Promozione sulla gamma Racing43

Racing43 ha annunciato oggi una promozione sulla sua gamma di kit 1:43 e 1:24, disponibile direttamente dal sito https://www.racing43.com/ . Ecco il dettaglio delle offerte:

Ordini fino a 300€:

  • Kit in 1/43 senza decals € 30 cadauno
  • Kit in 1/24 senza decals € 65 cadauno

Ordini fino da 301€ a 600€:

  • Kit in 1/43 senza decals € 28 cadauno
  • Kit in 1/24 senza decals € 62 cadauno

Ordini da 601€ a 1000€:

  • Kit in 1/43 senza decals € 25 cadauno
  • Kit in 1/24 senza decals € 60 cadauno

 Ordini oltre i 1000€:

  • Kit in 1/43 senza decals € 20 cadauno
  • Kit in 1/24 senza decals € 55 cadauno

°Ordine in soluzione unica
°Ogni decals aggiuntiva avrà un costo di € 8 per le 1:43 e di € 15 per le 1:24
°Costi di spedizione esclusi
°Pagamento con Bonifico Bancario o Paypal
OFFERTA VALIDA FINO AL 4 FEBBRAIO 2024

Matt Kurzejewski, una stagione da campione

Con sette vittorie Matt Kurzejewski ha centrato il titolo di campione del Ferrari Challenge Trofeo Pirelli North America 2023, in una stagione che lo ha visto partecipare e vincere anche la prestigiosa prova di Le Mans dove il Ferrari Challenge Europe è stata corsa di supporto alla 24 Ore del centenario.
La matematica del successo è giunta nel penultimo appuntamento dell’anno a Road America, ma Matt ha reso onore al suo titolo, tagliando il traguardo per primo anche nell’ultimo round della serie disputatosi durante le Finali Mondiali al Mugello.

Abbiamo iniziato la stagione sul circuito di Miami-Homestead – racconta – e avevamo grandi aspettative, anche se è stata la gara più difficile, soprattutto per il mio team che ha dovuto gestire alcuni problemi meccanici. Poi abbiamo proseguito alla grande, ottenendo ottimi risultati in tutte le prove disputate in Nord America”.

Il risultato di prestigio arriva alla seconda partecipazione nel campionato monomarca. “Gareggiare in questa serie è un’esperienza straordinaria, mi ha regalato tante emozioni”. Un percorso che ha visto lo statunitense tra i protagonisti anche nell’ultimo appuntamento stagionale al Mugello. “Le Finali Mondiali sono davvero un appuntamento meravigliosonon solo per la presenza delle straordinarie Ferrari 488 Challenge Evo e per il gruppo di tecnici esperti con cui puoi confrontarti, ma anche per l’altissima partecipazione di piloti. Riunendo tutti i protagonisti del Ferrari Challenge si è creato un ambiente meraviglioso e sono orgoglioso di poterne fare parte”.

Un confronto tra Mini: Corgi Toys e Auto Pilen

testo e foto di Marco Nolasco

Rieccomi con un altro confronto tra due Mini, una inglese e una spagnola. Inizio con le denominazioni dei due modelli e delle corrispondenti auto vere:

1- Corgi Toys n.334 uscito nel dicembre del 1968, denominato “Mini-Cooper Magnifique”, che riproduce la Morris Mini Cooper S 1275 Mk II del 1967

2-Auto Pilen n.319 uscito nel 1972, denominato “Mini Cooper”, che riproduce l’Authi Mini 1275 GT del 1971.

Nella seconda foto sullo sfondo (gallery sotto) si intravede il catalogo del 1968 in cui si presenta la novità “nascosta” in una cassa paracadutata dal cielo con un cane Corgi a fare buona guardia. Nella foto successiva invece compare il catalogo del 1969 che rivela il contenuto della cassa. L’appellativo “Magnifique” doveva sottolineare le particolari caratteristiche del modellino, ricavato da nuovi stampi e dotato di quattro parti apribili, tetto scorrevole, che non so fino a che punto fedele, bordi cromati lungo i profili dei passaruota ecc., ma le vendite non furono pari alle attese, 237000 pezzi più il 1969, il che indusse i responsabili Mettoy a toglierlo dal listino appena due anni dopo.

