“Mi dispiace Mick, smettila di fare i donuts. Mi dispiace, semplicemente non possiamo”. “Va bene, ti voglio bene anch’io“. Ciò è quanto si sono detti via radio Mick Schumacher ed Ayao Komatsu, il suo ingegnere di pista, a gran premio di Abu Dhabi appena terminato, quando Mick Schumacher stava facendo qualche capriola per salutare (definitivamente?) la sua carriera da pilota titolare in Formula 1. Che dire… È difficile commentare qualcosa senza scadere nella trivialità, ma cercherò di provarci: il comportamento del team Haas è stato incommentabile (ecco, a tal proposito: che in una scuderia di F.1 non ci si vergogni neanche un po’ di uccidere la poesia in questa maniera è grave, mi sentirei di consigliare un bell’impiego al catasto di Hinwil invece del Motorsport, e non solo all’ingegnere di pista reo del team radio incriminato), ma ancora peggiore è stato il comportamento di Baby Schumacher. Perché? Ovviamente non per le piroette (ho un’allergia tremens al termine donuts e a tutti i neologismi affini, perciò passatemi un sano e retrogrado “piroette”), quanto per la risposta che ha dato. “Va bene, ti voglio bene anch’io”. Esponiamo con calma la situazione: sei appena stato licenziato. Stai allegramente “in cantina” al team principal del tuo ormai ex-team, vieni umiliato come l’ultimo degli scolaretti sfigati in mondovisione, e obbedisci con una frasettina buonista a metà strada tra un barbapapà e Winnie the Pooh? Io, che non sono un pilota di F.1, così senza pensarci avrei risposto “Ok, licenziatemi pure se non vi va bene. Ah no, scusa…”. Signori, è un argomento affrontato già molte volte, ma forse non abbastanza: un pilota dev’essere un gran figlio di puttana, con un pelo sullo stomaco tale da potercisi fare le trecce. Mick Schumacher è figlio di quello di Adelaide 1994 e Jerez ’97 o è figlio di un pastore metodista? Dov’è l’occhio della tigre? Non hai le palle neanche di sfuggire dall’ultima pesantissima umiliazione della tua (forse) fu-carriera, e vorresti battagliare a 300 km/h contro dei pazzi criminali come Leclerc, Verstappen e tutti gli altri (anche Hamilton, che si vestirà come la controfigura di Michel Serrault nel Vizietto, ma ha comunque le palle che gli fumano quando vuole, vedasi Silverstone 2021)? Non puoi farlo, ti manca quel qualcosa dentro, o più semplicemente sei tuo malgrado figlio di questa cultura odierna imperante, che vede il politically correct come un valore fondamentale cui sottomettersi, e quindi per educazione ti ritrovi a fare il pulcino ritroso quando tutte le circostanze suggerirebbero di fare l’opposto. Un pilota è spinto dalla volontà di sopraffazione dell’altro, è rude e maleducato per sua stessa natura, non serve che sia un buon venditore di scarpe o che sia un volto spendibile alle elezioni. Questa non vuole nemmeno essere una critica a Mick Schumacher, quanto piuttosto una constatazione relativa ai “metodi di allevamento in provetta” delle nuove leve del Motorsport: sono bambini che vengono strappati ad istruzione ed amicizie in età sempre più prescolare per essere allevati (no, programmati) con l’unico scopo di vincere. Così facendo però, i ragazzini si diseducano alla vita, e finiscono per essere dei lettori umani di comunicati stampa. Non fanno trasparire emozioni, forse nemmeno ne provano perché non conoscono il significato del termine, quindi si finisce per ritrovarsi con persone che non reagiscono nemmeno alle botte, perché farebbero brutta figura in video. Guardate Charles Leclerc: ma riuscite ad immaginare Nigel Mansell vittima di tutto ciò che ha subito Leclerc