CMC e il presepe più costoso del mondo

Non sono mai stato un estimatore di CMC. Scusate la bestemmia ma li considero dei Norev di lusso. Lo so che esagero ma era per rendere l’idea. Sempre cinesate sono, e non serve nobilitare un po’ la produzione pubblicando foto degli “atelier”, peraltro popolati da schiavi che potrebbero indifferentemente stare montando gatti della felicità in plastica o stare dipingendo copie illegali dei giocatori del Subbuteo. Non serve. Non nobilita. Anzi, schifa pure anzichenò. E guardate che non è il discorso della volpe e l’uva. Semmai è il discorso della volpe che dice che l’uva non è buona per fare il vino che vorrebbe. Ognuno hai i suoi gusti e le sue priorità. Se avessi un magazzino pieno di CMC mi comporterei come se avessi un magazzino pieno di Tesla. Anzi, nel secondo caso mi spiccerei in tempo ancora minore ma ci sarebbero in ballo altre ragioni.

Si vocifera che le edizioni “sporche” o “vissute” di un marchio servono per smerciare modelli che gli son rimasti sullo stomaco. Vale per Kyosho ma può valere anche per CMC. Stavolta la proposta è di quelle in grado di far tremare le vene ai polsi agli incondizionati dell’1:18, scala che peraltro, da bravo classista, considero adatta a truzzi di bassa lega (quelli che si comprano l’Arna o la 75) o a riccastri ignoranti, tipo quelli che si portano a casa la Ferrari 250 LM di Amalgam coi gallettoni alla rovescia che fa tanto snob. Via i primi (non ce li vedo a ficcarsi nel tinello una roba come quella di cui sto per parlarvi), l’obiettivo primario di questa edizione “esclusiva” di CMC sono i secondi. Un bel dioramone – in trenta pezzi trenta già esauriti – riproducente un vecchio camion Mercedes in stato di semiabbandono lungo una via periferica, magari di Berlino, Lipsia o Potsdam. Con tanto di lampioncini. Una sciccheria da mostrare agli amici ammirati o alla compagna che dopo cinque minuti telefona all’amante per un weekend all’estero.

Quasi duemila euro. Premesso che noi collezionisti siamo tutti drogati, non starò a dirvi che non li spenderei. Li spenderei eccome ma ci prenderei tutti vecchi Solido, tiè. O magari anche qualche RD Marmande. O anche un paio di Ediltoys. In ogni caso senza l’incubo della zamak che ti si sbriciola in mano, delle plastiche che fondono o della vernice che si ingiallisce.

Altrimenti potremmo definirlo un bel presepe. Pensate che ideona metterci accanto sacra famiglia, più il corredo di bue, asinello, pastori, pecorelle e magi il 6 gennaio. Salvo poi fare i “Season’s greetings” a tutti gli amichetti del gruppettino di Facebook perché augurare buon Natale è razzista, bianco e divisivo.

“Moment of the year”: Autosport celebra la vittoria a Le Mans della 499P

La straordinaria vittoria della Ferrari 499P in occasione della 24 Ore di Le Mans del centenario è stata celebrata nel corso della serata di gala degli Autosport Award, che hanno premiato come “Moment of the year” il successo ottenuto il 10-11 giugno.

Il ritorno di Ferrari nella top class del FIA WEC e la sfida tecnologica e sportiva vinta dal team Ferrari – AF Corse hanno portato i giudici a scegliere il trionfo colto da Alessandro Pier Guidi, James Calado ed Antonio Giovinazzi sul tracciato de La Sarthe, con la Hypercar numero 51, che ha permesso a Ferrari di fregiarsi della decima vittoria assoluta nella gara endurance più famosa del mondo. Tale risultato storico è stato scelto come quello da celebrare all’interno di una stagione di motorsport intensa e spettacolare.

A ritirare il premio consegnato da Zak Brown, Antonello Coletta e James Calado. “È un privilegio ricevere questo prestigioso riconoscimento”, ha esordito Coletta, Global Head of Endurance e Corse Clienti. “È stata una gara al tempo stesso romantica e ricca di tensione. Tornare dopo 50 anni nella classe regina e vincere l’edizione del Centenario, sicuramente la più importante della storia di Le Mans, è stato qualcosa di davvero unico. La tensione non è mancata a pochi minuti dalla fine quando la vettura numero 51 non voleva ripartire, ma ci siamo riusciti e abbiamo vinto. L’ultima volta in cui il Cavallino Rampante vinse la classifica assoluta c’era ancora il nostro fondatore Enzo Ferrari, dunque è un motivo di grande orgoglio essere riusciti a riportare questo successo a Maranello”.

È stato un risultato fantastico ottenuto grazie al lavoro di tutti gli uomini e le donne di Ferrari”, gli ha fatto eco James Calado, tre volte campione del mondo in LMGTE Pro con Ferrari. “Il progetto è nato in pochissimi mesi e siamo stati in grado di vincere la gara nonostante, alla vigilia, non fossimo sicuri neppure di riuscire a tagliare il traguardo, visto che nei precedenti test endurance condotti non avevamo mai completato una prova di 24 ore senza incontrare alcun inconveniente sostanziale. È un sogno che si è avverato”.

