmente Classe S), la W126, la C126 (il primo coupé Classe S, che rientra quindi a buon diritto nella trattazione), e – studiate in maniera leggermente meno approfondita – la W140 e la W220.

Ogni capitolo riporta con ricchezza di dettagli caratteristiche tecniche, versioni, tipi di motore, allestimenti e numeri di produzione, facendo sufficiente chiarezza su un tema che spesso è intricato non foss’altro che per la selva di sigle e versioni apparentemente tutte uguali. Non vengono trascurati i pochi modelli da competizione (ricordate la 300 SEL 6.8 AMG?), le concept car e le carrozzerie speciali.

I capitoli principali sono intervallati da brevi e gradevoli retrospettive che riguardano la storia della Mercedes, dalla tecnica allo stile, dal marketing al costume. Il prezzo in Francia di questo speciale Mercedes è di €13,90. Non ci risulta sia distribuito in Italia.

La Peugeot 504 Coupé V6 dell’Acropoli 1980

Elio Venegoni (Spirit of Racing) ha appena presentato la sua ultima novità, il kit 1:43 in resina con parti in metallo bianco della Peugeot 504 Coupé V6 Gr.4 che prese parte al Rally dell’Acropoli 1980 con Makinen e Todt. Il kit, in serie limitata a venti esemplari, è opera di Renato Aimaro. Le decals sono INKAM, disegnate da Pietro Marinelli.

Audi Sport Italia: il diciottenne Rocco Mazzola è il primo pilota confermato per la R8 LMS GT3

La stagione 2024 per Audi Sport Italia è iniziata con quasi un mese di anticipo rispetto al calendario, con due giornate di prove libere disputatesi la settimana scorsa a Vallelunga. All’autodromo intitolato a Piero Taruffi ha fatto il suo esordio con la R8 LMS GT3 il primo dei piloti che entrano a far parte dell’organico dei quattro anelli per i Campionati GT3 Endurance e Sprint del prossimo anno: Rocco Mazzola. A dispetto della giovane età, diciotto anni compiuti lo scorso settembre, il pilota lucano ha già all’attivo due stagioni nella serie tricolore, avendo esordito nel 2022 vincendo la GT Cup Pro-Am nella serie di durata, mentre nel 2023 che si avvia alla conclusione ha terminato sesto nella serie Sprint tra gli equipaggi della GT3 Pro-Am.

Accompagnato sulla pista romana dall’appassionatissimo papà Raffaele, Mazzola ha percorso quasi la metà degli oltre 200 giri completati dalla vettura della squadra fondata da Emilio Radaelli, ottenendo buoni riscontri e rivelando una capacità di rapido adattamento al nuovo mezzo. Per Mazzola e gli altri piloti intenzionati a prendere parte ai due campionati italiani sulla R8 LMS GT3 della squadra novarese, che nel 2024 riprenderà la propria collaborazione con Tresor Competition, dietro l’angolo c’è una breve pausa. Peraltro per management della squadra e piloti la definizione dei programmi renderà ancora più intenso il lavoro al di fuori delle piste in questa breve fase invernale.

Borsa a Sorbiers il prossimo 3 marzo

Gli organizzatori della Borsa di scambio di Sorbiers (Francia) hanno annunciato che la 21ma edizione si svolgerà domenica 3 marzo 2024 dalle 9 alle 17. L’evento si terrà alla Salle Boulodrome J. Coignet (a sinistra della posta) nel centro di Sorbiers, a 8 chilometri da St Etienne.

La fine di Mercury

Se escludiamo marchi come ICIS o Edil Toys, vere e proprie meteore nel firmamento dell’1:43 scomparse prestissimo dagli scaffali dei negozi, la prima illustre vittima italiana nel panorama della crisi dell’1:43 “industriale” degli anni settanta coincide con quella che, con un pizzico di malizia date le sue origini torinesi, si potrebbe definire “la vecchia signora del die-cast italiano”: la Mercury.