Nella quarta foto invece lo spagnolo con lo sfondo di uno stralcio del catalogo Auto Pilen del 1975.

I due modelli sembrano parenti stretti e ovviamente fu lo spagnolo a derivare in qualche modo dall’inglese.

In genere i modelli  iberici dell’epoca sono derivati da modelli inglesi, francesi o italiani e gli Auto Pilen non fanno eccezione, ma spesso, come in questo caso, vennero introdotte numerose differenze, perché il fabbricante cercò di adeguare il  modellino alla versione di casa. A proposito, è forse il caso di specificare che AUTHI, acronimo di Automoviles de Turismo Hispano Ingleses, fu fondata nel 1965 per fabbricare in Spagna alcuni modelli BMC e operò fino al 1976.

Ma torniamo alle differenze, Pilen intanto spostò il volante dalla parte “giusta”, poi eliminò le cerniere esterne delle portiere perché nel frattempo era uscita la Mk III che le aveva interne. Eliminò anche i tubi cromati di rinforzo dei paraurti, che forse non erano disponibili in Spagna, e soprattutto corresse i fanali posteriori, ora riportati in plastica e della corretta forma rettangolare. La Corgi Toys, infatti, nonostante un presumo costoso rifacimento degli stampi delle originali Mini nn.225 e 226 per realizzare una Mini “magnifica”, scivolò sulla classica buccia di banana e lasciò i fanali ovali della Mk I.

Rimasero le stesse quattro parti apribili, ma il tetto divenne interamente metallico.

I due motori sono uguali, ma lo stampo non sembra identico. L’azienda spagnola spostò anche il centro di rotazione del cofano motore nella parte posteriore, mentre sul Corgi è incernierato ai lati, conseguendo a parer mio un effetto più realistico.

Completamente diversi i due pianali e differenti anche le scritte sul cofano posteriore.

Globalmente lo spagnolo mi pare superiore, salvo che per le carreggiate eccessivamente larghe.

Trent’anni di differenza?

Modelauto Review (MAR), gloriosa rivista britannica, ha lasciato il formato cartaceo nel 2013 per proseguire il proprio cammino on-line. Costantemente propone contributi interessanti anche su aspetti meno noti dell’automodellismo. Nei giorni scorsi ha attirato la mia attenzione un pezzo firmato da Chris Derbyshire, intitolato “Thirty years difference”. Nell’articolo (leggibile a questo link: https://www.maronline.org.uk/thirty-years-difference/) si mettono a confronto due Austin Healey 3000 in 1:43, una prodotta da Vitesse negli anni ’90, un’altra, recente, di Spark. In teoria l’idea del paragone sarebbe buona, ma vorrei proporre ai lettori di PLIT alcune osservazioni e puntualizzazioni sul tema.

L’articolo mette ovviamente in risalto le maggiori differenze che intercorrono fra un diecast di un passato ormai lontano e un resincast come quelli che si vedono oggi ovunque: maggiore accuratezza dello stampo, le ruote, i dettagli, le fotoincisioni e così via, in una lista lunga ma non sorprendente. Se non che, ogni confronto zoppica e anche questo di MAR non fa eccezione, nel senso che lasciarsi andare a giudizi troppo sbilanciati rischia di portare a conclusioni alterate, soprattutto quando le premesse non sono del tutto omogenee.

Si parla ad esempio delle ruote, col Vitesse che presenta ancora delle ruote a raggi in plastica cromate figlie degli anni ’80. Certo: ma negli anni ’80 esistevano già le ruote a raggi AMR, quelle di Bosica, ma anche di Tron, ABC, BBR e così via, che farebbero le scarpe a qualsiasi Spark. Ovviamente mi rendo conto che quella era roba artigianale, ma Spark non si è sempre vantata di aver saputo conciliare le istanze del modello speciale con le logiche della produzione in serie, laddove altri (leggi Spark-Provence Moulage) avevano fallito? Andiamo avanti.