durante questo 2022? E il Piccolo Principe è anche uno dei più umani, perché comunque verso la fine dei segni di legittima insofferenza li ha mostrati, ma Mansell avrebbe probabilmente bruciato il box Ferrari con team principal e strateghi al suo interno. A metà stagione. E avrebbe fatto bene, aggiungerei. Questa cultura permea anche la vita di noi comuni mortali e di noi comuni “meno giovani”, non pensiate di scamparla: avete presente quell’abominio costituito dalla parola “resilienza”, che oggi vi propinano almeno venti volte a TG, e che fino a prima dell’ “emergenza” sanitaria si usava giustamente solo per parlare di test sull’acciaio? Ecco, è il tentativo di fare diventare anche voi (noi) delle marionette in grado di incassare tutto senza mai sussulti di ribellione. Senza mai sussulti di umanità, perché parliamo di umanità, quella cosa che ci separa da un personal computer o da uno smartphone. Lo smartphone con cui sto scrivendo queste righe riporta bene ciò che io, che sono il suo padrone gli dico di scrivere, fa bene il suo lavoro ma non possiede una propria volontà. Vedete come il libero flusso della mente porti a riflessioni profonde anche partendo da argomenti leggeri come singoli, e tutto sommato insignificanti, episodi di Motorsport?
Meno ambiziosa della DS che finì per sostituire, la Citroën CX fece come il vino: migliorò negli anni dotandosi di motorizzazioni tra l’altro sempre più sportive e proponendo configurazioni sempre più raffinate. Nel febbraio del 1976 arrivò l’allestimento Prestige e nel maggio 1977 ci fu il primo tentativo di vitaminizzazione, con la 2400 GTI (118cv). Per il millesimo 1980 le versioni base scambiarono i loro stanchi motori col moderno 2 litri da 106cv della Française de Méchanique prendendo i nomi Reflex e Athena. Ma furono le versioni di fine serie le più spettacolari, almeno dal punto di vista delle prestazioni, con l’arrivo della GTI aspirata (prima serie 1984-1985, seconda serie 1986-1989) e della Turbo da 168cv (prima serie 1985, seconda serie 1986, Turbo 2 dal 1989 al 1989).
E’ una Turbo 2 che Solido ha inserito recentissimamente nel catalogo 1:43. Due le colorazioni proposte, entrambe metallizzate: Meteor grey (art. S4311701) e Rouge Florentin (art. S4311702). Solido continua quindi con la politica di far uscire una novità in due colorazioni contemporaneamente. Sia detto per inciso, questi non sono modelli in serie limitata, e resteranno quindi a catalogo fin tanto che il produttore non deciderà di interrompere la produzione.
A differenza di altre scelte operate per questa gamma che ha ottenuto un ottimo successo, questo modello non è inedito. Ringrazio Alessio Casalini per avermi fatto ricordare la riproduzione da edicola e il resincast Neo, cui va aggiunto il Matrix che è praticamente il gemello. In ogni caso, per quanto riguarda il Solido, siamo in una fascia di prezzo mediana rispetto alle riproduzione or ora menzionate, con i collezionisti che possono procurarsi un buon diecast per una ventina di euro. Aurea mediocritas.
Dei Solido 1:43, dei loro pregi e dei loro difetti, abbiamo già parlato diffusamente e non rifaremo alcune considerazioni generali già ormai note. Basterà dire che questa Citroën CX s’inserisce perfettamente negli standard cui la gamma ci ha abituato. Fra i punti forti vi sono la fedeltà delle linee, il livello di verniciatura, le ruote, la riproduzione dei gruppi ottici, i vari dettagli in tampografia. Meno convincenti vetri e interni, con in più qualche inevitabile concessione all’ “economico”, come ad esempio nel caso delle antenne.
