La Benetton-BMW B186 GP Detroit 1986

Il Gran Premio degli Stati Uniti 1986, disputato il 22 giugno sul Circuito di Detroit, fu stata la settima gara del campionato di Formula 1 del 1986. La Benetton si presentò con una novità estetica: gli pneumatici Pirelli mostravano le spalle colorate, in completa sintonia col motto ‘United Colors’: rosso, arancio, verde, blu, giallo e viola. Il ritorno mediatico fu di primissimo piano. L’appuntamento americano non si rivelò fortunato per i due piloti del team italiano. In qualifica, Gerhard Berger guadagnò la sesta fila, col dodicesimo tempo, staccato di 3″5 dal poleman Ayrton Senna, poi vincitore. Ancor più attardato Teo Fabi, diciassettesimo in nona fila, a oltre 5 secondi dal miglior tempo. In gara un mesto ritiro per entrambi: l’austriaco alzò bandiera bianca dopo 8 giri per un problema al motore BMW, l’italiano dopo 38 tornate per un guasto al cambio.

Tameo ha annunciato il kit della Benetton B186 degli USA 1986, che sarà prodotta nella gamma standard (catalogo TMK449).

Peugeot 907 Concept del 2004

Sono passati oltre 20 anni da quando, al Salone di Parigi del 2004, Peugeot presentava la 907, una show car che all’epoca nasceva con buone probabilità di diventare qualcosa di più di un mero esercizio di stile.
La Peugeot 907 era una concept fatta e finita e, soprattutto, molto più che semplicemente marciante: era infatti dotata di un inedito propulsore V12 da 6 litri, capace di 500cv e 620 Nm, in grado di farle raggiungere una velocità massima di ben 357 km/h. Inutile andare a cercare nei listini di inizio millennio, non si sarebbe trovato alcun V12 nella gamma Peugeot perché, semplicemente, non c’è mai stato. Il propulsore della 907 venne realizzato appositamente unendo due V6 da 3 litri, di quelli che era possibile trovare nella gamma 406 o 607, dando vita così al prototipo stradale più potente mai costruito a Sochaux. Ad esso era abbinata una trazione posteriore gestita attraverso un cambio automatico sequenziale a 6 marce.

A pensarci ora, la Peugeot 907 era davvero una vettura incredibile non solo per un costruttore generalista come Peugeot, ma anche in termini assoluti. Qualora fosse entrata in produzione, avrebbe potuto rivaleggiare alla pari – almeno in termini di prestazioni – con avversarie come Ferrari, Porsche, Aston Martin o Mercedes SLR.

La linea, grintosa e sensuale, all’epoca venne descritta dagli stessi progettisti come la realizzazione di un sogno; venne definita “l’unione tra il passato e il futuro del marchio”, in pratica una sorta di reinterpretazione moderna e sintetica di quanto Peugeot aveva fatto nel corso della storia. La carrozzeria, lunga 4,37 metri, era per gran parte realizzata in fibra di carbonio, unendo così leggerezza e rigidità. La parte centrale del cofano motore era trasparente, come su alcune vetture da competizione degli anni ’50 e ’60, e permetteva di ammirare il poderoso V12.
Interni e finiture della 907 Concept, eleganti e sportivi, erano all’altezza della linea e delle prestazioni, con una dotazione ricca, lussuosa e tecnologica.

I sedili sportivi erano rivestiti in pelle marrone e Alcantara, abbinati a volante e pomello della leva del cambio impreziositi da inserti in legno. Al cruscotto analogico era affiancato, nella console centrale, un display touchscreen con navigatore GPS e lettore MP3, qualcosa di ordinario al giorno d’oggi ma che nel 2004 faceva ancora sensazione. Al Salone di Parigi e nelle settimane successive la 907 Concept fece parlare parecchio di sé, al punto che iniziarono a circolare voci su una possibile produzione in serie limitata di 50 unità; come sappiamo, le cose andranno diversamente. La Peugeot 907 è rimasta un sogno, proprio come l’avevano immaginata i suoi progettisti.