Memory di plastica: i Faller 1:43

Dopo Herpa e Revell, la serie consacrata ai produttori di modelli 1:43 in plastica si conclude con i Memory Cars di Faller. Ce ne parla dettagliatamente Marco Nolasco, che ringraziamo ancora per la preziosa collaborazione.

testo e foto di Marco Nolasco

La prima volta che lessi del debutto della Faller nel settore dell 1/43 fu su Quattroruotine, precisamente sul numero del primo trimestre del 1992, dove vengono annunciate per l’autunno le Mercedes 220SE W111 coupé e cabriolet, che saranno disponibili in due colori.

Nel numero del terzo trimestre l’importatore per l’Italia, la Gieffeci di Milano, pubblicizza l’imminente arrivo dei due modelli, le cui foto compariranno finalmente sul primo numero del 1993 della rivista. Io dovetti aspettare ancora un anno per aggiungerle alla mia collezione e ora ve le rifilo (solo in foto, sia chiaro…) insieme alla sorella maggiore 280 SE 3,5 cabriolet.

Riassumo in questa tabella i dati principali dei modelli e delle vetture vere:

-n. 4310 di fine 1992-inizio 1993: Mercedes Benz 220 SE W111 cabriolet 1961

-n. 4316 di fine 1992-inizoio 1993: Mercedes Benz 220 SE W111 coupé 1961

-n. 4331 del 1994: Mercedes Benz 280 SE 3,5 W111 cabriolet 1969.

La terza è solo apparentemente uguale alle altre due. La Faller colse le principali differenze esterne, in particolare la fanaleria anteriore e la calandra più larga, 

Sono modellini molto scenografici, che restituiscono perfettamente, a parer mio, la grande classe delle vetture vere. Moltissimi i dettagli sulla carrozzeria e nell’ abitacolo, che spero si vedano nelle foto. Le due 220 hanno cofano motore e portiere apribili; la riproduzione del motore è un po’ dimessa rispetto al resto.

La 280 mantiene le portiere apribili. Lo sarebbe anche il cofano, però è bloccato dalla calandra, che ha all’interno due piolini che si impegnano in un incastro impedendone l’apertura , che rivelerebbe un vano motore vuoto! Me ne sono accorto cercando di aprirlo senza fare danni. La calandra è incastrata, non incollata, provando e riprovando è venuta via e ho scoperto l’inghippo! Solo che ho dimenticato di fare le foto e ora non me la sento di ripetere l’esperimento. Questi modelli sono molto fragili, la prima volta è andata bene, ma non voglio tentare la sorte.

Evidentemente le vendite non erano soddisfacenti e si pensò di mantenere il più possibile gli stampi della 220 evitando di produrre un motore diverso bloccando il cofano.

Le confezioni sono di ottimo livello, tutti i modelli sono fissati alla base con una graffetta che si incastra in due fessure nel pianale, attraversa la base e si impegna in un risalto seghettato. Nella scatola si trova un pieghevole esplicativo e alcuni foglietti, uno dei quali reca una foto della graffetta con uno schema che rivela il movimento di torsione che si deve imprimere alla stessa per poterla estrarre. Il tutto è molto tedesco e anche molto complicato, una normale vite no, eh?

Ci sono riuscito per fare qualche foto e sono riuscito anche a rimontare il tutto, ma non lo rifarei. Spero almeno che servano a capire meglio quello che ho provato a spiegare…

La 280 è bloccata anche da un termoformato.

La Faller produsse anche la 280 SE coupé, ma mi manca, per ora…

Mi piace molto confrontare diverse tipologie di modelli anche di diversa epoca della stessa vettura, o almeno di versioni diverse della stessa vettura. In questo modo mi illudo di rappresentare in collezione sia la storia dell’automobile che quella delle “macchinine”, quindi continuo affiancando le due 220 a due obsoleti. Uno è il Corgi Toys n.230 del 1962 che riproduce la 220 SE coupé in scala 1/48 circa. L’altro è il Mebetoys A-19 del 1967 che riproduce in scala 1/43 la 250SE W111 del 1965. E’ un modellino con quattro aperture quindi il motore dovrebbe distinguere questo modello dalla 220.

La scatola del Corgi Toys nasconde un enigma, di cui parlammo con David sul forum di Modelli Auto ormai diversi anni fa, l’illustrazione rappresenta una berlina 220SE, mentre la scritta è corretta. L’errore permane anche nell’ edizione successiva del modellino.

Nel n.184 del primo bimestre 1994 Quattroruotine (nel frattempo la rivista era tornata bimestrale) esamina, nella rubrica “Le pagelle”, la novità Faller, la Mercedes 220 S Ponton W180II del 1956, art.4326. Il modello, disponibile sia con tetto in lamiera che con tetto in tela, aperto o chiuso, riporta le caratteristiche delle 220 SE, ma ha le sole porte anteriori apribili. Il motore è presente, ma si estrae dal basso insieme all’avantreno, come illustrato da un foglietto inserito nella confezione, che rimane del tutto simile a quella dei primi due modelli, compreso il cervellotico sistema di fissaggio alla basetta. Nella sua disamina Quattroruotine elenca minuziosamente tutti i numerosissimi dettagli riportati sul modello, ma non cita la mancanza più evidente e sorprendente… non ci sono i tergicristalli! Sembra incredibile, vista la classe del modello, che se ne siano dimenticati, ma tant’è!

A parte questo non trascurabile difetto la miniatura si presenta molto bene. Forse la calandra, tutta cromata, appare un po’ “piatta”, qualche tocco di nero sulla griglia penso che avrebbe giovato, ma è una caratteristica di tutti i modelli di questa serie.

