Speciale Le Mans parte 4: strisce, ritagli e frattaglie

Parafrasando il titolo di una popolare trasmissione di Renzo Arbore, pubblichiamo un\’altra selezione di livree che vorrebbero essere un po\’ originali. Alcune ci riescono anche, altre meno; i fissati dei colori Gulf sono tanti e usano andare in giro vestiti con magliette celesti e arancioni sperando nell\’ammirazione di chi incontrano. Accostandosi ad altri personaggi vestiti con altri motivi (Shell, Pink Pig, Ligier, Arrows, Ford, Token, Simtek…) vorrebbero fare anche il rumore con la bocca, ma spesso la fidanzata che tengono per mano, già incacchiata di suo perché in quel momento preferirebbe essere a fare shopping sugli Champs Elisés, li incenerisce con uno sguardo che prelude a turbative di una certa gravità.

Tornando alle auto, c\’è chi si è sforzato di fare un occhiolino alla storia, come la Ford, che a Le Mans lascia ufficialmente la categoria GT dopo tre anni, mentre altri si sono accontentati di motivi fantasia o ispirati al motorismo. I risultati sono eterogenei. Giudicheranno gli osservatori.

Speciale Le Mans parte 3: RocketByz?

Confesso di aver sentito parlare per la prima volta di RocketByz quando ho letto il comunicato della Rebellion. Del resto, dopo qualche ricerca, ho scoperto che questo tizio (per la precisione \”RocketByz by Tomyboy\”) ha 173.000 follower su Instagram, quindi devo essermi perso qualche passaggio intermedio. Magari avrà anche dei fake su Twitter.

Del resto oggi se non hai almeno due o tre fake su Twitter non sei nessuno. Anche il team svizzero Rebellion ha voluto esibire le sue brave art car per la 24 Ore di Le Mans 2019 e il risultato sono due macchine che sembrano essere state imbrattate da un pazzo uscito da un campo di paintball. Sono vere art car queste? Lo sono a confronto con quelle di Alexander Calder, Frank Stella, Andry Warhol o Roy Lichtenstein? Lo era a sua volta quella di Jeff Koons comparata alle performance precedenti degli anni settanta? Boh. Sta di fatto che a mio avviso (a mio avviso, eh. Adesso arriveranno decine di Vittori Sgarbi che mi urleranno \”capra! capra!\”) qui manca qualcosa. Forse il concetto potrebbe essere esteso in maniera speculare a tutta l\’arte contemporanea, ma qui all\’alta fantasia mancherebbe la possa, come diceva Dante. Non ho la competenza specialistica per sostenere un ragionamento di questo genere fino in fondo; non perché non conosca la storia dell\’arte, ma perché non ho studiato marketing. Oggi un artista, che piaccia o no, è un brand.

Materiale stampa diffuso ai giornalisti. 

Ed è inutile che diciate che in fondo è sempre stato così, perché sarebbe una semplificazione storicamente inaccettabile. Comunque. Torniamo alle auto da corsa. Qualche anno fa ci fu quello che aveva decorato una LMP2 con i segnali stradali, non ricordo chi era e mi fa fatica andare a cercare. Lo trovate forse anche sul blog perché Spark ne aveva fatto un modello speciale, con tanto di scatolina in tema. Era un\’art car, quella là? Non lo so. Intanto prendiamoci qualche spruzzata di vernice dal campo di paintball.
[foto: David Tarallo]

Speciale Le Mans parte 2: un\'inattesa Porsche 912

Per la Porsche il numero 912 è tornato un po\’ di moda da quando le vetture ufficiali corrono nell\’IMSA. Con il 911 assegnato ad un equipaggio, l\’altro deve accontentarsi del 912, che comunque corrisponde ad un modello che con la \”11\” è strettamente imparentato. Il 911/912 sono diventati numeri popolari anche in altre gare come la 24 Ore del Nurburgring o nei vari monomarca Carrera Cup. Ma la \”vera\” 912 continua a essere un oggetto semisconosciuto, almeno da parte dei non fissati della Porsche. Intonandosi quasi perfettamente alla tonalità delle sedie del bar Moet a Le Mans, fa bella mostra di sé una 912 color mostarda. Data la (relativa) rarità del modello, pubblichiamo una scheda a uno dei modellisti/smanettoni che desiderino mettere in collezione qualcosa di più insolito, magari partendo da una normale 911. 

Foto David Tarallo

Speciale Le Mans parte 1: un\'edizione poco memorabile? Consoliamoci con i colori

Il paddock di Le Mans stamani verso le 9 (foto David Tarallo). 

