Magnette, una Jaguar e la pizza con l\'ananas

Non mi occupo più da anni di AMR, ma malgrado questo posso affermare di avere un\’esperienza di questi modelli che in Italia è difficile da trovare. Non perché sia bravo o chissà chi, ma perché nello spazio di una decina di anni me ne sono passati così tanti fra le mani che di tanto in tanto ne vedo riemergere uno appartenuto alla mia collezione. E\’ il caso di una Jaguar E-Type, montata da Jean-Paul Magnette in sette esemplari per il sito americano Miniwerks nell\’estate del 2008. Ricordo esattamente quando quel modello – magnifico – arrivò a casa mia. L\’abbinamento scelto da Magnette era un rosso carminio con interni in tono rosso. Il mio modello era il numero 2 e sentii la necessità di ringraziare personalmente Magnette con una lettera scritta (vecchio stile) che impostai una mattina presto partendo proprio per la Francia. Ricordi piuttosto lontani ma ben nitidi. Nei giorni scorsi quel modello è riapparso in una pagina di Facebook dedicata ai collezionisti di AMR e, chissà perché, ho voluto pubblicare le foto che gli feci a suo tempo al momento dell\’arrivo. Questi modelli all\’epoca costavano oltre 1000 dollari.

Le quotazioni oggi si sono un po\’ calmierate, anche se resta un gruppo forte di collezionisti che in sostanza finisce per vendere e rivendere sempre gli stessi modelli all\’interno di una cerchia piuttosto ristretta di appassionati. In questo modo le quotazioni – per lo meno finché sono ancora vivi quelli dello zoccolo duro – non calano. Da anni sostengo che in futuro nessuno più sarà in grado di capire gli AMR, e quindi presumo che fra un decennio o due le quotazioni saranno basse. In pratica gli AMR non conosceranno quel successo intergenerazionale che hanno vissuto i modelli di antiquariato, dai Dinky ai Corgi, tanto per intendersi. Pazienza. Il punto è un altro: nel mezzo dei commenti su questa E-Type, arriva puntuale la risposta di chi dimostra che certi modelli vanno saputi capire: \”un peu… vieillot la peinture, peut-etre ou le manque de détails celà date par rapport aux monteurs d aujourd\’hui\”. Ricopio pari pari lo sgangherato francese (e poi dice che gli italiani sono analfabeti. Lo sono ma ci sono altri popoli analfabeti almeno quanto gli italiani).

Tralasciando il commento del tutto disinformato sulla verniciatura, che è come in tutti i modelli di Magnette impeccabile, pretendere da un modello di questo tipo un livello di dettaglio simile a quello esibito dai montatori moderni (quali?) è come ordinare una pizza con l\’ananas. La pizza con l\’ananas, essendo reale è razionale, come direbbe qualcuno, e quindi la sua presenza potrà anche rientrare nell\’ordine supremo delle cose, ma di qui a dire che la pizza con l\’ananas sia un qualcosa di appartenente a una civiltà evoluta ce ne corre. Montatori che hanno tentato di far dire agli AMR cose che non sarebbero stati in grado di dire ce ne sono stati e ce ne sono tuttora. Ma uno come Magnette ha capito che un AMR è fatto per essere montato in un certo modo; la natura di questi modelli è così particolare da mal tollerare interventi pesanti, che finiscono puntualmente per cadere nel grottesto. O nell\’accumulo di dettagli che genera un cortocircuito di emozioni, quindi nessuna emozione. Ragazzi, questa cosa si capisce o non si capisce: un modello di Magnette va ammirato per altre perfezioni. Per il contorno netto dei dettagli in alluminio, per la precisione millimetrica degli assetti e degli allineamenti, per gli accoppiamenti senza un filo di tolleranza fra pezzi che per loro natura tutto sarebbero disposti a fare tranne che incollarsi insieme con precisione. E\’ questa la maestria di un uomo che umanamente non ammiro per nulla, ma che è riuscito a fare della semplicità la sua arma imbattibile. I più cattivi dicono che così lavora meno e non rischia. Io però non sono mai riuscito a vedere un montaggio che sfiori appena soltanto l\’esattezza e l\’assenza di ogni difetto formale dei montaggi di Magnette. Chi vuole mostrarmene uno si faccia avanti.

