La scomparsa di Fabrizio Pitondo: storia di un vero appassionato

Fabrizio Pitondo con i suoi modelli a Novegro. 

Purtroppo da parecchio tempo la salute di Fabrizio Pitondo era tutt\’altro che buona. I suoi amici erano seriamente preoccupati. Oggi la notizia della sua scomparsa ha suscitato una profonda tristezza fra chi lo conosceva bene ma anche fra coloro che con i suoi modelli avevano trascorso tante ore di divertimento. In questi casi non si sa mai cosa dire, ma da giornalista conservo tanti ricordi legati a Fabrizio. Ancora prima, da modellista e appassionato, ricordo l\’emozione di vedere uscire, negli anni ottanta, tutti quei kit Porsche che guardavamo e riguardavamo sui TSSK e sulle riviste. Io desidererei ricordare la sua educazione e la sua cortesia, doti che non sono mai scontate. Era una persona umile e sempre pronta a recepire qualcosa da tutti. Lo avevo incontrato l\’ultima volta a Novegro, credo nel dicembre del 2013, dopodiché le preoccupanti notizie sul suo stato di salute mi facevano spesso ripensare a quando l\’avevo intervistato per alcune testate. Era stato sempre molto disponibile e tutte le volte che ci vedevamo mi ricordava che doveva ancora prepararmi quella Porsche 907 del Circuito Stradale del Mugello.

A un primo articolo, pubblicato su Four Small Wheels (nel 1998 o giù di lì) fece seguito un secondo pezzo, che scrissi per AutoModélisme nel 2004 o nel 2005. A quell\’epoca il mio francese era ancora abbastanza scolastico e fu Luigi Reni a tradurne il testo. In omaggio a Fabrizio, pubblico qui quell\’articolo nella sua versione originale italiana, che non è mai uscita da nessuna parte. E\’ – brevemente – la storia sua e della Pit, ferma a quattordici o quindici anni fa, quando aveva ancora diversi progetti e sognava di andare a Sebring. E\’ il mio contributo alla memoria di questo modellista per certi versi atipico ma che è riuscito a dare molto alla storia dell\’automodellismo 1:43.

