Il Mondial de l'Auto a Parigi era l’appuntamento biennale imperdibile per gli amanti dell'auto. Ma dopo una pausa di quattro anni a causa del Covid e in un contesto di crisi di mercato, l'edizione che inizia oggi sembra davvero destinata a un flop senza appello. Non c'è entusiasmo per un evento che appare come minimo dimezzato: sono presenti solo i marchi francesi dei gruppi Renault e Stellantis, più sette o otto marchi cinesi, che in realtà sono piccole start-up. La manifestazione durerà una settimana (dal 17 al 23 ottobre) invece di quindici giorni. Produttori come Volkswagen, Toyota o Audi, raffreddati dal calo delle vendite, hanno evitato l'evento. La maggior parte dei modelli in esposizione sarà elettrica o ibrida, quindi meno appetibile per gli appassionati di meccanica. Ci saranno anche i veicoli a idrogeno, ma la produzione è tutt’altro che a punto, anche se in Europa il settore pare evolversi, seppur lentamente. Il Salone di Parigi spera di accogliere tra i 300.000 e i 500.000 visitatori, la metà rispetto alla scorsa edizione. La fine dell'auto così come l'abbiamo concepita in oltre un secolo è segnata. Presto le vetture saranno esclusivamente elettriche e magari verranno utilizzate a noleggio o in leasing. Con queste prospettive anche solo immaginare un salone dedicato a tal genere di veicoli suscita meno entusiasmo di una visita al reparto elettrodomestici di Trony.
Ferrari 512M Penske Watkins Glen Can-Am 1971
La gamma di kit Marsh Models in 1:43 alterna realizzazioni decisamente scadenti dal punto di vista delle proporzioni ad altre buone o ottime. Valido è il kit della Ferrari 512M, di cui in queste foto vi presentiamo la versione Watkins Glen Can-Am 1971 montata da Gualtiero Negri. La 512M del team Penske-White, telaio 1040, è fra le più conosciute. Protagonista della stagione 1971, mostrò un livello di competitività decisamente elevato, anche se non sempre supportato da un’affidabilità a tutta prova. La vettura prese parte, con Donohue e Hobbs, alla 6 Ore di Watkins Glen, valida per il Mondiale Marche, il 24 luglio 1971. Il giorno successivo si disputò la quarta prova del campionato Can-Am, cui parteciparono anche diversi concorrenti della 6 Ore, fra cui la 512M blu e gialla pilotata dal solo Donohue, che dovette ritirarsi per la rottura di un pistone.






Africa Eco Race e le sue profonde radici dakariane
Testo di Riccardo Fontana – foto delle ricognizioni Eco Race media
Nella giornata di ieri, alla presenza del Principe Alberto di Monaco, è partita la dodicesima edizione dell'Africa Eco Race, sottotitolata Monaco-Dakar, a voler un po' sottolineare quali siano le vere implicazioni e le vere radici di questa maratona africana.
Particolarmente nutrita la pattuglia tricolore, che vede in Alessandro Botturi e Maurizio Gerini le punte di diamante, decisamente in grado di puntare alla vittoria assoluta nella categoria moto.
Botturi in particolare, è un mezzo mito: ultra-quarantenne grosso e tarchiato, ex-rugbista, già top driver nel Mondiale Enduro a metà anni 2000, ha avuto una seconda parte di carriera nei Rally Raid di assoluto rilievo, fino a vincere le ultime due edizioni dell'Africa Eco Race disputate prima dello stop di due anni imposto (è proprio il caso di dirlo) dalla "pandemia".

Quest'anno è parte di un progetto diverso, meno convenzionale dati i tempi ma certamente in grado di fare tremare i polsi ai veri dakariani, quelli che seguivano i resoconti a mezzanotte su Italia 1 prima e su Sportitalia poi: lui e il suo compagno di squadra in Yamaha Factory Pol Tarres (altra manetta spaventosa proveniente da una famiglia di Dei del Trial) ri-porteranno al debutto una bicilindrica sulle strade africane, dando battaglia alle agili monocilindriche 450, e cosa succederà è tutto da vedere.