La Porsche 935/L Andial-Swap Shop Daytona Finale 1982 di Madyero

Utilizzando la base Porsche 935/L completamente riveduta e corretta, e rimessa sul mercato nell\’estate del 2017, Madyero ha realizzato una serie limitata della versione della Daytona 3h finale, 29 novembre 1982. La vettura, iscritta da Preston Henn, si classificò al quarto posto con Al Holbert, Doc Bundy e lo stesso Henn al volante. 

Il modello di base è stato modificato per adattarlo a questa particolare versione: i finestrini laterali sono stati incollati dall\’esterno e sono stati aggiunti tanti piccoli dettagli che su altri modelli non sono visibili (antenna, tergicristallo, ecc.). La serie è disponibile da oggi a questo link: 
https://www.geminimodelcars.com/listing/751085183/porsche-935-imsa-moby-dick-andial-swap


Un blog interessante: Youngtimer, automobili dagli anni \'70 agli anni \'90

Alessio Casalini è un esperto di auto nonché modellista e collezionista. E\’ insomma un personaggio che ha le proprie idee originali e sempre qualcosa di interessante da dire. Vorrei consigliarvi la lettura del suo blog, dedicato alle youngtimer dagli anni settanta agli anni novanta. Non le solite storie, ma articoli simpatici, documentati e scritti bene. Trovate il blog a questo link: https://youngtimer70-90.blogspot.com/ .
Si spazia dai tuner dell\’epoca (alcuni con idee pazze ma che non sarebbe male rievocare nel modellismo) alle gallery di classici, dalle manifestazioni ai pezzi di società e costume. Un peccato che il blog sia fermo da un anno e mezzo buono (gli articoli vanno dal luglio 2017 all\’aprile 2018). C\’è poco ma quel poco è buono! Andate a guardarlo. 

DNA Collectibles replica la Volvo P1800 in scala 1:18 con una versione rossa

DNA Collectibles sembra puntare sempre più sull\’1:18 lasciando da parte l\’1:43 che forse non ha reso come doveva. Dopo la Volvo P1800 in colore crema che ha riscosso un ottimo successo, DNA Collectibles propone una seconda versione in rosso con interni bianchi. Il modello sarà disponibile nel marzo 2020 in edizione limitata a 320 pezzi. 

Le guide di Grandiepiccoleauto: questioni metodologiche, l\'esempio di una Mini di Corgi

Quando collezionavo gli AMR dovevo spesso sopportare i commenti di montatori o di altri collezionisti per lo più invidiosi che criticavano i prezzi pagati (non solo da me) per alcuni pezzi di particolare rarità. Attenzione: ho detto rarità, non necessariamente qualità, proprio perché il prezzo di un bene, qualsiasi esso sia, la fa la richiesta, non le sue caratteristiche intrinseche. Per capire il concetto basta pensare al mercato dell\’arte, o semplicemente al mondo delle auto d\’epoca. Detto questo, quali sono le discriminanti perché un modello d\’antiquariato assuma valori o quotazioni particolarmente alte? E\’ quello che mi sono chiesto osservando quello che potrei chiamare un caso limite. Si tratta di un modello Corgi anni settanta, proveniente dalla raccolta di Percy Wilford, disegnatore presso la Corgi stessa, di cui ci siamo occupati giorni fa proprio nel blog (andatelo a cercare se vi interessa).

Questa Mini è in un particolare colore bianco con piccole personalizzazioni (targa specifica) e migliorie (fari dipinti ecc), proprio come avrebbe potuto fare un qualsiasi modellista in quel periodo, alla ricerca di un minimo di dettaglio in più. Il fatto che questo modello sia appartenuto a un dipendente Corgi cambia qualcosa? In assoluto no, anche se in alcuni casi la provenienza certa da una collezione di prestigio o di un personaggio conosciuto è un plus nel raggiungimento di quotazioni più interessanti. Ma in questo caso il modello non ha una valenza particolare, o per lo meno la sua importanza non è eccezionale non essendo né una prova, né un preserie. Prove di colore, preserie o edizioni speciali raggiungono cifre ragguardevoli proprio in virtù della loro rarità. Tali modelli fanno parte della storia di un marchio e sono – seppur occasionali – degli articoli ufficiali, ben riconducibili alle vicende del produttore. In questo caso, invece, si tratta di una delle tante elaborazioni, magari più interessanti proprio perché nate nell\’entourage dei disegnatori Corgi, ma non utili per far luce sulla produzione conosciuta. Se il modello fosse stato verniciato in bianco e sigillato direttamente dalla Corgi con i suoi rivetti originali, allora le cose sarebbero state diverse. In quel caso saremmo stati in presenza di un pezzo unico uscito seppur ufficiosamente dalla casa. Occhio quindi a distinguere le varie casistiche, operazione necessaria per determinare il valore plausibile di un modello d\’antiquariato.