VISITA A PIT MODELS                                  
di DAVID TARALLO
In un momento di crisi per l’automodellismo speciale, c’è ancora chi crede nel prodotto artigianale, tanto da averne in catalogo… diverse centinaia. Stiamo parlando di Fabrizio Pitondo di Verona (Italia), un personaggio di cui le cronache modellistiche si sono sempre occupate poco, ma che si è spesso contraddistinto per l’originalità delle sue scelte di produttore di modelli speciali e per l’abbondanza di soggetti che popolano la sua gamma, denominata Pit Models. Come altri artigiani, Pitondo ama stare nell’ombra, ma più di un collezionista gli deve essere riconoscente per aver colmato moltissime lacune in tema Porsche, decisamente la sua marca preferita. “Il mio inizio di modellista – racconta Fabrizio Pitondo – potrei definirlo ‘classico’: cominciai elaborando miniature industriali fin da bambino. Ricordo che la mia prima opera fu una Fiat 600 della Mercury trasformata in Abarth 850 Nürburgring. A quei tempi, negli anni Sessanta, si allargavano i parafanghi ritagliando i tubetti dei medicinali, i trasferibili erano le nostre decals e si usavano molto i pennelli!”. La passione continuò con l’età più adulta, e Pitondo andò specializzandosi nell’elaborazione di modelli industriali per ottenere versioni che i costruttori die cast non avrebbero mai potuto realizzare. Dall’elaborazione, Pitondo passò abbastanza presto all’autocostruzione: nelle vetrine della sua casa di Verona c’è ancora una bellissima AMS Sport autocostruita in scala 1:43 che per un occhio appena esperto è impossibile non notare e non… desiderare! Il 1983 fu l’anno della svolta. “Avevo costruito per la mia collezione una Porsche 911 Targa IMSA molto speciale, che aveva corso a Watkins Glen. Fu proprio allora che Giancarlo Mantovani, uno dei più noti collezionisti italiani, vide il modello, lo trovò molto interessante e mi propose di produrlo in piccola serie. Naturalmente eravamo dei neofiti e i primi approcci con il modellismo speciale in chiave commerciale furono tutt’altro che facili. Feci con Mantovani una società… ‘a voce’, e le difficoltà furono tantissime. Prendemmo delle ‘scornate’ terribili e dopo un anno dovevamo ancora vedere uscire il primo modello. Mantovani perse un po’ d’entusiasmo, ma visto che ormai avevo impegnato dei soldi nell’impresa, decisi di andare avanti ugualmente, almeno per recuperare il denaro investito”. Fu invece un bel successo. All’uscita del modello, insieme alla moglie e con fare un po’ timoroso, Pitondo si recò a Milano dal negozio Zeppelin, chiedendo se per caso fossero interessati ad acquistarne un po’ di esemplari. Non solo la 911 piacque molto, ma Zeppelin ne chiese l’esclusiva. Fu una specie di “laurea” per Pitondo, che restò molto lusingato da una tale richiesta, anche se in realtà la cosa poteva nascondere delle insidie, che non tardarono ad arrivare. “Beh, lasciamo stare” prosegue Pitondo; “ciò che è stato è stato. La cosa importante è che nonostante lo scotto dell’inesperienza decisi di andare avanti. La scelta del secondo modello cadde sulla Porsche 914, che riprodussi dapprima nella versione ufficiale Montecarlo di Waldegaard, poi in altre varianti anche più originali, fra le quali la 916, che mi pare che all’epoca fosse ancora inedita. Direi che la 914 è stato il mio modello di maggior successo, anche perché ha sempre avuto in generale poca concorrenza. Come modello singolo, invece, la referenza che ha venduto di più è stata proprio la 911 di Watkins Glen, che è stato l’unico modello per il quale ho dovuto far ristampare le decalcomanie”.
Fin dai primi momenti, l’interesse di Pitondo fu attratto soprattutto dalle Porsche americane, che considerava superiori alle altre per le loro carrozzerie spesso così “esagerate”, per i colori sgargianti e le livree di grande impatto. Nella primavera del 1985 erano già disponibili una quindicina di Porsche 914/6. Dopo un trio di interessanti 930 Gr.B, si passò ad un’altra celebre Porsche, la 908/2 Spider, e tante delle versioni che ne derivarono furono molto interessanti oltre che inedite. Alla 908/2 Spider classica si aggiunse la “Flounder”, con un’altra messe di versioni di ogni team e gara. Era il 1986 o giù di lì. “A distanza di tre o quattro anni – ricorda Pitondo – un possessore di 356, Giancarlo Cattaneo, mi chiese di riprodurgli la sua macchina; sulle prime rifiutai, dicendogli che la 356 era stata già riprodotta in tutte le salse da altri costruttori. Invece poi cambiai idea e nacque la lunghissima serie delle 356, che spazia dai primissimi esemplari e giunge alle varie evoluzioni della B. Un catalogo così ricco aveva però le sue controindicazioni. Era (ed è tutt’ora impossibile) mantenere in stock decine e decine di modelli. “Ricordo a questo proposito un aneddoto”, ride Pitondo: “alla fine di un celebre libro sulle 356 vi fu aggiunto un capitoletto sulle riproduzioni in miniatura. Ebbene, quando l’autore arrivò a Pit, tagliò corto con due righe di questo tenore: ‘tutto quanto è stato fotografato in questo libro, Pit l’ha prodotto; peccato che non lo consegni!’