Lancia Ypsilon da record nel 2023

In questi giorni la Lancia ha comunicato di aver segnato un altro anno “da record”: crescita dei volumi del 9%, con la seconda miglior quota del segmento B pari al 14,9%. La Ypsilon (nella foto di apertura col CEO Lancia, Luca Napolitano) è la terza vettura più venduta in Italia nel 2023 ed è il secondo modello più venduto del Gruppo Stellantis. Con 44.743 immatricolazioni, la Ypsilon ha continuato a “tirare”, confermandosi una delle auto preferite dal pubblico generalista.

Ecco. Fin qui tutto bene, non foss’altro che comunicati di questo tipo confermano la tendenza suicida dei gruppi automobilistici europei (e non). Tu ti vanti – anche giustamente, per carità – di aver concluso un biennio eccellente (perché già il 2022 era stato molto positivo) con una vettura carica di anni, ma semplice e che costa poco. Sul listino italiano, la Ypsilon viene messa a partire da € 10,900 con ecobonus statale e finanziamento, correggetemi se sbaglio. Certo, sono sempre oltre 21 milioni di lire, ma considerando tutto il restante panorama automobilistico, ormai a quella cifra si trovano solo i monopattini elettrici, seppure full optional.

Quindi, dicevamo: tu ti fai forte di una macchina simile, i cui risultati commerciali indicano una sola cosa, che la gente ormai cerca quasi esclusivamente auto di questo tipo, perché non può comprarsene di più costose o perché non gli interessa. E tu la togli di mezzo per sostituirla con una versione elettrica che sfiorerà i quarantamila euro. Seguirà – dice – anche la mild hybrid che comunque andrà sui trentamila. La Ypsilon attuale, certo ormai giunta alla frutta, è l’ennesimo modello di successo che viene fatto fuori a beneficio di un prodotto che non potrà necessariamente, per caratteristiche e prezzo, interessare lo stesso target di mercato. Non si può quindi parlare di vera sostituzione.

A questo punto l’idea che i costruttori siano inconsapevoli della follia delle loro scelte deve essere scartata quasi d’ufficio. Resta l’altra ipotesi, quella della consapevolezza. Ma allora verrebbe da chiedersi: in vista di quali sviluppi e di quali risultati commerciali? I soliti saccenti risponderebbero dicendo che è ormai così che vanno le cose comprovando, con l’ennesimo cortocircuito logico, la dilagante crisi della ragione. O ci siamo persi qualche passaggio?

Rassegna stampa: Gazoline n°318

Paragonati alla mediocre qualità delle riviste storiche nostrane, i contenuti di Gazoline si avvicinano molto al modello britannico, che ha fatto scuola in termini di approfondimenti, notizie, interviste e retrospettive. Gazoline, edito da Larivière, è un mensile che probabilmente si colloca fra i migliori in assoluto in Europa. Con una foliazione di 132 pagine, è davvero una lettura gradevole e sempre foriera di elementi insoliti o inediti.

Il numero di gennaio 2024 presenta un’approfondita analisi su tutta la carriera della Peugeot 205; certo, non un argomento originalissimo, che in Francia è stato tra l’altro oggetto di due o tre Hors Série molto ben fatti, usciti di recente, ma per chi voglia spendere poco (Gazoline costa € 4,95) costituisce comunque una buona fonte di informazioni, anzi ottima, visto che si ripercorre l’intera storia del modello, dai primi bozzetti fino alle ultime versioni, senza dimenticare le vetture da competizione.

Gazoline è una rivista rilassante anche per gli articoli che associano auto d’epoca a itinerari turistici e istruttiva per i dettagliati resoconti di restauri, riparazioni e ritrovamenti. Ben fatti anche i pezzi sulle vetture dei collezionisti: in questo numero di gennaio ci si occupa della Mercedes 200 serie W110 e dell’Alfetta 2000 L.

Pensiero critico calcistico

di Riccardo Fontana

Scrivo queste righe perché non ho modo di argomentare altrimenti certi commenti che, a volte (per fortuna poche), spuntano sotto alcuni dei nostri articoli più strettamente di attualità, e non collegati direttamente al mondo dell’automobile reale od in miniatura che sia.

