FIA-WEC: Ferrari si conferma campione del mondo piloti e costruttori

Alessandro Pier Guidi, James Calado e Ferrari ottengono il secondo titolo mondiale consecutivo nel FIA World Endurance Championship. Il risultato è stato ottenuto al termine della 8 Ore del Bahrain, vinta dai compagni di squadra Miguel Molina e Antonio Fuoco, al volante della Ferrari numero 52 di AF Corse. L’ultima stagione per le vetture della classe LMGTE Pro nel mondiale endurance si chiude così nel migliore dei modi per il Cavallino Rampante che, con la 488 GTE, ha ottenuto 4 titoli iridati costruttori (2016, 2017, 2021 e 2022) e 3 piloti con James Calado e Alessandro Pier Guidi (2017, 2021 e 2022). Per Ferrari si tratta del 16mo titolo iridato di classe nella storia delle corse endurance, ottenuto nell’ultima gara che ha visto protagonista la 488 GTE nella principale classe per le granturismo derivate dalla serie.

LMGTE Pro. La 488 GTE di Fuoco e Molina si era portata a condurre la corsa a due ore dal termine quando la vettura di Calado, al momento in testa, aveva accusato un problema al cambio. Alla bandiera a scacchi è seconda la Corvette di Tandy/Milner, staccata di 50’’, e quinta la Ferrari numero 51 di Alessandro Pier Guidi e James Calado, con il pilota italiano al volante nell’ultimo stint con l’imperativo di gestire al meglio la vettura, consapevole che soltanto un risultato nella top 5 e un contestuale successo dei compagni di squadra sarebbe valso il successo iridato.

Il quinto posto permette al duo italo-britannico di confermarsi campione del mondo nella classifica piloti al termine di una prova che ha dato risalto al lavoro della squadra per un finale di stagione destinato a rimanere nella storia. Pier Guidi e Calado ottengono il terzo alloro nel mondiale endurance, mentre la prima vittoria di sempre nel WEC siglata da Fuoco e Molina consente loro di concludere l’annata al terzo posto nella graduatoria piloti.

LMGTE Am. Nella classe riservata agli equipaggi composti anche da gentlemen driver termina terza la Ferrari 488 GTE numero 85 delle Iron Dames, con Rahel Frey, Michelle Gatting e Sarah Bovy, al terzo podio in stagione dopo i secondi posti al Fuji e a Spa-Francorchamps, che concludono a 18’’839 dalla Porsche numero 46. Nella top-10 figurano anche le 488 GTE numero 54 di AF Corse con Thomas Flohr, Francesco Castellacci e Nick Cassidy, settimi al traguardo, e la numero 60 di Iron Lynx affidata a Claudio Schiavoni, Matteo Cressoni e Giancarlo Fisichella, nona. Undicesima la 488 GTE numero 21 di AF Corse affidata a Simon Mann, Christoph Ulrich e Toni Vilander; tredicesima la vettura del team Spirit of Race di Franck Dezoteux, Pierre Ragues e Gabriel Aubry.

Il saluto della 488 GTE. Il sesto round del FIA WEC 2022 ha rappresentato l’ultimo appuntamento della 488 GTE nella classe principale riservata alle derivate dalla serie, la LMGTE Pro, nella quale gareggiano gli equipaggi ufficiali della Casa di Maranello.

La vettura aveva fatto il proprio debutto nel gennaio 2016 in occasione della 24 Ore di Daytona valida per la serie Imsa. Nel corso di sette stagioni la 488 GTE ha conquistato 14 campionati e 51 vittorie di classe. In questo ruolino di marcia spiccano gli oltre 30 successi ottenuti nel WEC, tra i quali con il team AF Corse i 4 titoli costruttori (2016, 2017, 2021 e 2022) e i 3 titoli piloti, con Alessandro Pier Guidi e James Calado (2017, 2021 e 2022); mentre alla 24 Ore di Le Mans, la corsa di durata più celebre inserita nel Campionato del mondo, la vettura del Cavallino Rampante ha collezionato il primo posto in LMGTE Pro nel 2019, e i successi sia nella medesima classe sia nella LMGTE Am nel 2021.