Fondata nel 1932 e da sempre membro dell’indotto di Fiat e Lancia per la produzione di minuteria pressofusa da montare sulle auto vere (cardini di porte e cofani, maniglie, eccetera eccetera), la marca dell’ingranaggino ha saputo affiancare alla sua attività nel settore automotive una valida e sterminata offerta di giocattoli pressofusi, sempre molto affascinanti, che avevano come tema ricorrente la riproduzione di automobili – molto spesso Fiat e Lancia per ovvie ragioni – ma anche di cucinini e piccole casseforti, secondo una poliedricità tipica dei produttori dell’immediato dopoguerra, come ad esempio Solido e Norev, che in Francia seguirono una parabola molto simile a quella della Mercury pur con tecniche e materiali diversi.

Il successo arrise alla firma torinese, e le sue miniature in scala 1:48 motorizzarono i cortili ed i marciapiedi d’Italia così come fecero i corrispettivi reali con l’Italia, e naturale fu – all’inizio degli anni sessanta – il passaggio alla più classica scala 1:43, mantenendo ottimi consensi fino alla fine del decennio ed all’inizio del successivo.

Esattamente come accade per un Solido, un Dinky o un Norev per la Francia, osservando una Fiat della Mercury si può vedere, ma ancora più assaporare, l’Italia degli anni sessanta: in una 850 berlina si rivede la Torino degli anni del boom, gli operai che vanno allo stadio a vedere Juve-Torino la domenica, e in generale un senso di benessere che arrivava un po’ in tutti gli strati della popolazione dopo i difficili anni della ricostruzione.

Eravamo ancora i più poveri tra i “grandi” d’Europa (e lo siamo sempre stati) ma lo eravamo meno, e per qualche ragione difficile da spiegare nessun modello italiano rendeva – e rende – questa sensazione come un Mercury, che trasmette perfettamente la Torino laboriosa, rigorosa e seria di quegli anni.

Tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta qualcosa iniziò però a cambiare: l’arrivo di concorrenti come Politoys e Mebetoys con le loro mille aperture e col loro aspetto in un certo senso più “ludico” mandarono in crisi la Mercury, che iniziò progressivamente a semplificare i suoi modelli, che rimasero comunque sempre molto affascinanti e belli.

Si introdusse la Serie 300 o Special, dicendo addio alle belle scatoline coi disegni della vettura reale in stile Dinky che avevano caratterizzato gli anni sessanta, e inizialmente la qualità restò ottima: guardando una Fiat 124 Sport Coupé o una 127 non si avverte un netto decadimento rispetto a quanto proposto pochi anni prima, se non per alcune dubbie decals “corsaiole” che talvolta venivano messe un po’ a sproposito sui modelli, ed anche le scatolette erano comunque più che decorose, seppur forse più simili a piccole confezioni per ricambi d’auto che a scatoline per modelli.

Anche questo rende l’atmosfera di una casa dedita principalmente ad operare nell’indotto Fiat e costruttrice di giocattoli a tempo perso, ma sono cose che in un’epoca di produzione cinese selvaggia sono forse un po’ troppo ostiche da capire fino in fondo, se non armati della necessaria sensibilità.

La Serie 300 scadde molto presto in una specie di gamma Burago ante-litteram, con ruote veloci (in realtà non così brutte come quelle dei Burago) e dettagli semplificati: videro la luce una bellissima Campagnola AR 76 proposta in una miriade di versioni (molte delle quali estremamente giocattolesche, ma alcune molto interessanti, come l’ACI, la civile o il trittico di Polizia, Carabinieri e Pompieri “semplici”), talmente valida come forme da essere riproposta da Old Cars fino alle porte del 2000 con solo pochissime modifiche, e poi 132, 131 Berlina a quattro porte e Panorama, Mini 90, BMW 320, e qualche camion Fiat.

Comparve anche una serie in scala 1:66, francamente di una tristezza inimmaginabile (meravigliosamente naïf la 131 Abarth in livrea Oliofiat con la roulotte), ed una oggi rarissima serie di modelli in scala 1:32, con una Ferrari 512 S Modulo e una Campagnola lunga a farla da padrone.

