I programmi 2023 di Marsh Models

Marsh Models ha annunciato i programmi per il 2023. La Ford MkII Sebring 1966 è ormai disponibile da alcune settimane. Qui sopra e di seguito le immagini delle tre versioni.

Successivamente sarà la volta delle Ford MkIIB del 1967 e di una serie di Jaguar XJR-9 IMSA e Le Mans. Saranno anche prodotti di nuovo alcuni modelli fuori produzione. Questo il dettaglio delle altre novità.

MM325K – McLaren M1B 5 option kit

MM325B2 –      ”           #2 Sam Posey – Hudson Wire  URSCC Kent 1967

MM325B3 –      ”           #3 Brooke Doran URSCC Mid Ohio 1966

MM325B4 –      ”           #4 Bruce McLaren Player’s 200 Mosport

MM325B44       ”           #44 Skip Barber Watkins Glen 1967

MM325B55       ”           #55 Jim Adams Laguna Seca 1966

MM326K – McLaren M1A 4 option kit

MM326B1-       ”          #1 Ludwig Heimrath Labbatts 50 Mont Tremblant 1965

MM326B7 –      ”          #7 Augie Pabst Mosport 1965

MM326B12 –    ”          #12 George Wintersteen Bridgehampton 1965

MM326B21 –    ”          #21 Graham Hill Brands Hatch 1965

MM327K  – March 83G  #16 Pennzoil Hinze/Coconis Watkins Glen 6hr 1984 kit

MM327B          ”                                   ”                                         built

MM328K –  March 82G 2 option kit

MM328B14       ”         #14 Landmark Le Mans 1982 Eigh/Wood/Salazar

MM328B29       ”         # 29 Michelob  Le Mans 1982 Rahal/Trueman

MM329K – March 82G  #25 Red Lobster Daytona 3hr Cowart/Miller kit

MM329B         ”                          ”                                         built

MM330K – McLaren M8C ( winged version) 3 option kit

MM330B15 –     ”          #15 Bill Wonder Mosport 1973

MM330B41 –     ”          # 41 Jim Butcher Mosport 1973

MM330B57 –     ”          #57 John Cordts Watkins Glen 1973

MM331K  – Porsche 908 2 option kit

MM331B68 –    ”            #68 Watkins Glen 1972 Dean/Brown 4th

MM331B87 –    ”            #87 Mid Ohio 1971 S Matchett 9th

MM332K – Porsche 908 4 option kit

MM332B41 –     ”            #41 Hockenheim 1969 J. Neuhaus Gesipa Rivets

MM332B53 –     ”            #53 Daytona 1970 Van Lennep/ Laine rtd

MM332B55 –     ”            #55 Brands Hatch 1970 Dean/Dechent Martini

MM332B57 –     ”            #57 Brands Hatch 1970 Van Lennep/Laine 4th    

La Fiat 2300S Ghia Cabriolet di Solido

Di David Tarallo

Se mi chiedessero qual è il mio Solido serie 100 preferito avrei parecchia difficoltà a rispondere. Tanti sono i capolavori usciti in quella gamma, che nei decenni hanno continuato a influenzare in vario modo collezionisti vecchi e giovani. Dal mio punto di vista, sono nato e ho giocato quando quasi tutti quei modelli erano ormai fuori produzione. Ovvio quindi che li vedessi già “lontani”, difficilmente raggiungibili, specie i primi usciti.

“Storie di modelli” è una rubrica molto personale e i lettori scuseranno quindi i tanti riferimenti autobiografici, che quasi mai sono interessanti di per sé ma a volte aiutano a collocare determinati oggetti nel loro contesto storico. Dicevo della domanda sul mio serie 100 preferito: a volte mi è stata posta realmente e penso di aver risposto via via in vario modo, secondo l’umore del periodo. Ma c’è un modello a cui credo di essere particolarmente legato, la Fiat 2300S Ghia Cabriolet, numero 133.