Le premesse per un\’edizione fiacca della 24 Ore di Le Mans ci sono tutte: regolamenti giunti alla fine del loro ciclo (e con ancora una maxi stagione da disputare) e l\’assenza di veri concorrenti della Toyota sono le due cause principali di una settimana che a meno di stravolgimenti eccezionali si preannuncia poco eccitante. In ogni caso siamo qui, facciamo il nostro lavoro e cerchiamo di darvi un\’idea dell\’evento, soprattutto in chiave alternativa, com\’è sempre avvenuto. Inutile focalizzarsi sui fatti sportivi, di cui altri siti ben più frequentati sono ricchi di notizie praticamente in tempo reale.
Non che non manchino i motivi d\’interesse in altre categorie: la LMP2 è competitiva come non mai, mentre la LM-GTE, così com\’è concepita oggi, vive forse il suo ultimo momento di massimo splendore prima dell\’uscita di BMW e Ford. Per attirare l\’attenzione, quindi, niente di meglio di tirar fuori delle colorazioni ad hoc delle vetture, così sia Spark sia i collezionisti di automodelli potranno essere contenti. Un po\’ come l\’Inter quando fa le maglie a strisce orizzontali, il Napoli quelle mimetizzate o la Juve quando confonde i giocatori per i fantini della contrada della Lupa del Palio di Siena. E\’ un modo facile e tutto sommato neanche più tanto originale per far parlare di sé.

Il collage scelto da Porsche per la 24 Ore di Le Mans 2019:
a sinistra, la livrea celebrativa della vittoria nel WEC, con la
banda oro che sostituisce quella normale rossa; a destra la
colorazione che commemora il Brumos Racing (foto David Tarallo)

L\’anno scorso, due delle quattro Porsche 911 RSR diventarono rapidissimamente virali sul web con le colorazioni storiche, ispirate alla 917 Pink Pig e alle 956/962C della Rothmans. Ora la Porsche è andata sul sicuro, riproponendo i colori pseudo-Brumos già visti in IMSA quest\’anno. Un omaggio a Hurley Haywood, grand marshall di questa edizione di Le Mans, ma qualcuno si è chiesto se nell\’anniversario del mezzo secolo della 917 (1969-2019) non sarebbe stato giusto commemorare quella vettura con almeno una livrea storica.

Una delle due Porsche 911 RSR \”Brumos\” schierate a Le
Mans 2019 durante le libere di ieri pomeriggio, all\’uscita di Arnage
(foto David Tarallo). 

Al museo di Stoccarda è aperta una mostra a tema che durerà fino a settembre, per cui non è che la Porsche si sia dimenticata della ricorrenza, tutt\’altro. Solo che Le Mans poteva essere l\’occasione per fare qualcosa di più originale. Peccato. Parleremo ancora di art-car e pseudo-tali, perché con lo strapotere della Toyota, l\’edizione 2019 della 24 Ore rischia di passare alla storia più per questi exploit cromatici più o meno riusciti che per la reale consistenza della competizione.

Audi TT 3.2: uno dei prossimi modelli di DNA Collectables in 1:18

DNA Collectables, che tra l\’altro ha annunciato che i modelli saranno spediti agli acquirenti dalla comunità europea (inizialmente partivano da Hong Kong), produrrà a settembre l\’Audi TT 3.2 (2003) in scala 1:18. Si prevede un\’edizione limitata in 320 esemplari nel caratteristico color papaya orange. 


Fiat 500 Mukki Latte: scheda per un\'elaborazione

Fiera Agricola Mugellana (FAM) a Borgo San Lorenzo (Firenze), 8 giugno 2019: esempio di come si possa trovare sempre qualcosa di pubblicabile in un blog dedicato ai motori, oltre ovviamente i trattori e le macchine agricole che non ci ispirano più di tanto. La FAM edizione 2019 è una manifestazione davvero simpatica, che mette in evidenza quanto di meglio possono dare gli allevamenti e i vari produttori agroalimentari della zona (e non solo). Ma volendo per forza parlare di auto, proponiamo una simpatica Fiat 500 sponsorizzata Mukki Latte, che potrebbe costituire un soggetto interessante, a patto di ricavare una 500 della seconda generazione dalle basi esistenti (i fiattari potranno confermare o meno l\’esistenza della II Serie in 1:43 o in altre scale; a me pare che ancora non l\’abbia fatto nessuno).