Ma facciamo un passo indietro: come siamo arrivati ad una gara che si chiama Africa Eco Race che arriva a Dakar e ad una gara che si chiama Dakar che si è corsa per più di una decade in Sudamerica e oggi in Arabia Saudita?
Ci siamo arrivati con un lungo percorso di disagio, marketing, e minacce terroristiche, che se vogliamo sono un po' tre termini per descrivere la stessa cosa: la Dakar, quella vera e africana, un grande classico ormai paragonabile solo a poche altre manifestazioni sportive come Indy, Le Mans o il Rally di Montecarlo, è andata avanti come un treno dal 31 dicembre 1978 fino al gennaio 2008, quando a causa di minacce terroristiche da parte di Al Qëda indirizzate alla carovana, ASO decise di dare contrordine e di annullare l'edizione in partenza, lasciando tutti a bocca asciutta.
Si pensò seriamente di smettere di organizzare la gara, ma visto il business non indifferente che generava si virò praticamente subito verso l'idea di spostarla verso lidi più "sicuri", e fu così che nel 2009 nacque la Dakar sudamericana.
Dakar, per l'appunto, perché si ritenne di mantenere il nome, legalmente detenuto dall'organizzazione: del resto, qualcuno pensa davvero che KTM, Mitsubishi e Volkswagen avrebbero investito milioni di euro per partecipare alla Santiago-La Paz-Tierra del Fuego? Ovviamente no, ma lo avrebbero fatto, come lo hanno fatto senza battere ciglio, per partecipare alla Dakar.
Le persone, già tredici anni orsono, erano abbastanza abituati ad ingollare di tutto senza farsi domande.
I percorsi sono cambiati, la Dakar ha iniziato a frequentare percorsi delimitati dal pubblico che seguiva i passaggi, una specie di gigantesco prologo di Cergy-Pontoise, e a lanciarsi giù da gigantesche dune di sabbia che, neanche troppo velatamente, facevano intravvedere in lontananza le maggiori autostrade sudamericane trafficate da milioni di impiegati e di camionisti.
Se a questo aggiungiamo regolamenti, almeno per le moto, allucinanti (l'obbligo di utilizzare moto monocilindriche da 450, di fatto derivate d cross, cioè l'antitesi esatta di ciò che ha sempre fatto la Dakar, con l'intento di limitare le velocità ma con l'unico risultato di rendere ancora più pericolose ed anacronistiche delle gare già segnate da troppi se e troppi ma) e le difficoltà sempre maggiori sollevate dai governi del nuovo mondo per permettere il passaggio della carovana anno dopo anno, capiamo come mai la Dakar, due anni orsono, sia ri-emigrata verso una nuova meta, l'Arabia Saudita.
Altro anacronismo senza né capo né coda, e non sono l'unico a pensarlo, come non ero l'unico a pensarlo quando avevo diciassette anni e vedevo la Dakar migrare in Sudamerica, perché come me la pensavano tre signori qualunque che corrispondevano ai nomi di Hubert Auriol, René Metge, e Jean-Louis Schlesser.
Tre veri, che per indole non potevano accettare l'idea di una maratona africana corsa in un altro continente, e che già in quel 2008, iniziarono a pensare di rifare la vera Dakar, pur senza poterne usare il nome, e fu così che nel 2009 nacque la prima edizione dell'allora Africa Race ("Eco" sarebbe stato aggiunto solo in un secondo tempo): pochissimi equipaggi al via (tra cui però Jean-Louis Schlesser, all'epoca ancora pilota, col suo buggy Ford) ma tanta sostanza, e sicuramente un bel ritorno alle origini, la rivincita della tenda nel deserto mentre gli altri dormivano ormai tutte le notti in hotel: ho poche certezze, ma Thierry Sabine avrebbe approvato, di questo sono abbastanza sicuro.