Dal punto di vista temporale, se proprio volessimo fare i pignoli, la prospettiva è eccessivamente diluita, perché un Vitesse del 1993-1994 era ormai tecnicamente vecchio, presentando tecniche costruttive e di dettaglio tipici dei modelli portoghesi di dieci anni prima. Per contro, uno Spark 1:43 non è evoluto gran che negli ultimi dieci-quindici anni, anzi, a volte si sono notati dei piccoli passi indietro, soprattutto in termini di semplificazione. All’epoca dei Vitesse degli anni ’90 circolavano già certi Minichamps che – almeno da una certa distanza – reggerebbero il confronto degli odierni Spark senza impallidire troppo. Per non parlare del fatto che certi soggetti di Vitesse (soprattutto le rally moderne) non temono confronti neanche a distanza di 20-30 anni.

Questione prezzo. Oggi uno Spark costa l’equivalente di oltre 170.000 lire. All’epoca un Vitesse ne costava un quarto e non è che in venticinque anni il costo della vita si sia quadruplicato. A questo si aggiunga che uno Spark è prodotto in Cina o in Madagascar mentre i Vitesse erano ancora fatti in Europa. Centosettantamila lire negli anni novanta costavano semmai i montati speciali, che come caratteristiche tecniche non avevano assolutamente niente in meno rispetto agli attuali Spark, anzi. Basta andare a riprendere i vari BBR ma anche marche più specializzate, soprattutto italiane, francesi e certe inglesi, almeno quelle che avevano avuto il coraggio di allontanarsi dal cosiddetto stile cottage.

Qualità dei materiali. Mi rendo conto che questo potrebbe non costituire un criterio assoluto e neanche tanto evidente per chi magari abbia scarsa esperienza ma è invece sempre stato un parametro di cui tenere conto al momento di costruirsi una collezione, allora come oggi. In genere i resincast di produzione orientale hanno diversi punti deboli e anche i tanto osannati Spark mostrano preoccupanti magagne, non ultimo lo scioglimento dei cerchi, combinato col deperimento delle cromature su plastica.

Parlando ieri con Riccardo e discutendo su alcuni punti caratteristici dei modelli cinesi, ci chiedevamo perché questi prodotti finiscano spesso per lasciare un po’ di amaro in bocca. “Tasti un qualcosa che è formalmente ottimo ma senza esserlo praticamente. E’ come un buon vino che sotto sotto sa un po’ di tappo”. Essenzialmente è roba fatta senza passione, e questo magari non riesci a osservarlo in modo esatto ma lo senti, lo percepisci. Esistono certo modelli che in Cina sono solo prodotti, dopo essere stati sviluppati in Italia o in Francia (ed è già meglio, considerati i disastri senza né capo né coda che sono capaci di fare i service tecnici cinesi). Ma alla fine, qualcosa di fasullo trapela sempre. Ecco perché – so bene che questa opinione non sarà condivisa dalla maggioranza ma non si può piacere a tutti – preferirò sempre un Mamone a un Laudoracing.

Thunderbird e Thunderbird

testo e foto di Marco Nolasco

Chi conosce il forum Modelli Auto forse ha avuto occasione di imbattersi in qualcuno dei miei confronti tra modelli diversi della stessa vettura, o di versioni simili. Visto che non posso farlo sul forum vi perseguito anche qui e ve ne propongo uno tutto in casa Solido.

Si tratta di due edizioni diverse della Ford Thunderbird  3^ serie del 1961. La prima è quella originale uscita nel maggio del 1963, numero di catalogo 128 e riproduce la versione coupé.

E’ un tipico modello della casa francese, molto ben fuso, con gli sportelli apribili, introdotti due anni prima con la Flaminia, con una precisa chiusura a molla e gli schienali ribaltabili, è molto fedele e in vera scala 1/43. Il mio esemplare ha i fari anteriori fusi e ripassati in una tinta giallo-oro (d’altronde… siamo in Francia negli anni ’60!), che saranno poi sostituiti dai classici brillantini, ed è verniciato in un bel rosso scuro che non vedo spesso. Non presenta dettagli della carrozzeria riportati, ma è tutto fuso con la scocca. Esiste anche una versione cabriolet, ottenuta semplicemente verniciando in nero la capote a simulare la tela.