Ci furono anche delle moto, anche in scala 1:15 (epica la Benelli 750 6 cilindri) ma questa è un’altra storia, che sicuramente racconteremo più avanti.

Il marchio si trascinò così per quasi tutti gli anni settanta, poi nel 1978 morì, poco dopo aver presentato e prodotto il suo ultimo modello, una Fiat Ritmo quattro porte semplificata a livelli incredibili, brutta come la vera.

Vera come la vera.

E proprio per questo imperdibile.

Sì, perché nessun laboratorio cinese potrà mai fare una Ritmo più Ritmo della Mercury del 1978, o una 850 più 850 della Mercury del 1964, o una Campagnola più Campagnola della Mercury del 1976, e questo perché il modo di lavorare di un paese, l’aria che respira e l’humus in cui è immerso si ripercuotono inevitabilmente si tutto ciò che fa, anche sulle cose più marginali come i modelli, e questo si sente, anche quando sembra che non si senta.

La chiusura della Mercury, che allora forse veniva vista solo come una concorrente più cara della Burago, ha rappresentato un momento triste per la nostra tradizione nell’1:43, ma forse non poteva che andare così: di certo, però, anche quegli ultimi modelli così “poveri” e “tirati via”, a 45 anni di distanza hanno ritrovato la loro dignità, ed il merito di stare in una collezione di obsoleti che si rispetti, perché figli – seppur minori – di un’epoca che non tornerà.

testo di Riccardo Fontana / foto di Riccardo Fontana e David Tarallo / didascalie di David Tarallo

L’Equipe rinnova il proprio accordo col FIA-WEC e con la 24 Ore di Le Mans

I fans in Francia continueranno a beneficiare di una copertura totale del FIA-WEC e della 24 Ore di Le Mans 2024 grazie a un prolungamento di due anni dell’accordo col gruppo dell’Equipe, che comprende canali televisivi, un sito web, un’applicazione, un quotidiano e una rivista. Il giornale e il periodico proporranno un contenuto editoriale esclusivo nel corso della stagione, con soggetti speciali legati al campionato. Il sito web e l’applicazione offriranno i risultati delle gare in tempo reale, le classifiche e i clip d’azione. I canali digitali L’Equipe live diffonderanno l’integralità della stagione del WEC in diretta, disponibili nello spazio TV del sito e nell’applicazione.

La prima prova della stagione 2024 del FIA-WEC si svolgerà a Doha, in Qatar, dal 1° al 3 marzo.

Mala tempora currunt

di Riccardo Fontana

Il periodo in cui stiamo vivendo è molto strano: si possono percepire un po’ in tutti i campi forti pulsioni verso cambiamenti epocali, ma l’idea è più quella di una deradicazione imposta “dall’alto” che non di un “progresso” genuino e sentito che parta dalla base, cioè dal “grosso” della popolazione.

Prendiamo ad esempio la nostra “carissima” (in tutti i sensi, e mi viene in mente l’Avvocato quando parlava di Schumacher) auto elettrica: tutto questo casino inaudito – che per inciso ci sta portando ad un passo dalla fine della libertà per come la conosciamo – non è frutto di una qualche forma di consapevolezza acquisita da parte del grosso della popolazione, né tantomeno può essere figlio di una qualsivoglia superiore competitività tecnologica (o economica) dell’auto a pile nei confronti della tradizionale auto termica, ma è un problema (altra parola non casuale) che nasce e – si spera – muore in UE, dove “dobbiamo rendere giuridica la spinta al cambiamento” (cit. Magda Goeb… Ehm, Ursula Von der Leyen).