.” Dopo oltre 20 anni da produttore di modelli speciali, Pitondo può ormai tracciare un bilancio della propria attività: “direi che oggi i collezionisti sono molto più esigenti di quando ho iniziato, anche perché il mercato si è evoluto moltissimo. Se dovessi riproporre oggi un modello simile alla mia prima 911, credo che ne farei uno per me e poi chiuderei bottega. Alcuni modelli via via li ho aggiornati, sostituendo ad esempio alcune decalcomanie con fotoincisioni. In questi 20 e passa anni il salto è stato enorme. Adesso, poi ci si sono messi anche i diecast, che sono diventati molto competitivi. La mia politica è quella di fare ciò che non fanno altri, andando a cercare soggetti estremamente particolari”. In passato, bisogna dire la verità, i modelli Pit sono stati a volte criticati per alcune imprecisioni riguardanti l’assenza di decals o di altri particolari. L’autore di queste righe ricorda che una decina di anni fa, Pitondo disse che in fondo era meglio fare un modello incompleto per documentazione insufficiente piuttosto che non farlo per nulla. Quanto è cambiata oggi questa linea di condotta? “Devo dire – risponde Pitondo – che ho ricevuto a volte delle lezioni piuttosto pesanti. Citerò un episodio significativo: una volta un collezionista svizzero mi chiese tre esemplari di una 356 da record. La 356 era stato il mio primo modello con cofano motore apribile, e siccome ricordavo che si trattava di un 1500, montai il motore come qualsiasi altro 1500 e gli spedii il materiale. Dopo qualche giorno lui mi contattò complimentandosi per il prodotto ma obiettando che c’era un errore clamoroso: si trattava sì di una versione da 1500cc, ma solo in origine; per quel tentativo di record – anno 1957 – era stato infatti montato un motore 1600. ‘I filtri dell’aria del 1500 – mi disse il collezionista svizzero – erano rotondi, mentre quelli del 1600 erano ovoidali. Lo tenga presente’. Altro episodio significativo riguardò un’altra 356, per la precisione la Carrera 2 che corse alla Targa Florio 1966 col numero 142: avevo sotto mano solo foto in bianco e nero di quella vettura, ma ero convinto che fosse rossa, visto che ‘tutte le Carrera 2 erano rosse’. Invece no! Dopo l’uscita del modello, un collezionista e appassionato siciliano in possesso di un filmato amatoriale del ’66, in cui si vedeva alla partenza la Carrera 2 in questione, che – sorpresa, sorpresa – era blu! Questi incidenti di percorso mi hanno insegnato ad andare un po’ più cauto ogni qual volta mi viene in mente di riprodurre una particolare versione”. Un’ulteriore critica che è stata mossa ai modelli Pit è stata quella della difficoltà di montaggio, almeno nel caso di certi articoli, come la 914. Queste critiche hanno un fondamento, ed è vero che venire a capo di alcuni modelli in maniera soddisfacente è un’impresa da modellisti più che esperti, ma bisogna pur sempre tener presente che si tratta di miniature artigianali nel vero senso della parola, e che per tale motivo anche la loro fabbricazione risente di un’approssimazione maggiore rispetto ad altri modelli speciali. Difficile poi, per i pigri, imbattersi sul mercato in alcuni factory built, visto che il titolare della Pit Models ha pochissimo tempo a disposizione per realizzare piccole serie di montati. Ma nonostante queste e altre difficoltà, la gamma Pit è arrivata alla rispettabile cifra di oltre 820 referenze, esclusivamente Porsche. Ricordiamo che alla 911 Targa, alle 908, 914 e 356 si sono aggiunti altri modelli della Casa di Stoccarda, dalla 907 alla 917 dalla 906 alla 934, fino a moltissime 911 stradali (comprese le serie 964, 993 e 996). La Boxster è una delle più recenti passioni di Pitondo, non escludendo, ovviamente, le versioni viste nelle corse americane, come quelle viste nella serie SCCA. Ma con questa grande propensione per le Porsche americane, qual è stata l’accoglienza dei modelli Pit negli Stati Uniti? “In una prima fase – dice Pitondo – il mondo dei collezionisti statunitensi conobbe i miei modelli, anche grazie alla rivista Porsche Excellence, ma anche in quel caso la critica che veniva mosse riguardava la scarsissima o nulla reperibilità dei miei articoli. In effetti, fino a qualche tempo fa il mio lavoro principale mi impediva di dedicarmi in pieno all’intero aspetto commerciale della faccenda, col risultato che la distribuzione e la diffusione dei miei modelli lasciavano alquanto a desiderare. Sono comunque convinto delle enormi risorse del mercato americano, e di fatto continuo a produrre versioni che potrebbero interessare i collezionisti di quelle parti”. Internet aiuterà?
Ma tra i modelli Pit non si trovano solo vetture “americane”: Pitondo si adopera infatti per ripercorrere la storia della Porsche nell’automobilismo italiano, e non mancano vetture della 1000 Km di Monza, della Targa Florio, del Circuito Stradale del Mugello, delle gare in salita fino alle auto più recenti che partecipano alla Targa Tricolore Porsche, un monomarca di successo e molto competitivo. Ma c’è un modello che Pitondo vorrebbe rirpodurre ma che è sempre rimasto un sogno nel cassetto? Magari qualche bella e strana versione della 904? “In questo momento – risponde – direi di no, anche perché ho tanto di quel lavoro da fare che la mente è occupata a tenere dietro a filoni già esistenti. In questo momento sono impegnato con alcune versioni della 914, che continua a riscuotere un buon successo, soprattutto in paesi del nord Europa come la Svizzera. Il problema maggiore da risolvere ora come ora è far conoscere i miei modelli, magari grazie all’aiuto di qualche foto in più. Adesso, grazie ad un nuovo fotografo che ho conosciuto, la situazione dovrebbe migliorare”. Lasciamo Fabrizio Pitondo nel proprio laboratorio di Verona, non molto ampio ma strapieno di cassetti colmi di pezzi e di centinaia di fogli di decals. Dopo tutto non dev’essere per niente facile tenere sotto controllo un catalogo che si sta avvicinando a grandi passi verso il millesimo modello.