Antonello Coletta: “Siamo davvero contentissimi per questa ennesima, grande vittoria, con due titoli mondiali che arricchiranno la nostra già ricca bacheca a Maranello. È stata la migliore conclusione possibile per il ciclo della LMGTE Pro, una categoria che ci ha visto protagonisti con il maggior numero di vittorie e con grandi prestazioni da parte dei nostri piloti e delle vetture. Anche oggi, al netto del problema tecnico avuto con la 51, stavamo dominando anche questa gara. È stata una grande vittoria, di squadra, come sempre. Il primo successo nel FIA WEC di Molina e Fuoco è il giusto premio per un equipaggio in grado di disputare una grande stagione, conclusa sfiorando il secondo posto in classifica ed evidenziando prestazioni di livello. Il terzo titolo di Pier Guidi e Calado, è un attestato al loro talento. Abbiamo il privilegio di poter contare su equipaggi che collaborano in maniera ottimale e i risultati lo dimostrano”.

James Calado: “Una gara ricca di emozioni opposte: quando sono rientrato al box consapevole del problema al cambio ero molto affranto. Poi quando Alessandro è salito a bordo ed è riuscito a guidare un’ora e mezza con la quinta marcia inserita il tempo sembrava non passare mai. È fantastico aver vinto il terzo titolo mondiale e confermaci campioni costruttori, un onore per tutta la squadra. Sono felicissimo per tutti, per il grande lavoro che abbiamo fatto a Maranello e in pista”.

Alessandro Pier Guidi: “Non so come descrivere le emozioni provate in questa gara. Quando sono salito per l’ultimo stint non sapevo se sarei riuscito ad arrivare alla fine, volevo portare la macchina al traguardo. Finalmente quando ho visto la bandiera a scacchi è stato come scorgere un’oasi nel deserto. Penso che la chiave del successo quest’anno sia stata la capacità di ottimizzare ogni gara, senza lasciare un solo punto sul tavolo, e questa determinazione è alla base di questa vittoria. Ringraziamo tutta la squadra Ferrari”.

Antonio Fuoco: “Sono molto contento del risultato, la nostra prima vittoria nel Mondiale Endurance, e per tutto il team, con il quale voglio congratularmi perché durante la stagione ha fatto un grandissimo lavoro”.

Miguel Molina: “Abbiamo fatto una bella gara mostrando di avere un buon passo e riuscendo a gestire al meglio le gomme, senza dubbio un punto forte della nostra 488 GTE. Sono felice, non solo per essere salito sul gradino più alto del podio per la prima volta nel WEC, ma soprattutto per aver contribuito a un secondo titolo costruttori di fila. Abbiamo fatto un grande lavoro”.

III Borsa di scambio alla Moutade (Chambaron sur Morge)

Si è tenuta oggi la terza edizione della Borsa di scambio alla Moutade (comune di Chambaron sur Morge), organizzata dall’Association Trésors d’O Temps Jadis Patrimoine & Traditions con l’appoggio di Limagne Miniatures. Si tratta di una delle abbastanza numerose manifestazioni del territorio adiacente a Clermont-Ferrand che spesso riservano piacevoli sorprese per gli appassionati. A differenza dell’Italia, in Francia “piccolo” non significa “scadente”.

Una borsa come quella della Moutade, ad esempio, avrà avuto forse pochi espositori (meno che a Moulins o a Dompierre-sur-Besbre, per citare altri eventi sul territorio) ma cercando e senza neanche sforzarsi più di tanto, si potevano trovare pezzi di ottimo livello, fra cui una collezione di kit Record, FDS, Mini Racing e altre marche a prezzi ridottissimi, accanto a cose intriganti come Sport Cars, Silhouette e quant’altro. Notevole anche una raccolta di camion Tekno anni ottanta.

Come sempre accade in Francia, anche i Solido tradizionali (fine serie 100, GAM…) erano rappresentati in numeri più che dignitosi, con prezzi abbordabilissimi per esemplari perfetti con scatola quasi intonsa.