Dalle foto che accludiamo potrete sicuramente apprezzare il modello nel suo insieme, che offre diversi spunti di rilievo, come il bel frontale ricco di dettagli e alcune finiture che non lo fanno sfigurare di fronte a un Minichamps dal prezzo più che doppio (anzi, quasi triplo se non parliamo degli ormai vetusti Maxichamps, che pure non è che te li tirino dietro). Molto ben riuscito il contorno del vetro anteriore, in tampografia bicolore alluminio-nero, privo di imprecisioni e sbaffi.
In conclusione, un modello di ottima fattura che riproduce degnamente un’auto tutto sommato sempre abbastanza trascurata dai produttori.
Arthur Leclerc segue Oliver Bearman, compagno della Ferrari Driver Academy, in Formula 2. Il pilota monegasco gareggerà con i colori del team DAMS.
Arthur nella scorsa stagione ha gareggiato in Formula 3 dove si è piazzato sesto con una vittoria – ottenuta a Silverstone – e un podio. Il monegasco ha inoltre vinto il campionato asiatico di Formula Regional tra gennaio e febbraio con quattro vittorie e cinque podi. Per lui i primi chilometri al volante di una vettura di Formula 2 arriveranno questa settimana, quando la categoria scenderà in pista per tre giorni di test sulla pista di Yas Marina, ad Abu Dhabi.
Nella foto di apertura, Arthur Leclerc al Mugello nel 2020 (foto David Tarallo/pitlaneitalia.com).
Al solito mando qualche considerazione per integrare l’interessantissimo articolo di Riccardo sulla Safir, la prima riguarda la Tyrrell a sei ruote in scala 1/43.
Le due Tyrrell P34 del 1976 uscirono nel 1977, con il n. 82 la versione con radiatore anteriore, che partecipò solo a dei test, e con il n. 83 la versione “normale”. Prezzo 3000 £ ciascuna.
Nel 1978 la Mini Racing, se ricordo bene, commercializzò un foglio di decals per realizzare, previa riverniciatura bicolore, la versione First National City Bank del 1977, al prezzo di 1500 £.
Tutti i dati provengono dal file della mia collezione e quindi, in parte dalla mia memoria e dal registro cartaceo che tengo dal 1968.
Ecco alcune foto della versione del 1977, che corse nelle prime gare di stagione per poi essere sostituita da un’altra versione con carrozzeria più rastremata, riprodotta allora dalla Eidai, e un confronto con un esemplare in condizioni originali. (Si veda anche foto di apertura, n.d.r.)
Come dice giustamente Riccardo, le veteran R.A.M.I., le Safir e le Minialuxe non reggevano il confronto con le coeve Rio e Dugu. Anche i colori erano chiassosi, ma spesso improbabili e la scala è 1/43 solo convenzionale. Le vetture di fine ‘800 erano molto piccole e quei modellini erano spesso in scala effettiva 1/36-1/40 e a volte anche maggiore, mi risulta la guida interna Renault di Safir sia intorno all’ 1/28 (e infatti non trova posto nella mia collezione… il troppo è troppo!).
Hanno però, ai miei occhi di appassionato della storia dell’automobile anche delle origini, un grande pregio, quello di aver ricordato molti veicoli e pionieri altrimenti dimenticati.
Ad esempio, per rimanere in casa Safir, la cosiddetta Mercedes 1901, il n. 15 del 1963. In realtà non è affatto un a Mercedes, anche se ne è parente.
Si tratta infatti della prima vettura disegnata da Paul Daimler, figlio maggiore di Gottlieb, tra il 1899 e il 1901, quando vide la luce, in parallelo con il progetto Mercedes 35 ps al quale lavorava il gruppo di Maybach, allora capo progettista Daimler. Nel 1900 Paul interruppe il lavoro sulla sua vettura appunto per aiutare Maybach a completare la 35 ps e infine, appunto nel 1901, completò la vetturetta riprodotta da Safir.
Ecco il modellino e la vettura vera. Probabilmente senza il modellino Safir non ne avrei mai saputo nulla.