Rassegna stampa: Collectionneur & Chineur, Dinky Toys (Hors-Série 2019)

Immaginatevi una cosa di questo genere in Italia: una testata di collezionismo che pubblica un numero fuori serie di 100 pagine sulla Mercury o sulla Politoys e lo mette in vendita a poco più di cinque euro. Probabilmente ne piazzerebbero dieci; il resto andrebbe al macero, fra l\’indifferenza di collezionisti trogloditi e analfabeti di ritorno. In Francia, nonostante le nostre provinciali convinzioni di essere i migliori del mondo, ci danno la paga. La situazione editoriale è molto diversa dall\’orrido sfascio imperante qui da noi, e c\’è ancora verso di fare prodotti di qualità a un costo accettabilissimo. E\’ il caso della rivista quindicinale Collectionneur & Chineur, che di tanto in tanto propone dei numeri fuori serie dedicati ad argomenti specifici. Nell\’ambito dell\’automodellismo è abbastanza recente l\’uscita di una monografia sulla Norev (dovreste trovarne la recensione in questo stesso blog) e in queste ultime settimane ha visto la luce un fascicolo dedicato alla Dinky France, in occasione degli ottantacinque anni del marchio. Niente di straordinariamente nuovo, ma un\’aggiunta utilissima alla biblioteca di ogni appassionato.

Vi si trovano foto inedite di modelli, con un\’attenzione particolare rivolta alle rarità e alle vicende industriali della produzione, il tutto impreziosito da consigli e testimonianze di ex-dipendenti, collezionisti e professionisti del settore delle aste e delle vendite specializzate. Impressionanti le otto pagine dedicate a una delle più vaste collezioni Dinky, che si trova in… Thailandia!
E\’ tutto molto ben fatto, impaginato bene e ricco di notizie difficili da trovare in rete. Oggi, per fortuna, la storiografia dei vari marchi d\’epoca non si limita più ad una sterile sommatoria di varianti e modelli, ma cerca anche – nei limiti del possibile – di ricostruire tanti aspetti che non sono affatto estranei al gusto del collezionare. Si prova oltretutto a stabilire quei legami esistenti fra la storia dei produttori e l\’attività più artigianale che spesso nasceva al loro interno, da cui sono scaturiti i pionieri dell\’automodellismo speciale.

Rassegna stampa: AutoModélisme n.256 (maggio 2019)

Beh, sì, maggio, perché? Siamo indietro. E sarebbe stato un peccato non recensire uno dei migliori numeri di AutoModélisme dei tempi recenti. Va riconosciuta all\’equipe del Gruppo Hommell di aver saputo risollevarsi da una condizione di mediocrità tutt\’altro che aurea qualche anno fa e di aver fatto uno sforzo per fornire al lettore qualcosa di più originale e appetibile. Se ci pensate è quello che ha fatto anche Modelli Auto, pur con mezzi e possibilità ovviamente inferiori. Ma torniamo a AutoModélisme. In questo numero di maggio trovate tanto, e su tutto: dai modelli resincast con la recensione della Porsche 909 Bergspyder in 1:18 di Tecnomodel alla Panhard Dyna Junior 1954 di MileziM, primo modello in 1:18 di questa marchio di Spark. Ottima la documentazione storica, con un articolo dedicato alla Peugeot 504 Pick-Up…. Gruppo B (sì, avete letto bene) e le schede sulla 6 Ore di Spa 2019 valida per il WEC (troverete un paio di schede anche nel prossimo numero di Modelli Auto, un po\’ di pubblicità non guasta mai!). Il giusto spazio viene dedicato agli artigiani, e in Francia ce ne sono ancora parecchi, nonostante la moria degli ultimi anni. Una pagina se la guadagna Le Mans Miniatures con le novità slot in 1:32 e con dei figurini molto realistici in 1:43 e in 1:18 di cui ci siamo già occupati nel blog; ma parecchie pagine se le merita anche Jerome Douzet, alias Princess of Tumult, i cui kit e modelli montati di alto livello si sono fatti apprezzare fino dalla fondazione del marchio, nell\’ormai lontano 2013. In otto pagine viene presentato il personaggio e tutta la sua produzione. Modellista, prototipista e appassionato di grande competenza, Douzet lavora anche come creatore di master per altri produttori, fra cui Renaissance, e per loro fortuna, da quando c\’è Douzet che gli sistema le cose, certe schifezze come l\’Alfa Giulia SZ abbiamo smesso di vederlo, o per lo meno le vediamo meno spesso. Il numero di giugno di AutoModélisme è nelle edicole francesi da circa una settimana e lo recensiremo prima possibile.