In una delle foto si dovrebbe scorgere il foglietto allegato alla confezione con i disegni delle quattro versioni disponibili, le monocolore grigio e nero hanno il tetto fisso e le due bicolore in tela, una aperto e l’ altra, come la mia, chiuso.

Faller produsse altre versioni di questo modello, Polizia, Taxi e anche almeno due versioni sportive, Mille Miglia 1956 e Rally di Montecarlo 1956.

Nello stesso numero Quattroruotine annuncia le prossime novità, la 280 SE 3,5 coupé e cabriolet, di cui abbiamo già parlato, e l’Opel Kapitän 1956, che non ho mai visto e che non so se sia mai uscita.

Prima di passare al consueto confronto tra modelli di genere diverso è forse il caso di richiamare brevemente la storia di questa vettura, che nasce nel 1954 come 220a Ponton W180I per sostituire la 220 W187, che si richiama ancora allo stile anteguerra, con parafanghi separati e pedana che li unisce. Lo stile Ponton, che debutta in Daimler Benz nel 1953 con la sorella minore 180 W120, simile, ma un po’ più corta, è uno spartiacque nell’ evoluzione del design delle automobili.

Nel 1956 la 220a evolve nella 220S W180II. Per la prima volta compare la sigla S che arriverà fino ai nostri giorni. E’ disponibile con tetto fisso in lamiera o apribile in tela. La nuova versione ha una potenza maggiorata di una quindicina di cavalli e all’esterno qualche cromatura in più. 

Affianco quindi al Faller una 220a W180I nell’interpretazione di CIJ, n.3/12 del 1959, in scala 1/44 circa, e un’ altra 220S W180II, ma con il tetto fisso, di Minichamps, che se non sbaglio uscì nel 1997, ma il mio esemplare grigio dovrebbe essere del 2006 e appartiene alla serie promozionale per i concessionari Mercedes Benz.

Ovviamente sia il Minichamps che il CIJ sono pressofusi in zamak.

Si è già parlato, in questi articoli, della leggerezza di questi modelli, che probabilmente ha allontanato molti collezionisti riducendo le vendite a livelli non adeguati e costringendo le varie Herpa, Faller e Revell a cessare la produzione o a passare al più rassicurante zamak.

La Faller, prima di smettere, cercò un compromesso con la Mercedes Benz 200/8 W115 del 1968. Il modello è del 1996 e reca il n.4375. Non ha parti apribili e ha il fondino pressofuso, il che gli conferisce un certo peso. La confezione è sempre la stessa, ma il pieghevole è meno ricco, senza foto e disegni e soprattutto viene finalmente adottata una semplice vite di fissaggio alla base, che è sempre la stessa, con la feritoia per la famigerata graffetta, ma viene aggiunto il foro per la vite.

In compenso ritornano i tergicristalli e sono a parer mio veramente, molto fini e di grande effetto, migliori anche di quelli in fotoincisione.

Esiste almeno anche una versione taxi e l’immancabile confronto è proprio con un taxi 240D lunga taxi di Francoforte del 1973, modello della serie per l’ edicola “Taxi del Mondo” DeA di origine Ixo. I fanali posteriori zigrinati lo identificano come un restyling, quindi dovrebbe avere la mascherina più bassa e più larga rispetto al Faller, ma non mi sembra… 

Faller commercializzò anche dei set con un paio di modelli e il Maggiolino Volkswagen del 1962 in diverse versioni, ma non lo conosco.

Chiudo questo lungo sproloquio con un cenno ai prezzi. I primi due mi costarono 60000 lire, la 220S l’equivalente di 69000 lire in franchi svizzeri, infatti l’etichetta sulla scatola rivela che arrivò da Berna, quindi il prezzo era… svizzero (vedi foto sotto, n.d.r.)!

Questi tre modelli furono acquistati nel 1994. Quattro anni dopo bastarono 49000 lire per la 200/8. La 280 SE 3,5 è una acquisizione di pochi anni fa, 28,90 euro spedizione compresa.