Ci sentiamo chiamare complottisti, disinformatori, populisti, qualcuno ci invita a leggere dei libri (ora, io ho una triennale in ingegneria meccanica ed una magistrale in ingegneria energetica – peraltro conseguite in un totale di quattro anni effettivi di corso – David è laureato in filologia classica, di libri oltre ad averne letti ed a leggerne una vagonata tendiamo anche a scriverne, sicché sentirci invitare a leggere da qualche Stronzo® convinto di essere un fine intellettuale solo perché guarda le figure sul Corriere mentre fa colazione al bar e vede Burioni che ti invita a metterti la mascherina al posto delle mutande da Fazio non può che farci sorridere, quindi risparmiatevelo pure, o magari firmatevi con nome e cognome se proprio ci tenete a mostrare a vostra moglie la prova scritta di quanto fate ridere), ed a questo punto la cosa andrebbe anche analizzata, perché è un fenomeno interessante anziché no: come abbiamo fatto, un buona sostanza, ad appiattirci così a livello intellettivo prima ancora che intellettuale?

Partiamo da lontano per arrivare ai primi anni novanta, e ad un simpatico “utilizzatore finale” bassino e coi (pochi) capelli tinti che aveva in mano una cospicuissima fetta dell’editoria e dell’informazione.

Idee su chi potesse essere?

Indipendentemente da questo, si ricordano forse gli spettabili lettori quale fosse principale tratto distintivo del suo modo di dialogare con gli avversari?

Semplicemente, chi non la pensava come lui era un comunista. Ma mica Occhetto o Cossutta, no, anche Fini ad un certo punto (Fini eh, non Pol Pot), anche Travaglio (peggio ancora…) anche il giudice Borsellino (uno di chiare e dichiarate simpatie monarchico-missine) Della Valle (un altro che me lo vedo a cantare “Figli dell’Officina” coi suoi calzolai il primo maggio) e Montezemolo (che da fonte “ligure” certa so che girasse col Popolo d’Italia sotto braccio nei suoi anni da pilota Lancia), tutti comunisti tranne i comunisti, che essendo chiusi nelle riserve in Colorado con i rangers che gli portano le coperte (rosse) non rappresentavano un reale pericolo per il nostro.

O sei con me, o sei comunista.

E quegli altri? Quegli altri, essendo dei cialtroni di bassa lega con la verve mentale di un calcinaccio caduta nella metro di Milano, hanno provato a buttarla sul fascismo, ma poi hanno deviato sul complottismo, sul terrapiattismo, sul populismo.

Ed anche qui, nel parterre dei populisti-novax-negazionisti (de che?)-complottisti troviamo un po’ di tutto, dai vetero-comunisti delle riserve di cui sopra, ai leghisti, ad una certa destra conservatrice, eccetera eccetera.

Ed ecco il miracolo dell’appartamento del dibattito sul livello di due mentecatti scemi fuori dallo Juventus Stadium dopo Juventus-Torino: bianco-nero (giuro che non fosse voluta) e basta, ma è tutto quel gustoso panorama di sfumature di grigio che si è un po’ perso.

Signori miei, se scriviamo denunciando tutta la follia delle delocalizzazioni selvagge e di un occidente che pensa di risolvere i problemi del pianeta vietando col paraocchi rispondendo alla gente “o trovi il modo di nuotare o anneghi” non siamo complottisti.

Se ci permettiamo di vomitare tutto lo schifo che abbiamo in corpo per dei virologi (nuova professione al pari degli influencer) che vanno a Sanremo a fare i giudici e continuano a menarla col covid per paura di tornare nell’anonimato dopo che ci hanno conciato due braccia che sembriamo un mondo di tossici non siamo né terrapiattisti né no-vax né nulla.

Sacrosanti i vaccini tipo l’antipolio o quello per il vaiolo o la varicella (che si fanno una volta ogni qualche decina d’anni e non settimanalmente ed evitano il contagio), sacrosantissima la medicina, e sacrosanto il progresso.

