di Riccardo Fontana
Non c’è nulla da fare: tra gli appassionati, o almeno tra quelli che ancora considerano la F.1 (e non è detto che siano troppi), l’affaire Team Principal Ferrari continua a monopolizzare l’attenzione, e ad alimentare i proverbiali “discorsi da bar sport”, il che è un po’ il sale della passione, se vogliamo.
Chiaramente, PLIT è solo l’ultima testata ad essersi occupata, anche se marginalmente, di questa annosa questione: c’è chi, molto più “rinomato” di noi, ne fa ormai da mesi un cavallo di battaglia quotidiano, tra articoli scritti un po’ a tutte le ore e dirette social a non finire.
Ieri, tornando dal ritirare l’auto sostitutiva, ho “sparato” sul bluetooth del mio novello-provvisorio veicolo una di queste dirette, protagonista un illustre decano del giornalismo ed un ancora più illustre ospite d’onore, ormai abituale.
Tema, com’è ovvio che sia, la telenovela piemontese di gialappiana memoria (è per pochi, ma confido che qualcuno la colga) in onda sugli schermi di Maranello in questi giorni.
Si arriva, quasi per caso, a parlare di Ross Brawn, che, forse un po’ a mo’ di fantamercato, è indicato come papabile successore di Mattia Binotto alla guida della Scuderia.
Cavallo di ritorno, dunque.
L’illustre decano della carta stampata tira in ballo una recentissima dichiarazione di Ross Brawn, quella sul famigerato “DRS al contrario” e sulla “pioggia indotta” per livellare i valori in campo, affermando che, se questo è il pensiero dell’inglese, egli non sia ciò di cui la Ferrari ha bisogno.
L’illustre ospite rincara la dose ricordando la passione per i vini italiani di Brawn, e chiedendosi se non abbia molto indugiato dalla sua personale collezione di vini pregiati prima di prodursi in simili dichiarazioni.
Seguono risate di entrambi ed ulteriori battutine, ovverosia emulazione al ricasco.
Seguono, nel pavese, gonadi di un ascoltatore rotolate sotto i pedali di un Nissan Qashqai: più avanti incontrerò un semaforo, e nel frenare me ne accorgerò nel peggiore dei modi.
Ora, tralasciando il fatto che una delle passioni principali degli inglesi è da sempre il perculaggio dei giornalisti, perché non credo che Ross Brawn, che sciocco certamente non è, abbia scientemente espresso simili idee oltretutto irrealizzabili, il punto focale è un altro: un giornalista (il quale, senza nulla togliere alla sua professionalità e merito, ha dovuto attendere che qualcuno, comprando in edicola il giornale che lui stesso aveva appena finito di scrivere, gli telefonasse e gli facesse notare che al volante di Senna ad Imola nel ’94 c’era attaccato mezzo metro di piantone di sterzo) raccoglie una infelicissima battuta di un personaggio che la Ferrari l’ha comunque vissuta da dentro, ed insieme si divertono a tracciare di alcolismo, e fors’anche di demenza senile, un Ross Brawn qualsiasi.
Descrizione spiccia del personaggio Ross Brawn: era già invischiato a piene mani nella Wolf con un altro giovane ingegnere (tale Adrian Newey) e uno un po’ più senior (tale Harvey Postlethwaite).
Tocca la Jaguar in Gruppo C e la Jaguar domina (ricordate l’XJR-14 del ’91? Sua), tocca la Benetton in combutta con Rory Byrne e Schumacher e la Benetton domina, va in Ferrari con gli altri due e si apre il più grande periodo dominante della storia ferrarista, compra il Team Honda di F.1 per una sterlina (una sterlina, repetita iuvant) dalla Honda Motor Company, adotta un motore Mercedes clienti rabberciato alla bell’e meglio sul telaio preesistente, e vince il mondiale al primo anno.
Senza sponsor, coi soldi per aerei e pasti contati.
Con due piloti onesti e nulla più.
Ci fu il doppio diffusore? Certo, bravura sua a crederci e a farlo digerire alla Federazione.
Alla fine dell’anno vende la BrawnGP alla Mercedes-Benz per 170 milioni di sterline, e ciò che è oggi la Mercedes GP è cronaca, non penso nemmeno serva parlarne.
Questo è l’uomo Ross Brawn.
Ad oggi, le scuderie che al debutto si sono fregiate dell’iride sono l’Alfa Romeo nel 1950 (e solo perché era la prima edizione del mondiale), la Mercedes nel 1954, e la BrawnGP nel 2009.
Aveva rischiato anche la Wolf nel ’77, in cui come detto più sopra Brawn era, ironia della sorte, coinvolto.
Io non ho certezze, non lo so se un cavallo di ritorno, quale sarebbe Brawn, possa essere risolutivo nell’odierna GES Ferrari: per il clima umano che traspare anche solo da semplici astanti, temo che la situazione della Scuderia sia più simile a quella del 1991 che a quella del 1996, quindi è assai arduo che con un colpo di bacchetta magica tutto possa tornare al suo posto in meno di cento giorni, come sarebbe nelle speranze di molti.
Ciò che è certo, però, è che prima di prodursi in simili ridicoli sfottò ai danni di uno come Ross Brawn, fare per mezzo secondo un po’ di sana mente locale su cosa si sia permesso di fare costui nell’arco della sua vita non farebbe male.
Non c’è neanche la scusante di essere “analfabeti da social”, quei due sapevano benissimo di chi stessero parlando.
Entrambi, perfettamente.
Ma riuscite, solo per un attimo, ad immaginarvi Denis Jenkinson a deridere il barone Huschke Von Hanstein? O Franco Lini a dare dell’alcolizzato ad Alfred Neubauer?
No, e ciò certamente dovrebbe portare a fare delle amare riflessioni.