La memoria torna indietro all’inizio del 1983, quando a Firenze era ancora aperto il negozio Barbieri di Via del Proconsolo, a due passi da Piazza Duomo. Era un posto particolare dove trovavi cose che in città era impossibile reperire, almeno attraverso i normali canali commerciali. Ricordo una volta di aver trovato un paio di BMW 530 Gr.A di Gama elaborate coi transkit MiniMiniera, montate da un modellista, Nello Fratini, che gli appassionati fiorentini di una certa età conosceranno bene. Barbieri era anche l’unico ad avere i bellissimi camion Volvo e Scania della Tekno, oppure rarità come la Lada Niva di produzione russa in 1:43, i kit in metallo bianco della C.A.R. o alcuni obsoleti di pregio. Un giorno ci entrai con mio padre e nella vetrina a muro credetti di scorgere una Ford Thunderbird della Solido. Non era una Thunderbird ma la Fiat 2300S Ghia Cabriolet (a 12 anni forse uno ha ancora una giustificazione nello scambiare una Ford americana con una Fiat), in color avorio. Mio padre me la prese, costò sulle 45.000 lire. Era abbastanza, ma non certo una follia, diciamo più di un kit AMR. Quella 2300S, completa di scatola originale, delicata ai limiti dell’inconsistenza, restò a lungo come il pezzo più pregiato della mia collezione, a volte tirata fuori e poggiata sulla moquette azzurra di camera mia insieme ad altri modelli obsoleti che nel frattempo erano arrivati ad arricchire il parco macchine “antiche”: una Peugeot 403 berlina Dinky France, acquistata da un conosciuto collezionista di Brescia, Gianfranco Battioni, che nell’estate del 1983 mi aveva inviato per posta una lunga lista manoscritta (!) di modelli in vendita, e una Fiat 1500 Mercury in 1:48, presa a Loano dai Tron. Ma della 2300S di Solido ammiravo la pulizia delle linee, quel morbido molleggio sulle ruote tornite, i fari a brillantino, la finitura opaco della capote, che ti veniva ogni volta la voglia di sfiorarla con un dito. Ignoravo quali fossero le varianti di quel modello, e anche che ne esisteva una versione “alternativa” prodotta in Spagna da Dalia. Tutto ciò che sapevo è che i Dalia si trovavano in qualche parte del mondo ed erano semplicemente inavvicinabili. Sono passati quarant’anni tondi da quei pomeriggi passati in compagnia della 2300S color avorio.

Ma siccome niente avviene per caso, le vie del collezionismo mi hanno portato ad una seconda 2300S (nel mezzo non ce ne sono state altre!), stavolta prodotta appunto da Dalia e in un’insolita combinazione verde oliva – interni rossi (normalmente sui modelli in questo verde gli interni sono beige). Continua ad essere un po’ straniante rivedere i Solido “oriundi” in colori inusuali, sembra quasi di vivere una realtà parallela ogniqualvolta li si toglie dalla loro scatolina. Al di là delle considerazione sul tempo che passa e che dopo quarant’anni possono avere anche qualcosa di abbastanza amaro, resta lo stupore di osservare ancora con entusiasmo un modello – lui sì – destinato a non invecchiare mai.

Mostra mercato del giocattolo vintage a Piacenza

testo e foto di Riccardo Fontana

Nelle giornate di oggi (sto scrivendo il 28 sera) e domani, presso gli ampi locali del Piacenzaexpo si tiene la Mostra Mercato Giocattolo Vintage, come sempre accorpata ad altri eventi legati alla numismatica ed alla filatelia.

Mi scuso per non aver diffuso prima la notizia, e vi prego contestualmente di non farmi del male qualora mi incontriate: io stesso ignoravo completamente, fino alle undici di oggi, lo svolgersi di questa mostra scambio.

A volte, devo dire, la vita si dimentica di riservarti dei maledetti scontrini nella cassetta delle lettere e ti delizia con altri tipi di sorprese, come il farti scoprire di avere una borsa a meno di cinquanta km da casa, mentre fai placidamente colazione il sabato “mattina” sfogliando le news di Facebook.

Detto fatto, mi sono presentato a mezzogiorno e sono entrato (l’ingresso è assolutamente libero), senza troppo farmi illusioni sul livello dei modelli che avrei trovato, non dimentico dell’edizione 2022, che fu la prima che girai e fu decisamente piccola e sguarnita.

“Fu” decisamente piccola e sguarnita… Ma certamente non lo è più.

Questa edizione, infatti, tutto è definibile fuorché “minore”: c’è di tutto, ed il tutto è sparso su una superficie pressoché quadrupla rispetto alla scorsa edizione, e paragonabile a Novegro.

Ci si perde, davvero, si va dai kit anche si buon pregio (occhio, aprite le scatole e controllate i contenuti se passate) ai giocattoli in scala media in latta o plastica ad una quantità incredibile di modelli di caratura estrema: pochi Dinky, ma letteralmente teglie su teglie di Mercury, Mebetoys, Solido e derivati, Tekno.

E Togi, moltissime, spesso nelle loro prime e più rinomate edizioni.