Qui non ci sono terrapiattisti, ma invece voi? Siete assolutamente certi delle vostre verità precotte da mettere nel microonde?

“Lo dice il Corriere” quindi è vero, giusto? Il Corriere come anche tutto il resto degli altri giornalissimi di questo paese ha anche il porco vizio di creare articolini atti al clickbaiting con qualche cretina mezza nuda per convincere voi a cliccare e monetizzare con i banner pubblicitari, ma se per voi l’autorevolezza di un giornale è data dal nome, oh, alziamo le mani.

Soprattutto, se per voi l’autorevolezza è data dal nome, perché non considerate seriamente l’idea di trasportare la vostra perniciosa presenza da PLIT a qualche altra pagina più allineata al vostro pensiero (scusate l’espressione)?

Mi si è accusato di vomitare odio: quando? Quando scrivo che una ragazza che dice a reti unificate che tutti gli uomini sono colpevoli per il crimine di uno mi fa schifo allo stesso identico modo di un cretino che si ubriaca e dice che “tutte le donne sono troie” solo perché la fidanzata gli ha fatto le corna?

E dov’è la differenza? Spiegatemelo con parole vostre, ma tirate su un discorso intelligente però, ammesso che ne siate capaci.

Io devo essere buono perché bisogna essere buoni, e non perché c’è qualche prete con la passione per la carne giovane che mi viene a dire che se marco male vado all’inferno: se per essere buoni avete bisogno di quello non siete buoni, siete solo delle carogne troppo pusillanimi per fare quello che vorrebbero.

Devo chiedere scusa per le eventuali colpe direttamente riconducibili alla mia persona, e non perché un idiota mai visto né sentito ha accoppato una ragazza a centinaia di km da casa mia: chiedereste mai a vostra figlia di chiedere scusa in quanto donna per i crimini della saponificatrice di Correggio?

Devo caricarmi anche i delitti del mostro di Firenze, già che ci siamo? O per quelli essendo nato nel 1992 sono esentato fino a nuovo ordine?

Non c’è nessun razzismo da queste parti: non ci piace il potere bianco, e non ci piace il potere nero, il potere suprematista, quello LGBTQI+ (e meno, e per e diviso), ci piacerebbe il potere di chi lavora, si gode le sue passioni in modo pacifico e non ritiene opportuno di trascinare il mondo in crociate rompendo inutilmente le palle al prossimo.

Ci piacerebbe un mondo dove una ragazza possa sostenere un colloquio senza nessun idiota di HR da strapazzo che gli chiede se ha intenzione di avere figli, un mondo meno alienante e meno tritacarne dove il lavoro non sia totalizzante fino ed oltre la mezzanotte e lasci il tempo per vivere anche i propri eventuali hobby senza scadere nel ridicolo frenetico che troppo spesso ci appartiene e che serve solo ad arricchire dei CdA di burocrati senza volto.

Ci piacerebbe un mondo dove tutti, dal basso, potessero avere qualcosa di più e di meglio ogni mattino quando si svegliano, ed in questo sta il progresso.

Troppo difficile come concetto? Forse, magari leggete, che vi si apre la mente e riuscite a farlo vostro.

Ammesso di averla una mente.

Ancora due settimane alla chiusura delle iscrizioni della 1000 Miglia 2024

Ci sono ancora due settimane di tempo per l’iscrizione alla 1000 Miglia 2024: le procedure si chiuderanno infatti martedì 16 gennaio alle 16 (ora italiana). Basta fare un click per avviare la richiesta. Entro il 12 aprile gli aspiranti concorrenti riceveranno la conferma dell’accettazione dell’iscrizione. Per informazioni la mail da utilizzare è participants@millemiglia.it .