Sempre in questa ottica, un modellino Safir che forse merita una nota specifica è il n. 101 del 1965, la Gregoire 40 cv Triple Berlin e carrozzata da Alin & Liautard. La numerazione particolare fa pensare ad una nuova serie che comunque non ebbe seguito.
Questa Gregoire rappresenta un notevole salto di qualità rispetto ai modelli precedenti. Il mio esemplare non fa parte della “normale” serie Safir, ma, come si vede dalla scatola e dall’etichetta sul fondo, appartiene alla serie di modelli promozionali della Mobil, come anche certi RAMI e altri. Il modello si presenta molto bene per gli standard Safir. Scala direi 1/43 effettiva, particolari riportati molto fini, come le maniglie o il fermo della ruota di scorta, telaio dettagliato con una sottilissima catena in plastica, tetto apribile con sontuoso arredamento interno… quello che si vede a sinistra, marrone, è un cassettone Luigi qualcosa. Il difetto principale è il corpo principale in plastica, che conferisce al tutto un aspetto un po’ troppo plasticoso, appunto. Queste scelte, oggi probabilmente non paganti sul piano economico, mi permettono di arricchire la collezione con modelli di veicoli testimoni di un’epoca in cui le automobili non erano certo standardizzate e di forme predefinite come oggi.
Probabilmente la vera fu un esemplare unico, di proprietà dell’ Imperatrice di Russia, che la donò all’esercito francese per il trasporto dei soldati feriti durante la prima Guerra Mondiale.
Con la referenza TK325 è ora disponibile un transkit di Remember Models contenente vetri, calotte fari e fari adattabili ai kit 1:43 Record e Starter Porsche 956/962C/962 IMSA. I vetri sono stati ristampati ora e sono un’eccellente occasione per sostituire i vecchi termoformati spesso ingialliti presenti su kit che ormai hanno diversi decenni sul groppone. Le calotte termoformate sostituiscono i blocchi di resina con cui venivano riprodotti i fari nei kit Record e Starter. Il TK325 contiene due set completi di vetri/calotte/fari rotondi ed è disponibile a questo link: https://www.geminimodelcars.com/listing/1338203766/pack-of-2-vac-form-windows-headlight
Ha avuto inizio oggi a Maranello la fase finale del progetto Junior del programma Girls on Track – Rising Stars, l’iniziativa lanciata dalla FIA Women in Motorsport Commission per accompagnare le ragazze ad un percorso professionale da pilota nel mondo dell’automobilismo. Questa fase del programma vede coinvolte kartiste di età compresa tra i dodici e i quattordici anni.
Inizio a Maranello. Le quattro finaliste – in ordine alfabetico la francese Lisa Billard, l’italiana Zoe Florescu-Potolea, la giapponese Sara Matsui e la tedesca Mathilda Paatz – sono arrivate a Maranello, dove da oggi saranno protagoniste di una serie di attività non legate alla pista: prove fisiche, lezioni teoriche, test attitudinali e un po’ di comunicazione fanno parte del menù delle prime giornate.
Tony Kart e poi Franciacorta. Le ragazze andranno quindi in visita presso uno dei partner storici di FDA per lo scouting, Tony Kart, una vera autorità nell’ambito della categoria propedeutica per eccellenza, che metterà loro a disposizione i propri mezzi. Con l’occasione le ragazze faranno il sedile e cominceranno a prepararsi al tempo da trascorrere in pista presso il Karting Track Franciacorta, in Lombardia.
Supporto. Come di consueto al termine del camp, il 24 novembre, le giovani faranno ritorno a casa e attenderanno le decisioni della Ferrari Driver Academy. Gli esperti si riuniranno e si deciderà se una delle giovanissime si sarà messa in luce a sufficienza da meritare il supporto della Ferrari Driver Academy nella prossima stagione di kart.