L'evento è cresciuto negli anni, nonostante la concomitanza con la Dakar sudamericana che monopolizzava l'interesse delle case ufficiali, fino ad arrivare all'ingresso delle prime case ufficiali, come la Yamaha, vincitrice delle ultime due edizioni con Alessandro Botturi, come dicevamo.
La Yamaha quest'anno è andata oltre: non solo ha organizzato una spedizione ufficiale in Africa, ma ha anche ritirato il team iscritto alla "Dakar", che fino ad oggi correva in parallelo a quello dell'Eco Race.
Non bastando questo, niente più 450 monocilindrico derivato dal motocross, ma una nuovissima bicilindrica di 700cc, l'XTZ 700 Ténéré World Raid, che è versione speciale e corsaiola (e regolarmente acquistabile da chiunque, niente prototipi) della moto più venduta in Europa negli ultimi tre anni.
E questo, per ricollegarci all'inizio, è un altro bellissimo trait d'union con gli anni ruggenti, quando Stephane Peterhansel era un motociclista e vinceva con la sua Yamaha bicilindrica blu battagliando con Edi Orioli con la Cagiva sponsorizzata Lucky Strike.
Non mancheranno partecipanti con mezzi "stravaganti", d'epoca ad esempio, come Alessandro Madonna, al via con una Yamaha del 1988, (altro parallelo con gli anni ottanta: chi non ricorda le Renault NN1 e le Traction Avant in partenza da Place de la Concorde?).
Saranno quindici giorni interessanti, che daranno anche la possibilità a molti appassionati di partecipare con la formula "Raid", ossia fuori classifica e senza i pezzi di percorso peggiori, che è un'ottima idea per non creare ansie inutili e non lasciare cataste di morti per impreparazione lungo il percorso: le corse le fanno i professionisti o comunque quelli buoni, gli altri possono sfidare sé stessi, ma senza esagerazione, e questo mi sembra decisamente un buon modo di affrontare il tema della sicurezza, e di questo bisogna fare un grosso plauso a Jean-Louis Schlesser, che questa formula l'ha pensata.
Non ho dubbi che arriveranno anche i costruttori di auto e di camion, qualora la Yamaha dovesse avere successo con la sua iniziativa, e forse sarebbe un piccolo tassello di "armonia del mondo" del mondo che torna al suo posto.
E ce ne sarebbe tanto bisogno...





Ferrari Challenge Trofeo Pirelli Europe
Il Ferrari Challenge Trofeo Pirelli Europe ha i suoi campioni. Dopo un’annata intensa e dopo cinque round sui sei previsti, le quattro classi della serie continentale del monomarca del Cavallino Rampante hanno celebrato i vincitori della stagione sul circuito del Mugello.
La classe regina del Ferrari Challenge ha preso decisamente una tonalità rosa. Dopo il successo di Michelle Gatting nel 2021, maturato proprio al Mugello durante il fine settimana delle Finali Mondiali, il Trofeo Pirelli ha visto quest’anno – e per la seconda volta dei suoi trent’anni di vita – il trionfo di un’altra rappresentante femminile, Doriane Pin, giovane francese nata vicino a Parigi ma trasferitasi ben presto a Nizza, che ha conquistato nel fine settimana i punti decisivi per festeggiare con un round di anticipo il titolo nella serie. Un successo giunto proprio sotto lo sguardo emozionato di Michelle Gatting, oltre a quella delle altre compagne di Iron Dames, Sarah Bovy e Rahel Frey.
Se Gatting e Pin hanno alzato la coppa entrambe sul circuito di Scarperia, la francese ha conquistato la matematica certezza del titolo con un round di anticipo rispetto alla compagna. E con una striscia di ben otto vittorie – finora – rispetto alle tre della danese un anno fa; dieci pole rispetto a cinque e sette giri veloci a quattro: un dominio, quello della francese, ancora più netto della compagna e che fa ben sperare per la sua carriera.
