Chevrolet 30 CWT (Tamiya) di Simon Antelmi

Da Simon Antelmi ricevo questo resoconto su un recente montaggio di un veicolo molto particolare, lo Chevrolet 30 CWT (un vecchio kit Tamiya), che il modellista genovese ha notevolmente migliorato, dotandolo oltretutto di figurini Masterbox.

\”La seconda guerra mondiale nel deserto del Nordafrica fu combattuta con i mezzi più disparati, spesso a causa della penuria di materiale che affliggeva i contendenti  durante le prime fasi del conflitto.

Gli inglesi costituirono così all\’ inizio delle ostilità il “Long Range Desert Group” una forza indipendente ad alta mobilità in grado di sopravvivere al difficile clima desertico, capace di svolgere attività di ricognizione e di offesa all\’ interno dei territori controllati dalle forze dell\’asse, i mezzi adottati per questo scopo spaziavano dalle classiche Willy\’s (jeep molto amata presso gli alleati) agli Chevrolet 30 CWT spesso sovraccarichi di materiale utile alla mimetizzazione e alla sopravvivenza stessa dell\’equipaggio.

Il kit della Tamiya datato 1976 rimane ancora oggi un prodotto degno di tutto rispetto e con l\’aggiunta di qualche elemento recuperato nella banca pezzi si può tranquillamente raggiungere un buon risultato; i figurini della ucraina Master box, (con la quale Simon ha avviato una collaborazione, n.d.r.), si sposano alla perfezione per chiunque desideri riprodurre una scenetta ambientata nel caldo deserto libico degli anni quaranta.

La qualità della ditta giapponese si riconferma ogni volta che andremo ad assemblare i singoli pezzi, per comodità della successiva fase di verniciatura alcuni pezzi sono stati lasciati a parte, come gli pneumatici o le mitragliatrici ad esempio.

Per la colorazione dei pezzi ho utilizzato prodotti della ditta genovese Lifecolor, si tratta di acrilici di buona qualità che possono essere impiegati ad aerografo o a pennello, per la procedura di invecchiamento ho utilizzato colori ad olio, dispersi in acquaragia per i cosiddetti “lavaggi”, spugnette spontex intinte in miscele di nero ed arancione per ricreare le naturali abrasioni nelle zone critiche della carrozzeria (azione a tamponare), mentre per gli pneumatici mi sono avvalso del set Lifecolor dedicato alle varie sfumature del nero, sei prodotti utilissimi per riprodurre l\’usura delle gomme nel deserto.

Per dipingere i figurini in plastica ho usato il principio della luce zenitale, ho dato una base ad aerografo sfumando i pantaloncini e le giacche, intervenendo successivamente con un pennello triplo zero per sottolineare alcune pieghe dei panneggi, gli incarnati sono dipinti con i toni del set Lifecolor dedicato a questo scopo, facile e veloce per ottenere sfumature e contrasti accattivanti sui volti dei soldati.\”

Torna l\'Alfa Romeo 8C 2300 di Remember

Pochi conoscono l\’Alfa Romeo 8C 2300, prodotta molti anni fa in metallo bianco e dettagli motore da Remember. Proprio in questi giorni il modello è uscito in forma rivisitata, stavolta in resina e senza dettagli del motore. Rispetto al modello in metallo bianco, saranno disponibili molte versioni, anche inedite. Per il momento sono uscite le seguenti varianti:

Monaco 1932 Nuvolari #28
Monaco 1932 Rudi Caracciola #2
Monza 1931 Giuseppe Campari #26
vettura gialla con ruote verdi del brasiliano Manuel de Teffé.