Nel 1985 esce però una vera cabriolet, sempre m.y. 1961, della serie Age d’Or, numero 4504. Solo apparentemente il  modellino sembra quello degli anni ’60 senza la capote. Certo, le dimensioni sono identiche e molti dettagli rivelano che anche questo modello è basato sugli stampi del primo, ma le modifiche sono molte. Intanto ha diversi particolari riportati, almeno quelli standard dell’ epoca, come paraurti, mascherina, fari, parabrezza, poi non ha gli sportelli apribili, ma il cofano motore, con una discreta riproduzione dello stesso. Forse proprio per poter alloggiare le cerniere è stata aumentata la distanza tra bordo cofano e parabrezza, con conseguente maggiorazione della profondità della griglia di aerazione, probabilmente a scapito della fedeltà. Le ruote sono dei semplici bottoni di plastica, anche se ben camuffati da cerchi fedeli con tanto di fascia bianca tipica dell’epoca della vera.

Questa referenza sarà prodotta per pochi anni (in un depliant del 1989 non compare più) ed era  affiancata da una più longeva versione con capote chiusa, n. 4505. La versione aperta verrà invece sostituita dal n. 4517, la Sport Roadster, versione speciale a due posti con carenatura dei sedili prodotta in 455 esemplari, ma nel 1962. E’ sempre una 3^ serie, ma l’ornato della carrozzeria presenta alcune differenze, come d’uso in quegli anni negli USA per distinguere i vari m.y., che il  modellino non coglie, in quanto lo stampo è invariato e la carenatura dei sedili è una parte penso in  plastica montata al posto dei sedili posteriori e della capote richiusa.

La scatola della coupé e quella gialla classica del IV tipo, secondo la classificazione di Bertrand Azéma, con disegno credo di J. Blanche.

La confezione della cabriolet, che non compare nelle foto perchè è in qualche scatolone, è il cofanetto di plexiglass con base bianca e scritte oro degli anni ’80.

Lancia Ypsilon da record nel 2023

In questi giorni la Lancia ha comunicato di aver segnato un altro anno “da record”: crescita dei volumi del 9%, con la seconda miglior quota del segmento B pari al 14,9%. La Ypsilon (nella foto di apertura col CEO Lancia, Luca Napolitano) è la terza vettura più venduta in Italia nel 2023 ed è il secondo modello più venduto del Gruppo Stellantis. Con 44.743 immatricolazioni, la Ypsilon ha continuato a “tirare”, confermandosi una delle auto preferite dal pubblico generalista.

Ecco. Fin qui tutto bene, non foss’altro che comunicati di questo tipo confermano la tendenza suicida dei gruppi automobilistici europei (e non). Tu ti vanti – anche giustamente, per carità – di aver concluso un biennio eccellente (perché già il 2022 era stato molto positivo) con una vettura carica di anni, ma semplice e che costa poco. Sul listino italiano, la Ypsilon viene messa a partire da € 10,900 con ecobonus statale e finanziamento, correggetemi se sbaglio. Certo, sono sempre oltre 21 milioni di lire, ma considerando tutto il restante panorama automobilistico, ormai a quella cifra si trovano solo i monopattini elettrici, seppure full optional.

Quindi, dicevamo: tu ti fai forte di una macchina simile, i cui risultati commerciali indicano una sola cosa, che la gente ormai cerca quasi esclusivamente auto di questo tipo, perché non può comprarsene di più costose o perché non gli interessa. E tu la togli di mezzo per sostituirla con una versione elettrica che sfiorerà i quarantamila euro. Seguirà – dice – anche la mild hybrid che comunque andrà sui trentamila. La Ypsilon attuale, certo ormai giunta alla frutta, è l’ennesimo modello di successo che viene fatto fuori a beneficio di un prodotto che non potrà necessariamente, per caratteristiche e prezzo, interessare lo stesso target di mercato. Non si può quindi parlare di vera sostituzione.