Stessa cosa per il politically correct e l’inclusività a tutti i costi, una porcheria insopportabile vincitrice del Premio Nobel per l’ipocrisia, nata presso le élite più ricche e procrastinata da multinazionali come la Disney: non c’è film o serie TV senza una scena (a sproposito) di sesso gay, non c’è cine-comic senza un’eroina donna, magari nera, e magari anche volutamente brutta, che il body shaming è sbagliato, dissero quelli che trombano solo con delle modelle californiane bionde alte uno e ottanta, ed alle commesse obese del McDonald’s al massimo fanno la carità.

Poca però, perché il capitalismo è un valore positivo, e quindi si dessero da fare per migliorare la loro condizione.

In ultimo abbiamo la battaglia al patriarcato dalle trincee di Capalbio e dalle case di lusso: un esercito di ragazzine coi capelli fucsia, i piercing e gli anfibi, reddito familiare medio-alto se non direttamente alto, che strillano contro gli uomini ed al loro presunto predominio sulla società, dimentiche del fatto che, se di predominio di un sesso sulla società si voglia parlare, sarebbe semmai quello femminile ad averne da vendere.

Però c’è un però, e cioè che la storia ci insegna che tutti i cambiamenti non sentiti ma imposti hanno vita breve, e sono per loro stessa natura destinati a fallire miseramente, e d’altronde basta guardare fuori dalla finestra per vedere come, poco a poco, il mondo dia forti cenni di rientro nei ranghi: dalle grandi case automobilistiche che chiudono o riconvertono stabilimenti destinati all’elettrico perché non c’è una domanda tale da giustificare l’esistenza di una giga-factory (questo per chi – illuminato – argomenta con “che ci piaccia o no il futuro è quello e bisogna adattarsi”), all’amministratore delegato della Disney che, a seguito del flop colossale del loro ultimo… “Capolavoro” (The Marvels, costato 300 milioni e che si prevede arriverà ad incassare si e no 100 milioni nel mondo, un crack degno del Monte dei Paschi dei tempi d’oro) ha dichiarato che, forse, la Disney dovrebbe preoccuparsi più delle storie che del messaggio.

Il che, a fronte di un film (The Marvels suddetto) che ha un trittico di donne protagoniste di cui una nera e una brutta e particolarmente scema, e una storiella lesbo a corredo di tutto pare proprio una bella dichiarazione di resa da parte dei paladini dell’inclusività mentolata.

Si riscrive Shakespeare perché potrebbe urtare la sensibilità di chi assiste alle opere teatrali: a me, ad esempio, urta tantissimo la sensibilità chi riscrive Shakespeare.

La gente il cervello se lo lascia lavare fino a un certo punto, è tutto da vedere che qualche miliardo di bestie da soma vogliano effettivamente vivere in un mondo a misura di mentecatti, e le imposizioni possono tranquillamente essere rigettate. È nell’ordine delle cose: l’ammutinamento della Corazzata Potemkin (sì, proprio quella), era iniziato perché si voleva imporre all’equipaggio di mangiare della carne guasta su minaccia della fucilazione: qualcuno che avrà detto “il futuro è questo è ci dobbiamo adattare” ci sarà sicuramente stato, ma il risultato è stato comunque che ad essere fucilati erano stati gli ufficiali.

Per quanto riguarda questo miserabile femminismo da nuovo millennio, che non è neanche lontano parente acquisito del nobile e serio femminismo delle Streghe che lottavano per la parità dei salari e per non avere nessuno stronzo di imprenditore che, durante un colloquio, chiedesse ad una ragazza “lei ha un fidanzato? Avete in mente di avere figli?”, più che altro mi viene da ridere: non vedo perché io dovrei, in quanto uomo, sentirmi in colpa a prescindere per dei crimini altrui, e francamente vedere la sorella di una povera ragazza uccisa da un demente che incita (leggendo un gobbo, riguardare per credere) gli uomini a pentirsi in quanto uomini e il mondo a “bruciare tutto per Giulia”, mi sembra la versione di Neri Parenti e Carlo Vanzina delle femministe durante il processo ai massacratori del Circeo: tragedia da una parte, farsa spietata dall’altra.

Le ho viste sfilare a Bologna, con cartelli che parevano scritti da Syd Barrett sotto acido, con frasi del tipo “la zootecnica è patriarcato”.