All’inizio degli anni settanta, Solido recitava la parte del leone in tema di automodelli sportivi e da competizione: gli appassionati aspettavano con trepidazione l’uscita delle novità, peraltro rilasciate col contagocce, e i concorrenti non erano assolutamente in grado di opporre una valida resistenza, se non a livello sporadico, come nel caso di alcune validissime Dinky France della Serie 1400, ma che erano, appunto, casi isolati in una produzione molto più orientata ai veicoli popolari che non alle auto da corsa.
Tutti i produttori, in generale, producevano automodelli da competizione, ma le vette di realismo e di esattezza dei Solido erano inavvicinabili.
A sinistra: Seat 1400 Jadali-Metamol; a destra Estafette Réseau Renault
All’improvviso, però, si profilò all’orizzonte un competitor per Solido, un competitor che ne condivideva la patria, la Francia: si chiamava Champion-Safir, e dopo una lunga e travagliata storia che l’aveva portata a cambiare più volte nome, aveva deciso di affrontare Solido sul suo stesso campo di battaglia, iniziando a produrre una bellissima serie di Sport Prototipi in scala 1:43, che composero la Serie “Super Champion”, molto celebre per un fugace momento in quegli anni.
Da sinistra: Citroën B2 Taxi, 1924 (archivio Carmodel), Peugeot 1896 Parigi-Marsiglia, Renault Parigi-Madrid 1902
Le origini del marchio sono alquanto articolate, ma per amore di una storia che, almeno di qui dalle Alpi, ben in pochi possono dire di conoscere, vale la pena di raccontarle: la società nacque nella stessa Nanterre che diede i natali alla Solido nel 1952, fondata da Léon Gouttman, che la nominò Jadali, dalle iniziali dei suoi tre figli, Jacques-Henri, Daniel e Linette.
Jadali produsse una gran quantità di giocattoli di tutti i tipi, e nel 1957 Léon Gouttman ne trasferì la produzione a Barcellona, dando vita al marchio Jadali Metamol, di cui si ricorda una bellissima Seat 1400 in scala prossima all’1:43, apparsa anche, in un numero di fine anni ’90, nella rubrica “Zapping” che Quattroruotine dedicava alle stranezze.
Parallelamente, il primo figlio di Monsieur Gouttman, Jacques-Henri, avviò una produzione di parti pressofuse per l’industria automobilistica con la ragione sociale di Jadali-SIFMA a Langeac, nel dipartimento dell’Alta Loira, e praticamente subito iniziò a produrre automodelli di vetture classiche, secondo lo stile allora proposto da JMK (il primo nome di R.A.M.I.) e Minialuxe.
Poco dopo, nel 1960, Jacques-Henri Gouttman stipulò un accordo con Monsieur De Beque, titolare di una ditta dedita allo stampaggio materie plastiche denominata SAFIR, acronimo di Société Anonyme de Fabrication d’Injection et de Recherches: il sodalizio vide la nascita di modelli in materiali misti, plastica e zamak, in cui ognuno dei due soci produceva le parti secondo la specializzazione della propria azienda.
Inizialmente la produzione era composta nella sua totalità da vetture “veteran”, cioè di fine ottocento o degli inizi del novecento: si andava dai quadrilette Peugeot e Panhard, alla Renault della Parigi-Madrid fino alla Citroën B2, declinata in moltissime versioni, che era il modello più moderno della gamma.
Ebbero buon successo questi modelli, e furono contraddistinti da buone finiture, certamente allineate agli omologhi modelli proposti da R.A.M.I., ma molto distanti da quanto proponevano negli stessi anni DUGU e RIO in Italia.
Alla fine degli anni sessanta ci fu il primo approccio all’attualità ed alle corse della casa: si stipulò un accordo con Elf-Aquitaine per la produzione di gadget da regalare nelle stazioni di servizio, e da questo accordo nacque una bellissima serie di F1 in scala piccola, circa 1:60, che corsero nella stagione 1968.