Nel cortile antistante la sala dove si è svolta la borsa c’è stato anche un mini-raduno di vetture d’epoca e youngtimer. Per chi desiderava fare uno spuntino erano a disposizione due banchi con torte, biscotti e bevande.

Consiglio del giorno: a questo tipo di manifestazioni si deve necessariamente arrivare passando per le strade nazionali e dipartimentali, godendosi appieno la soleggiata campagna d’autunno.

FIA-WEC: in Bahrein la Toyota celebra il titolo con una doppietta

Toyota Gazoo Racing took a conclusive 1-2 finish in the BAPCO 8 Hours of Bahrain, with the No. 7 Toyota GR010 Hybrid of Mike Conway, Kamui Kobayashi and Jose Maria Lopez winning the race from the No. 8 car.

But it was Sebastien Buemi, Brendon Hartley and Ryo Hirakawa that took the FIA World Endurance Championship drivers’ title by finishing second and making it four consecutive titles for the Japanese manufacturer in the WEC.

While Hartley and Buemi won their 3rd titles, with the Kiwi  becoming first driver to win championships with two marques after his successes with Porsche, Hirakawa won the title in his debut WEC season

The No. 8 crew began the race from pole one point ahead in the standings over the No.36 Alpine A480 Gibson of Andre Negrao, Nico Lapierre, and Matthieu Vaxiviere.

Toyota switched the positions of their cars as the No.7 Toyota GR010 Hybrid then driven by Mike Conway seemed to have quicker overall pace.

Kamui Kobayashi extend the gap to the No.8 car during his stints at the wheel and it was Conway who took the chequered flag 45-seconds ahead of their stablemates.

Alpine ELF Team entered the race just a point behind the No.8 Toyota crew but despite running third it didn’t have the pace to worry the Toyotas on the track and ended the race two laps adrift in third position.

The French manufacturer was undertaking its final race in the Hypercar class until the 2024 season.

The two Peugeot TotalEnergies Peugeot 9X8s entries showed strong pace throughout the Bahrain weekend but ultimately were unable to sustain a challenge at the front.

The No.94 entry of Loic Duval, Gustavo Menezes and Nico Mueller took fourth place, while the sister car of Jean-Eric Vergne, Mikkel Jensen and Paul di Resta was forced to retire after several track stoppages due to a suspected electronic issue in the gearbox.

LMP2 – WRT’s Win and Jota’s Title

Sean Gelael, Robin Frijns and Rene Rast raced to Team WRT’s  second consecutive WEC victory, while the No.38 JOTA trio of Antonio Felix da Costa, Roberto Gonzalez and Will Stevens took a memorable LMP2 title.

The No. 31 Oreca 07 Gibson claimed the lead midway through the third hour when Rast put a move on the then leading No. 22 United Autosports Oreca driven by Phil Hanson.

Hanson’s teammate Filipe Albuquerque had dominated the race from the start, passing the pole-sitting Realteam by WRT car of Ferdinand Habsburg on the opening lap. But it came at a slight cost as the Portuguese racer was adjudged to have taken the lead by abusing track limits.

WRT consolidated their lead when Rast and then Frijns extended it to control the ultra-competitive class.

While the No.22 United Autosports USA car faded, the sister No. 23 car of Alex Lynn, Oliver Jarvis and Josh Pierson took second position after a fine race.

Da Costa, Gonzalez and Stevens completed the podium in the No. 38 JOTA Oreca, which was enough for the trio to capture the points needed to clinch the LMP2 title. It meant they added the crown to their 24 Hours of Le Mans victory they earned in June.

The LMP2 Pro/Am winners and 2022 champions were confirmed as Francois Perrodo, Nicklas Nielsen and Alessio Rovera in the No.83 AF Corse Ferrari. They had a late race scare with a splash-and-dash fuel stop but it wasn’t enough to derail their success.

Ferrari 206S Dino Baker Racing 12 Ore di Sebring 1967

Dopo la stagione 1966 con Schroeder, la Dino 206S telaio 008 passò di mano e finì al Fred Baker Racing, a Miami. Nel 1967 la 008 disputò sia la 24 Ore di Daytona sia la 12 Ore di Sebring, iscritta dal NART ma gestita appunto da Baker. Presentiamo in questa pagina una elaborazione di Gualtiero Negri su base Remember Models (resina, 1:43, disegno decals a cura di Edo3000v6 di Edoardo Gallini), nella versione Sebring 1967. In quell’occasione la vettura fu pilotata da Charlie Kolb e Ed Crawford.