Segnalazione bibliografica: Inestimables miniatures et jouets argus 2020/2021

Seconda edizione per l\’Argus Corgi Toys, CIJ, JRD, Spot-On, Tekno, Mercury e Quiralu in 1:43. Questa guida, che integra quella sulla Dinky, esce con una serie di migliorie e di aggiunte rispetto alla prima edizione, uscita un paio di anni fa. Basata sui risultati delle vendite registrate fra il 1999 e il 2019, l\’Argus non è una lista completa delle varie produzioni, ma un repertorio di tutto ciò che ha cambiato di proprietario in questi ultimi vent\’anni. Edito da LDA, questo volume ha un prezzo di € 32,00 + spese di spedizione.

La recensione più completa della prima edizione potete leggerla a questo link:
http://grandiepiccoleauto.blogspot.com/2017/06/inestimables-miniatures-et-jouets-argus.html

Un modello dimenticato: Lancia Stratos edizione limitata della Miniminiera

Le Lancia Stratos Miniminiera si presentavano
montate su una base in plastica, con vetrina in plexi
e protezione in cartone. La produzione era limitata
ma non numerata. 

L\’idea di modelli speciali montati low cost non è nuova. Come abbiamo visto in altri articoli del blog, negli anni novanta non erano pochi i marchi a cercare un\’alternativa ai sempre più dilaganti prodotti cinesi (in primis Minichamps) ma anche alla contrazione delle vendite dei kit. Verso il 1997 ci provò anche la Miniminiera, distributore all\’epoca di Racing43, con una serie di Lancia Stratos in metallo bianco, provenienti dalla produzione di Chiapatti, vendute solo montate. Ho un ricordo piuttosto nitido dell\’uscita di quei modelli. Nell\’inverno 1997-1998 mi trovavo a Sacile per il servizio militare e una delle mie mete più frequenti era il negozio di Paolo Marcolin a Pordenone, tre o quattro fermate di treno da Sacile. I lunghi pomeriggi del sabato, in cui non ero potuto scappare in licenza, li passavo a discutere con Paolo nel suo piccolo negozio sotto i portici. Montava le sue serie limitate e mentre l\’osservavo lavorare, guardavo ciò che di nuovo era arrivato. Cosa affascinava all\’epoca un collezionista, almeno fra la produzione cosiddetta industriale? Gli Herpa in metallo non erano male, oltre ai noti Minichamps, poi le marche italiane, i Vitesse, i Faller, i Corgi e più o meno si era fatto il giro di quanto di meglio potesse offrire il mercato. Un giorno colpirono la mia attenzione due Stratos Gruppo 4, una blu e una bianca. Erano appunto le Stratos Miniminiera, in versione competizione.

Vista posteriore della Gruppo 4. La Stratos Miniminiera
si può ancora trovare a prezzi ragionevoli. 
I pezzi aggiuntivi (spoiler del tetto, antenna, fendinebbia,
batteria fari supplementari anteriore, decals) erano
fornite in una busta sigillata con le istruzioni. 

Il prezzo era abbastanza buono (non ricordo però quanto costassero di preciso) e l\’idea, anche se non rivoluzionaria, era valida: fornire una base montata con un vero e proprio transkit provvisto di decals e pezzi vari per ottenere una versione da gara. Un po\’ il concetto dei vari Top43, Sport Cars e Record-Solido, anche se quelli erano dei modelli diecast. Chiesi a Marcolin di completarmi i modelli aggiungendo magari qualche dettaglio non compreso nella confezione, come le cinture di sicurezza. Fece un ottimo lavoro e i modelli restarono nella mia collezione per un decennio buono.