HPI Racing 1:43

testo e foto di Roberto D’Ilario

Hpi Racing (Hobby Products International) è un’azienda molto apprezzata nel settore modelli elettrici RC con radici americane e giapponesi, nata nel 1986 in California come distributore dei motori elettrici della Serie Uno e in seguito con una grande filiale in Giappone. Vado a braccio perché non ricordo bene le date, ma intorno all’anno 2000 esordì negli statici 1/43 con ottime premesse e promesse, visto che il responsabile della produzione proveniva dalla Tamiya. I modelli
mi colpirono subito per la precisione e per la pulizia di montaggio, tant’è che ne consigliai subito la distribuzione ad un noto commerciane del settore che ne vendette in quantità. I modelli spaziavano dai Rally all’Endurance, dal Turismo alle stradali con una predilezione per le auto giapponesi ovviamente. Spettacolari le serie di set con due/quattro modelli da rally, tipo Lancia e Toyota oppure quelli con tre auto di Le Mans come Jaguar, Porsche e Mercedes. C’era anche la serie delle Endurance con motore apribile… (aridaje!). I modelli erano belli, realistici, ben montati, pieni di particolari, con interni curati e livree fedeli, il tutto si
traduceva in un colpo d’occhio di tutto rispetto. La Stratos era la migliore sul mercato, tant’è che nel 2013 Umberto Cattani scrisse un articolo sul vecchio blog di David dove partiva proprio da una base HPI per un upgrade che le rendeva giustizia (link: https://pitlaneitalia.com/2013/03/30/hpi-lancia-stratos-rally-montecarlo-1977-di-umberto-cattani/. Tutti gli articoli del blog grandiepiccoleauto, attivo dal 2012 al 2021, sono trasmigrati in pitlaneitalia.com, n.d.r.). Di gran livello anche le Delta e le 037, le Porsche 956, le Mazda 787 e le McLaren F1 GTR in innumerevoli livree. I prezzi erano allineati alla concorrenza però, misteri della fede, l’Azienda iniziò a zoppicare fino a chiudere il settore dopo il 2010. Gli ultimi sprazzi furono anche incoerenti, alcune referenze furono commercializzate con il marchio Mirage ma soprattutto aumentarono i prezzi a dismisura, come per la Nissan Sunny GTI del Rally Montecarlo o le Ford RS200 proposte dai 120 ai 145 Euro. Pensavano forse di risanare il bilancio solo con quelle? Oggi gli HPI vengono ancora apprezzati e ricercati ma questo ha innescato un fenomeno anomalo e fastidioso: la speculazione che ha fatto schizzare i prezzi alle stelle. In particolare le Rally Montecarlo, la Ford RS 200, la Nissan oppure i set Rally e Le Mans hanno raggiunto prezzi fino a 450 Euro. Vorrei sapere se c’è qualcuno che le compra.
Ho qualche esemplare ottenuto a prezzi normali, l’ultimo trovato stranamente all’Expo di Bologna, ma ho il grande rammarico di non aver preso all’epoca tutte quelle che mi interessavano, della serie “tanto prima o poi le prendo/ora non posso spendere” e ti ritrovi con il cerino in mano. Non mi interessa il valore presunto, mi piacciono da matti e mentre le riguardo e le ammiro, lancio un piccolo sondaggio: qual è secondo voi il motivo di tali prezzi?

L’opera d’arte più veloce del pianeta

di Nicola Lettieri

Chi segue assiduamente le pagine di pitlaneitalia.com, avrà sicuramente notato che spesso e volentieri ci siamo soffermati ad analizzare le Art Car (specialmente Porsche) raccontandone la genesi e non tralasciando analisi e commenti anche relativamente ai corrispondenti modelli in scala.

Da qualche settimana, è disponibile per la vendita il modellino in scala 1/43 della Porsche 996 decorata (tra gli altri) da Cleto Munari, realizzato da Minichamps (codice 400061184) che ha fatto molto parlare di sé accendendo le solite diatribe da social.

Prima di analizzare il modello in scala, vediamo di raccontare un po’ la storia e la genesi di questa vettura e di raccontare, con l’occasione, la lunghissima carriera dell’artista goriziano (ma vicentino di adozione) Cleto Munari.

Munari nacque a Gorizia nel 1930 e in cinquant’anni di produzione artistica, riuscì a segnare la storia del design italiano, lavorando con tutti i più grandi progettisti ed artisti del ‘900, da Carlo Scarpa a Giò Ponti, passando per Ettore Sottsass, Alessandro Mendini, Hans Hollein, Arata Isozaki, Angelo Mangiarotti, solo per citarne alcuni.

Cleto Munari, Carlo Scarpa e Ettore Sottsass

Tutto ciò fa di Cleto Munari un personaggio unico: non c’è ambito che non abbia toccato con successo, argomento che non l’abbia affascinato e da cui abbia tratto oggetti strabilianti: mobili, gioielli, posate, tappeti, lampade, sculture, vasi, pelletteria, occhiali, orologi, automobili e poi ancora altri temi apparentemente più lontani, come letteratura, architettura, persino una distilleria da cui ha tratto una grappa di successo (la Grappa Forte).

Da sempre affascinato dalla “Bellezza” e dall’arte in genere (famosa la sua frase “la creazione della Bellezza richiede tempo, non può essere subordinata al denaro o alla fretta”), Munari dagli anni ‘70 iniziò la sua incredibile cavalcata nel mondo del design prima nazionale, poi internazionale, con una capacità imprenditoriale non comune e con un estro artistico sempre in anticipo sui tempi.

Nel 1971 alcuni suoi amici di Brescia che avevano acquisito un’azienda di peltro lo coinvolsero nella loro attività come consulente. Iniziò quindi a frequentare assiduamente Brescia e Milano interessandosi subito al mondo del design, conoscendo e frequentando Ettore Sottsass, Castiglioni, Caccia Dominioni, Vico Magistretti ed altri.

Dopo un anno lasciò l’azienda di peltro e fondò la Cleto Munari Forme Contemporanee, dedicandosi completamente alla creazione e sperimentazione di nuove forme ed oggetti.

Determinante per la sua straordinaria carriera artistica fu l’incontro alla fine del 1972 con Carlo Scarpa, uno tra i più importanti architetti italiani del ‘900.

Vicino di casa a Vicenza, Cleto Munari frequentò assiduamente lo studio del famoso architetto, affascinato dai progetti del maestro che diventavano sulla carta forme eleganti e perfette. Questa frequentazione portò Cleto Munari a scoprire la sua grande passione per il design, perno su cui poggerà, in futuro, tutto il suo lavoro creativo e produttivo.