I 90 anni dell’Opel Olympia

Il 1935 si aprì con un grande successo per il mondo automobilistico: Opel presentò al Salone di Berlino la “Type Olympia” da 1,3 litri. L’innovativo modello entrò in produzione ad aprile. Nata come berlina decappottabile, venne prodotta anche con il tetto chiuso in lamiera. La Opel Olympia fu anche la prima auto ad attraversare l’Oceano Atlantico fino al Sud America in dirigibile. Fu la prima vettura prodotta in serie in Germania con carrozzeria autoportante interamente in acciaio, per la quale Opel aveva registrato un brevetto.

La carrozzeria e il telaio erano fusi in una struttura autoportante come gli elementi di un aeroplano. Questo concetto tecnico segnò una rottura con le tecniche di costruzione convenzionali nella produzione automobilistica di allora. I vantaggi di questo principio costruttivo, che all’epoca era rivoluzionario e che oggi viene dato per scontato, sono molteplici.

Lo scheletro metallico del corpo autoportante era costituito da travi profilate, collegate tra loro come nella costruzione di un aereo, con conseguente massa inferiore. Con un peso a vuoto di soli 835 chilogrammi, la Opel Olympia pesava 135 chilogrammi in meno rispetto al modello precedente, basato su un telaio profilato con lo stesso motore. Il risultato fu un aumento delle prestazioni di guida a parità di motore e una riduzione del consumo di carburante.

Tutto ciò rese la Opel Olympia non solo la berlina di serie più economica della sua classe di prestazioni dell’epoca, ma anche la più veloce. Il motore 1,3 litri da 18 kW (24 CV) inizialmente portava la vettura fino a una velocità massima di 95 km/h. Allo stesso tempo, l’Olympia richiedeva in media 9,5 litri di benzina ogni 100 chilometri. Inoltre, la nuova vettura offriva ulteriori innovazioni: con un’altezza da terra quasi invariata, il baricentro era più basso di circa 15 centimetri rispetto alla precedente Opel 1,3. Le comode sospensioni sincronizzate garantivano inoltre caratteristiche di maneggevolezza, stabilità e sicurezza. Il produttore di Rüsselsheim descrisse il risultato di tutte queste misure come segue: “Anche ad alta velocità si possono prendere le curve, la Opel Olympia è a prova di curva”.

Con un passo di 2,37 metri e una lunghezza fuori tutto di soli 3,95 metri, la Opel Olympia era anche molto maneggevole. Gli elevati standard che Opel aveva stabilito per il modello furono confermati anche dalle riviste specializzate. La rivista «Motor and Sport» scrisse: «Le prestazioni di guida sono impressionanti per un’auto da 1,3 litri e consentono al guidatore di raggiungere medie di viaggio di tutto rispetto».

Tuttavia, non furono solo le prestazioni esemplari e la tenuta di strada a rendere l’Olympia l’auto da viaggio perfetta degli anni ’30; i suoi interni impressionarono anche per le sue qualità pratiche e orientate al comfort. “I sedili imbottiti sono rivestiti in velluto a coste, gli schienali dei sedili anteriori possono essere ripiegati in avanti, i sedili posteriori sono dimensionati in modo così favorevole in larghezza e profondità che si ha piena libertà di movimento e non si avverte alcuna tensione alla guida”, si legge nella descrizione dell’epoca.

Il design della carrozzeria autoportante aumentava anche la sicurezza dei passeggeri: il tetto era realizzato in un unico pezzo di acciaio e dava alla vettura ulteriore stabilità. Nella zona del profilo anteriore a forma di forcella, un punto di rottura predeterminato assorbiva parte dell’energia d’impatto in caso di collisione. In questo modo erano stati creati i precursori di una cella rigida per i passeggeri e di una zona di deformazione. Anche il nuovo modello fu progettato magnificamente: la Opel Olympia integrò per la prima volta i fari nella carrozzeria.

La carrozzeria autoportante interamente in acciaio non solo ha reso l’auto più leggera, sicura e confortevole, ma ha anche consentito la moderna produzione di veicoli in grandi serie, che è diventata standard in tutte le fabbriche di automobili del mondo nei decenni successivi: è nato il cosiddetto “matrimonio” tra carrozzeria e motori.