Scala reale: tutti i modelli dell’Imperatrice d’Austria

di Riccardo Fontana (testo e reperimento foto) / redazione David Tarallo

La KTM è stata, per chi era “in età” negli anni ’70 (e anche un po’ dopo, per un certo pubblico sportivo e fangoso il mito si è mantenuto intatto nel tempo fino ad oggi) qualcosa di davvero grande.

“Il K”, come veniva affettuosamente e un po’ timorosamente chiamato, si era fatto in brevissimo status symbol, come i Ray-Ban, la Lacoste, gli stivaletti Barrow, e i Levi’s.

Due i modelli fondamentali creatori del mito, il primo fu il GS 125 a motore Sachs, nato nel 1971, che fu vero fenomeno di costume (in certe zone d’Italia, davanti ai licei, c’era chi si segnava la targa per trovare il suo…) e il secondo, diretta conseguenza del primo (e soprattutto del raggiungimento della maggiore età dei suoi proprietari) fu il 250 GS, uscito nel 1973 e assunto a piena maturità nel 1974, che si sarebbe guadagnato il soprannome di Imperatrice d’Austria.

Niki Lauda su un 250 nel 1973, con la giacca Marlboro-BRM

Il KTM 250 GS, derivazione del 175 a motore KTM del 1971 (che fu sempre moto di nicchia), fu la prima moto costruita direttamente per le corse di regolarità: potentissimo, rude, colmo oltre l’orlo di materiali nobilissimi (magnesio, avional, alluminio e vetroresina a profusione, dove altrove c’era dell’allegro ferraccio nero in quantità industriali) ed esteticamente meraviglioso, non condivideva una singola vite con un mezzo utilitario, fatto questo che lo distanziava decisamente dalla concorrenza, fu il primo mezzo veramente competitivo a disposizione dei privati che volevano cimentarsi nelle corse: chiunque con lui, e col suo fratello maggiore e ancora più imponente, il 400 GS (il celebre “Duca Bianco”, dal colore che ne contraddistingueva serbatoio e fianchetti, perché in KTM ogni cilindrata aveva il suo colore caratteristico) poteva dire la sua, ed in molti dissero la loro in effetti: nel 1974 ci fu il primo Campionato Europeo Regolarità vinto da un italiano, Imerio Testori, nella classe 500, seguito l’anno dopo da quello di Alessandro Gritti nella 250, e da un’infinità di altri negli anni a seguire.

Markku Alen su un 250 nel 1981

Le radici del mito, in un’epoca in cui la passione giovanile non era meschinamente rivolta a nail art e monopattini elettrici, erano piantate, e in moltissimi si vollero accaparrare il K duemmezzo (per questioni di iva e di oggettiva esagerazione prestazionale, il 400 attecchì sempre molto meno).

In moltissimi, in realtà, che piloti si sentivano senza esserci, si limarono quasi istantaneamente le terga e il parafango posteriore sull’asfalto davanti al liceo per l’esuberanza estrema del mezzo, e questo non fece che accrescerne l’aura di mezzo maschio e virile, perché tutti gli appassionati sono attratti da ciò che è difficile, specie se ammantato di vittorie sportive.

Naturalmente, in un’epoca in cui il modellismo era una grande e sana passione largamente condivisa da moltissimi ragazzi, non potevano mancare le riproduzioni in scala del “K”.

Il 250 del 1976 del padre dell’autore di questo articolo, estate 1977

Per primo arrivò un bellissimo kit in scala 1:9 firmato Protar, riproducente la versione da cross del 250, campione del mondo motocross classe 250 nel 1974 col colonnello dell’Armata Rossa Gennadij Moiseev (che di mondiali col 250 ne vinse tre in quegli anni), ed era il classico modello Protar bellissimo, fedele, nobilitato da molte parti funzionali, ma anche abbastanza ostico da montare per i più, e in un certo modo guastato da una qualità della plastica abbastanza inadeguata, che tendeva a fare reagire malamente le parti a contatto con la gomma.