Perché? A parte che, con molta malizia, si potrebbe dire che sempre di rinchiudere vacche si stia parlando, ma cosa c’entra – seriamente – la zootecnica col patriarcato? Perché non scriverci “la Fiat 500 è il Monte Rosa” su quel cartello?

Ai posteri l’ardua sentenza, comunque provate ad andare dai carabinieri a denunciare per stalking la vostra ex-fidanzata, e poi illustratemelo questo bel patriarcato, dopo che i carabinieri vi avranno riso in faccia invitandovi “a darcelo a ‘sta povera guagliona”, oppure a separarvi, con casa, figli, e mantenimento che restano alla ex-moglie anche se fedifraga (con magari il vostro “cornificatore” che viene a vivere in casa vostra coi vostri figli), e poi mi dite chi comanda veramente nel mondo, se gli uomini o le donne.

Provate, brutalmente, ad andare a cena con una di queste scombinate coi capelli viola e gli scarponi per invadere il Vietnam: quando arriverà il conto le vedrete istantaneamente trasformarsi in vedove addolorate di Corleone, anno domini 1870, altroché patriarcato.

Il problema, in fondo, è proprio questo: a fronte di un paese in cui i salari sono sempre più bassi, le pensioni sono un’opinione e non c’è più uno straccio di diritto che sia uno, si incita alla rivoluzione perché una ragazza si è tenuta uno psicopatico – che ha fatto di tutto per convincere lei e il resto del mondo di essere completamente psicopatico per anni ed anni – fino a farsi ammazzare invece di esercitare il costituzionalissimo “calcio nel culo”. 

E per carità, dispiace tantissimo, ma ci sarebbero una trentina (stima enormemente al ribasso) di motivi più stringenti per “bruciare tutto”.

La natura comunque è autolivellante, basta solo vivere normalmente ed avere fede: tutto si aggiusterà da sé.

Rétromobile 2024 di Artcurial Motorcars

La vendita all’asta “Rétromobile by Artcurial Motorcars” è già uno degli avvenimenti più attesi del prossimo anno. L’edizione 2024 si annuncia eccezionale, proponendo una larga selezione di auto, a rappresentare oltre 120 anni di storia, dal triciclo De Dion Bouton del 1897 alla Porsche 911 Turbo S Exlcusive del 2018.

Saranno presentate diverse collezioni: su PLIT avevamo già parlato di un appassionato svedese, che metterà all’asta – tra le altre – una Ferrari 275 GTB che partecipò al Rallye des Roses e al Rallye du Var del 1966. Della stessa raccolta fanno parte una Ferrari 250 GT Cabriolet Pininfarina Serie 2 e una Mercedes Benz 300 SL. Gli amanti della BMW apprezzeranno una selezione di un concessionario della marca, comprendente una spettacolare M1 bianca di prima mano.

Sarà presentata anche un’Alfa Romeo 33TT12 del 1975. Come di consueto, ampia scelta di vetture d’anteguerra, molte delle quali provenienti da una collezione scandinava che comprende una Bugatti 40 Roadster carrozzata Gangloff, una Bugatti 57 Galibier senza dimenticare altre marche prestigiose come Avion-Voisin, Delahaye e Hispano-Suiza.

Interessante sarà anche il gruppo delle vetture da restauro.

Il catalogo definitivo sarà pronto verso metà dicembre.

Mandarine a Rétromobile

Nell’ambito della nuova collaborazione tra Rétromobile e le Éditions Larivière, la rivista Gazoline ricreerà al prossimo salone un vero e proprio laboratorio nello proprio stand nel padiglione 1. Obiettivo: resuscitare “Mandarine”, una Fiat 500 F del 1967, risvegliandola da un sonno quasi ventennale. La missione del team tecnico Gazoline è quella di riportare Mandarine in condizioni di funzionamento e, dopo un controllo tecnico effettuato in fiera, di metterla in moto entro domenica sera.