Stances à un journaleux

Non è che mi illudessi che le grancasse dell’ideologia andassero in vacanza con le feste, anzi. Vorrei semplicemente rimarcare come l’Italia è rimasta uno dei posti d’elezione per i nostalgici dell’era terroristica del covid e per i loro ispiratori. E il metodo dell’emergenza non si butta mai via, funzionando benissimo (almeno teoricamente) anche con la banale influenza, che poi fino a prova contraria è quella sulla quale ai tempi del liceo si scherzava dicendo “il tizio oggi non è venuto, è a letto con la cinese”. O con la canadese, o con altre entità appartenenti a varie etnie, secondo la moda del ceppo corrente. A volte a scuola, su trenta, rimanevamo in otto o nove. L’unica paura reale era quella delle probabilità – che si accrescevano enormemente – di essere interrogati. Il professore non spiegava (“ne mancano troppi”) e allora non restava che programmare malesseri strategici oppure rifugiarsi sdraiandosi per terra nel pullmino parcheggiato in garage, sperando che si dimenticassero di te all’appello.

E potevano poi mancare gli omini vestiti da apicultore in un articolo dal vago sentore allarmistico? Nello screenshot di apertura, un immarcescibile invito all’isolamento, come se la società non avesse abbastanza sofferto di restrizioni e solitudine da anni a questa parte. Che almeno la morte ci colga vivi, ma che ve lo diciamo a fare

Qualche giorno fa rileggevo un articolo di Renaud pubblicato nel 1993 su Charlie Hebdo, intitolato Stances à un journaleux1:J’en viens à envier les pauvres gens qui vivent dans les pays totalitaires où il n’y a que deux sortes de journalistes : les autorisés, qu’on ne lit pas, qu’on n’ecoute pas, qu’on ne croit pas, et puis les autres, les clandestins, les emprisonnés, les assassinés. Qu’on aime. Vous avez déjà aimé un journaliste, vous ?

Ripercorrendo le pagine del Corriere della Sera di questi giorni (ormai l’archetipo dell’informazione scadente e interessata), si direbbe che i primi siano tuttora in auge, mentre dei secondi si sono perse le tracce anche in paesi dove almeno ufficialmente non si ammazzano quelli scomodi. C’è però una differenza: dalle nostre parti esiste ancora gente che i giornalisti della prima categoria li legge e li ascolta, credendo a ciò che dicono.

  1. Journaleux in francese è una sorta di dispregiativo di journaliste, come quando in italiano si usa il termine giornalaio per definire il giornalista. ↩︎

Storia: le 911 GT3 R Minichamps del Porsche Zentrum Koblenz

I fenomeni speculativi non sono una novità nell’automodellismo, anzi potremmo dire che ne sono parte integrante, nel bene e nel male. Da un certo punto di vista l’esistenza dei proverbiali polli offre possibilità realmente allettanti a chi sia provvisto di una buona intuizione e anche di discreta liquidità.

All’inizio degli anni 2000 il marchio Minichamps viveva forse il suo apice di notorietà e prestigio. Spark stava ancora cercando di affermarsi mentre altri produttori come Vitesse, Ixo, Onyx o Quartzo avevano sì conquistato la loro fetta di mercato ma non senza subire la “sudditanza psicologica” da parte di Lang. E forte di questa vera o presunta superiorità, Minichamps era al centro di speculazioni più o meno clamorose. Le Porsche 911 GT3 R, ad esempio, furono oggetto di una bolla forse senza precedenti su eBay, con quotazioni che raggiungevano i 300 o i 400 euro. Qualcosa di simile si sarebbe visto con le Porsche 930 Turbo stradali di vari colori, ma quella è un’altra storia che vi racconteremo prima o poi. Tornando alle GT3 R, alcune versioni di Le Mans diventarono particolarmente ambite e in un’epoca in cui Internet era ancora diffusa a macchia di leopardo, alcuni collezionisti-commercianti-rivenditori-non si capisce neanche troppo bene cosa battevano i negozi meno conosciuti, magari in Francia o in Belgio, alla ricerca di stock che mettevano su eBay guadagnandoci migliaia di euro. Negozi ovviamente sprovvisti di ogni tipo di visibilità sulla rete e che quindi continuavano a vendere questi modelli a prezzi “normali”, del tutto ignari di cosa stava accadendo a pochi chilometri di distanza. Del corrispondente modello Onyx non importava assolutamente niente a nessuno: il Minichamps era ricercato proprio in quanto Minichamps.