Oltre alla Gatting quale spettatrice interessata, un altro gradito ritorno, questa volta in pista, ha caratterizzato il round italiano. Grandi emozioni e tanti ricordi ha suscitato la partecipazione di Emanuele Maria Tabacchi, vincitore nel 2019 e nel 2020 e campione delle Finali Mondiali nella prima delle due annate citate. Saluti e abbracci con tutta la famiglia di Corse Clienti e prove consistenti che fanno sperare in un ritorno più continuativo. Tabacchi non ha nascosto il suo entusiasmo nel tornare a correre, anche perché poca soddisfazione dice di aver provato nell’utilizzo del simulatore nel periodo che ha trascorso lontano dai cordoli: “La pista è un’emozione unica”. Dopo il quarto tempo nelle prime qualifiche, il portacolori di Rossocorsa è stato protagonista delle prime fasi di Gara 1 per poi retrocedere nella pancia del gruppo. Domenica, invece, un ottimo sesto posto dopo il quarto tempo delle qualifiche.
Un dominio quello di Ange Barde nel Trofeo Pirelli Am che l’ha portato a conquistare il titolo 2022 grazie a dieci vittorie, sette pole position e nove giri veloci in gara, spezzando la resistenza di Marco Pulcini (sfortunato in Gara 1 al Mugello coinvolto in un incidente senza fortunatamente conseguenze che l’ha comunque escluso dalla contesa) e di Nicolò Rosi (ritirato in Gara 2), che si sfideranno a Imola per i restanti piazzamenti sul podio.
Per il francese di SF Côte d’Azur Cannes – IB Fast si tratta del quinto titolo continentale nel Ferrari Challenge dopo quelli ottenuti nel 2001, nel 2003, nel 2004 e nel 2006, oltre ai secondi posti nel 2002, nel 2005, nel 2007 e, dopo anni di distacco, al terzo posto al rientro nel 2021. “È straordinario vivere questo ambiente – racconta – e voglio davvero ringraziare tutti coloro che organizzano questo campionato in modo impeccabile e chi è al mio fianco e i miei partner”.
Dopo i festeggiamenti di sabato, Barde non ha perso concentrazione portando a casa la decima vittoria stagionale in Gara 2, ma soprattutto lanciando la sua sfida alle Finali Mondiali di Imola. “È un circuito che amo, molto tecnico che ha grande fascino e storia a partire dall’intitolazione a Enzo e Dino Ferrari – dice Barde –. Apprezzo molto anche il circuito del Mugello e, a parte il mio affetto per il Paul Ricard che considero la pista di casa, penso che questo tracciato in Toscana sia uno dei migliori al mondo”.
L’aria di casa fa bene ai piloti italiani che sono stati grandi protagonisti al Mugello. Non solo il ritorno di Tabacchi, ma il circuito toscano ha assistito al debutto assoluto nel campionato del giovane Nicola Marinangeli del team CDP. Il diciannovenne di Foligno non ha mostrato timore alcuno lottando nelle prime posizioni per diversi tratti di gara per poi concludere con un doppio settimo posto nel Trofeo Pirelli.
Primo successo invece, dopo il podio di Hockenheim, per Eliseo Donno (CDP – Best Lap) che ha conquistato Gara 1 con il miglior tempo sul giro di 1’51”337, mettendosi alle spalle Thomas Neubauer (Charles Pozzi Courage) e Doriane Pin che il giorno dopo avrebbe vinto il titolo. Prova più sfortunata, la seconda, per Donno che dopo il terzo posto delle qualifiche, è autore di un’uscita di pista che lo toglie dalla lotta per la vittoria.
Nella Coppa Shell Am, primo podio stagionale per un ottimo Paolo Scudieri (Sa.Mo.Car), terzo in Gara 1 a soli 4 secondi dal vincitore e neo campione di classe Alexander Nussbaumer (Gohm Motorsport – Herter Racing).
La Toscana registra infine il primo punto stagionale del sempre presente Pino Frascaro (Kessel Racing) che ha portato la sua Ferrari 488 Challenge Evo all’ottavo posto in Gara 2 di Coppa Shell Am.