Per la prima volta, gli assali e i motori completamente pre-assemblati non furono più avvitati nel telaio, ma sollevati nelle scocche, che erano trasportate dall’alto su catene di montaggio, utilizzando piattaforme idrauliche. L’intero processo di produzione era quindi più rapido ed efficiente, con vantaggi economici che furono trasferiti ai clienti anche attraverso prezzi accessibili. La berlina Opel Olympia a due porte e la berlina Cabriolet a due porte erano disponibili a partire da 2.500 marchi, inferiori di 350 marchi al vecchio modello 1,3.

Oltre ad aver rivoluzionato il design e il processo di produzione con l’Olympia, Opel aveva un altro motivo per festeggiare nel 1935: divenne infatti la prima casa automobilistica tedesca a superare la soglia dei 100.000 veicoli fabbricati nell’arco di un anno.

Opel sapeva come pubblicizzare l’Olympia: nel 1936, la vettura prese letteralmente… il volo. Nel ventre del famoso dirigibile LZ 129 Hindenburg, la 500.000esima Opel sbarcò a Rio de Janeiro. Dopo soli tre giorni e 10.000 chilometri percorsi, l’Hindenburg atterrò nella metropoli sudamericana con l’Olympia a bordo. I brasiliani festeggiarono l’arrivo e accompagnarono il tour dell’Olympia per le strade di Rio con grandi applausi.

E undici anni dopo, l’Olympia divenne anche una specie di personaggio. Nel film del 1947 “In quei giorni”, la storia dell’ultimo decennio fu raccontata simbolicamente dal punto di vista della Opel Olympia e delle sue numerose esperienze. Lo stile narrativo indubbiamente originale si rivelò convincente e il film fu poi incluso nei programmi di istruzione scolastica.

Nel frattempo, la storia di successo della Opel Olympia continuò senza sosta: le generazioni successive di modelli Opel continuarono a portare il nome Olympia fino ai primi anni ’70, riflettendo innovazione ingegneristica, qualità e affidabilità. 

24 Ore di Le Mans 2025: la lista degli iscritti

E’ stata diramata stamani la lista provvisoria degli iscritti della 24 Ore di Le Mans 2025, che partirà il 14 giugno alle ore 16.

Sono 62 gli iscritti, in rappresentanza di 13 costruttori, nelle categorie Hypercar, LMP2 e LMGT3.

Le 36 vetture iscritte al FIA-WEC 2025 sono state automaticamente invitate; a queste si aggiungeranno altre 26 auto, scelte secondo altri criteri sportivi.

Nell’Hypercar si attendono 21 equipaggi, al volante di Alpine, BMW, Cadillac, Ferrari, Peugeot, Porsche, Toyota e Aston Martin, che fa il suo ritorno nella categoria principale. Vittoriosa nelle due ultime edizioni, la Ferrari dovrà far fronte a una concorrenza davvero agguerrita. In LMP2 sono 17 le auto iscritte; benché non più presente nel FIA-WEC, la LMP2 continua ad essere la categoria di riferimento nell’European Le Mans Series e nell’Asian Le Mans Series. Infine, la LMGT3, al suo secondo anno, promette una battaglia di primo livello, con Aston Martin, BMW, Corvette, Ferrari, Ford, Lexus, McLaren, Porsche e Mercedes-AMG, che si è aggiunta nel 2025 a completare una griglia senza pari.

Il 27 aprile la 15ma edizione della Borsa di scambio a Montbrison

Si svolgerà il 27 aprile la Borsa di scambio a Montbrison, nei pressi di Saint Etienne. L’evento è organizzato dal Montbrison Maquett’ Club, presso l’Espace Guy Poirieux in avenue Charles de Gaulle, con orario 8.30-16.30.

Per informazioni e iscrizioni: www.montbrison-maquette-club.fr

Il 13 aprile borsa di scambio a Lure (Haute-Saône)

Si svolgerà il prossimo 13 aprile (ore 9-16) la Borsa di scambio di Lure, in Alta Saona (Francia), organizzata dall’Amicale RAMI-JMK.