Ovviamente questo tipo di bolla non durò, come è normale che sia. Prima o poi interviene qualcuno o qualcosa che ferma la folle corsa. Stavolta possiamo dire che si trattò di un fenomeno di autocombustione, nel senso che la sete eccessiva di guadagno portò all’esaurimento fisiologico del fenomeno. Il discrimine, in ogni caso, è ben individuabile e fu l’uscita di un paio di cofanetti in serie limitata e numerata con modelli riproducenti le GT3 R del Porsche Zentrum Koblenz, partecipanti alla 24 Ore del Nürburgring 2000 e 2001 (foto di apertura e gallery sotto).

Potenzialmente delle bombe, e invece fu un flop. Avuta notizia dell’imminente commercializzazione dei coffret, ci fu chi ne ordinò tanti, ma così tanti da rovinarsi quasi. Gli restarono – come si suol dire – tutti sul gozzo. Del resto proprio in quel periodo già tutte le altre mitiche GT3 R iniziavano a segnare il passo su eBay, con un’offerta che superava – seppure di pochissimo – la domanda, almeno quella di collezionisti senza alcun limite di spesa.

Forse i mille esemplari di ciascun cofanetto erano già troppi per scatenare la sarabanda degli acquisti compulsivi e così la palla passò quasi definitivamente a Spark, che direttamente o indirettamente si sarebbe legata a tali operazioni puramente irrazionali in modo quasi paradigmatico.

Oggi continuano ad esistere casi di questo genere e per chi sappia sfruttare il momento – lo ripetiamo – può essere una vera e propria manna. Il segreto, come al solito, è sapersi fermare un attimo prima che il gioco finisca e questo non è da tutti. Fanno cento euro per la consulenza.

Un’anteprima del programma 2024 di Amalgam

Sempre molto attivo il marchio Amalgam, che ha rivelato l’anteprima dei progetti che saranno terminati nel corso del 2024. Si tratta di edizioni in 1:18 e in 1:8. Gli Amalgam, lo ricordiamo, sono dei resincast di fascia alta, che incontrano i gusti dei tipici collezionisti facoltosi, magari non sempre attenti al rigore storico (vedi Ferrari 250 LM e GTO) ma che tendono a identificare questo genere di prodotti con una sorta di status symbol da esibire in ufficio o nel salotto.

Ecco il dettaglio dei modelli previsti:

  • Maserati 250F in 1:8
  • Aston Martin DB5 in 1:18
  • Bugatti T59 in 1:18
  • Jaguar D-Type in 1:18
  • McLaren F1-LM in 1:18
  • Bentley Blower in 1:18
  • Lamborghini Revuelto in 1:8
  • Ferrari SF XX Stradale in 1:8
  • Ferrari SF XX Spider in 1:8
  • Aston Martin Valkyrie in 1:8
  • McLaren 750S Coupé e Spider in 1:8
  • Ferrari Roma Spider in 1:8
  • Ferrari 499P in 1:8 e 1:18
  • Ferrari 296 Challenge in 1:8
  • Ferrari e RedBull F.1 2024 in 1:8
  • McLaren MCL60 F.1 2023 in tre versioni, 1:8

Esiste ancora lo spazio per una rivista specializzata di automodellismo?

Tempo fa un lettore di PLIT ci aveva posto una domanda attraverso la chat della nostra pagina Facebook. C’è ancora spazio per una rivista specializzata di automodellismo? La domanda l’aveva formulata commentando le difficoltà (chiamiamole così) di Modelli Auto, che nel 2023 ha pubblicato due numeri su quattro e che in questo momento ha tra l’altro chiuso il forum che costituiva un archivio di testimonianze e informazioni più unico che raro.

La questione l’abbiamo affrontata altre volte ma forse è bene riassumerla aggiungendo magari un paio di osservazioni supplementari. Ebbene, ha ancora senso pubblicare una rivista come Modelli Auto? La risposta è ancipite. Sì e no, vediamo perché.