Le versioni stradali avevano la marmitta fornita a
parte, da applicare a cura dell\’acquirente. 
La versione stradale in rosso-arancio. 

Si trattava della versione Montecarlo 1979 (Motorac) e Sanremo 1979 Concessionari Lancia, ma altre ne erano uscite, come la Broms Car. Come detto, i modelli erano in tutto e per tutto degli speciali in metallo bianco già montati, con materiale Racing43. Contemporaneamente uscì una serie stradale, in tutti o quasi i colori tipici della vettura stradale: verde mela, giallo, blu medio, rosso (non so se uscì anche il quarto colore, il celeste). Oggi questi modelli non sono troppo ricercati. La Stratos stradale è stata nel frattempo riprodotta anche da altri marchi, né si può dire che della Gruppo 4 manchino in generale kit e modelli già fatti. La Stratos Miniminiera può comunque avere un suo senso ancora oggi, e non solo a livello di curiosità storica.

La versione blu della Stratos stradale. Tutti i pezzi erano
di provenienza Racing 43. 

Le linee sono valide (d\’altra parte il kit Racing43 non era male, al contrario di un altro classico, la Fiat 131 Abarth, piuttosto mal riuscita e mai proposta come montato), le rifiniture più che buone, con la presenza di fotoincisioni e un\’ottima verniciatura, considerando i tempi in cui uscì il modello e la preparazione necessaria per una carrozzeria in metallo bianco. Negli anni le serie limitate di Miniminiera sono andate avanti con prodotti di vario genere, dai Burago elaborati ad altri modelli speciali montati, dai diecast fatti in Cina fino alla recentissima Giulietta II Serie 1:18, in resina.

Torna Auto Italiana con un book-magazine di quasi duecento pagine. Funzionerà?

La storica testata Auto Italiana è di proprietà dell\’Editoriale Domus che quest\’anno ha deciso di riutilizzarla in modo sistematico per una nuova rivista dal carattere molto esclusivo. Auto Italiana uscirà solo ogni tre mesi, all\’inizio di ogni stagione. Il primo numero è arrivato nelle edicole verso il 10 ottobre e si presenta come un corposo book-magazine (sullo stile di The Good Life, tanto per intendersi), molto curato e piacevole nell\’aspetto e nel materiale. Auto Italiana 2019 vuole essere un compendio di storia e di attualità, centrato sulle produzioni e sulle eccellenze (brutta parola, ma non me ne viene una migliore, casomai la cambierò più tardi) dello stile e della meccanica di casa nostra. Personaggi, storie, retrospettive: tutto in una chiave elegante (patinata? Vedremo), distante dallo spirito di altre riviste nostrane con le quali Auto Italiana non vuole confrontarsi. L\’intento della rivista, che ha una foliazione di 194 pagine, è un altro: fornire contenuti interessanti, certo, ma anche in una forma impeccabile. Chissà se gli appassionati apprezzeranno.

I documenti e le foto sono indubbiamente di un certo livello; i testi, non lunghissimi, scritti da alcuni professionisti riconosciuti. Auto Italiana, diretta da David Giudici, è un progetto ambizioso, se non altro diverso rispetto a tutte le realtà che conosciamo qui da noi. E\’ un prodotto editoriale che per essere apprezzato richiede tempo, e mi viene un po\’ in mente la filosofia d\’impostazione della già citata The Good Life. Non è, tutto sommato, una lettura veloce, e questo per altri motivi rispetto, ad esempio, a Motor Sport, che impone anch\’essa tempi lunghi per la qualità degli approfondimenti e la corposità dei testi. Auto Italiana assomiglia un po\’ a certe riviste giapponesi con i loro difetti ma anche con i loro pregi. 