Le posate Munari – Scarpa

All’architetto Carlo Scarpa Cleto Munari chiese di disegnare i primi oggetti in argento (posate, caraffe, vasi) che divennero le pietre miliari della famosa Collezione Argenti Cleto Munari alla quale negli anni successivi furono invitati a partecipare numerosissimi altri artisti. Molti di questi argenti divennero poi parte delle collezioni permanenti dei più importanti musei del mondo tra i quali il Metropolitan di NYC ed il MOMA. Collezione che nelle intenzioni di Cleto Munari doveva essere una raccolta di opere realizzate solo per lui e divenne invece mezzo di comunicazione della cultura nel mondo con molti appassionati estimatori che ne vollero condividere il piacere acquistandole. Basti pensare che le sue famose posate, realizzate sul finire degli anni ’70 e presentate all’Hotel Cipriani alla Giudecca in una splendida serata di gala, furono prenotate subito da molte personalità del jet set internazionale, incluso Umberto Agnelli, e oggi sono collezionate da ben 77 musei di arte moderna e contemporanea in tutto il mondo.

Nel 1980 si associò all’architetto, designer e fotografo italiano Ettore Sottsass: in quegli anni riuscì ad aprire studi a New York e a Hong Kong come Art Director per la produzione di molti oggetti di design di grandi architetti internazionali che conobbe di persona viaggiando in giro per il mondo e visitando i loro studi, come in una sorta di gavetta porta a porta.

Nel 1982 fu tra i primi a lanciare una collezione di gioielli (ispirati dalla moglie Valentina, di origini napoletane) disegnati da personaggi illustri, oggi parte anche della collezione permanente del Museo del Gioiello di Vicenza per la loro importanza storica, tra cui il bellissimo Libro Aperto, di Ettore Sottsass, o il Marylin, da lui disegnato e dedicato alla famosa attrice americana Marilyn Monroe, a forma di cassettino che nasconde un pavé di brillanti. Si trattava di gioielli grandi, inimmaginabili fino ad allora, con colori forti, con movimenti meccanici in oro, che subito diventarono ricercatissimi ed ambitissimi.

Nel 1987 nacque la collezione Orologi Cleto Munari realizzati in pochissimi esemplari in oro e diamanti e firmati da 4 architetti di quattro estrazioni culturali diverse: Ettore Sottsass per l’Italia, Hans Hollein per l’Europa, Michael Graves per gli Stati Uniti e Arata Isozaki per il Giappone. I pezzi fanno parte della collezione permanente del Metropolitan di New York.

Da ricordare, la collezione Penne Cleto Munari: 5 penne realizzate da 5 designers (una di Munari stesso) gemellate e firmate da cinque Nobel della Letteratura Tony Morrison, Saul Bellow, Wole Soyinka, José Saramago e Nagib Mahfouz. 

Ancora, la collezione Arredo i cui primi pezzi furono disegnati da Alessandro Mendini, a cui si aggiungeranno lavori di artisti come Mimmo Paladino, Luigi Mainolfi, Sandro Chia, e designers come Marcello Morandini, Mark Lee e lo stesso Munari. Il suo tavolo Palafitte, in omaggio a Venezia che vive e poggia su palafitte, è stato presentato come oggetto simbolo della Regione Veneto alla Biennale di Venezia 2012.

Del 2012 è la collezione Art Carpets, circa 30 modelli di tappeto realizzati completamente a mano in Turchia nel rispetto delle più antiche tradizioni manifatturiere.

Del 2013 è la realizzazione dei primi prototipi di oggetti in pelle con la realizzazione di borse dai colori e dalle forme dirompenti ed allegre, come sono carattere e stile di Munari.

Per quello che, invece, interessa noi petrolhead, vanno ricordati i suoi incontri con Enzo Ferrari, con il quale instaurerà una grande amicizia e per il quale disegnerà una reinterpretazione del famoso cavallino rampante, e con Ferruccio Lamborghini.

Ed eccoci finalmente alla realizzazione della Porsche 996, protagonista dell’articolo.

La vettura, una 996 Carrera mk1, originariamente di colore giallo, equipaggiata con il boxer 6 cilindri 3,4 litri da 300 cv, immatricolata nel 1998, fece la sua prima apparizione  nel film “Paparazzi” di Neri Parenti, utilizzata da Elenoire Casalegno (nel ruolo di se stessa) e dal suo fidanzato (interpretato da Paolo Conticini).

Fu poi affidata da Porsche Italia a Cleto Munari nel 1998, che decise di “fare l’opera d’arte più veloce del pianeta”, e fu presentata in prima mondiale al Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo (Roma), nell’ambito della mostra La Figura delle Cose – Cleto Munari dal 13 ottobre 1999 al 6 gennaio 2000.

Munari, per realizzare la decorazione della 996 si rivolse anche ad altri quattro artisti, oltre se stesso, ognuno incaricato di decorare una parte della vettura: Munari il cofano motore, Alessandro Mendini la fiancata sinistra, Ettore Sottsass la fiancata destra, Mimmo Paladino il cofano anteriore, e l’architetto argentino César Pelli il tetto. Gli interni furono invece realizzati in una candida pelle di cervo.

La 996 di Cleto Munari venne esposta a varie fiere e convegni e nel 2016 fu messa all’asta da Porsche Italia al Porsche Festival di Misano ed i proventi della vendita furono devoluti alla Protezione civile per il sostegno delle popolazioni colpite dal terremoto nel Centro Italia.

Fu aggiudicata da Alberto Tapparo e, verso la fine del 2020, rimessa in vendita (con 75mila km ed al prezzo di 37 mila euro).

La fantasiosa decorazione della Porsche di Cleto Munari

A tal riguardo, mi sia consentita una breve considerazione personale relativa ai commenti di alcuni utenti agli annunci di vendita della 996 Cleto Munari pubblicati all’epoca da Alberto Tapparo anche su alcuni gruppi social di Facebook: il festival dell’ignoranza!