Tu vuo\' fare o\' giapponese

Inizio da una possibile fine: la maggior parte della gente che si accapiglia sui vari forum discettando dei maestri giapponese, di modelli montati da loro dal vivo non ne ha visto manco uno in vita sua. Io stesso ammetto di essere ben lontano da una conoscenza approfondita \”sul campo\”, anche se qualche esperienza diretta l\’ho avuta. Comunque sia, la presenza qua e là dei wip di questi virtuosi ha creato un \”prima\” e un \”dopo\” da cui chi voglia fare un lavoro di iperdettaglio su un modello non può prescindere dalla loro lezione. Sto parlando dei professionisti; altri montatori per diletto possono (o debbono) percorrere altre strade. Il problema nasce proprio dal velleitarismo di alcuni dei nostri europei che si sono detti: \”e che ci vuole? Lo faccio anch\’io\”. Il segreto? L\’ottimizzazione dell\’abilità. E qui casca l\’asino, perché ciò che i giapponesi hanno portato di nuovo in questo settore è un approccio completamente differente alla materia, una riconsiderazione sovente radicale non solo delle tecniche ma anche dei mezzi utilizzati; essi hanno portato una ventata d\’aria nuova con la loro straordinaria originalità nell\’affrontare problemi vecchi con soluzioni nuove; con la loro capacità, direi, di reinventare, di riconsiderare tanti aspetti da un altro punto di vista, facendo non di rado giustizia del \”si è sempre fatto così\”, che per molti è stata una fonte di sicurezza ma anche un ostacolo alla maturazione e in ultima analisi al progresso dei risultati nel corso degli anni. Nel nostro settore siamo ancora a fare i cambi o le lucine di illuminazione con le capocchie di spillo. Da una parte c\’è una grande attenzione alla fedeltà storica, dall\’altra ci si accontenta di vivacchiare pescando nella scatola del cucito della nonna. I giapponesi, pur mancando in molti casi di conoscenze storiche approfondite hanno finito per mostrare alla luce del sole tutta la pochezza di certe soluzioni cristallizzate in un anacronistico passato. I risultati eccezionali che hanno ottenuto hanno finito per creare una serie di imitatori che per il momento restano tali. Montatori pur bravi che pensano di raggiungere livelli superiori estremizzando tecniche superate o inadeguate. E\’ come se si volesse realizzare una Formula 1 partendo da una GT. Sarebbe tempo perso e forse si perderebbe anche quell\’equilibrio che caratterizza un prodotto nato per non superare certi limiti. L\’ha capito bene uno come Magnette che non si sognerebbe mai di giocare all\’Hayakawa o al Kamimura. Altri, questo discorso, l\’hanno capito meno e si ostinano a presentare certi lavori che finiscono per mostrare tutte le contraddizioni di quando si cerca di superare o eguagliare gli altri senza aver capito bene prima di tutto cosa si voglia da se stessi. Mi fermo qui ma potrei fare qualche esempio che certamente dispiacerebbe a qualcuno – e forse in questo caso non ce ne sarebbe bisogno. Ma mi auguro che dalle parti nostre, o ancor di più in Francia, qualcuno non butti dalla finestra il proprio talento nell\’inseguire improbabili chimere.

Rassegna stampa: Quattroroutine 280

Con ritardo, includo anche il numero 280 di Quattroruotine (aprile-giugno 2012) nella rassegna stampa. Devo dire la verità: era molto tempo che non sfogliavo la rivista dell\’Editoriale Domus, un po\’ per mancanza di occasioni, un po\’ perché influenzato dai commenti sempre negativi sentiti in giro. Per curiorità l\’ho presa nei giorni scorsi e tutto sommato mi è sembrata dignitosa, pur con tutti i limiti che condivide con l\’altra rivista italiana del settore, Modelli Auto.

Norimberga…

…e Parigi (Retromobile)

In generale, Quattroruotine ha un carattere più storico e \”collezionistico\”, mentre Modelli Auto avrebbe una vocazione più tecnica e d\’attualità, anche se attribuire a ciascuna di queste riviste un ruolo concreto legato a quei termini significa essere abbastanza generosi. In ogni caso questo è ciò che passa il convento. Puntualmente il numero 280 di Quattroruotine dedica un ampio servizio al Salone di Norimberga, focalizzandosi anche su un altro evento che ha avuto luogo in quei giorni invernali, Retromobile a Parigi.