C’erano Matra, Ferrari, Lotus (sia la 49 di F1 che la 56 a turbina di Indianapolis sponsorizzata STP), Honda e McLaren, tutte abbastanza finemente riprodotte, e con la stranezza (per allora) di riprodurre le auto nell’allestimento di uno specifico gran premio: tutti i modelli erano infatti proposti con e senza alettoni, e con numeri di gara e livree riconducibili ad una gara che veniva riportata su un piccolo foglietto illustrativo presente nella piccola teca trasparente che conteneva il modello.
La Honda, l’alettone una volta estratta dalla scatola, andava riposizionato nel suo vero alloggiamento… così (foto a destra). Vendere i modelli già in configurazione definitiva, era impossibile per gli ingombri imposti dalle confezioni
Oggi, con i produttori che ci hanno abituati a vedere i modelli da competizione riprodotti nell’allestimento di una specifica corsa non ci si fa nemmeno più caso, ma nel 1968 avere la Ferrari di Jacky Ickx di Rouen e quella di Chris Amon al Jarama, e per di più in una scala tipicamente riservata a modelli “per bambini”, doveva sembrare fantascienza.
Sopra al centro, particolare del foglietto illustrativo che accompagnava le F.1 Elf
Della serie fecero parte anche alcune Sport-Prototipo, come Ferrari P4, Ford GT 40 e Lola T70 Spider, francamente molto meno riuscite delle F1, e stranamente molto fantasiose nelle livree.
Il passo successivo, visto l’ottimo gradimento di questi bei modelli, fu l’introduzione della serie in scala 1:43, denominata Super Champion, dedicata stavolta a quella che, in quegli anni, era la vera Classe Regina dell’automodellismo: l’Endurance.
Gruppo di Porsche 917 a coda lunga e corta di Safir
Che modelli apparvero? Inizialmente furono la Lola T70 Coupé, la Porsche 917 K con e senza pinne, la 917 LH sia in versione 1970 che 1971 (distinguibile al primo colpo per le ruote posteriori carenate) e la Ferrari 512 M, che della serie fu forse il modello più felice a livello di forme.
Safir, Porsche 917LH Salzburg Racing Le Mans 1970
Erano buoni modelli, avevano il fondino pressofuso e le carrozzerie di plastica (*), e per quanto non fossero fedeli come le Solido a livello di linee (chi poteva esserlo nel 1971? Nessuno) erano declinate in decine di livree catturate con estrema fedeltà e realismo, che costituivano la vera attrattiva di questi modelli, il motivo stesso per cui oggi dopo più di cinquant’anni conservano ancora un gran fascino.
Safir, due versioni della Ferrari 512M Le Mans 1971: NART e Gelo Racing Team
Una particolarità era il raggruppamento delle decals in film unici (ricorda qualcuno?), che col progressivo ingiallimento delle stesse deturpavano irrimediabilmente il modello.
Safir Ferrari 512M Penske-Sunoco Daytona 1971, Porsche 917LH prove Le Mans 1970, Porsche 917K Gulf Le Mans 1971
Le confezioni replicavano quanto già visto per le sorelle più piccole, con eleganti teche trasparenti in plastica rigida con un cartoncino che riportava il nome dell’auto, la scuderia, la gara di riferimento, e una breve lista della serie Super Champion.
A questa serie, che ebbe un grandissimo successo commerciale, seguì una seconda infornata di formula 1 in scala 1:60, ancora commissionata da Elf, relativa alla stagione 1972: c’erano March, BRM, e Matra, e gli Sport Prototipi erano le Porsche 917 sia lunghe che corte, la Matra 650 coda lunga di Le Mans 1969, e la Ferrari 512 S, che si discostava dalla M vista in scala 1:43.
Completavano la serie un piccolo Renault Estafette, celebre furgoncino con la meccanica della Dauphine, e una Land Rover a passo lungo, che oggi sono particolarmente difficili da trovare.