Vorrei fare una rassegna ragionata, ma purtroppo il mio unico neurone ha fatto tilt dopo appena cinque minuti dall’ingresso, ed il massimo che ho potuto fare è stato fare delle foto, che vi riportiamo di seguito.

Che dire ancora? Come minimo, va constatato come stiano apparendo pezzi di valore assoluto un po’ ovunque, e come manifestazioni di ottimo valore come questa nascano, o si sviluppino, assai più facilmente di come per troppi anni è stato nel recente passato.

Se vi capita e non siete troppo lontani, un giro fatelo: portatevi pochi soldi perché altrimenti non ne uscirete bene, ma fateci un giro.

La Corvette Z06 GT3.R

comunicato ufficiale IMSA

This is a banner year for Corvette Racing, as it celebrates its 25th year of participation in American sports car competition.

Now the legendary American team is sharing the secret to its success (122 race wins spanning the globe, including 113 in IMSA) with the rest of the world.

Chevrolet unveiled the 2024 Corvette Z06 GT3.R race car Friday at Daytona International Speedway, a year prior to its official competition debut. A collaboration between GM’s Competition Motorsport Engineering and longtime partner Pratt Miller Engineering, the Z06 GT3.R is a customer version of the car exclusively campaigned by Corvette Racing in the IMSA WeatherTech SportsCar Championship and FIA World Endurance Championship for the last three years, achieving 15 victories and the 2020 and ’21 IMSA GT Le Mans (GTLM) class championships.

The Corvette Z06 GT3.R is Chevrolet’s first racing car that fully meets regulations for the international technical regulations for GT3 cars. It will be eligible for multiple championships in North America and around the world, backed by a newly established customer support program.

“This has been an intense but very rewarding process,” said Laura Wontrop Klauser, GM sports car program manager. “From the time we announced a Corvette GT3 car, I’ve received more inquiries than I can count. It’s a testament to a known product like Corvette, the minds behind design, development and build, and the quarter-century success of Corvette Racing.”

Like every Corvette, the Z06 GT3.R starts life in Bowling Green, Kentucky, utilizing the same aluminum chassis frame as the production Z06. The GT3.R’s 5.5-liter, DOHC flat-plane crankshaft mid-engine V-8, in development since 2019, is also derived from the road-going Z06.

The Z06 GT3.R features a refined aerodynamic package, including a new rear wing and additional suspension adjustability options to suit a wider range of tires.

Track testing began in September 2022, with Corvette Racing drivers Jordan Taylor, Antonio Garcia and Tommy Milner participating in development of the Z06 GT3.R. Milner, a Corvette Racing team member since 2011, shifts to an endurance driver role this year in the WeatherTech Championship and will lead the final development of the customer racing car.

“For me, it’s a bit of a different challenge in some ways, but I’m excited to help build this GT3 car and be part of the process here at Corvette Racing,” said Milner, a two-time class winner for Corvette Racing at the 24 Hours of Le Mans and the 2016 Rolex 24 At Daytona and WeatherTech Championship GTLM champion. “Having done this with the C7 and C8.R generations, it’s another new car and each one is a bit different. It’s been a lot of fun.

“It’s interesting to think that in years past, not many people have had the opportunity to drive these Corvette race cars, and now there will be that opportunity,” Milner added. “In a lot of ways, it’s exciting, because all the times we’ve had third drivers come in, everybody is pretty much unanimous in their excitement to drive our car and has good things to say about the race car. So, it will be fun to introduce some new guys, whether they’re amateurs or professionals, to this car, and kind of help get them up to speed a little bit.”

Milner’s task is to make the Z06 GT3.R as user-friendly as possible for a potential wide range of experience in future drivers.

“So far, the development process has not been really any different from previous generation race cars,” he said. “But there have been more discussions during the process about making the car more suitable for everybody and not just for Corvette Racing. In terms of ergonomics, parts of the car are designed for different size people than us and things like that.

“As we go further into the process this year with some of the finer details, some of the driver aids like ABS and traction control, we’ll be taking more time than normal to really make sure that is usable in all ranges of conditions. It’s not so much what I would like, or Antonio or Jordan would like, but looking at a broad range of skill levels.”

Corvette Racing is IMSA’s most successful team since its 1999 debut, winning 14 manufacturer and driver championships and 15 team crowns.

Chevrolet expects to see as many as four Corvette Z06 GT3.Rs on the 2024 WeatherTech Championship grid, split between the GT Daytona Pro (GTD PRO) and GT Daytona (GTD) classes, with teams to be named later. The marque is also planning for a two-car presence in the FIA World Endurance Championship.