Aleggia sul paddock del Mugello il pensiero delle imminenti Finali Mondiali. C’è chi del circuito emiliano è un habitué come Ange Barde e chi al contrario lo ha affrontato, sinora, soltanto al simulatore, come Luka Nurmi di Formula Racing (“È uno dei miei preferiti ed è leggendario” ci dice), ma tutti ne riconoscono il grande fascino che gli è dato già dall’intitolazione a Enzo e Dino Ferrari e tutti hanno un obiettivo: “Alla Finali Mondiali c’è un solo obiettivo, vincere e cercherò di fare il bis del successo dell’anno scorso” continua Nurmi. “È il circuito della mia prima gara nel Ferrari Challenge e voglio lottare per il podio alle Finali Mondiali”, dice Roman Ziemian (FML – D2P).
Il 1996 della Forti in Formula 1
Una Nazionale italiana dei motori. Questa era la Forti Corse agli albori del Mondiale di Formula 1 del 1996, complici i piloti Andrea Montermini e Luca Badoer con l’ex manager della Ferrari Cesare Fiorio presente in organico unitamente a validi tecnici battenti bandiera tricolore. Per il mitico team di Alessandria che lanciò tanti talenti del motorsport nelle formule addestrative la stagione iniziò con la FG01 in versione B nell’attesa che fosse pronta, inizialmente solo per Badoer dal Gran Premio di San Marino a Imola, la nuova FG03 progettata sotto la direzione tecnica dell’ingegnere britannico George Ryton. La “sliding door” della Forti è probabilmente nel Gran Premio di Monaco 1996 vinto da Olivier Panis su Ligier, circostanza in cui a vedere il traguardo sono un manipolo di vetture tra le quali purtroppo non compare nemmeno una FG03.
Un’occasione persa perché in una gara così pazza, fortemente funestata dalla pioggia, persino un piazzamento a punti avrebbe potuto essere alla portata dei sempre generosi Badoer e Montermini. Dal weekend della Spagna arriverà quindi la Shannon, fantomatica finanziaria irlandese entrata nella proprietà della squadra che condurrà la compagine di Guido Forti alla chiusura del programma Formula 1 con buona pace della nuova livrea che avrà di conseguenza vita breve nel Circus iridato.
Motorphone TV, il canale YouTube di Ermanno Frassoni, ha chiesto a Montermini di ripercorrere il 1996 della Forti in Formula 1 che grazie alla bontà di base del progetto FG03 avrebbe meritato ben altra fortuna.


Con il pilota originario di Sassuolo si è parlato anche del 1993 vissuto dall’Andrea Moda nelle vesti di sponsor del team Euromotorsport in Formula IndyCar, annata che vide lo stesso Montermini conquistare un magnifico quarto posto sul circuito cittadino di Detroit, Michigan, proprio sfoggiando gli inconfondibili colori dell’azienda di calzature Andrea Moda, fuoriuscita come noto in modo turbolento dalla Formula 1 nel weekend del Gran Premio d’Italia a Monza nel 1992.
Il budget cap e le autoreggenti rosa
di Riccardo Fontana
Viviamo in un mondo perverso sotto mille e mille aspetti, un mondo in cui si ha sempre più l’idea, che sfocia a tratti in certezza, di un generale smarrimento della trebisonda.
Non voglio entrare in meriti riguardanti guerre, minacce nucleari, sanzioni o “terrificanti” campagne vaccinali: a tal riguardo ne ho i testicoli sublimati, ogni mattina li ritrovo sotto forma di rugiada depositati sulle mie pantofole, e pertanto non intendo scriverne per il vostro terrificante tedio.
Però, un aspetto “leggero” di questo impazzimento generale voglio affrontarlo, pertanto parliamo di motorsport.
Vi sembra normale quello che stiamo vedendo da qualche anno a questa parte?
Partiamo dal fondo: l’affaire Red Bull-Budget cap.