Nuova serie di cerchi torniti nella serie Remember

La serie di accessori Remember si arricchisce di quattro nuovi cerchi in scala 1:43. Si tratta in questo caso di set pensati per lo più per vetture stradali. Ogni kit è composto di quattro cerchi torniti, fotoincisioni centrali (con o senza dado a seconda delle versioni), quattro pneumatici scolpiti e due assi. I nuovi numeri di catalogo sono W56AS, W56BS, W56CS, W56DS, W56ES. Sono previste ulteriori varianti che usciranno agli inizi di luglio. Ecco i disegni dei motivi centrali e alcune foto dei set. Questi accessori sono reperibili a questo link: https://www.geminimodelcars.com/shop/22061251/143-accessories

Dragster McAfee motorizzato Porsche 356: un\'elaborazione di Massimo Martini

Pensavate che la battuta sul non c\’è due senza tre alla fine del più recente post sulle elaborazioni di Massimo Martini fosse casuale? Risposta: non lo era. In effetti, Martini ha completato da pochissimo una sorta di trilogia in 1:43, iniziata con l\’hot rod Canepa-Porsche del Pikes Peak, continuata con il dragster Modern Specialist e terminata giustappunto con questo terzo \”coso\”, che riproduce un altro dragster, ancora motorizzato Porsche e impiegato da McAfee (sì, quel McAfee che ha corso un po\’ con tutto) alla fine degli anni cinquanta. Il propulsore era un derivato 356, con caratteristiche diverse rispetto al Modern Specialist, che è invece più recente. Il modello è autocostruito (plasticard, stucco, eccetera) e in questa gallery pubblichiamo anche qualche immagine del lavoro nelle sue prime fasi. Accanto, potete vedere l\’altro dragster, il Modern Specialist.