Una storia d’intelligenza

testo di Riccardo Fontana / foto di David Tarallo

La Cina è, in tema automotive, in una fase di espansione estrema: produce di tutto, il resto del mondo gli ha, assai poco furbescamente, delegato la produzione di tutti i componenti cardini di auto e moto (e non solo, di un po’ tutti i manufatti che ci sono indispensabili per condurre la vita come la conosciamo, ma noi siamo petrolhead, e di quello ci occupiamo), e non paghi di esserci tagliati da soli un testicolo “insegnando” ai cinesi il mestiere, stiamo finendo di affilare la mannaia per depauperarci anche l’altro, auto-forzandoci a passare all’elettrico, fatto che verosimilmente metterà la Cina in posizione di monopolio assoluto.

Il pensiero, inevitabilmente, corre all’Ondata Jap cui il mondo ha assistito tra gli anni ’60 e i giorni nostri, in cui cioè le case del Sol Levante hanno invaso il mondo con moto ed automobili di qualità estrema, prestazioni estreme, e un rapporto qualità prezzo inavvicinabile per qualunque competitor del vecchio mondo.

Già, ma è possibile questa onda irrefrenabile si replichi ai giorni nostri?

Ebbene, se il Giappone, con tutte le sue limitazioni di spazio e risorse è stato in grado di cancellare il novanta percento dei “produttori che furono”, verrebbe senz’altro da dire di sì.

Verrebbe, peccato però che l’argomento sia alquanto più complesso di così, e che meriti senza dubbio qualche considerazione, per così dire, “sui massimi sistemi”.

CAPITOLO UNO: LA MENTALITÀ

In primis, le basi della questione: cinesi e giapponesi sono diversi, molto, e si odiano pressoché visceralmente a vicenda.

Soprattutto, hanno un approccio alla vita ed ai problemi inesorabilmente diverso: se i cinesi copiano e tendono a non evolvere il frutto della, per così dire, “ispirazione” che traggono dalle opere altrui, i giapponesi hanno sempre mantenuto un approccio diametralmente opposto: inizialmente copiavano, e pesantemente, quanto l’Europa e gli Stati Uniti avevano da offrire, ma il focus è stato, se non fin dall’inizio da poco dopo, il miglioramento critico dei prodotti di partenza.

Già da questo si può capire come non è affatto detto che si possa assistere ad una nuova ondata gialla nel resto del mondo, ma ogni cosa a suo tempo.

CAPITOLO DUE: LE DUE RUOTE

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il Giappone era un allegro cumulo di macerie, esattamente come Italia e Germania, con l’aggravante che, a tratti, si era preso in testa anche qualche bomba atomica, che noi grazie al cielo ci eravamo evitati.

Paese, e pertanto economia, totalmente e tombalmente depressi e da ricostruire, e quindi quale poteva essere la maggiore impellenza per la ripartenza?

Il trasporto.

Ma come fare, date le precarie condizioni socio-economiche?

Con le due ruote, meglio se utilitarie e molto, molto molto economiche.

In questo periodo nacquero un po’ tutte le grandi case nipponiche, che in buona parte già esistevano ed operavano in altri settori (Kawasaki in aviazione e cantieristica navale, Yamaha negli strumenti musicali, Suzuki nel tessile, e Honda, con un altro nome, come fornitore di componentistica per la Toyota) ma che solo in questi anni si dedicarono alla motorizzazione.

La Honda Motor Company, ufficialmente fondata da Soichiro Honda nel 1948, iniziò costruendo una copia fedele e dichiarata del Ducati Cucciolo 48 (curioso, vero? Come cambiano i rapporti di forza…). Che fu nota come “Dream A”, e via via tutti gli altri si diedero alla costruzione di semplici due tempi utilitari, senza eccessive pretese, e tutti di chiara ispirazione europea.

Ben presto però si manifestò il carattere votato alla crescita ed alla competizione dei Giapponesi, ed il precursore fu ancora una volta Honda-San, che a fine 1957 acquistò alcune delle migliori moto da Gran Premio italiane fresche di dismissione, come le Mondial 125 Bialbero ed alcune MV Agusta, le fece chiudere in robuste casse di legno, e le fece pervenire all’attenzione dei suoi migliori tecnici ad Hamamatsu, tra cui un suo omonimo che, pur senza fregiarsi dei galloni di ingegnere era destinato, come spesso è capitato, a fare la Storia della tecnica: Soichiro Irimajiri.