Sappiamo tutti com’è andata: a Milton Keynes hanno sforato il budget cap 2021 di dieci milioni di euro (a titolo esemplificativo, l’intero sviluppo aerodinamico per una stagione di un Top Team si aggira sui quattro milioni), asserendo, quando li hanno pescati con le mani nella marmellata di avere speso il surplus che veniva loro imputato per “catering e malattia del personale”.
Ora, mi rendo conto che certe bevande, tipo la Red Bull appunto, siano molto costose, ma se le produci tu direi che…
Quale tipo di sanzione parrebbe la più gettonata da parte della federazione per questa piccola infrazioncina? Una multa pecuniaria.
Prendete nota: un team reo di aver speso troppo viene punito con una sanzione pecuniaria.
Ma vi immaginate che bello? È come andare dal dietologo, e sentirsi dire “guardi signor Fontana, lei deve perdere 10 kg, quindi per i prossimi mesi l’attende un ferreo regime alimentare a base di sugna, ciccioli e porchetta. E molto sugo da bere durante i pasti”.
Follia o no? Certo che si, ma più ancora di questo è il sistema del Budget Cap ad essere folle: noi imponiamo un tetto di spesa alla massima serie motoristica, punta di diamante da sempre della ricerca e simbolo di opulenza per sua stessa definizione, nel contesto di un mondo che non è nemmeno in grado di mettersi d’accordo per mettere un tetto al prezzo del gas.
Politically Correct casuale, che è il vero nemico del mondo, e prima ancora del buon senso.
Poi c’è il lato sportivo, perché è innegabile che i piloti non possano più fare niente, trovandosi completamente castrati da regolamenti terrificanti, applicati da un banda di vigili urbani mancati, che se anche sono stati piloti in un passato remoto tendono troppo spesso a dimenticarsene.
Resisti ad un sorpasso? 5 secondi di penalità.
Tagli una linea con mezza ruota? Dieci secondi.
Rompi un motore? Dieci posizioni in griglia.
Ma santa pazienza, che colpa ne ho io pilota se si rompe un motore?
La gente è affascinata dallo scontro fisico, dal rugbysmo da mischia, da quello che ti butta fuori e da te che il giro dopo lo butti fuori peggio, i processi non li vuole vedere, perché la gente della burocrazia ha l’ansia, e sicuramente non ci si vuole ammorbare la domenica pomeriggio.
Le corse sono improvvisazione e rischio: se vado al casinò e perdo un sacco di soldi alla roulette, all’uscita nessuno me li ridà, e questo deve rimanere un concetto ben chiaro.
Io immagino a volte “il più grande della storia”, sempre pronto a tirare la giacchetta via radio ai commissari (non faccio nomi) a correre con Mansell, Piquet e Senna (Gilles nemmeno lo menziono, l’idea di lui assieme a certa gente mi disturba troppo, vale anche per Mansell in effetti, ma ormai l’ho scritto), e ad invocare via radio (che non c’era, viva Dio) sanzioni e penalità per gli altri: Piquet gli avrebbe appiccicato delle autoreggenti rosa fuori dal motorhome così sulla fiducia, e Mansell l’avrebbe trucidato a colpi di chiave inglese, e sarebbe stato giusto, perché la lirica è una cosa e le corse sono un’altra.
Guardavo, poco tempo fa, un gran bel documento relativo alla stagione endurance 1972, The Speed Merchants, in cui si faceva un breve excursus temporale negli anni trenta lamentando che, rispetto ad allora, le corse del 1972 erano troppo professionali, aride ed asettiche per scatenare gli entusiasmi popolari.
Alla luce di ciò, e paragonando il 1972 al 2022, tremo all’idea del 2072…
Le novità 1:43 Solido di ottobre
Decisamente lanciata nell’1:18, Solido non trascura però l’1:43, scala sui cui ha scommesso di nuovo in questo 2022. Per ottobre sono in arrivo altre due novità: la Citroën CX GTi Turbo II in grigio scuro metallizzato o rosso metallizzato e la Nissan GT-R (R35) LB Silhouette nelle livree JPS e Calsonic.