Sì perché apparentemente la domanda dei lettori esiste ancora, perché si porterebbe avanti una tradizione e perché la carta ha una valenza che forse nessun sito Internet riuscirà mai ad avere. Però, da ormai diverso tempo, le riviste non reggono. Non reggono proprio perché non riescono ad adeguarsi ai tempi che cambiano, insistendo su dei formati ormai obsoleti come pubblicare l’elenco delle novità, la posta dei lettori vanitosi e anche le recensioni di modelli. Praticamente le colonne portanti di quanto si è visto dagli anni ’70 ai giorni nostri. E’ inutile ripercorrere dei sentieri già battuti che non portano a niente: ormai la gente riviste con quei contenuti non le compra perché giustamente la maggior parte dei collezionisti non spende 8 o 9 euro per vedere stampate delle foto che può procurarsi tranquillamente sui siti ufficiali dei fabbricanti, magari due o tre mesi dopo; e anche le recensioni non hanno più molto senso: quante se ne possono pubblicare in un normale bimestrale? Tre, quattro? E con quali criteri? Alcune novità vanno esaurite nel giro di qualche giorno e anche se si volesse fornire un’idea della produzione artigianale (come peraltro mi sono sempre sforzato di fare nel corso dei miei dieci anni a Modelli Auto) il risultato sarebbe troppo parziale, casuale, insomma poco ficcante. Parlando di modelli del passato, che importanza può avere un articolo su tutta la produzione Corgi e Dinky condensato in poche superficiali paginette con una caterva di foto confusionarie e tutt’altro che originali? Domande retoriche.

Se ne esce, da tutto questo? Nel corso della breve vita del Modelli Auto edito da Lunasia, nessuno ebbe il coraggio di proporre rivoluzioni di sorta. Si pensò – questo sì – a migliorare il prodotto esistente, applicando più che altro quei correttivi che corrispondevano alle competenze e ai gusti di ciascun redattore, e devo dire che in quel senso i risultati sono stati buoni. Mai come in quel periodo fummo liberi di dare sfogo alle nostre inclinazioni, ad esempio riportando, Umberto ed io, l’1:43 su posizioni molto più preminenti rispetto a dove l’1:18 l’aveva relegato per scelte commerciali e editoriali. Ma condizionati dalla continua incertezza, e ultimamente dal taglio totale dei pagamenti (le fatture non sono state tutt’ora saldate e vai a sapere se lo saranno mai) siamo passati dal progettare nuove configurazioni per la rivista alla ben più prosaica attività di recupero crediti.

Cosa si sarebbe potuto fare in presenza di una valida rete di distribuzione e di un editore degno di questo nome? La mia personale risposta sarebbe andata verso la definizione di una rivista di carattere monografico. Via tutto il cascame stile anni ’80 (anch’io sono un nostalgico ma quando ho nostalgia vado a rileggermi gli Argus e i Modelauto Review dell’epoca) e spazio a un tema, trattato in modo completo e professionale: un fabbricante, un genere di modelli, una serie di artigiani, una documentazione su una gara e così via.

Sapete che Pitlaneitalia ha anche un’attività editoriale. Uscito alla fine del 2022 il volume sulla Porsche 919 Hybrid, nei prossimo giorni vedrà la luce il libro sulle Hypercar a cura di David Tarallo e Riccardo Fontana. Noi non potremmo mai raggiungere il pubblico delle edicole ma attraverso i nostri canali potremmo invece proporre dei quaderni monografici con tanto di ISBN da acquistare direttamente. Ogni quanto? Sei, quattro mesi? Andrebbe visto. Ma forse proprio questa sarebbe la nostra personale risposta alla domanda del lettore cui abbiamo accennato in apertura.

Auguriamo a voi tutti e ai vostri cari un sereno 2024, ringraziandovi per tutto l’affetto e l’interesse che ci avete già dimostrato.