Fra gli articoli speciali si segnala quello sulla collezione di Giordano Negri (modelli Brooklin) e quello sui Corgi con le ruote veloci, una tematica abbastanza trascurata a vantaggio dei modelli più classici e più antichi. I Corgi con le Whizzwheels rappresentano comunque un\’epoca ed è bene ricordarli di tanto in tanto, soprattutto via via che ci si allontana da quegli anni abbastanza contraddittori per il modellismo in scala 1:43.

C\’è anche un articolo sulle Formula 1 di Michele Alboreto, ma sinceramente si sarebbe potuto fare di più; simpatico il garage Alfa Romeo in 1:24 realizzato da Luca Dieni di Genova e il pezzo che chiude la rivista, sulla Maserati Quattroporte della Politoys, un po\’ corto ma tutto sommato completo.

Tutto il resto merita una scorsa più o meno rapida. Ma, ripeto, mi ero preparato al peggio e devo dire di non essere del tutto d\’accordo su chi critica per partito preso Quattroruotine. Non sarà il massimo ma si ha l\’impressione che continui a fare il proprio onesto compitino, nulla più. Ma è già qualcosa. O no?

Piccole realtà artigianali: Rhino di Firenze

A Firenze esistono ancora piccole realtà artigianali che pur nella sostanziale mancanza di un tessuto connettivo organizzato, danno vita a produzioni originali e talvolta sorprendenti. E\’ il caso di Rhino, un marchio inventato da Marco Chieffi e Vittorio Materazzi che da qualche tempo si dedica alla riproduzione in scala 1:30 di mezzi corazzati in resina della seconda guerra mondiale.


Marco Chieffi (a sinistra) e Vittorio Materazzi di Rhino

La scala 1:30, che potrebbe sembrare abbastanza bizzarra, è quella di un certo tipo di soldatini, utilizzati anche dagli appassionati dei war games. Attorno ai figurini è fiorita tutta una serie di produzioni che vanno sapute interpretare nella loro peculiarità: si tratta di modelli sì fedeli, ma che debbono rispondere a dei criteri di solidità e di \”maneggiabilità\” estranei a ciò che normalmente si richiederebbe a un modello statico. Siamo sempre in presenza di modelli statici, ma concepiti in modo da essere manipolati sui campi di battaglia dei war games senza subire facilmente danni. Un mondo che noi dell\’1:43 fatichiamo a concepire, ma che diventa interessante come diventano interessanti tutte le cose che prima si ignoravano e che si imparano via via a conoscere.

Una delle più recenti idee di Rhino è quella di dedicarsi ad autovetture che possano essere riprodotte in livrea militare come mezzi di servizio e di rappresentanza, corredate di figurini in metallo, ben dipinti. Ecco che è nata la Mercedes 770, già disponibile in un paio di versioni, e altri modelli (anche italiani) sono allo studio. Viene da chiedersi come reagirebbe il mercato all\’introduzione di una serie di versioni civili, magari presentate su basetta di legno, con un figurino o qualche altro piccolo accessorio.

La Mercedes 770 in scala 1:30. I modelli Rhino sono realizzati in una resina molto pesante, con il maggior numero di pezzi riportati e verniciati.

Certo, la scala abbastanza inusuale limiterebbe probabilmente le possibilità di diffusione al di fuori dell\’ambito militare, ma credo che una bella serie di Mercedes 770 civile nero lucido potrebbe essere accolta con un certo interesse. E\’ in via di completamento un secondo prototipo di cui non mi è permesso parlare, ma non appena mi si darà il permesso lo presenterò sul blog, magari con una recensione accurata. C\’è anche da sperare che Rhino possa dedicarsi in un prossimo futuro anche a certi piccoli mezzi corazzati italiani degli anni 30 finora trascurati dal mercato.