Premesso che i gusti sono personali e che ognuno ha i suoi, ricordo perfettamente che leggere commenti denigratori, offensivi ed assolutamente privi di cognizione di causa, rivolti alla decorazione della vettura senza sapere né cosa si stava scrivendo e nemmeno di cosa si stava parlando, mi fece andare su tutte le furie. Non tanto, ripeto, per il fatto che la macchina non incontrasse i gusti dei commentatori (ci può stare, ci mancherebbe!) ma perché ero e sono convinto che il 90% dei “leoni da tastiera” di cui sopra, non avesse la minima idea di cosa rappresentasse quella, a loro dire, “orrenda ed insignificante Porsche 996”. Ma tant’è.

Munari con la “sua” Porsche 996

La Porsche fu, poi, acquistata dall’avvocato penalista modenese Christian Stove, che di recente ha pubblicato anche un libro (AutOpera) che in 86 pagine ed 80 foto racconta tutta la storia della vettura e degli artisti che hanno contribuito alla sua realizzazione e adesso fa bella mostra di sé ai vari raduni, convegni e mostre d’arte.

Il modello realizzato da Minichamps in scala 1/43 in serie limitata di 500 pezzi è ancora disponibile e venduto direttamente sul sito ufficiale www.minichamps.de al prezzo di €99,95 e, a prezzi “gonfiati”, anche altrove.

La presentazione del modellino è davvero molto bella, con la coloratissima confezione che riprende in ciascun lato le varie decorazioni della vettura e la basetta con la firma di Munari e le sigle identificative del modello.

Qui e nelle immagini successive, la Porsche di Munari riprodotta in 1:43 da Minichamps

La decorazione del modellino è realizzata in decals e tampografie, applicate con cura. Gli interni, semplici, riproducono fedelmente quelli in pelle di cervo della vettura reale. Soltanto sufficiente e sottotono la realizzazione dei vari particolari (tergi stile “Cararama” su tutti), che non si addicono ad una modello dal costo così alto.

Purtroppo non sono solo questi i difetti che affliggono questo modello. In primis va segnalata una inspiegabile svista nella realizzazione della decorazione della fiancata sinistra, dove i rettangoli neri della vettura reale sono stati riprodotti sul modellino di colore rosso e viceversa, falsando di conseguenza tutto l’insieme. Assurdo.

Va inoltre segnalata la “mandrakata” di Minichamps che invece di creare un nuovo stampo con la forma corretta della copertura dei fari, ha cercato di modificare la copertura del faro della 996 mk2 per farla assomigliare a quella della 996 mk1, riuscendoci solo in parte.

Infatti, l’andamento della copertura del faro della Porsche 996 mk1 (realizzata illo tempore da Schuco, mentre Minichamps aveva inizialmente realizzato soltanto le 996 mk2 Carrera e Targa) è leggermente diverso da quello del modello proposto dal produttore tedesco.

Insomma, considerato l’alto prezzo di vendita del modello, tutti questi difetti potrebbero risultare determinanti per indurre il collezionista a lasciarlo sugli scaffali dei venditori, ma se si è disposti a sorvolare, magari lasciandosi affascinare dalla storia appena narrata, la Porsche 996 Cleto Munari potrebbe nonostante tutto meritare un posto nelle nostre collezioni.

Da Marsh Models il kit della Chaparral 2G

Marsh Models ha annunciato che è ora disponibile il kit 1:43 della Chaparral 2G Can-Am in versione Bridgehampton 1968 (Jim Hall), catalogo numero MM335. Sarà prodotto anche il factory built.

Ferrari 275 GTB Competizione Speciale Le Mans 1965

Sulla Ferrari 275 GTB Competizione Speciale del 1965 è stato scritto tanto, eppure resta un’auto misteriosa. Prima di tutto, quanti esemplari ne siano stati costruiti è difficile stabilire. C’è chi dice uno solo, c’è chi dice due. Probabilmente, col successo delle Ferrari storiche, magari oggi ce ne saranno anche tre o quattro. Le auto del passato, si sa, tendono a moltiplicarsi. Sia come sia, la sua importanza nelle vicende del Cavallino non è secondaria. Dopo la sbornia della generazione delle 250 GT, terminata nel ’64 con la 250 GTO “evoluta”, la Ferrari era alla ricerca di qualcosa di diverso.

La serie delle 275 GTB non ebbe certo lo stesso successo delle 3 litri della famiglia precedente, anche perché la concorrenza nel frattempo si era svegliata parecchio e in generale puntare a risultati eclatanti con una semplice GT, com’era avvenuto ad esempio con le GTO (vedi il secondo posto assoluto a Le Mans nel 1962 o la vittoria al Tour nel 1964), era diventata una pia illusione.

Sulla 275 GTB Competizione Speciale, da non confondere con le 275 GTB Competizione standard dello stesso anno, si erano introdotte soluzioni da vero e proprio prototipo. Come la Ferrari riuscì ad omologarla in categoria GT per Le Mans resta un mistero, vista la sua eclatante lontananza – estetica ma non solo – dalla 275 GTB standard.

