photo copyright David Tarallo/pitlaneitalia.com

























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E’ uscito in questi giorni un volume che analizza la 24 Ore di Le Mans come fenomeno sociale, economico e organizzativo. L’inchiesta si deve a Bertrand Pulman, professore onorario di sociologia e antropologia alla Sorbonne Paris Cité. L’autore ha scritto svariati studi concentrandosi sullo sport, la salute, la famiglia, l’impatto delle innovazioni tecnologico-scientifiche e l’organizzazione sociale.
Impressionato dalla 24 Ore in quanto evento e da quel connubio di passione e organizzazione che lo contraddistinguono, Bertrand Pulman ha condotto un’analisi minuziosa e approfondita (288 pagine), svelando le interazioni sociali che la caratterizzano, l’impressionante macchina logistica, le sfide tecnologiche e ovviamente anche le implicazioni finanziarie, industriali e politiche che si celano dietro questa gara di portata unica.
Rivendicando una sorta di “sociologia dell’entusiasmo”, l’autore dipinge un quadro completo del significato globale della 24 Ore di Le Mans. Anche se per gli appassionati molte considerazioni fatte nel libro sono già abbastanza scontate, il volume è comunque interessante per la sua completezza e la sua capacità di sintesi di un fenomeno che di anno in anno non sembra conoscere rallentamenti.
Il prezzo in Francia del volume, edito da Dunod, è di € 21,90.
Il fatto che viviamo un’epoca d’oro dell’endurance mi pare fuori discussione. La qualità dei partecipanti e lo straordinario interesse tecnico giustifica quindi la partecipazione di un visitatore alla 24 Ore di Le Mans di quest’anno. E andare a Le Mans è sempre un’ottima idea; lo era in anni molto, ma molto più poveri dal punto di vista agonistico, figuriamoci oggi che praticamente tutti i maggiori costruttori sono in ballo, sia in Hypercar, sia in GT. Al di là di questo, oltre allo straordinario interesse della corsa (cosa principale, d’accordo), il visitatore medio si troverà davanti ben poco contorno.
La tendenza di questi ultimi anni è dunque pienamente confermata: il villaggio di Le Mans è sempre vivace e pieno di gente ma stringi stringi offre davvero ben poco. A livello modellistico, come sempre domina Spark, con attorno i vari punti vendita di costruttori, team e sponsor vari, che propongono cose già viste, peraltro anch’esse prodotte da… Spark. Un paio di negozi dietro le tribune sono strapieni di 1:18 e 1:43 del cosiddetto mainstream.
Da quei binari, a Le Mans, non si esce. Libri, zero. Documentazione varia, foto, memorabilia: zero. Resta la solita squallida oggettistica per maniaci sognatori, come le sempiterne magliette da benzinaio o i cappellini di varie livree e ispirazioni.
I piccoli venditori si sono stufati da tempo e i “grandi” continuano per la loro strada, restando sempre uguali a se stessi, anzi peggiorando visto che nessuno fa loro concorrenza. E non c’è neanche troppo verso di consolarsi col cibo, di bassa qualità, banale e carissimo. Noi media ci salviamo fra la pista, le hospitality e la sala stampa ma a volte non sarebbe male mettersi nei panni di gente che magari arriva da lontano investendo cifre notevoli per un viaggio che alla fine – forse (forse, eh) – ti dà meno di quanto promette. Sono a volte sensazioni, ma delle sensazioni bisogna fidarsi.


































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Il lavoro della Mehretu sulla BMW che corre a Le Mans quest’anno si può apprezzare o meno, e d’altra parte un po’ tutte le art car della Casa di Monaco hanno fatto discutere. Per certi versi è anche la loro vocazione.


Fa discutere anche la corsa alla speculazione che si è scatenata col modello Spark in 1:18 diffuso dalla rete ufficiale BMW. Già domenica scorsa, durante la giornata test, un primo stock di cento modelli è andato esaurito nel giro di poche ore, salvo poi ritrovare i modelli su eBay in vendita – e poi effettivamente venduti – al doppio e oltre il prezzo di vendita, che è di € 193.