La produzione Rhino, distribuita da Saimex

Lancia, Alfa Romeo e un ringraziamento a un paio di geni della contrattazione

Ho recentemente rilevato due collezioni e come al solito ho passato diverso tempo a osservare i modelli, a valutarli, a fare piccoli ritocchi qua e là. La maggior parte di questi modelli ha già preso altre strade, arrivando nelle case di tanti collezionisti. Un paio, però, ho deciso di tenermeli io, anche un po\’ esasperato da un collezionista italiano (toh…) che tirava disperatamente su 5 euro; ma dico io, ve lo ordina il medico di comprare modelli? Poi 5 euro: ma che figura ci fai? Io per principio non ho voluto cedere, anche perché mi dà molto fastidio che qualcuno arrivi e si metta a mercanteggiare su prezzi già molto competitivi. Questo aprirebbe la porta a qualche considerazione sul comportamento dei compratori italiani, non certo per fare delle semplicistiche categorizzazioni, ma proprio perché la maggior parte di essi assume comportamenti da foro boario quando non da morto di fame. E visto che siamo a vendere modelli (il regno del superfluo) e non medicinali salvavita, quelli che cercano di risparmiare 5 euro, magari su 100, mi fanno anche un po\’ pena. Comunque. Diciamo che da questo piccolo episodio ho deciso di tenere questi due modelli, che rappresentano l\’eccellenza automobilistica italiana di fine anni cinquanta / inizio anni sessanta: una Lancia Fulvia 2C di EmmeBi Models e una Giulietta Ti di Tron, entrambi montati molto bene e che hanno necessitato solo di piccoli accomodamenti e aggiornamenti. La Fulvia forse non sarà il massimo della fedeltà quanto a linee ma è un modello simpatico; la Giulietta di Tron mi è sempre piaciuta nelle sue forme e in questo colore celeste non l\’avevo mai avuta. Un grazie, quindi, agli illustri pitocchi (detto simpaticamente, ma sempre pitocchi sono) che hanno permesso la permanenza di questi due modelli nella mia collezione.

Marginalia sulla Ferrari 250 GTO 64 4399GT

Spesso accade che gli errori storici (grandi e piccoli) sui modelli si tramandino di generazione in generazione perché semplicemente nessuno ha approfondito abbastanza per dimostrare che una certa fonte, giudicata attendibile, è sempre stata presa per buona anche se in realtà fornisce indicazioni sbagliate. Facciamo un esempio emblematico, il colore delle lucine sul tetto della Ferrari 250 GTO 64 4399GT di Le Mans 1964, la vettura della Maranello Concessionaires, per intenderci. Quasi tutti i montatori da Magnette sui primissimi esemplari con basetta in legno derivati dal kit X-Nostalgia, ai più recenti \”guru\” tanto strombazzati da alcuni venditori d\’oltreoceano, hanno riprodotto entrambe le lucine di rosso. E se i montatori di inizi anni ottanta possono essere scusati, quelli moderni hanno molte meno giustificazioni.
Tutto nasce, credo, dalla didascalia sbagliata di pagina 292 del primo libro di riferimento sulle Ferrari 250 GT, l\’edizione del Pourret edita da EPA:

Qui si legge: \”Le Mans 1964, arrivée pour la GTO 4399GT chassis 63 recarrossé\”.
Se non ché, qui non siamo a Le Mans, ma a… Reims! Lo dimostrano chiaramente (oltre all\’ambientazione) la dimensione e il font dei numeri di gara, diversi da quelli di Le Mans.

E per ulteriore conferma, la \”sbrecciatura\” sulla presa d\’aria anteriore si formò proprio a Reims, come dimostra in modo inequivocabile questa immagine tratta dal libro di Bluemel e Pourret, uscito alla fine degli anni novanta.

Trent\’anni fa, anche se un montatore avesse riconosciuto che la foto era ambientata a Reims e non a Le Mans, in mancanza di foto della 24 ore avrebbe potuto tranquillamente dedurre che le due lucine sul tetto non cambiassero di gara in gara. E invece a Le Mans la GTO 4399GT aveva una luce verde e una rossa, non due rosse, come invece quasi tutti i montatori (fra cui Barnett e l\’osannato Moura in un recentissimo montaggio visibile su Miniwerks) continuano a pensare, magari guardando quell\’immagine del libro del Pourret, ma ignorando la documentazione a colori che nel frattempo è uscita fuori sulla macchina a Le Mans.