Mugello Speed Sound Festival: non solo MotoGP

Sembra ormai passata la tendenza a criticare sempre e comunque le attività dell\’Autodromo del Mugello. Forse la gente si è resa conto che quello che rappresenta il primo evento per affluenza in Italia, qualche beneficio deve pure portarlo. Allora si iniziano a tollerare due o tre giorni di confusione, che tutto sommato è una confusione disciplinata e controllata. In fondo non arrivano gli hooligans degli anni ottanta, eh. Giunto alla sua ottava edizione, ha preso il via oggi alle 18.00 il Mugello Speed Sound Festival, una rassegna musicale, gastronomica e ludica che si svolge nel centro di Scarperia, il paese a fianco dell\’autodromo. Nello storico Palazzo dei Vicari è visibile una bella esposizione di moto d\’epoca, mentre tutt\’intorno ci sono concerti, sfilate di moda, street food e molto altro ancora. Tutto sommato si è capito che eventi come la MotoGP servono anche per promuovere e valorizzare i centri abitati nei dintorni, che non di rado presentano anche motivi d\’interesse storico e culturale. All\’estero l\’hanno capito da tempo (basta andare ad Adenau nel weekend della 24 Ore del Nurburgring o ovviamente a Le Mans per la parata dei piloti); qui da noi c\’è voluto di più ma finalmente qualcosa si muove. Ben organizzato, il Mugello Speed Sound Festival entra stasera nel vivo. Vi proponiamo alcune immagini scattate nella prima serata, poco dopo l\’apertura.

Alcune nuove realizzazioni di Autodelta43: tre Alfa Romeo storiche in 1:43

Era un po\’ di tempo che non ricevevamo notizie da Maurizio Sabatini di Autodelta43. Del modellista pisano ci eravamo occupati anni fa anche sulla rivista Modelli Auto, pubblicando una visita al suo laboratorio. Presentiamo qui le tre più recenti realizzazioni, in scala 1:43, vendute solo montate al prezzo di € 230,00. Si tratta dell\’Alfa 24Hp serie D in versione torpedo, che sui libri è datata 1910 ma che dopo opportune ricerche è risultata essere del \’13, dell\’Alfa Romeo G1 in versione quatres baquets (quattro posti) del 1921 e dell\’Alfa Romeo 6C 2500S Ghia del 1947, opera di Mario Felice Boano, che aveva rilevato la carrozzeria dopo la morte di Giacinto Ghia.

Il Greg e la controinformazione su YouTube: le puntate dal garagino

L\’altro giorno, al comitato di un\’associazione di cui faccio parte, mi arriva uno dei componenti del gruppo e mi dice con aria a metà fra il pomposo e il casuale: \”sai, mio figlio si è comprato la Maserati Levante\”. Creanza e sano menefreghismo avrebbero forse suggerito di abbozzare una risposta vaga del tipo: \”ottima scelta\”, perché la ragione, come si dice a Firenze, va data \”ai pazzi e ai ragazzi\”, e chiuderla lì. Invece ho avuto come un moto di ribellione e mi sono scorse davanti agli occhi tutte le macchine che si sarebbero potute comprare con la cifra necessaria per portarsi a casa uno di quei bidoni. Era chiara, poi, l\’intenzione di impressionare non con la classe e la raffinatezza, ma con la mole, l\’aggressività e l\’inutile sfarzo tipici di ogni SUV, di lusso o meno. Segno plebeo di questi tempi. \”Davvero?\”, gli ho risposto. \”Pessima scelta. Ah, a proposito, di\’ a tuo figlio che se vuole impressionare me deve presentarsi come minimo con una McLaren F1 papaya orange o roba del genere. Il resto sono elettrodomestici\”. Mi ha guardato con aria stranita, forse un po\’ deluso o semplicemente disorientato. La mia era ovviamente una battuta, un\’esagerazione. Già pensare di guadagnarsi l\’ammirazione della gente con un\’auto (qualsiasi tipo di auto) è da sottosviluppati; sbattergli in faccia la Levante, la Cayenne, la Stelvio o altre amenità simili è semplicemente naif. Certo, sono tendenze, sono mode, che peraltro indicano il livello di competenza e di maturità automobilistica della maggior parte dei guidatori. E che c\’entra quel Greg nel titolo del thread? C\’entra. Ormai l\’informazione specializzata, italiana e non, è totalmente nelle mani delle case automobilistiche e questa non è certo una novità. Quattroruote fa copia-incolla dei comunicati dei costruttori, i giornalisti \”veri\” non hanno più uno straccio di potere contrattuale, figuriamoci se possono permettersi di condurre inchieste degne di questo nome o scrivere articoli in completa onestà e buona fede. Qual è la soluzione a questa deriva dell\’informazione, che tende a identificarsi sempre di più con la comunicazione pubblicitaria? Il giornalismo fai da te dei social e del bimbominchia che si fa i filmati guidando la Abarth del fratello maggiore non sono una soluzione qualitativamente accettabile. Alla base non c\’è una vera deontologia e una vera – ma sì, usiamola questa parola – professionalità. Oggi chiunque con un semplice smartphone può comunicare a mezzo mondo. Già, ma dire cosa? La maggior parte parla del niente e infatti mai come ora siamo sommersi da qualsiasi notizia o da foto che un giornalista serio non si sognerebbe mai di pubblicare. Nel nome della pluralità è finito tutto in vacca. Fine del pistolotto.