Nella classica 1:43 comparvero altri mezzi meno corsaioli, come la Jeep Willys e un Camion Dodge a sei ruote, che vennero declinati in moltissime versioni, pur restando oggi assai più rare delle vetture da competizione, cui arrise veramente un successo enorme.
Ci fu il tentativo di ampliare la proposta produttiva, e fu così che apparve una meravigliosa Alpine Renault A110 1800 Gruppo 4 in scala 1:20, sempre declinata in moltissime livree, e una ugualmente bella Citroën Traction Avant 11 CV d’anteguerra (riconoscibile per i cerchi Michelin dotati di asole), ovviamente declinata in molte versioni.
Alpine Renault A110 Tour de Corse 1973 e CitroënTraction Avant in kit
A metà anni settanta apparve la seconda serie di 1:43, stavolta dedicata in toto alle F1: comparvero la Ferrari 312 T, la Ligier JS 5 nella versione con l’airscope di inizio 1976, e una bella serie di Tyrrell P34 a sei ruote, con differenti musi e airscope.
Modelli questi di grande realismo ed estrema finezza, superiore certamente ai primi speciali disponibili negli stessi anni.
Diverse osservazioni le meriterebbero le belle F.1 in 1:43. Anche in questo caso, Safir fu sempre molto attenta alle specificità della versione (vedi ad esempio le due Tyrrell P34 in apertura di gallery, foto archivio Carmodel.com). Di seguito la Ferrari 312 T di Niki Lauda e la Ligier JS5 di Jacques Laffite. Si trattava di modelli di estrema finezza e fedeltà
I Super Champion, come detto, avevano questa attenzione, più da 2022 che da 1975, alla singola versione, e fu così che gli appassionati poterono allineare in collezione modelli che nessun altro, nemmeno Solido, avrebbe mai prodotto, come certe versioni relative alle sole Prove Preliminari della 24 Ore di Le Mans delle Porsche 917 lunghe o alcune Tyrrell P34 che non fecero che alcuni test nel pre-stagione 1976, quasi come fanno oggi certi artigiani per così dire “di nicchia”.
Come finì tutto questo? Molto semplicemente e molto tristemente: il successo era ottimo, ed Elf commissionò pertanto un’ulteriore infornata di modelli promozionali.
SAFIR, i cui impianti produttivi erano completamente saturi, fece grossi investimenti in terreni e nuovi impianti per soddisfare la richiesta di Elf, ma al contempo, la Repubblica Francese varò una legge che vietava di regalare oggetti per fini commerciali, rendendo illegale per i benzinai regalare le macchinine ai figli degli automobilisti che si fermavano a fare benzina.
Di leggi stupide c’è pieno il mondo, per una volta noi italiani possiamo dire di non essere primi, comunque ciò portò prima alla sofferenza e poi alla chiusura della società, che cessò ogni produzione nel 1978.
Fu la fine di una bella storia, molto avanti sui tempi per molti e molti temi.
(*)Nota di David Tarallo: gli stampi di alcuni Super Champion dovettero essere ceduti a terzi, che rifecero certi modelli, come la Porsche 917 K con colori e decals di fantasia e con fondini in plastica e non in zamac. Ricordo di aver acquistato un paio di questi modelli da Paolo Tron a Milano43 verso il 1986. Marco Nolasco me ne ha fatto ricordare il nome: si chiamavano Racing.
Di recente abbiamo presentato una serie limitata di Maserati Birdcage montate da Madyero su base AMR (link: https://pitlaneitalia.com/2022/09/14/maserati-tipo-61-birdcage-12-ore-di-sebring-1960/). Pensiamo che ai lettori possano interessare altri montaggi realizzati alcuni anni or sono, che appartengono ormai a collezioni private. Si tratta di due Ligier JS2 di AMR-Voitures (Le Mans 1975 con motorizzazione Ford Cosworth e Maserati) e di tre Ferrari (365 GT/BB Sebring 1975 / Le Mans 1977 e 512BB-LM Le Mans 1981) montate da kit X-AMR.