La borsa avrà luogo presso l’Espace du Sapeur, in rue du Docteur Deubel a Lure. Per informazioni: rami.jmk.lure@free.fr

FIA-WEC: i numeri della tripletta Ferrari

Il primo atto del FIA World Endurance Championship 2025 è destinato a entrare nella storia del motorsport e nei ricordi degli appassionati grazie alla tripletta firmata dalla Ferrari sul tracciato di Lusail, sede della 1812 KM del Qatar. La vittoria è stata ottenuta da Antonio Fuoco, Miguel Molina e Nicklas Nielsen con la 499P numero 50 che sono transitati sotto la bandiera a scacchi davanti alla vettura numero 83 del team AF Corse condotta da Yifei Ye, Robert Kubica e Phil Hanson; terzo l’altro equipaggio della squadra ufficiale Ferrari – AF Corse formato da Alessandro Pier Guidi, James Calado e Antonio Giovinazzi.

La Casa di Maranello ha costruito il fine settimana perfetto non solo per lo straordinario obiettivo centrato in gara, ma anche grazie al miglior tempo sul giro nell’arco delle 10 ore di competizione – firmato da Pier Guidi – e alla pole position di Giovinazzi. Per il Cavallino Rampante si è trattato, quindi, del miglior esordio possibile nella terza stagione che vede impegnate le Ferrari 499P nella top class dell’endurance.

Il numero di successi assoluti della Ferrari nel FIA WEC sale così a quota quattro: il risultato ottenuto in Qatar, infatti, si aggiunge alle due indimenticabili vittorie alla 24 Ore di Le Mans della squadra ufficiale (nel 2023 con Pier Guidi/Calado/Giovinazzi e nel 2024 con Fuoco/Molina/Nielsen), e al primo posto al COTA, lo scorso anno, del team AF Corse con la 499P numero 83 guidata da Ye-Shwartzman-Kubica.
 
Ferrari termina con tre vetture ai primi posti una gara nella top class dell’endurance 53 anni dopo l’ultima volta. Nell’albo d’oro, infatti, la stagione 1972 – la penultima che aveva visto il Cavallino Rampante impegnato nella categoria principale, prima del ritorno nel 2023 – aveva classificato ben quattro vetture davanti a tutti nel Mondiale Marche.

Era capitato alla 1000km dell’Österreichring (Zeltweg), con quattro equipaggi al volante della Ferrari 312 PB. Nella gara, disputata il 25 giugno 1972, terminarono primi Jacky Ickx e Brian Redman, davanti rispettivamente a Helmut Marko e Carlos Pace, Tim Schenken con Ronnie Peterson, e Arturo Merzario con Sandro Munari, che conclusero quarti. Nel 1972, comunque, la concorrenza per la Ferrari era stata sempre abbastanza debole, mentre al momento attuale nel WEC sono presenti numerosi team ufficiali a rappresentare praticamente il meglio della produzione mondiale.
Indimenticabile, inoltre, la tripletta ottenuta nel 1967 alla 24 Ore di Daytona, gara inaugurale del Mondiale Sport Prototipi, con la Ferrari 330 P4 di Lorenzo Bandini e Chris Amon transitata sotto la bandiera a scacchi davanti alla 330 P4 di Mike Parkes e Ludovico Scarfiotti e alla 412 P di Pedro Rodriguez e Jean Guichet.
 
La Casa di Maranello lascia Lusail con 66 punti in classifica Costruttori grazie alla pole position, valsa un punto, e al piazzamento in gara degli equipaggi numero 50 e 51 che hanno attribuito rispettivamente 38 e 27 lunghezze.
A partire dalla stagione in corso, infatti, il regolamento del FIA WEC consente a entrambe le vetture di ottenere punti validi per la graduatoria iridata, mentre sino al 2024 solo la migliore classificata tra le 499P della squadra Ferrari – AF Corse poteva maturarli.
Oltre ad aver firmato il secondo posto assoluto, la 499P iscritta da AF Corse ha festeggiato la vittoria nella FIA World Cup for Hypercar Team, conquistando così 38 punti validi per la classifica riservata alle squadre indipendenti.
 
Il FIA World Endurance Championship tornerà il 20 aprile con la 6 Ore di Imola.

FIA-WEC: 1812km di Losail

Photo copyright DPPI/FIA-WEC

FIA-WEC: in Qatar storica tripletta della Ferrari

La prima gara del FIA-WEC 2025 va in archivio con una tripletta delle Ferrari 499P, la cui supremazia non è mai stata praticamente messa in discussione. Alla 1812km di Lusail, la vittoria è stata ottenuta da Antonio Fuoco, Miguel Molina e Nicklas Nielsen con la 499P numero 50, che ha preceduto la numero 83 schierata dall’AF Corse e pilotata da Ye, Kubica e Hanson. Terzo posto per l’altra Ferrari ufficiale, di Pier Guidi, Calado e Giovinazzi.