Sta di fatto che, dopo un paio di uscite – al Nürburgring e alla Targa Florio – in categoria Prototipi, la vettura (telaio 06885, dicono) venne iscritta alla 24 Ore con i colori dell’Ecurie Francorchamps, piloti Willy Mairesse e “Beurlys”. Pur lontana dall’essere perfetta, la 275 GTB/C Speciale tenne testa alle cinque Cobra, giungendo terza assoluta e prima in GT, soprattutto grazie alla straordinaria abilità di Mairesse.

L’anno successivo la Ferrari avrebbe messo a disposizione dei clienti sportivi (Maranello Concessionaires, Ecurie Francorchamps, NART, Scuderia Filipinetti…) una versione sviluppata sulla nuova 275 GTB “naso lungo”, mentre altri team e piloti meno ambiziosi continuarono ad accontentarsi della 275 GTB Competizione del 1965 o della 275 GTB/4, quest’ultima mai sviluppata in versione corsa, anche se sono attestate alcune modifiche della fabbrica su alcuni esemplari con motore a 4 alberi camme, come pistoni speciali, carrozzeria in alluminio, bocchettone esterno della benzina e cerchi a raggi Borrani.

Nella sua serie dedicata a kit prodotti da altri marchi, che ha una numerazione propria anno per anno, Denis Carrara ha recentemente completato il montaggio di un vecchio Vroom 1:43 in resina. Il modello, prodotto da Michel Ottenwaelder, di per sé non era male, pur con alcuni dettagli da rivedere. Sulla base di una documentazione più ampia possibile, Denis ha modificato o migliorato il Vroom in diversi punti. Per quanto riguarda gli interni, sono stati ricostruiti e colorati correttamente i pannelli interni delle porte; i sedili hanno ricevuto il colore chiaro sulla fascia della seduta. Rivisto e dettagliato il cruscotto.

A livello di esterni, sono parecchi i piccoli particolari in grado di fare la differenza, come i ganci sollevamento anteriori e posteriori, che erano gialli, la griglia sulla gobba del cofano motore rifatta e le cornici vetri laterali ricostruite con del filo metallico. Nuovi anche i fari posteriori in plastica colorata. Notare le doppie cornici dei vetri, col contorno nero e quello alluminio. Le ruote del kit, che se non ricordo male erano delle BBR, ovviamente coi gallettoni giusti da una parte e alla rovescia dall’altra, sono stati sostituiti con un set Remember W15, e l’assetto è stato convalidato dopo infinite prove: un problema grosso di certi kit è proprio quello di trovare un’altezza da terra realistica e un inserimento accettabile di cerchi e gomme nei passaruota, senza sacrificare il colpo d’occhio generale. Un problema peraltro che si era presentato anche in occasione del montaggio della 275 GTB stradale nera di Tron pubblicata su PLIT qualche tempo fa.

Qualche compromesso è stato inevitabile: i cerchi anteriori, per esempio, dovrebbero avere l’attaccatura dei raggi sull’esterno del canale e non all’interno ma pazienza. Compensano ampiamente tante raffinatezze come rivetti, modanature e anche una verniciatura davvero buona. Denis Carrara è l’esempio abbastanza infrequente di modellista che non si vanta, che non si crede Dio e che lascia parlare i fatti piuttosto che perdere tempo in chiacchiere.

Il Pianeta del Collezionista a Roma

testo e foto di Riccardo Fontana

La sovraesposizione che intrinsecamente viene generata dai social, secondo uno schema che si potrebbe tranquillamente definire “iper-mediaticità” a volte crea degli incroci di vita decisamente “gustosi”, per non dire irrinunciabili.

È così che, questa sera, al tramonto di una settimana di duro lavoro fuori sede in quel della Capitale, complice la mia consueta memoria d’elefante che per ora (data anche la mia giovane età) si ostina a non farmi mai difetto, ho ripensato ad una foto condivisa mesi e mesi fa da Tiny Cars, in cui si vedeva una vetrina traboccante di obsoleti meravigliosi ubicata proprio a Roma città.

Ripartendo domani – e siccome il tempo a disposizione me lo concedeva – ho ricercato la foto “incriminata”, ritrovandola (potenza degli strumenti di ricerca ben utilizzati) molto agevolmente assieme alle coordinate del negozio: Il Pianeta del Collezionista, in Via Don Bosco a Roma.

Veloce ricerca, e nonostante un traffico da ora di punta (ridicolo rispetto a quello della Tangenziale Ovest di Milano nello stesso periodo) in meno di venti minuti arrivo a destinazione.

E parcheggio, altra utopia pura se parametrata a ciò che succede a Milano.

Il negozio che mi si para davanti è molto bello e ancor più particolare: non è specializzato solo ed esclusivamente in modelli, trattando più in generale una moltitudine di oggetti da collezione che vanno dai fumetti a moltissimi altri articoli, ma la sezione dedicata al modellismo è decisamente ricca e di qualità estrema.

Trovarsi così a tradimento una vetrina lunga un paio di metri abbondante traboccante di obsoleti di ottimo lignaggio spesso perfetti con scatola a prezzi onestissimi non è cosa che possa lasciare indifferente il medio appassionato, anche se naturalmente propenso alla visione di certi “panorami”, ed i gestori – gentilissimi e molto amichevoli – sanno mettere molto bene a proprio agio i clienti, sfoderando un’ottima cultura in tema di obsoleti e piglio simpatico e paziente, anche coi “rompipalle” tipo il sottoscritto che trasformano il negozio in un set fotografico per propinare al prossimo articoli come quello che state leggendo.