Un piccolo esempio di un particolare magari insignificante, che dimostra però come la genesi dell\’errore sia spesso da ricercare in fattori lontani.

Alcune tendenze e considerazioni della sera

Il lavoro \”vero\” e alcune grosse difficoltà hanno leggermente rallentato l\’attività del blog in questi ultimi giorni. Peccato. Resta comunque vigile il ruolo di \”osservatore\” di alcuni fenomeni che vorrei che questo sito conservasse, in attesa magari di alcuni sviluppi di cui vi terrò al corrente quanto prima.

Per l\’ennesima volta mi sono accorto di quanto materiale si tenda ad accumulare negli anni, allontandandosi dalle tematiche più importanti. Non che questo sia necessariamente un male; anzi, diffido un po\’ di quelli che da 10, 20, 30 anni fanno sempre e solo Porsche, Ferrari a Le Mans, Targa Florio o macchine di Niki Lauda. Non sanno cosa si perdono. Però c\’è il rischio opposto, quello di perdersi in troppi rivoli, sempre per passione, beninteso. E a volte ci si guarda indietro e ci si rende conto di aver perso di vista una certa essenzialità. Sono le tante anse (anse, non ansie, anche se pure quest\’ultima parola non sarebbe fuori luogo!) del fiume del collezionismo che nasce, si muove, prosegue il proprio cammino a volte con percorsi non proprio lineari. E\’ il suo bello, dicevo, perché permette di conoscere, di fare esperienze su argomenti che prima si ignoravano e alla fine è tutta cultura. Però quando ci si rende conto che era proprio per evitare certi accumuli indiscriminati che si era fatta una scelta (magari non una, ma due o tre) è arrivato il momento di fare un po\’ di pulizia alla collezione. Come quando si potano gli alberi perché possano crescere e prosperare più forti e più belli di prima.

Altra considerazione della sera: l\’aumento su eBay di compratori di paesi \”nuovi\” dal punto di vista collezionistico. E\’ un fenomeno positivo e ormai non può essere ridotto a livello di aneddoto o curiosità. Sono molti, sempre di più i collezionisti da Cina, Indonesia, Thailandia e Russia: cito espressamente questi quattro paesi perché ne ho incontrati sempre di più di appassionati non solo alle Ferrari tamarre di oggi ma anche alle vetture del passato; di un passato che nessuno di loro ha vissuto, neanche nel racconto dei loro padri o dei loro nonni. E\’ una cosa positiva che smentisce in parte alcune teorie troppo assolute e che dimostra come certi fenomeni possano prendere delle direzioni inopinate, a volte imprevedibili.

Sono contento che la piccola burla del forum americano abbia suscitato tante discussioni. D\’accordo con Paolo Tron (era lui che mi aveva dato il permesso di riprendere l\’argomento) avevamo deciso di buttarla sul ridere. Qualcuno se l\’è presa perché sono saltate fuori parole un po\’ grosse. Naturalmente nessuna generalizzazione sugli americani che peraltro conosco piuttosto bene e con i quali – in parte – lavoro. Era, piuttosto, solo un esempio della spazzatura che si può trovare in rete, spazzatura che può rovinarti la reputazione anche a distanza di diversi anni.

Paolo Tron è morto nel 2009

Ebbene sì: Paolo Tron è morto nel 2009, come si evince da questo colto forum:
http://www.diecast.org/diecast98/html/asp/forums/forum43/viewMessage.asp?id=56786&start=56786

Ora, delle due l\’una: o la notizia della sua scomparsa era fortemente esagerata, oppure in questi tre anni abbiamo avuto a che fare con un allegro ectoplasma.
Sia come sia, evito ogni altro commento sugli argomenti trattati in quel thread, visto che si… commentano da soli.
Prosit, Paolo e cent\’anni di vita (di quella bòna…)!