Praticamente in contemporanea, la spagnola Guiloy fece una copia die-cast leggermente semplificata del Protar, che declinò inizialmente come “175 GS”, come veniva annunciato a catalogo.

Il KTM cosiddetto 175 GS della Protar è una mosca bianca, nel senso che si sa che ci sia nonostante l’estrema rarità, ma in rete non ne esistono fotografie, come succede per tanti modelli spagnoli, quindi va diciamo così preso come dogma.

Catalogo Polistil 1978, il disegno del modello K. Foto Luca Benedetti

Lo stesso modello, comunque, a riprova dell’esistenza del modello originale, fu rideclinato pochi anni dopo dalla stessa Guiloy come 250 MC e 390 GS, entrambi in versione 1981: le moto dell’81 non erano più nemmeno parenti di quelle del ’74, ma la Guiloy, come spesso avrebbe fatto negli anni a venire, si limitò a creare plastiche nuove per modelli vecchi, rinfrescando così la sua gamma.

Un K Polistil di plastica montato, più unico che raro, assieme ai suoi fratelli prodotti in numeri normali dalla Polistil (foto Luca Benedetti)

Questi modelli furono prodotti in numeri comunque più consistenti del primigenio 175, ma restano comunque molto rari da trovare, soprattutto il 390 GS, curiosamente di colore giallo, mai visto sulla moto reale.

Altre ottime riproduzioni vennero dalla Polistil, che sfruttando una base comune fece sia la versione GS che MC del 400 in versione die-cast, in scala 1:12: l’MC era rosso e veniva proposto in una scatola molto scenografica con la fotografia di Moiseev al Motocross delle Nazioni (che si correva appunto con le 500 c.c.), mentre il GS era proposto in blu, come le moto della nazionale italiana, di cui l’azzurro è da sempre il colore d’elezione, alla Sei Giorni dell’Isola di Man 1975.

Si trattava di buone riproduzioni, contraddistinte da un discreto grado di realismo, nonostante ovvie semplificazioni.ed ingenuità dettate dal fatto che erano comunque giocattoli (basti pensare al faro anteriore modello Batman del GS ripreso pari-pari dalla Guzzi V7 della stessa serie Polistil, quando il KTM GS reale aveva davanti il “lumino del cimitero”, come diceva mio padre).

Jeep con K Hot Wheels Mebetoys (foto Luca Benedetti)

Questo modello, che si può benissimo considerare come unico, uscì verso il 1980 anche come kit, ma è nel 1978 che la Polistil produsse quello che è forse il modello di KTM più famoso e, forse, famigerato di tutti, ed è forse addirittura improprio dire che lo produsse: nella Serie Hobby dei kit in plastica, uscì, prodotta in non più di cento (c’è chi dice cinquanta) esemplari di preserie, una bellissima scatola di montaggio in scala 1:12, in plastica, del 250 GS del 1974, senza nessun punto di contatto con la produzione die-cast, ed ovviamente rarissimo da incontrare ai giorni nostri (chi scrive ne ha uno, ma avendolo riposto molto in alto al riparo da madri e colf ed essendosi molto rotto un malleolo, è costretto a propinarvi delle comunque rare foto recuperate da internet, chiedendovene venia).

Un rarissimo Fiat 242 Pick-Up con lo stesso KTM della Jeep, foto (brutta) sempre di Luca Benedetti che se lo fece sfilare a un mercatino ai Castelli, restandone delusissimo

Questa serie di modelli, si dice che avesse lo zampino di Manuel Olive Sans nella prototipazione, ma è un’informazione che va presa con le pinze, perché non ne ho la certezza completa.

L’ultimo modello della serie, assai più modesto in realtà, è una piccola ma piuttosto carina riproduzione in scala 1:24-1:25 del 250 MC del ’74 ad opera della Mattel-Mebetoys, che veniva fornita solo a corredo di una Jeep CJ in scala analoga, oggi molto rara da trovare.