Il calendario 2023 del circuito di Le Mans
E’ stato reso noto oggi il calendario completo 2023 del circuito di Le Mans. L’evento clou sarà naturalmente la 24 Ore, prevista per il 10-11 giugno, mentre la giornata test si svolgerà la domenica precedente. La 24 Ore moto, sempre apprezzata dal pubblico, precederà il GP de France Moto, in programma dal 12 al 14 maggio, la millesima gara nella storia della MotoGP. Torna per il secondo anno consecutivo la Le Mans Classic, dove continueranno i festeggiamenti del centenario della 24 Ore. Appuntamento a fine settembre con la 24 Ore camion.
17-19 marzo: Exclusive Drive
18-19 marzo: Championnat de l’Ouest – Bretagne Pays de la Loire
25-26 marzo: Championnat de France Superbike
28-29 marzo: Pre-Test 24 Ore Moto
31 marzo-2 aprile : Fun Racing Cars
13-16 aprile: 24 Ore Moto
6 maggio: Rallye de la Sarthe Moto
12-14 maggio: Grand Prix de France Moto
4 giugno: giornata test della 24h di Le Mans
6-11 giugno: 24 Ore di Le Mans
29 giugno-2 luglio: Le Mans Classic
8-9 luglio: 24 Ore Rollers
15-16 luglio: 23h60
25-29 luglio: Rotax Max Challenge Karting (International Trophy)
19-20 agosto: The Big Car Show
26-27 agosto: 24 Ore ciclistica
7-10 settembre: Euro Challenge IAME (Karting)
23-24 settembre: 24 Ore Camion
10-15 ottobre: International World Final IAME (Karting)
13-14 ottobre: Porsche Sprint Challenge
21-22 octobre : Inter Écuries – Slalom ACO
10-12 novembre: Trophée Tourisme Endurance
11 novembre: 6 Ore Evo Kart

La livrea definitiva della BMW M Hybrid V8 LMDh
Presentiamo le foto della livrea definitiva della BMW M Hybrid V8 di classe LMDh che correrà in IMSA dal 2023. La vettura è stata ufficialmente presentata al Petersen Museum a Los Angeles. Sono stati annunciati anche i quattro piloti principali: Connor De Phillippi, Philipp Eng, Augusto Farfus e Nick Yelloly. Le M Hybrid V8 debutterà alla 24 Ore di Daytona di fine gennaio; in quell’occasione sarà della partita anche Colton Herta, pilota IndyCar.











Di generazione in generazione
Testo e foto di Riccardo Fontana
Da sempre, la comparsa sul mercato (e la conseguente repentina dispersione) di importanti collezioni è un po’ il sale con cui tutti noi, prima o poi, abbiamo finito per soddisfare i nostri famelici appetiti collezionistici.
Ciò è, per l’appunto, un dato di fatto abbastanza immutabile, nel senso che da quando è nato il concetto stesso della collezione di automodelli in scala ci sono stati il commerciante o la casa d’aste di turno che hanno ritirato, non si sa mai bene dove e non si sa mai bene da chi, la collezione di giocattoli in latta piuttosto che di Dinky o di Mercury, e senza nessun tipo di problema l’hanno rivenduta al dettaglio a frotte di appassionati “sbavanti”, rapidamente e con grande cresta sull’investimento iniziale, che solitamente è tanto più contenuto quanto più è estesa la collezione che si ritira.