Oggi un secondo lotto di venti modelli (cinque scatoloni da quattro) è partito quasi subito, all’apertura del punto ufficiale BMW in circuito. Non è chiaro se domani o nei prossimi giorni arriveranno altre forniture. BMW Le Mans è stata la prima a ricevere questo articolo, che non è neanche ancora presente nello shop on line. In genere le art car BMW in 1:18 costituiscono un buon investimento e anche le edizioni Minichamps delle varie Calder, Lichtenstein, Stella, Warhol e così via raggiungono oggi quotazioni altissime, spesso nell’ordine di mille e passa euro. Non si tratta mai di edizioni numerate ma sono sicuramente modelli in serie limitata (non so a quanti esemplari) che ad un certo bel punto spariscono dai canali ufficiali e non vengono più riprodotti. Quanto basta per scatenare la caccia. Il mondo è di chi se lo piglia.


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Si è scritto spesso su PLIT che le variazioni sul tema Solido sono praticamente infinite e il discorso è ancora più evidente se si pensa a qualche modello in particolare, che ha costituito la base di tante collezioni tra gli anni ’70 e i primi ’80. La numero 24, uscita a 1973 inoltrato, riproduceva – come tutti sanno – la Porsche 911 Carrera RSR 2.8 da competizione. Fu una specie di avvenimento: com’era suo solito, la casa francese si limitò a una sola versione scria-scria, seppure piuttosto bella (la vettura psichedelica del Tour Auto) ma elaboratori, produttori di decals, transkit e carrozzerie speciali in resina si mobilitarono quasi subito, tanti erano i soggetti che l’apparizione di quel modello ispirava.

Mi è capitato di trovare di recente in Olanda questo pezzo abbastanza particolare. Si tratta di una Porsche 911 S del 1973 ricavata, appunto, dalla Solido numero 24. Direi che tutta la storia di questo modello è riassunta sull’etichetta scritta a mano in bella grafia e incollata al fondino su un’area fresata e completamente piatta. L’elaborazione è datata “6-75” (giugno 1975) ed è opera di Dale W. King per Gene Parrill – si veda la foto a destra.
Ora, né l’uno né l’altro sono degli sconosciuti, anzi. Gene Parrill fu il fondatore a Caosta Mesa, California, di Precision Miniatures. Era il 1977 e Parrill aveva già rilevato, da alcuni anni, Replicars, ossia il primo negozio di automodellismo americano specializzato in vendita per corrispondenza. Rapidamente la ditta – ribattezzata “Marque Products” da Parrill – divenne una delle due o tre realtà leader del settore negli States.


La 911 che vedete nelle foto è un’elaborazione fatta per Parrill da Dale W. King, abile modellista che avrebbe realizzato anche alcuni master per la stessa Precision Miniatures, fra cui la Porsche 718 RSK (numero 004) e almeno un’altra Porsche1.

La parte più notevole dell’elaborazione comprende l’eliminazione del paraurti da competizione presente sulla Carrera di Solido e ovviamente l’asportazione dello spoiler posteriore a coda d’anatra. Le ruote sono state “svuotate” e sul fondo del cerchio è stata applicata una rondella di alluminio sui cui si sono incollate le cinque razze, fabbricate probabilmente in alluminio con l’aiuto di una dima.
Il colore prescelto è un nero profondo, dato con tutta probabilità a bomboletta nitro. Alcuni tocchi di colore, come il nero opaco degli interni e l’arancione delle frecce anteriori, hanno completato l’opera. In quel periodo, King realizzava spesso elaborazioni di modelli Porsche. Ho trovato anche una 917 PA su base Politoys molto bella, di cui vi parlerò in un’altra occasione.