A questo punto l’idea che i costruttori siano inconsapevoli della follia delle loro scelte deve essere scartata quasi d’ufficio. Resta l’altra ipotesi, quella della consapevolezza. Ma allora verrebbe da chiedersi: in vista di quali sviluppi e di quali risultati commerciali? I soliti saccenti risponderebbero dicendo che è ormai così che vanno le cose comprovando, con l’ennesimo cortocircuito logico, la dilagante crisi della ragione. O ci siamo persi qualche passaggio?

Rassegna stampa: Gazoline n°318

Paragonati alla mediocre qualità delle riviste storiche nostrane, i contenuti di Gazoline si avvicinano molto al modello britannico, che ha fatto scuola in termini di approfondimenti, notizie, interviste e retrospettive. Gazoline, edito da Larivière, è un mensile che probabilmente si colloca fra i migliori in assoluto in Europa. Con una foliazione di 132 pagine, è davvero una lettura gradevole e sempre foriera di elementi insoliti o inediti.

Il numero di gennaio 2024 presenta un’approfondita analisi su tutta la carriera della Peugeot 205; certo, non un argomento originalissimo, che in Francia è stato tra l’altro oggetto di due o tre Hors Série molto ben fatti, usciti di recente, ma per chi voglia spendere poco (Gazoline costa € 4,95) costituisce comunque una buona fonte di informazioni, anzi ottima, visto che si ripercorre l’intera storia del modello, dai primi bozzetti fino alle ultime versioni, senza dimenticare le vetture da competizione.

Gazoline è una rivista rilassante anche per gli articoli che associano auto d’epoca a itinerari turistici e istruttiva per i dettagliati resoconti di restauri, riparazioni e ritrovamenti. Ben fatti anche i pezzi sulle vetture dei collezionisti: in questo numero di gennaio ci si occupa della Mercedes 200 serie W110 e dell’Alfetta 2000 L.

Pensiero critico calcistico

di Riccardo Fontana

Scrivo queste righe perché non ho modo di argomentare altrimenti certi commenti che, a volte (per fortuna poche), spuntano sotto alcuni dei nostri articoli più strettamente di attualità, e non collegati direttamente al mondo dell’automobile reale od in miniatura che sia.

Ci sentiamo chiamare complottisti, disinformatori, populisti, qualcuno ci invita a leggere dei libri (ora, io ho una triennale in ingegneria meccanica ed una magistrale in ingegneria energetica – peraltro conseguite in un totale di quattro anni effettivi di corso – David è laureato in filologia classica, di libri oltre ad averne letti ed a leggerne una vagonata tendiamo anche a scriverne, sicché sentirci invitare a leggere da qualche Stronzo® convinto di essere un fine intellettuale solo perché guarda le figure sul Corriere mentre fa colazione al bar e vede Burioni che ti invita a metterti la mascherina al posto delle mutande da Fazio non può che farci sorridere, quindi risparmiatevelo pure, o magari firmatevi con nome e cognome se proprio ci tenete a mostrare a vostra moglie la prova scritta di quanto fate ridere), ed a questo punto la cosa andrebbe anche analizzata, perché è un fenomeno interessante anziché no: come abbiamo fatto, un buona sostanza, ad appiattirci così a livello intellettivo prima ancora che intellettuale?

Partiamo da lontano per arrivare ai primi anni novanta, e ad un simpatico “utilizzatore finale” bassino e coi (pochi) capelli tinti che aveva in mano una cospicuissima fetta dell’editoria e dell’informazione.

Idee su chi potesse essere?

Indipendentemente da questo, si ricordano forse gli spettabili lettori quale fosse principale tratto distintivo del suo modo di dialogare con gli avversari?

Semplicemente, chi non la pensava come lui era un comunista. Ma mica Occhetto o Cossutta, no, anche Fini ad un certo punto (Fini eh, non Pol Pot), anche Travaglio (peggio ancora…) anche il giudice Borsellino (uno di chiare e dichiarate simpatie monarchico-missine) Della Valle (un altro che me lo vedo a cantare “Figli dell’Officina” coi suoi calzolai il primo maggio) e Montezemolo (che da fonte “ligure” certa so che girasse col Popolo d’Italia sotto braccio nei suoi anni da pilota Lancia), tutti comunisti tranne i comunisti, che essendo chiusi nelle riserve in Colorado con i rangers che gli portano le coperte (rosse) non rappresentavano un reale pericolo per il nostro.