KTM 400GS kit Polistil diecast (fonte Carmodel)

Ad oggi non ci sono altre riproduzioni di quella che fu e sarà sempre la Regina del Fuoristrada, e forse è un peccato che nessuno si concentri su questi prodotti, visto che contrariamente alle auto non è stato prodotto quasi nulla.

foto d’apertura: la scatola del kit Polistil-Hobby in plastica

FIA-WEC: alla 8 Ore del Bahrein pole per la Toyota

Brendon Hartley ha siglato un’eccellente pole position alla 8 Ore del Bahrein, ultima prova del FIA-WEC 2022. Con questa prestazione Hartley può ipotecare il titolo insieme ai compagni di squadra Buemi e Hirakawa. Prima fila per una delle Peugeot 9X8 Hypercar che mostra segni di miglioramento. La Porsche ha siglato il miglior tempo in LMGTE Pro con Gimmi Bruni. In LMP2 miglior crono per la WRT, mentre in LMGTE Am Sarah Bovy ha posto la Ferrari delle Iron Dames davanti a tutti. La gara prenderà il via domani alle 11 ora locale.

Le Matra Sport Prototipo di Solido

Testo di Riccardo Fontana / redazione e foto di David Tarallo

Qualche giorno fa abbiamo trattato la genesi dell’Alfa 33 nel catalogo storico Solido (https://pitlaneitalia.com/2022/07/13/echi-dagli-anni-settanta-matra-ms670c-spa-1974/), e ci sembra bello occuparci anche della sua rivale per antonomasia nella classe 3000 di quegli anni, ossia la Matra 12 cilindri, che è ovviamente stata oggetto delle attenzioni della Solido: non fecero la “prima” 630 perché ci pensò (stranamente perché non era il suo target, almeno fino a quel momento) la Dinky Toys francese, che peraltro ci pensò molto bene perché il modello che ne uscì fu un capolavoro come e forse anche più di un Solido, ma dalla successiva barchetta 650 Solido tornò a regnare, come da sempre le competeva in termini di Sport Prototipi.

Museo Matra a Romorantin: maquette della Matra 670 a coda lunga

La 650 uscì nel 1970, numero di catalogo 178, ed era tanto per cambiare un modello di estrema qualità e fedeltà, soprattutto per i tempi e soprattutto considerato che, nominalmente, i Solido continuavano a nascere come meri giocattoli, pur strizzando l’occhio a “qualcosa di più”.

La versione prescelta (foto sopra) era la numero 10 vincitrice alla 1000 Km di Buenos Aires 1970, prima gara della temporada invernale, conclusasi con una vittoria della MS 650 condotta da Jean Pierre Beltoise ed Henri Pescarolo: una delle in realtà poche vittorie di un’auto stupenda, che ebbe come grande torto quello di nascere e svilupparsi in un periodo in cui Porsche schiacciava tutto e tutti sui campi di gara.

Il modello, proprio per la sua estrazione in qualche modo “ludica”, aveva il cofano posteriore apribile, con comunque una bella riproduzione del V12 di Romorantin, il capolavoro dell’Ingegner Georges Martin, il cui suono è considerato da molti come il più bel suono che si sia mai udito sui campi di gara.

La Matra 650 fu presto soppiantata dalla 660, che era uno sviluppo della stessa avente telaio monoscocca (oggetto di riproduzione da parte della Politoys, nella Serie M500) e poi, nel 1972, dalla MS 670, che adempì finalmente il compito che fin dall’inizio si era data, e che più che altro le aveva dato Georges Pompidou all’atto di finanziare con fondi pubblici la creazione del V12 a fine 1967, l’Equipe Bleu: la vittoria assoluta alla 24 ore di Le Mans.

Dopo aver già “rischiato” di vincere al debutto nel 1968 grazie ad Henri Pescarolo che diede una prestazione temeraria guidando per ore senza parabrezza sotto la pioggia battente, nel 1972, in una gara orfana dei “Mostri” da cinque litri, le due Matra 670 di Graham Hill ed Henri Pescarolo e di Francois Cevert ed Howden Ganley segnarono un micidiale uno-due al termine della maratona sarthese.