Il Greg

Però c\’è chi con intelligenza, pur senza essere un professionista dell\’informazione, ha saputo sfruttare le tante opportunità che la tecnologia offre a tutti. In Italia c\’è il quasi deserto ma in Germania o in Inghilterra esistono già parecchi canali Youtube che fanno una controinformazione del tutto vicina alla vera vocazione del giornalismo. Da qualche mese ne abbiamo uno anche in Italia (anche se tecnicamente è iscritto alla piattaforma spagnola, abitando a Tenerife). Si tratta di Greg Garage, che quotidianamente sforna filmati semplicissimi e lineari sugli argomenti più vari del mondo dell\’auto. Non c\’è montaggio, non ci sono spezzoni storici: ogni puntata è un monologo dai toni schietti, talvolta controversi, ma sempre basati su ragionamenti coerenti, che si possono condividere o no, ma che indubbiamente non lasciano indifferenti. Con le sue inquadrature semplici (dal \”garagino\”) il Greg (ossia Gianluca Gregis) ha il coraggio di dire cose che la maggior parte dei giornalisti non direbbe mai, ammesso che arrivasse ad elaborarle. Fra storia, attualità, economia e una viscerale passione per l\’auto, i filmati di Greg arricchiscono e fanno pensare. Il canale Youtube di Greg dedicato alle auto (ne ha anche altri) sfiora ormai i 20.000 iscritti, ed è il primo in Spagna come rapporto iscritti-visualizzazioni nella sezione motorismo. Lo sarebbe pure in Italia se fosse iscritto qui, come ho già detto. Il mio consiglio è di spendere qualche ora a guardare alcune delle sue puntate dal \”garagino\”. Ne vale davvero la pena. Il canale potete trovarlo a questo link:
https://www.youtube.com/channel/UCcbmyqhzxR3SLbMrBicYTUw
E mi raccomando, mettetegli \”like, stralike, megalike\”. Su Gregis, cercando su Google e altrove, troverete pareri contrastanti, alcuni anche molto negativi su aspetti che non riguardano la rilevanza del lavoro che sta svolgendo oggi su YouTube. Ognuno avrà la propria opinione, su tutto. Concludo giustapponendo il Greg a Davide Cironi, un altro che ha rivoluzionato un certo modo di fare YouTube con l\’automobilismo. I due non potrebbero essere più diversi, ma entrambi, e questo è ciò che conta, stanno lasciando un segno. Chi desideri attingere da fonti alternative per guardare le cose con un\’ottica diversa non dovrebbe trascurare quanto stanno producendo.

Nota del 18 dicembre 2019: a causa dei continui commenti di maleducati, incompetenti e trogloditi vari sono stato costretto a eliminare la possibilità di postare interventi in calce a questo thread. Mi dispiace molto per quelli che erano intervenuti in modo civile (lascio comunque leggibili tutti i loro commenti). Evidentemente qualcuno non capisce neanche il senso dei video del Greg, figuriamoci se è capace di postare interventi costruttivi e articolati secondo una logica argomentativa.