O sei con me, o sei comunista.

E quegli altri? Quegli altri, essendo dei cialtroni di bassa lega con la verve mentale di un calcinaccio caduta nella metro di Milano, hanno provato a buttarla sul fascismo, ma poi hanno deviato sul complottismo, sul terrapiattismo, sul populismo.

Ed anche qui, nel parterre dei populisti-novax-negazionisti (de che?)-complottisti troviamo un po’ di tutto, dai vetero-comunisti delle riserve di cui sopra, ai leghisti, ad una certa destra conservatrice, eccetera eccetera.

Ed ecco il miracolo dell’appartamento del dibattito sul livello di due mentecatti scemi fuori dallo Juventus Stadium dopo Juventus-Torino: bianco-nero (giuro che non fosse voluta) e basta, ma è tutto quel gustoso panorama di sfumature di grigio che si è un po’ perso.

Signori miei, se scriviamo denunciando tutta la follia delle delocalizzazioni selvagge e di un occidente che pensa di risolvere i problemi del pianeta vietando col paraocchi rispondendo alla gente “o trovi il modo di nuotare o anneghi” non siamo complottisti.

Se ci permettiamo di vomitare tutto lo schifo che abbiamo in corpo per dei virologi (nuova professione al pari degli influencer) che vanno a Sanremo a fare i giudici e continuano a menarla col covid per paura di tornare nell’anonimato dopo che ci hanno conciato due braccia che sembriamo un mondo di tossici non siamo né terrapiattisti né no-vax né nulla.

Sacrosanti i vaccini tipo l’antipolio o quello per il vaiolo o la varicella (che si fanno una volta ogni qualche decina d’anni e non settimanalmente ed evitano il contagio), sacrosantissima la medicina, e sacrosanto il progresso.

Qui non ci sono terrapiattisti, ma invece voi? Siete assolutamente certi delle vostre verità precotte da mettere nel microonde?

“Lo dice il Corriere” quindi è vero, giusto? Il Corriere come anche tutto il resto degli altri giornalissimi di questo paese ha anche il porco vizio di creare articolini atti al clickbaiting con qualche cretina mezza nuda per convincere voi a cliccare e monetizzare con i banner pubblicitari, ma se per voi l’autorevolezza di un giornale è data dal nome, oh, alziamo le mani.

Soprattutto, se per voi l’autorevolezza è data dal nome, perché non considerate seriamente l’idea di trasportare la vostra perniciosa presenza da PLIT a qualche altra pagina più allineata al vostro pensiero (scusate l’espressione)?

Mi si è accusato di vomitare odio: quando? Quando scrivo che una ragazza che dice a reti unificate che tutti gli uomini sono colpevoli per il crimine di uno mi fa schifo allo stesso identico modo di un cretino che si ubriaca e dice che “tutte le donne sono troie” solo perché la fidanzata gli ha fatto le corna?

E dov’è la differenza? Spiegatemelo con parole vostre, ma tirate su un discorso intelligente però, ammesso che ne siate capaci.

Io devo essere buono perché bisogna essere buoni, e non perché c’è qualche prete con la passione per la carne giovane che mi viene a dire che se marco male vado all’inferno: se per essere buoni avete bisogno di quello non siete buoni, siete solo delle carogne troppo pusillanimi per fare quello che vorrebbero.

Devo chiedere scusa per le eventuali colpe direttamente riconducibili alla mia persona, e non perché un idiota mai visto né sentito ha accoppato una ragazza a centinaia di km da casa mia: chiedereste mai a vostra figlia di chiedere scusa in quanto donna per i crimini della saponificatrice di Correggio?

Devo caricarmi anche i delitti del mostro di Firenze, già che ci siamo? O per quelli essendo nato nel 1992 sono esentato fino a nuovo ordine?