L’annuario della Mille Miglia 2023

E’ uscito il libro ufficiale della Mille Miglia 2023. Il volume contiene un’ampia rassegna sulla storia della 1000 Miglia, una sezione dedicata alla cronaca della gara con approfondimenti speciali e le fotografie di tutte le vetture partecipanti alla corsa e agli eventi collaterali. L’annuario è ordinabile al seguente link: https://www.millemigliashop.com/prodotti.php?ty=18

Non aprite quella porta a vetri

testo e foto di Riccardo Fontana

Essere da soli in Pianura padana in quello strano interregno di schifo tra Natale e Capodanno porta l’animo umano ad arrabattarsi tra diverse opzioni, che più o meno vanno dal tentato suicidio al girare per concessionarie a vedere moto e macchine, tanto per passare il tempo e per dimenticarsi di quel bel tempo freddo ma in compenso umido che domina incontrastato sopra tutto e tutti.

Ecco quindi, che dopo essere stato in KTM a recuperare un attuatore della frizione di un 125 da Enduro del 2008 con cui divertirmi a giocare al meccanico nei prossimi giorni, ho scelleratamente deciso di fare un giro alla Fiat, e di entrare così per la prima volta in tre anni in una concessionaria di auto.

Se dovessi, con una 44 Magnum puntata alla testa, riassumere con due sole parole ciò che ho visto – che non auguro a nessuno – queste due parole sarebbero “Oh Cristo!”.

Devo però, prima di introdurvi in questo Rocky Horror Picture Show di quart’ordine, fare una doverosa precisazione: questo non vuole assolutamente essere un articolo anti-Fiat o anti-Stellantis, è semplicemente una fotografia ragionata della realtà attuale così per come appare, al netto del fatto che tutti i costruttori hanno preso la piega folle e delirante che stiamo per vedere (e questo è un serissimo motivo di ansia, e ci potete scommettere le terga), ma ogni cosa a suo tempo.

Entro alla Fiat dunque, e come prima auto mi si para davanti la 500e Abarth: quella per intenderci con la cassa che diffonde il rumore del motore, e che quando passate vicino ai ripetitori di Radio Maria vi piglia il Papa che fa l’Angelus (e infatti c’è stato un richiamo, ogni tanto si impasta comunque ma ora almeno becca Virgin Radio, e quando accelerate parte Money a randello. O i Van der Graf Generator, tanto per restare in tema).

Dietro c’è uno schermo, ma c’è uno – probabilmente Alex Fiorio – che fa i numeri nell’entroterra ligure con una 124 Abarth (che era una bellissima macchina, e infatti l’hanno levata subito di produzione) alternati a filmati della vecchia 124 Abarth, molti dei quali in bianco e nero.

Wish you were here, tanto per restare in tema, ma torniamo a parlare di money: quanto costa questo dubbio arnese?

Oh, ma una sciocchezza, 43747€.

Quarantatremilasettecentoquarantasette/00 euro.

87 milioni delle vecchie lire.

Ha 253 km di autonomia.

Che se acceleri un po’ diventano 180.

Che se accendi il riscaldamento o l’aria condizionata diventano 150.

Che se fa molto freddo diventano 90 o 100.

La tua fidanzata sta a 115 km da casa tua, e tu come fai a fare sesso stasera?

E nel ’90 perculavate la Panda Elettra che ne faceva 70 di km di autonomia, eh? ‘Mazza che progresso tecnologico in trentacinque anni, sono sconvolto…

Accanto a questa simpatica macchinetta c’è la 500e normale, che parte (parte eh, sottolineo) da poco più di 36000€.

Settantaduemilioni di lire siore e siori, e noi ci lamentiamo di Spark o dei die-cast cinesi in scala 1:18 (che è sacrosanto, ma è decisamente tutto il mondo che sta andando a puttane, è ufficiale).

Ancora accanto c’è una 500 normale: fa quasi tenerezza, poverina, mi verrebbe voglia di abbracciarla come un cagnolino abbandonato, cara piccola 500 termica del mio cuore, e fa “solo” poco più di 21000€.