Con un prezzo di copertina di € 10,00 la pubblicazione non è neanche eccessivamente cara e i temi trattati sono tanti. Il primo numero, con in bella evidenza alcuni disegni della Dino V6 del 1969, promette bene. Una pubblicazione come questa merita tempo ed è anche bello che novità di questo genere escano in periodi in cui si tende a consumare e a tritare tutto troppo in fretta. Molta della carta in circolazione è ormai inutile. Questa, probabilmente, non lo è. Il secondo numero sarà in uscita il prossimo gennaio. Sapete che io sono un fissato degli abbinamenti carta-modelli. Ogni libro, ogni rivista, debbono essere assaporati con un modello davanti. Chi non ha la vetrina lo tiri fuori dalla scatola. Per Auto Italiana consiglierei un bel BBR di quelli montati in Italia, magari in edizione limitata. Non una cosa per tutti.

Corgi Toys, una serie… dorata. Dalla collezione di Percy Wilford

La storia dei grandi marchi del passato è lungi dall\’essere completa e conosciuta in tutte le sue sfaccettature. Abbastanza di frequente, infatti, emergono modelli che testimoniano di realtà poco conosciute o completamente ignote, rapporti di collaborazione, risvolti e retroscena intriganti. E\’ il caso di tre modelli placcati in oro recentemente scoperti e provenienti dalla famiglia di Percy Wilford, che lavorò come modellista alla Corgi Toys. Collaboratore di Marcel Van Cleemput, Wilford è tra l\’altro menzionato e fotografato a pagina 71 del libro sulla storia del marchio, scritto dallo stesso Van Cleemput. 


Anche il figlio di Percy Wilford, Robert, lavorò alla Corgi entrando in fabbrica come apprendista nel 1963. Di questa serie di modelli placcati in oro si sa poco; probabilmente non se ne produssero più di una dozzina di esemplari per modello. 

Nelle scorse settimane ne sono stati messi in vendita tre: una Rover 2000 (catalogo 252), una Land Rover (438) e la Batmobile (267), quest\’ultima con la variante dei pneumatici neri con anello anziché col battistrada. Tra l\’altro la Rover non è estranea ad altri trattamenti… brillanti. Si conosce una rara versione cromata, prodotta in serie limitata nel 1963 (foto sotto). 




Diecastsociety.com, per un\'informazione globale

Alcuni mi hanno chiesto un parere su Diecastsociety. Per chi non lo sapesse ancora, il sito http://www.diecastsociety.com è uno dei più grandi portali di opinioni, recensioni e informazioni sugli automodelli. Già questo è allo stesso modo un pregio e un limite. Diecastsociety è come il canale Youtube di Jay Leno, ci si va per divertirsi e per avere una visione un po\’ globale delle cose. Non ci troverete la recensione di modelli speciali o di rarità, ma se gli AutoArt, i Minichamps, i BBR, i Solido o tutto il resto del mainstream è il vostro pane, questo sito fa per voi. C\’è anche un forum molto attivo dove potrete trovare le risposte a molti quesiti, basta che non citiate marche più vecchie di trent\’anni altrimenti gli zelanti moderatori andranno completamente nel pallone. Del resto anche gli Youtuber che vanno per la maggiore ignorano cosa sia un\’OSCA o una De Sanctis, non ne si può far loro una colpa. Il sito è sponsorizzato, e anche da inserzionisti piuttosto grossi. Nonostante ciò le recensioni dei modelli sono oneste, perché in generale gli americani hanno una mentalità diversa dalla nostra. Mi è toccato leggere in queste giorni recensioni prezzolate della Giulietta di Miniminiera su siti che si farebbe fatica a definire organi di informazione. Semmai sarebbero degli organi di promozione-comunicazione e forse farebbero miglior figura a dichiararsi come tali. In questo modo i compilatori di recensioni completamente fasulle e disoneste non passerebbero da giornalisti pilotati ma più semplicemente farebbero il loro lavoro di addetti stampa. Anche se meno dannoso rispetto al mondo delle auto vere, il sistema dell\’informazione prezzolata fa danni anche nel modellismo, e pensare che ormai nessuno dà più retta a certi comunicati stampa travestiti da articoli. Tornando a Diecastsociety, magari dateci un\’occhiata: è sicuramente un mezzo di informazione più completo e meno becero delle terrificanti ammucchiate di commenti ammiocuggino che trovate su Facebook. Per quanto possa parere strano, Facebook è morto, perché sono sempre più numerosi coloro che lo utilizzano come mezzo di informazione. Non è una boutade, è un\’anticipazione.