OttOmobile: grande successo di pubblico per la festa del decennale


Si è svolta lo scorso weekend la rassegna organizzata da OttOmobile in occasione del decimo anniversario dalla fondazione. L\’appuntamento era nella zona industriale di Josselin, in Bretagna, dove OttOmobile ha sede. Erano in programma diverse attività legate al mondo del modellismo ma anche delle vetture reali. Oltre 4000 visitatori sono intervenuti all\’evento. E dire che gli organizzatori ne avevano previsti un migliaio…! Nell\’occasione è stato riedito un modello storico di OttOmobile, la Renault Clio Williams 1:18 in serie limitata. 
Una gallery di foto è visibile direttamente sul sito ufficiale: 
http://10ans.otto-models.com/home/?utm_source=sendinblue&utm_campaign=Remerciement_prsence_10_ans_OttOmobile__EN&utm_medium=email

"Modern Specialist" motorizzato Porsche 356: un\'autocostruzione di Massimo Martini

I lettori del blog hanno mostrato di apprezzare alquanto le creazioni di Massimo Martini, le cui ultime opere sono delle autocostruzioni complete, come l\’hot rod del Pikes Peake che abbiamo già presentato in queste pagine. 

Stavolta vi proponiamo le immagini relative del Modern Specialist, un dragster motorizzato Porsche 356 che venne impiegato nei primissimi anni sessanta. Fu pilotato da Doug Church soprattutto nella striscia di asfalto di Blackbushe e malgrado la modestia del motore, il veicolo era capace di una velocità massima di circa 115 miglia orarie, vale a dire oltre 180 km/h. 



Il modello, in scala 1:43 come tutte le creazioni di Massimo Martini, è stato autocostruito in plasticard, stucco e materiali vari (alluminio, resina e pezzi di recupero). Diverse problematiche si presentano nella realizzazione di questi progetti, ma Martini è in grado di risolverli brillantemente in corso d\’opera. Insomma, Massimo è uno che prende e parte, senza avere tutte le idee precise su come certi nodi potranno essere sciolti. Anzi, è proprio la necessità di risolvere i problemi che lo separano dal completamento del progetto che sembra suggerirgli le idee più semplici e brillanti (l\’uovo di Colombo?). Questo dragster ha richiesto anche l\’autocostruzione dell\’intero motore e la realizzazione di cerchi anteriori e posteriori specifici. 


Le ruote anteriori, tanto per fare un esempio, derivano da una vecchia motocicletta della Britains, alle quali sono stati abbinati degli o-ring per simulare le strettissime gomme. Insomma, è una sfida continua e il risultato appaga pienamente l\’occhio. 

Ora che il secondo mostriciattolo americano è stato completato, non resta che sperare nella realizzazione del proverbio \”non c\’è due senza tre\”…

Storia della Scuderia Biondetti – Sessant\'anni di automobilismo sportivo a Firenze, un libro di David Tarallo

Fondata nel 1956 a Firenze per raccogliere l\’eredità sportiva lasciata dal campione automobilistico Clemente Biondetti, la Scuderia Biondetti (negli anni settanta rinominata Firenze Corse – Biondetti) conobbe una lunga e non sempre facile storia che s\’interruppe nel 1976. Per il sodalizio, che si avvalse anche di sedi distaccate a Livorno e a Borgo San Lorenzo nel Mugello, corsero svariati piloti di livello internazionale al volante di vetture di pregio, fra cui Ferrari 250 GT SWB, Alfa Romeo Giulia TZ2, Porsche 904 e Carrera 6. Alla fine degli anni ottanta, su iniziativa di un gruppo di appassionati fiorentini, la Scuderia Biondetti rinacque per arrivare fino ai nostri giorni. Nei trent\’anni del periodo “moderno”, la Biondetti si è fatta apprezzare anche per il suo ruolo di ente organizzatore di gare ed eventi automobilistici, quali la Coppa della Consuma, la Scarperia-Passo del Giogo, la Firenze-Fiesole o il Circuito Stradale del Mugello. Questo libro, curato da David Tarallo, giornalista e storico, ripercorre oltre mezzo secolo di vicende che hanno legato la Scuderia all\’automobilismo italiano e internazionale. Circa 440 foto e riproduzioni di documenti quasi tutti inediti caratterizzano questo volume che vuole portare un ulteriore contributo alla ricerca sulle tante realtà dell\’automobilismo toscano.
Per info e acquisti: 

Le ipercorse, la noia e un passato che non esiste. Le Mans 1970 come paradigma

Steve McQueen ora pro nobis. Tabernacolo
ad acquerello, inizio sec. XXI.