Tanto? Poco? Mettiamola così: anno domini 2017, maggio, un laureando in ingegneria si accinge a comprare la prima macchina veramente “sua”, e compra una Honda CR-V 1.6 i-dtec Elegance Navi (in allestimento quindi medio-alto), pagandola esattamente dopo una strenua trattativa (ancora si poteva)… 27600€.

Ed il CR-V, non perché quel laureando fossi io, ma era ed è una macchina “da cumenda”, non una 500 normale, abbiate pazienza…

Proseguendo c’è la 600 (elettrica naturalmente, più che la Fiat pare il Mediaworld ormai) che parte da poco meno di 42000€, e poi arriviamo alle Panda ed alle Ypsilon.

E qui direte “ah, finalmente si risparmia!”, e invece “tiè!!!”, risponderò io: sotto i 16000€ (ma di pochissimo) c’è praticamente solo la Panda base che più base non si può, quella che per intenderci deve essere colorata da vostro figlio coi pastelli a cera, anche la Ypsilon veleggia tra i 17 ed i 21000€.

Passo alla Jeep… C’è il Renegade a benzina a poco più di 26000€ (e quasi quasi verrebbe da respirare, dopo la fiera dell’assurdo di cui sopra), con delle diciture interessanti nel foglio illustrativo che, proprio per dimostrarvi che non raccontiamo cazzate, vi mostriamo anche nella gallery:

Dotazione di serie: model year 2023;

                    manuale d’uso in italiano;

Optional: vernice pastello;

                 kit di riparazione pneumatici;

Giuro che è tutto vero, andate a vedere le foto e leggete voi stessi, ma aldilà di questo vorrei fare un paio di considerazioni: come “manuale d’uso in italiano”? Va anche scritto nell’elenco della dotazione di serie della macchina?

Sul “model year 2023” mi sentirei di sorvolare, tanto non credo serva commentare proprio tutti tutti i numerosi non-sense di stasera, no?

Secondo: come “vernice pastello”? Ma una volta non erano le metallizzate ad optional e le pastello di serie? Ma anche le metallizzate sono optional? Ma allora, in buona sostanza, com’è il Renegade base? Ti consegnano la macchina a mo’ di kit di montaggio con la boccetta dello smalto per le unghie della signora Elkann per verniciartela da solo? E il manuale te lo danno in kazako?

Non è finita, perché avanti pochi metri c’era il Renegade ibrido, che costava… Poco meno di 42500€.

Cioè più di 16000€ in più dell’altro.

32 e passa milioni di scarto tra due allestimenti della stessa macchina.

Non tra una 500 F e una cazzutissima Dino 2400 Spider eh, no, tra due diversi allestimenti dello stesso Renegade.

Che è un Doblò, per quanto più “macchina” di una Panda o di una Ypsilon.

Sorvolo tranquillamente sulle Compass a 54 pali, che non si capisce più bene se si tratti di monolocali in periferia o di Suv medi, sull’Alfa Tonale turbodiesel mild-hybrid (che era comunque il mezzo più intelligente, e non di poco, dentro a quella clinica di recupero dell’automobile) e sulla Peujeep Avenger, che oltretutto credo venga fatta a Mirafiori, visto che poche settimane fa quando ci sono passato era pieno di bisarche cariche di esemplari nuovi da mandare in giro.

Il quadro è colmo, posso uscire e tornare a casa, ma oioi… Signori miei siamo nei guai, da parte mia credo che le cose cambieranno a breve ed in maniera drastica, ma se dovessi sbagliarmi, tra qualche anno, andremo tutti a cavallo, come Tex Willer, Tiger Jack e Kit Carson, perché col cavolo che un qualunque Average Joe potrà permettersi un’auto privata, e già ora la situazione butta oltre il pessimo, tanto per dire.

E, tutto sommato, potrebbe non essere neanche un male: lì sì che abbatteremo le emissioni, e ciao ciao ad Elon Musk ed all’impero di Marte.

Bei tempi in cui la gente comprava una Thema o una Croma nuova in contanti ogni due anni, salutatemeli voi che ve li siete goduti, fatemi una cortesia…