Cosa c’è di bello? Direi di tutto: andiamo da cose tutto sommato “normali”, come Mercury e Politoys di buonissimo livello, a stranezze di ogni genere, come modelli Galgo in scala 1:43 relativi a soggetti stradali (mai viste, lo confesso) ad una moltitudine di modelli russi, giapponesi, inglesi (tantissimo Corgi e Spot-On, anche in questo caso perfetti con scatola nella maggioranza dei casi) è un po’ di tutti i paesi.

Si può spendere un po’ di più (“un po’ di più” relativamente, perché qui abbiamo veramente dei livelli di impegno economico tutt’altro che estremi) ed uscirne con un pezzo rigoroso ed importante, oppure ricercare le stranezze, e magari “goderne” nello stesso modo spendendo anche meno, secondo quella mentalità un po’ a metà tra la vecchia rubrica Zapping di Quattroruotine (mi rendo conto di come tenda a parlarvi con perfetta cognizione di causa di cose che risalgono a più di 25 anni fa rischiando magari di apparire saccente, ma nonostante io avessi 5 anni me le ricordo benissimo, e quindi non vi resta che prendermi per quel che sono) e le monografie di modelli esotici e misconosciuti che popolavano Passion43éme dei tempi d’oro.

Ho lasciato il negozio lasciando moltissime cose che avrei voluto prendere, ma che per pudore esistenziale ho preferito lasciare a posto, rassicurato dal fatto che il negozio effettui spedizioni senza problemi.

Nonostante una certa tendenza grigia all’acquisto su piattaforme online di squallidi modelli fatti nel terzo mondo dai bambini senza volto del musical di The Wall (sono vicino ad Anzio, perdonate anche di queste suggestioni così, estemporanee) è bello vedere come certe realtà esistano e, tutto sommato, resistano alle tendenze aride del nostro mondo.

Non si può che provare simpatia per negozi come questo, e per tutto ciò che rappresentano anche in termini di socialità e di rapporti umani.

Revell e l’1:43 in plastica

L’articolo sugli Herpa 1:43 a cura di Roberto D’Ilario, pubblicato da PLIT alcuni giorni fa (https://pitlaneitalia.com/2023/11/24/di-plastica-apribili-e-dimenticati/) ha suscitato molto interesse, con tante visualizzazioni e un bel po’ di commenti. Abbiamo quindi deciso di proseguire il filone, analizzando altre produzioni analoghe, com’è questa di Revell, di cui ci racconta Marco Nolasco, cui si debbono sia il testo dell’articolo che segue sia le belle foto.

Che sappia, il primo modello di questa serie, chiaramente ispirata all’ analoga serie Herpa, fu la Pininfarina Ferrari Mythos, commercializzata nel 1992. L’anno successivo arrivò la Bugatti EB 110 GT e nel 1994 fu il turno dell’Audi Avus Quattro. Questi modelli hanno molte aperture, furono commercializzati in diverse tinte ed erano presentati in teche trasparenti con una base nera di altezza forse eccessiva rispetto ai modelli, alla quale sono fissati da piccole viti. Le teche sono inserite in fasce di cartoncino nero piuttosto eleganti, ma, a parer mio, di qualità inferiore a quelle di Herpa e Faller. All’interno della teca un sagomato di acetato blocca il modello in posizione.

La confezione comprende anche una scheda con la foto di profilo della vettura vera con alcuni dati e, dall’altro lato, la foto del modellino con tutte le parti mobili aperte.

Come negli altri modelli di questa generazione le parti apribili chiudono con fessure molto sottili.

Il primo modello è la Pininfarina Mythos, la show car costruita su base Ferrari Testarossa e presentata al Salone di Tokyo del 1989. Reca il numero di catalogo 8500 ed ha le classiche quattro parti apribili, con una buona riproduzione del  motore e dell’abitacolo. Le cinture di sicurezza sono gialle, ma in realtà erano rosse. Di giallo c’era solo l’inserto con il nome della marca.

Il successivo modello, numero 8501, è la Bugatti EB 110 GT del 1991, il periodo “italiano” della marca del “Patron”. Anche qui quattro parti apribili, ma nel mio esemplare la portiera destra era recalcitrante all’idea di aprirsi e ho preferito non insistere per evitare guai.

Affianco il modellino con la versione Super Sport del 1992 riprodotta da Minichamps nel 1994, per confrontarlo con un classico die cast.

All’epoca pagai sia la Bugatti che la Mythos 50000 lire.

E’ forse il caso di aggiungere che la EB 110 Super Sport fu riprodotta anche da Revell.

Il terzo e ultimo modello della mia collezione è l’Audi Avus Quattro 1991, n.8508 di catalogo.

La sobrietà della vettura vera, e quindi anche del modellino, è evidenziata, oltre che dalla linea, anche dalla finitura cromata…

Anche in questo caso la portiera destra si è categoricamente rifiutata di aprirsi.

La Ferrari 499P vincitrice della 24 Ore esposta al Museo di Le Mans

L’Hypercar Ferrari 499P, vincitrice della scorsa 24 Ore di Le Mans con Alessandro Pier Guidi, James Calado e Antonio Giovinazzi, sarà esposta al Museo di Le Mans a partire dal prossimo 15 dicembre.

Ricordiamo che la 499P ha dato alla Ferrari la decima vittoria alla 24 Ore di Le Mans 2023, anno del ritorno ufficiale del Cavallino nel settore prototipi dopo un’assenza che durava dal 1973.

Informazioni sul Museo della 24 Ore di Le Mans al seguente link: https://www.lemans-musee24h.com/.