La Formula 1, la Formula E, le auto sportive moderne sono noiose? Anzi, mortalmente noiose e politicamente troppo corrette per voi che siete cresciuti guardando Takaya Todoroki su Telelibera Firenze? Vi capisco. Anch\’io provengo da lì. Rimpiango la Brabham BT49 e la Williams FW07. Ok, fin qui ci siamo. Ma questo corto circuito di mancate emozioni genera mostri. Questi mostri si chiamano le ipercorse. Cosa sono le ipercorse? Sono le gare del passato rivisitate con le suggestioni della nostalgia, anzi, del disadattamento al presente, di per sé spiegabilissimo. Ma se il livello di esagerazione ha un limite, le ipercorse lo oltrepassano. Con l\’avvento di Internet e dei social le ipercorse si sono radicate nell\’immaginario degli appassionati, assumendo connotati mitici alla stessa stregua delle antiche agiografie. Steve McQueen, Le Mans 1970, la Porsche 917 e la Ferrari 512S, il Nurburgring e Spa sono fra i temi preferiti dell\’iconografia delle ipercorse. Le ipercorse, lo avrete già capito, non sono mai esistite. Esse albergano nella mente di quelli che vanno a Le Mans vestiti da Porsche 917 o col giubbottino di McQueen, sperando di ritrovare nelle asettiche LMP di oggi emozioni probabilmente neanche mai esistite. Si riconoscono fra loro: io ho la T-Shirt rosa con i tagli dei maiale, tu hai quella viola con i ghirigori verdi e il numero 3, lui quella da benzinaio, celeste con la strisciona arancione. Roba che se le usi per andare in giro tutti i giorni ti bloccano subito e ti rinchiudono per un TSO (che non significa in questo caso Thierry Sabine Organisation). Nelle ipercorse non piove, diluvia. C\’è tanta di quell\’acqua che la 24 Ore di Le Mans 1970 sembra svolgersi in Piazza Santa Croce durante l\’alluvione di Firenze, col Cristo del Cimabue che fa da starter. I bardi di queste vulgate drammatizzate sono quegli pseudo-pittori di croste che vedi a Rétromobile nel cosiddetto padiglione degli artisti o nel villaggio di Le Mans. Non faccio nomi, tanto sono tutti uguali.

Siamo a Le Mans 1970 e nevica. Buon Natale.

Su Facebook i nostalgici della nostalgia si tengono bordone pubblicando foto che ormai non si sa più se siano originali, taroccate o se addirittura derivino da quei giochi per PC dove puoi utilizzare la Lotus di Clark o l\’Alfa Romeo di Nino Farina. Al Nurburgring ormai non si salta più, si vola, che a confronto i botti tirati da Webber o Dumbreck a Le Mans (quelli, ahiloro, veri) fanno ridere. Così vedi Clark o Stewart librarsi nell\’aere leggeri come farfalle, con le macchine che assomigliano più a palloni aerostatici che a Formula 1.

Palloncini alla sagra del prugnolo.

Questo gusto è kitsch e grottesco allo stesso tempo, ed è strettamente imparentato con i divani a forma di muso di Porsche 917 o agli sgabelli con i colori del casco di Pescarolo. Quella è però roba da ricchi, che magari possono infilarla nella loro stanzetta dei giochi, accanto ad un pacchiano modello montato da One Man Factory o da Fred Suber, magari col figurino di Mike Hawthorn che assomiglia più che altro a Popeye. Oppure insieme al clone (perché pensate che ci siano ancora kit originali?) della Ferrari AMR di Rossellini, scritto puntualmente Rosellini o Rosselini. Scrivere Rosselini sulla targhetta di un modello montato da uno dei guru dell\’1:43 fa figo.