Questo primo scampolo di riflessione porta già in superficie un primo spunto assai interessante: in primis furono le collezioni di giocattoli in latta (chi non ricorda le monumentali Renault marchiate CIJ o i famosissimi e da sempre iper-inflazionati Jouets Citroën? E questo solo per tacere di istituzioni ancora più sacre come l’Alfa P2 Grand Prix, datata 1925, sempre di casa CIJ, che è un must da quando tanti di quelli “vecchi” del settore non erano ancora stati messi in cantiere dai rispettivi genitori), poi venne l’ora dei Tootsie e dei Dinky, prima quelli pre-war e poi, via via, tutti gli altri fino alla Serie 1400, fino ad arrivare alle collezioni di obsoleti più recenti, dai Mercury ai Politoys passando per gli Ediltoys, che uscivano in negozio quando alcuni dei primi Dinky erano già famigerati pezzi da collezione ricercatissimi e passati di mano per piccoli capitali.





Ciò ci dice senza ombra di dubbio che le collezioni che per vie più o meno traverse arrivano ad esporsi al pubblico appetito sono sempre più “giovani”, e l’ennesima riprova di tutto ciò è il recente fiorire di una grandissima quantità di speciali montati (anzi, molto ben montati) riconducibili al periodo tra la metà degli anni ’70 e l’inizio dei ’90.
I più assidui frequentatori dei negozi che ancora sopravvivono, soprattutto nel milanese, lo avranno senza dubbio potuto toccare con mano: dopo decenni in cui i montati “buoni” per non dire “ottimi” c’erano sì, ma erano merce parecchio rara, solitamente riservata alle maggiori mostre scambio del settore e passata di mano in via quasi confidenziale, oggi capita alquanto spesso di imbattersi in vere e proprie cataste di Starter, Provence Moulage, Graphyland, MRE e perfino AMR, splendidamente montati e proposti a prezzi “stracciati”.




Perché questo? Molto semplicemente, e se posso permettermi anche assai brutalmente, perché il tempo passa, e i collezionisti prima invecchiano, e poi (i casi della vita…) capita addirittura che si ammalino e che muoiano: semplicemente, prima sono morti i collezionisti di giocattoli in latta, poi quelli dei primi Dinky, e adesso sta arrivando l’ora di quelli che erano trent’anni a metà anni settanta, che comunque ridi e scherza, non sembrerà, ma veleggiano anche loro per le ottanta primavere.




Trovo che tutto ciò sia tristissimo, ma questa è una constatazione, e spiega benissimo ciò che succede in questo periodo.
Questo porta inevitabilmente alla seconda riflessione, ancora più pesante e pericolosa per il morale della prima: cosa succede alle nostre collezioni quando ce ne andiamo?
Ancora più brutalmente rispetto alla prima argomentazione: a meno di non esserci sposati ad un angelo con la nostra stessa passione, e/o ad aver cresciuto dei figli (ammesso di averne avuti) animati dal nostro stesso fuoco, le nostre amate collezioni, veri e propri pezzi della nostra vita costruiti con tanto amore e tanto dispiego di mezzi finanziari, sono destinate ad essere svendute per due lire, letteralmente due lire, a qualche negoziante che le rivenderà per quattro lire.
E questo nel migliore dei casi, perché nel peggiore… Avete presente quei volantini nei mercatini che recitano “svuotacantine-prezzi modici”? Ecco, ma francamente non mi va di parlarne perché tremo alla sola idea.



Questo è il lato triste e decadente della faccenda, quello più “allegro” è relativo al fatto che, per un po’, potremmo rischiare di imbatterci in bei montati di pregio a prezzi da edicolosi cinesi, e onestamente è tutta manna dal cielo.

È un po’ come trovarsi di fronte ad una collezione di Spark usati, solo che 1) non li puoi ordinare ma hai il piacere della scoperta, che è molto meglio di ordinare un modello a mezzanotte col pigiamone di flanella, 2) sono modelli con mille volte il fascino di uno Spark montato da un cinese senza faccia, 3) ci si appropria di un pezzo di vita di un nostro “fratello” ridandogli dignità, e 4) si gode del contatto umano, perché solitamente si trovano in negozi fisici.
Chissà, magari, ma direi sicuramente, un giorno tra quarant’anni parleremo delle collezioni di Spark o di Minichamps, ma il tempo è ancora ben lontano.