Fu, quel 1972, il cosiddetto “anno degli infallibili”: la Ferrari dominò tutte le gare cui partecipò e si laureò campionessa del mondo marche (ad oggi per l’ultima volta) senza presentarsi a Le Mans, la Matra si presentò solo a Le Mans e dominò il campo, in un giorno tragico per il brutto incidente che costò la vita a Jo Bonnier (la cui ultima auto diventò a sua volta un memorabile Solido, di cui parleremo in un’altra occasione).

Ovviamente, la vittoria di una squadra francese nella Corsa per antonomasia, non era certo un evento che potesse lasciare insensibili gli uomini della Solido, che decisero di riprodurre entrambe le vetture piazzate al primo e secondo posto, con due ottimi modelli aventi referenze 13 e 14, e facenti parte della nuova Serie 10.

Il modello in realtà era unico, le differenze si limitavano al cofano posteriore (con relativa ala) e alla decorazione, ovviamente diversa per le due vetture.

Completava il quadro una meravigliosa scatoletta tricolore con la dicitura “Double Victoire!”, e i soliti stupendi disegni tipici delle scatolette Solido dell’epoca.

Le referenze 13 e 14 furono ovviamente pietre miliari dell’1:43 da corsa dell’epoca, ma purtroppo per Solido la Matra pensò bene di vincere anche l’edizione 1973 della 24 Ore, sicché il modello, uscito neanche sei mesi prima nello stesso catalogo 1973, già non era più di così scottante attualità.

Che fare? In realtà, qualcosa di diverso da quanto già visto per l’Alfa 33, le cui versioni intermedie comparvero solo come disegni sui cataloghi, ma anche qualcosa di diverso da un vero e proprio nuovo modello, e fu così che nacquero le famose Guide Solido.

Le Guide Solido erano dei simpatici libretti che istruivano il modellista in erba su come ricavare versioni diverse ed alternative da dei modelli Solido esistenti: una delle prime faceva proprio riferimento alla Matra 670, ed assieme a consigli di elaborazione delle normali referenze 13 e 14 di Le Mans ’72, una cospicua parte era riservata ai passaggi utili a ricavare la vincitrice dell’edizione 1973 dalla “lunga” (ref. 14) dell’anno precedente: in pochi (non) semplici passaggi, chi ne avesse avute le capacità avrebbe potuto colmare la lacuna nella sua collezione, a costo zero per Solido, che anzi avrebbe avuto gioco facile a vendere molti altri esemplari del modello di partenza.

Per aggiungere un po’ di “pepe” stavolta non pubblichiamo la foto della Matra di Le Mans 1973 della Solido, bensì di una sua… parente prossima. Il modello, commercializzato da Silhouette (praticamente gli stessi che avevano dato vita a Sport Cars), era venduto con decorazione da applicare, posadecals e dettagli da montare (pastiglie cerchi, retrovisore, luci). Un incontro poco frequente al giorno d’oggi. Questo esemplare faceva parte dello stock di Rally Shop a Diest, Belgio.

Tutto ciò, come detto, a patto di avere le necessarie capacità, perché i passaggi relativi all’incisione e alla levigatura dello zamak sono cose veramente per pochi, ed anche a patto di avere voglia di procurarsi diversi altri modelli per ricavarne uno: era infatti consigliato di montare le ruote posteriori ed il cambio della Ferrari 312 PB.

L’esperimento delle Guide Solido, meraviglioso perché primo punto di contatto “istituzionale” tra diecast e speciali, ebbe vita breve proprio per la difficoltà che in molti (ed all’epoca erano in molti davvero) trovavano ad effettuare simili modifiche, e poco a poco la linea dei kit soppiantò del tutto le guide.

La Matra 670 fu l’ultimo Sport Prototipo Matra prodotto canonicamente da Solido, ma lo stesso modello si prestò, oltre alle Guide, anche per numerose altre elaborazioni personali, alcune molto riuscite, ed in parte anche già trattate.