In rete potrete trovare lavori di King molto più recenti, fra cui diverse autocostruzioni in scale grandi2.
Come sarà finita in Olanda questa 911? L’elaborazione era per la collezione di Parrill oppure era stata eseguita per il negozio Marque Products? Difficile, se non impossibile, ricostruire il percorso di questo modello in quasi cinquant’anni di vita. Resta, al di là di tutto, la testimonianza di un’epoca che vide i modelli Solido al centro di tanta parte dell’attività modellistica. Del resto, lo stesso Parrill racconta che l’idea di collezionare modelli 1:43 gli venne dopo aver trovato in un negozio la Porsche RS numero 134.
Dell’esposizione tematica sul marchio Alpine al Museo di Le Mans abbiamo già scritto su PLIT (https://pitlaneitalia.com/2024/06/09/alpine-esprit-tricolore/).
Pubblichiamo qualche foto dello spazio museale, che cambia leggermente di anno in anno con prestiti, sostituzioni e aggiunte varie. Abbiamo in altre occasioni pubblicato servizi sulle vetture del Museo di Le Mans ma l’eccezionalità del luogo giustifica un ritorno sul tema a ogni edizione della 24 Ore o della Classic.
Di grande interesse la carrellata sui personaggi che hanno fatto la storia della 24 Ore. In queste immagini potete osservare anche alcuni documenti relativi all’iscrizione della celebre Ferrari Daytona numero 58 del NART alla gara del 1971.
Sempre molto ammirata la collezione di Michel Elkoubi, che è già apparsa altre volte su PLIT. Sfortunatamente – e lo vedete in alcune delle foto nella gallery qui sotto – constatiamo che in decina d’anni, i led posizionati in cima a ogni vetrina hanno “cotto” i vetri dei modelli esposti sul primo ripiano; alcuni sono già diventati completamente bianchi e sono del tutto irrecuperabili. A parte la polvere, la luce diretta ha un impatto catastrofico sui modelli, questa non è certo una novità. Del resto, esporre quasi 4500 pezzi in modo corretto diventa un grosso problema anche per una struttura specializzata come il museo di Le Mans.



































































Nei giorni che precedono la 24 Ore di Le Mans cerco spesso di rendere non solo l’idea della gara ma anche di quel poco che riesco a capire frequentando la gente del posto e la città. Le Mans è una comunità molto antica, il cui territorio è ricco di storia. Qui si respira ancora un’aria diversa, seppure una certa globalizzazione sia arrivata anche qui. Ma come in Bretagna o in certe zone dell’Alsazia, la Francia profonda crea legami e suggestioni che si rinnovano di anno in anno, almeno per chi abbia l’umiltà di entrare in casa d’altri con discrezione e voglia di conoscere senza imporsi.



Numerose sono in città e nel dipartimento le associazioni culturali che si occupano di storia, cultura e valorizzazione del patrimonio. Una di queste è l’ACTMR (Association Culturelle et Touristique du Mans et de la Région), che dal 1959 pubblica una rivista, La vie Mancelle & Sarthoise, che oggi ha una foliazione di 48 pagine dense di articoli di ogni genere. A parte la gentilezza della redazione, che ho potuto frequentare in questi giorni, la rivista propone i suoi contenuti con garbo e con stile quasi all’antica, potendo contare su collaboratori di ottimo valore, spesso di livello universitario, e il tono generale delle pagine si mantieni in un sano equilibrio tra facilità divulgativa e valore scientifico.



Non mancano, specie nei numeri di giugno, articoli sulla 24 Ore. Sono spesso pezzi di 10-12 pagine, dove i collaboratori riescono ad affrontare un tema a volte abbastanza generico ma con foto e documenti inediti o quasi, reperiti in collezioni e archivi di non facile accesso. Resta ancora un riferimento, ad esempio, la storia di Yves Courage, scritta da Jean-Pierre Delaperrelle nel numero di giugno 2019 e redatta con la collaborazione dello stesso Courage, che fornì foto della sua raccolta personale; oppure, tanto per citare un secondo esempio, la storia delle partecipazioni D.B. a Le Mans, sempre a cura di Delaperrelle e apparsa nel fascicolo di giugno 2017. Dietro ci trovi passione ma anche umiltà, la consapevolezza di non affrontare magari temi del tutto nuovi ma per questo la volontà di proporli sotto punti di vista originali, come ad esempio la carrellata sulle vittorie francesi a Le Mans, scritta nel numero dell’ormai lontano giugno 2013. Eppure anche numeri vecchi come questo oppure come quello di giugno 2012 con la storia delle partecipazioni Peugeot alla 24 Ore, sono tutt’ora ricercati e si vendono piuttosto bene allo stand dell’editore in place de la République in occasione dei due giorni di verifiche tecniche.
Alla redazione della Vie Mancelle & Sarthoise va dunque tutta la mia stima, sperando di poter leggere ancora tante belle storie, scritte con onestà e competenza. Per chi voglia approfondire, il sito ufficiale della rivista è www.laviemancelle.net .