Edizione limitata della Porsche 934 Gr.4 Boss di Madyero

Quella di Madyero è a nostro avviso ancora la migliore Porsche 934 1:43 in circolazione. Nonostante gli anni, il modello resta ottimo, anche a fronte di realizzazioni molto più costose, che peraltro non hanno mai convinto in pieno, dal Renaissance (ma la scarsa fedeltà delle proporzioni di molta della produzione di questo marchio non è certo cosa nuova…) al giapponese Eidolon, cui prima o poi dedicheremo una recensione dettagliata. C\’è lo Spark, con i suoi pregi ma anche i suoi difetti, tipici di quelle produzioni. Di tanto in tanto Madyero realizza piccole serie montate basate sui suoi kit, utilizzando decals di altri produttori. Avendo a disposizione un certo numero di esemplari del foglietto della \”Boss\” fatto stampare decenni fa a Cartograf da Faster43, il modellista toscano ha ricavato la versione Max Moritz sponsorizzata da Boss che prese parte al DRM 1979 con Juergen Laessig.

Non si tratta forse della variante più famosa, ma è una vettura che ha avuto una storia particolare (iniziata in Italia) e che modellisticamente ricorda i bei tempi dei transkit; ricordiamo che il transkit d\’origine fu il secondo della serie Faster43, dopo quello della Opel Kadett GT/E Gr.2, uscito nel 1978. Rendetevi quindi conto di quanti anni sono passati… Altri tempi e – a mio parere – più autentici e divertenti, ma non è questa la sede per fare il laudator temporis acti. 
Peccato più che altro, oggi che la documentazione è molto più abbondante e a portata di mano, non aver previsto anche la versione della 1000km del Nurburgring (numero 44, piloti Laessig / Holup / Duge). Il modello è in resina con parti in metallo bianco, cerchi torniti con parte centrale fotoincisa e può contare sulla tipica precisione dei montaggi Madyero. La serie è già esaurita…

Rassegna stampa: DTCA, The Journal, issue no.73 (April 2019)

Ci sono due tipi di collezionismo di modelli d\’antiquariato (anzi, in realtà ce ne sono più di due ma in questo caso semplifichiamo): il primo è quello di chi raccatta tutto senza criterio, accumulando in modo seriale rottami o poco ci manca, curandosi minimamente della storia e dei perché di ciò che ammassa di giorno in giorno; il secondo, indubbiamente più raffinato, è il collezionismo di chi cerca di documentarsi non solo sull\’esistenza dei singoli pezzi, ma anche sulla loro provenienza e sull\’evoluzione in quanto prodotto industriale. Insomma, siamo vicini a criteri storico-filologici.

In Italia siamo molto indietro. Inglesi e francesi ci danno la paga; basterebbe leggere il blog dell\’Autojaune oppure abbonarsi al Journal del Dinky Toys Collectors\’ Association, che come nostri lettori sapranno, ha un bollettino trimestrale oltremodo interessante. Questa volta si parla per lo più di… Dinky che non sono Dinky. Insomma, delle copie, che non sono quelle moderne (e autorizzate) di Atlas ma imitazioni molto più antiche, risalenti agli anni in cui la Dinky era perfettamente in vita. A parte i modelli dati in concessione (basti pensare alle produzioni sudafricane, pregiatissime, e ai Nicky Toys fatti in India), esistevano modelli più o meno ispirati alla gamma inglese o francese. Nel Journal numero 73 si parla di queste produzioni che includono anche alcuni dei primissimi Politoys militari in plastica, copiati pari pari (o strettamente imparentati) con i Dinky. Fra gli altri argomenti di interesse, citiamo il ritrovamento di un disegno tecnico della Princess 2200HL Saloon (di cui si conoscono anche dei pre-serie in colori e allestimenti diversi dallo standard, firmato David Picthall. L\’autore dell\’articolo su questo disegno, John Beugels, ha intervistato lo stesso Picthall, ormai una persona di una certa età, grazie all\’aiuto di suo figlio Bob. Ne è venuto fuori uno spaccato dei metodi di lavoro tecnico alla Dinky negli anni settanta (la Princess appartiene all\’ultima produzione).

Ultimo argomento che vi segnalo, il ritrovamento un secondo esemplare – dopo diverso tempo – di un Bedford van bicolore bianco-azzurro con scritta Monks & Crane. Il colore azzurro sembra essere lo stesso del Bedford Ovaltine, catalogo 481. Per ora di questo van promozionale si sa poco e nulla, ma è una prova ulteriore che su questi modelli antichi c\’è ancora tantissimo da scoprire. Per tornare al tema iniziale, è ovvio che la mia può sembrare una visione elitaria ed \”esclusiva\” del collezionismo. In parte lo è. Del resto il blog non è destinato a rispecchiare le opinioni della massa. Che peraltro non è neanche detto che faccia sempre le migliori scelte, no? Documentatevi, informatevi, cercate, ricercate. Sarà tutto molto più divertente.