Ulteriore approfondimento già pubblicato su PLIT: https://pitlaneitalia.com/2022/07/14/ancora-sulle-elaborazioni-solido-matra-e-altro/

Foto di apertura: una Matra che ha fatto molto discutere, venduta in occasione dell’Asta Artcurial a Parigi, a inizio 2021, ma non è il momento di parlare di questa storia.

Porsche 956 Gr.C lunga in kit 1:43

E’ ora disponibile una copia del vecchio kit Starter della Porsche 956 Gr.C coda lunga. Realizzata da Remember, questa edizione è completa di vetri recenti, cerchi torniti con gomme realistiche, accessori in fotoincisione, fari e così via. Una buona occasione per gli appassionati delle elaborazioni. Il set non ha decals. Disponibile al seguente link: https://www.geminimodelcars.com/listing/1344468471/porsche-956-grc-long-tail-without-decals

E delle elaborazioni Mebetoys e Politoys vogliamo parlare?

Contributo di Marco Nolasco, che dopo averci inviato le immagini della sua Ford MkIV Sebring 1967 realizzata su base Solido, ha voluto mostrarci quello che si poteva fare anche con i Mebetoys e i Politoys, le cui elaborazioni spesso popolavano le pagine non solo delle riviste modellistiche, ma anche di settimanali motoristici come Autosprint.

Testo e foto di Marco Nolasco

“Solido era la marca principe delle elaborazioni a tema sportivo degli anni sessanta-settanta, ma c’era anche dell’altro, a parer mio non disprezzabile.

Forse non c’entra con quello che hai pubblicato, comunque ti mando qualche elaborazione, ripresa recentemente come la Mark IV, di qualche prototipo Mebetoys e Politoys, in cui ho cercato di mantenere un minimo di equilibrio, per esempio, niente fotoincisioni.

L’elaborazione della P4 risale a circa 40 anni fa.

Le versioni sono quasi tutte note:

-Chaparral 2F pole position (e ritirata) 1000 km di Monza 1967 (Mebetoys)

-Ford Mk II ritirata 24 H di Le Mans 1966 (Mebetoys)

-Ferrari 330 P4 2ma 24 H di Le Mans 1967 (Politoys Export)

-Porsche 910 12ma 1000 km di Spa 1969 (Mebetoys)

Ho scelto questa versione della 910, non famosissima, perché è l’unica con il tetto piatto come i  modellino. Le versioni più famose hanno tutte il tetto rialzato, ma per queste c’è qualcosa di più attuale.

PS Il numero storto sulla portiera destra (vedi foto di apertura, ndr) non è un mio errore, era proprio così”.

A proposito della Ford MkIV di Sebring 1967: un’esperienza sul Solido

Spesso gli articoli modellistici su PLIT innescano numerose reazioni fra i nostri lettori, che amano completare e chiosare i temi proposti con contributi di grande interesse. Abbiamo messo oggi on line la recensione della Ford MkIV vincitrice a Sebring nel 1967 di Marsh Models (https://pitlaneitalia.com/2022/11/10/ford-mkiv-12-ore-di-sebring-1967/) e riceviamo da Marco Nolasco queste righe e le foto che vedete in questa pagina, a riprova che questi argomenti non sono mai qualcosa di isolato ma che necessariamente poggiano le loro basi e il loro essere nella storia del passato più o meno recente.

Come credo sia noto il Solido era una versione ibrida, fondamentalmente era una Sebring con due piccole NACA sul muso come la Le Mans, invece di una sola.
Quattroruotine presentò puntualmente il modello quando uscì, nel n. 2 del 1969. Qualche anno dopo, nel n. 4 del 1972, pubblicò una guida per elaborare il modello nelle versioni corrette. A quei tempi articoli del genere dissetavano gli elaboratori in erba come me come l’acqua nel deserto e ovviamente tentai l’elaborazione in versione “fedele”, ma il risultato fu insoddisfacente. Tempo fa mi è capitato tra le mani insieme a due gemelle di Le Mans e l’ho rifatto seguendo le indicazioni di Quattroruotine. Ecco le foto dell’articolo di Quattroruotine e del modellino, nonché un confronto con un Top 43 in condizioni originali.

Grazie mille a Marco. Solido è come i peperoni: torna sempre su. Però che divertimento.