In GT vittoria della Corvette davanti alla McLaren e alla BMW.

photo copyright DPPI/FIA-WEC e Media Ferrari

Thomas Stewart “Tommy” Lee, 1906-1950

Giorni scartabellavo vecchi numeri di Road and Track alla ricerca di documentazione sulla Allard J2. Come spesso accade, si inizia per cercare una cosa e si finisce per imbattersi in vicende e personaggi che non hanno nulla a che vedere con ciò che si voleva trovare.

Giusto non molto tempo fa parlavo con un collega americano di Tommy Lee, un personaggio probabilmente sconosciuto da noi, ma noto negli USA, e neanche a farlo apposta, nel numero di settembre 1950 di Road and Track (ancora scritto per esteso: la & al posto dello and sarebbe venuta successivamente) ritrovo l’annuncio della vendita forzata della collezione di Lee. Ho pensato quindi che un paio di righe su di lui non avrebbero guastato su PLIT. Mi scuso in anticipo con chi queste cose le conosce già.

Thomas Stewart Lee, per gli amici Tommy, nacque il 4 maggio del 1906 in California. Il padre, Don, era un rinomato distributore di autovetture. Lee jr, oltre ad ereditare una fortuna dal padre, nonché la stessa passione per i motori, fu uno dei pionieri delle trasmissioni radiotelevisive nella parte meridionale della California. Pilota di aerei, sponsor di team alla 500 di Indianapolis, Tommy Lee iniziò a collezionare auto di alto livello, venendo a contatto con Luigi Chinetti, che gli vendette diversi pezzi di valore. Ma la vita di Lee prese gradualmente una brutta piega, soprattutto dal dopoguerra, fino ad essere dichiarato incapace d’intendere e di volere nell’agosto del 1948.

La sua morte fu tragica: il 13 gennaio 1950 cadde dal dodicesimo piano del Pellissier Building in Wilshire blvd a Los Angeles, in circostanze sulla quali si formularono le ipotesi più fantasiose. Tommy Lee lasciava un patrimonio di oltre 7 milioni e mezzo di dollari dell’epoca.

Ed ecco la sua collezione di auto – o almeno una parte di essa – apparire in un annuncio di Road and Track, che in copertina ha una bella foto di Villoresi sulla Ferrari Formula 2. La Ferrari Barchetta di Lee non appare nell’annuncio della vendita, essendo la vettura già finita nelle mani dell’amministratore Willet H. Brown, su cui non mancarono a loro volta dicerie che non trovarono però mai conferma, nonostante alcuni movimenti finanziari quantomeno sospetti.

Passiamo in rassegna le sei vetture pubblicizzate: troviamo un’Alfa Romeo 2,9 convertibile coupé carrozzata Farina, grigia con interni blu; c’è poi una seconda Alfa 2,9 tipo Mille Miglia, con carrozzeria e interni rossi, restaurata. Buone condizioni per una Mercedes 540K, mentre l’interesse di Lee per le Talbot Lago è dimostrato dalla presenza di due esemplari: una 4,5 litri convertibile blu con gli interni in pelle e una 4 litri il cui colore è definito “Parma wine”, ossia un bellissimo azzurro. Con questa vettura, che era una 150SS telaio 90108 del 1938, che disputò anche alcune gare di trial con Roger Barlow. Lee possedé in totale tre Talbot Lago, tutte sopravvissute. Infine, una Fiat 1100 compressore carrozzeria Castagna in verde oliva con capote grigia. Immatricolata nel 1949, questa vettura aveva percorso meno di 500 miglia.

Tommy Lee riposa al Mountain View Cemetery di Altadena, in California. Pur in un periodo abbastanza limitato di tempo, il suo contributo allo sviluppo del motorismo nella West Coast fu determinante, precorrendo alcune tendenze che si sarebbero imposte in modo sempre più chiaro tra gli anni ’40 e gli anni ’50, periodo in cui la parte orientale e quella occidentale degli Stati Uniti percorrevano strade divergenti dal punto di vista delle strategie commerciali ma anche da quello delle scelte sportive.