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Dobbiamo dire che la gamma 1:43 di Solido, rilanciata proprio quest’anno in occasione del 90° compleanno del marchio, ci piace molto. Vi proponiamo stavolta l’Alpina B10 Biturbo (E34), uscita da poco in rosso e in blu metallizzato.
Innanzitutto un po’ di storia: sulla BMW Serie 5 modello E34, l’Alpina lavorò parecchio. La prima versione elaborata fu la B10 3.5/1, basata sulla 535i. Presentata nell’aprile del 1988, la vettura aveva il 6 cilindri in linea da 3430cc che sviluppava 254cv. Prodotta in 572 esemplari fino al dicembre 1992, la 3.5/1 è la B10 più comune, o per meglio dire meno rara. Nell’agosto del 1989 l’Alpina tornò sul motore 3430cc della 535i con una versione biturbo, forte di 360cv per una velocità massima di 290 km/h e un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 5″6. La B10 BiTurbo restò in listino fino al marzo 1994, con 507 esemplari venduti. Per completezza dobbiamo citare altre tre E34 Alpina, molto rare: due basate sulla 540i con i V8 da 3982 e 4619cc e quella a trazione integrale, basata sulla 525ix, denominata B10 3.0 Allrad, con motore 6 cilindri da 2997cc, che fu pure l’ultima Alpina B34 a uscire di produzione, nel maggio 1996.
Onore a Solido per un’altra scelta fresca e originale: la gamma attuale 1:43 assomiglia sempre più a quella di OttOmobile in 1:18 (che ha fatto la Hartge H5 col V12…), in un alternarsi sempre avvincente di vetture sportive e/o particolari. Aspettiamo con impazienza la Peugeot 306 S16 o la 106 Rallye phase-2.
Le linee e le forme del modello sono riuscite, con una buona verniciatura e la decorazione applicata in tampografia. Per il prezzo richiesto (20-25 euro a seconda dei negozi o supermercati) si tratta di un prodotto che può fare la sua figura anche senza particolari migliorie supplementari. Anzi, noi consigliamo di lasciarlo così com’è, visto che quello che deve esserci c’è e se andassimo a toccare questo o quell’altro dettaglio rischieremmo di ritrovarci fra le mani un ibrido senza né babbo né mamma. Il modello ha un suo tutt’altro che disprezzabile equilibrio.
Ovviamente certi dettagli risentono dell’esigenza di ridurre il costo finale: citiamo ad esempio l’insieme dei vetri, non eccezionali né per trasparenza né per pulizia, né tantomeno per finezza. Buona definizione per i cerchi, anche se trovare un esemplare con la corretta centratura del marchio Alpina in tutte e quattro le ruote è un po’ un’impresa. Il livello di montaggio è più che accettabile, anche se i compromessi necessari possiamo notarli osservano molto da vicino la sistemazione calandra-fari (vedi la prima foto sotto): tracce di colla, imprecisioni di allineamento o altri piccoli difetti possono saltare all’occhio. Del resto questo non è uno Spark (non che gli Spark siano esenti da magagne, anzi) e quindi per 20 euro – e non per settanta o ottanta – ci si può anche stare.
Gli interni sono il trionfo del nero e anche se non ci fossero probabilmente non ce ne accorgeremmo. In ogni caso il dettaglio è sufficiente senza essere lussuoso. Altri particolari sono consoni al prezzo del modello, come le superfici degli specchietti verniciate in alluminio e non riflettenti o i tergi in plastica che secondo noi non sono neanche malaccio quando hanno forme più importanti rispetto alle vetture anni settanta-ottanta.
In conclusione, un modello da comprare senza troppe remore, robusto e simpatico. Sperando che non faccia la fine di certi Norev.