Non c’è nessun razzismo da queste parti: non ci piace il potere bianco, e non ci piace il potere nero, il potere suprematista, quello LGBTQI+ (e meno, e per e diviso), ci piacerebbe il potere di chi lavora, si gode le sue passioni in modo pacifico e non ritiene opportuno di trascinare il mondo in crociate rompendo inutilmente le palle al prossimo.

Ci piacerebbe un mondo dove una ragazza possa sostenere un colloquio senza nessun idiota di HR da strapazzo che gli chiede se ha intenzione di avere figli, un mondo meno alienante e meno tritacarne dove il lavoro non sia totalizzante fino ed oltre la mezzanotte e lasci il tempo per vivere anche i propri eventuali hobby senza scadere nel ridicolo frenetico che troppo spesso ci appartiene e che serve solo ad arricchire dei CdA di burocrati senza volto.

Ci piacerebbe un mondo dove tutti, dal basso, potessero avere qualcosa di più e di meglio ogni mattino quando si svegliano, ed in questo sta il progresso.

Troppo difficile come concetto? Forse, magari leggete, che vi si apre la mente e riuscite a farlo vostro.

Ammesso di averla una mente.

Ancora due settimane alla chiusura delle iscrizioni della 1000 Miglia 2024

Ci sono ancora due settimane di tempo per l’iscrizione alla 1000 Miglia 2024: le procedure si chiuderanno infatti martedì 16 gennaio alle 16 (ora italiana). Basta fare un click per avviare la richiesta. Entro il 12 aprile gli aspiranti concorrenti riceveranno la conferma dell’accettazione dell’iscrizione. Per informazioni la mail da utilizzare è participants@millemiglia.it .

Stances à un journaleux

Non è che mi illudessi che le grancasse dell’ideologia andassero in vacanza con le feste, anzi. Vorrei semplicemente rimarcare come l’Italia è rimasta uno dei posti d’elezione per i nostalgici dell’era terroristica del covid e per i loro ispiratori. E il metodo dell’emergenza non si butta mai via, funzionando benissimo (almeno teoricamente) anche con la banale influenza, che poi fino a prova contraria è quella sulla quale ai tempi del liceo si scherzava dicendo “il tizio oggi non è venuto, è a letto con la cinese”. O con la canadese, o con altre entità appartenenti a varie etnie, secondo la moda del ceppo corrente. A volte a scuola, su trenta, rimanevamo in otto o nove. L’unica paura reale era quella delle probabilità – che si accrescevano enormemente – di essere interrogati. Il professore non spiegava (“ne mancano troppi”) e allora non restava che programmare malesseri strategici oppure rifugiarsi sdraiandosi per terra nel pullmino parcheggiato in garage, sperando che si dimenticassero di te all’appello.

E potevano poi mancare gli omini vestiti da apicultore in un articolo dal vago sentore allarmistico? Nello screenshot di apertura, un immarcescibile invito all’isolamento, come se la società non avesse abbastanza sofferto di restrizioni e solitudine da anni a questa parte. Che almeno la morte ci colga vivi, ma che ve lo diciamo a fare

Qualche giorno fa rileggevo un articolo di Renaud pubblicato nel 1993 su Charlie Hebdo, intitolato Stances à un journaleux1:J’en viens à envier les pauvres gens qui vivent dans les pays totalitaires où il n’y a que deux sortes de journalistes : les autorisés, qu’on ne lit pas, qu’on n’ecoute pas, qu’on ne croit pas, et puis les autres, les clandestins, les emprisonnés, les assassinés. Qu’on aime. Vous avez déjà aimé un journaliste, vous ?

Ripercorrendo le pagine del Corriere della Sera di questi giorni (ormai l’archetipo dell’informazione scadente e interessata), si direbbe che i primi siano tuttora in auge, mentre dei secondi si sono perse le tracce anche in paesi dove almeno ufficialmente non si ammazzano quelli scomodi. C’è però una differenza: dalle nostre parti esiste ancora gente che i giornalisti della prima categoria li legge e li ascolta, credendo a ciò che dicono.

  1. Journaleux in francese è una sorta di dispregiativo di journaliste, come quando in italiano si usa il termine giornalaio per definire il giornalista. ↩︎