Irimajiri-San studiò e ristudiò, e da quei gioielli della tecnica italiana seppe estrapolare, assieme al suo team di lavoro, delle autentiche astronavi: c’erano 50 bicilindrici 4T ad otto valvole, 125 cinque cilindri in linea, 250 sei cilindri, e se non fossero cambiati i regolamenti del Motomondiale c’era già un prototipo di una 500 V12 pronto per i primi collaudi (da cui nacque il primo motore Honda di F1, di palesissima estrazione motociclistica, ma ogni storia a suo tempo).

Le Honda dominarono, arrivando all’apogeo nel 1966, quando tutti i titoli costruttori dalla 50 alla 500 furono totale dominio della casa dell’Ala Dorata, ma gli altri costruttori jap non furono mai da meno: Suzuki e Yamaha, tra luminari del due tempi espatriati dalla DDR nascosti nei bagagliai delle Trabant (Ernst Degner, che col frutto del suo lavoro riuscì anche a laurearsi campione del mondo, con la Suzuki 50 nel 1962) ed esperienza sugli strumenti musicali riversata a profusione sul motore a due tempi (la Yamaha) fecero totale incetta di record e vittorie.

A questo punto, fatta l’esperienza, non rimaneva che riversarla nella produzione, e più ancora che nelle corse, dove giocoforza si parlava si di tecnica superiore ma elitaria per sua stessa definizione, fu su quel campo che si decisero le sorti della supremazia motociclistica mondiale nei decenni a venire.

Cominciò la Kawasaki, con un tre cilindri due tempi noto ufficialmente come “500 Mach III” ed ufficiosamente come “Bara Volante” o “Widows Maker” nei paesi anglofoni, un mezzo spaventoso per prestazioni (praticamente paragonabili alle 500 da Gran Premio) ed anche per “mascolinità”, e Yamaha e Suzuki non tardarono molto ad offrire le loro interpretazioni in tema di due tempi sportivo, la prima con la Serie RD e la seconda con il Titan 500 (ricordate la moto viola con cui Sebastian Vettel si presentava ai GP verso il 2018? Ecco, esattamente quella).

Già, ma la Honda?

La Honda era già il più grande costruttore di motori al mondo, ma sostanzialmente produceva delle copie migliorate, ridotte, e più affidabili delle bicilindriche inglesi allora tanto in voga.

Nulla di estremo, nulla di clamoroso, e soprattutto nulla che facesse intravedere un travaso di know-how dalle corse alla strada.

Nulla, fino a quando debuttò la CB750 “Four”, la prima quattro cilindri di serie al mondo.

Quello fu il vero punto di rottura, e di non ritorno per l’Europa: il CB750 “Four” era poco o nulla dissimile da una moto da gran premio, però era contraddistinta da una affidabilità estrema, da una fruibilità eccezionale, e da una durevolezza sconosciuta a qualunque inglese, tedesca o americana: al giorno d’oggi, dopo oltre cinquant’anni, vi sono esemplari mai restaurati che hanno raggiunto e superato il mezzo milione di km senza sostanziali revisioni.

La Kawasaki ci mise pochissimo a seguire l’esempio, e nel 1972 sfornò la Z1 900, una specie di Honda Four estremizzata, che divenne a sua volta una pietra miliare.

Da quel momento il dado fu inesorabilmente tratto: le moto giapponesi si diffusero a macchia d’olio, impadronendosi più o meno lentamente ma inesorabilmente di ogni singola branca di mercato, dal Motocross alle supersportive nulla fu tralasciato, e nuovi segmenti vennero inventati. O reinventati.

La Yamaha, ad esempio, reinventò il morente ed antiquato concetto di Scrambler, quando nel 1976 lanciò la XT 500, la dominatrice delle prime Parigi-Dakar, che i francesi ancora oggi chiamano “La Moto Mytho”: l’idea alla base dell’XT era, né più né meno, quella che aveva dato origine alla Ducati Scrambler o alla BSA Victor 441, bellissime moto ma inaffidabili, e poco fruibili, mentre l’XT 500 non si rompeva neanche se presa a martellate, si accendeva relativamente facilmente (in confronto alle altre di cui sopra) e vibrava poco.

Dicevamo del “vizio” nipponico di rivedere e correggere le idee altrui, ed eccone un fulgido esempio, ed in questo le maestranze cinesi sembrano ancora sideralmente lontane.

Con la trasformazione della motocicletta da mezzo utilitario a mezzo ludico-ricreativo, e dopo la conquista totale del mercato mondiale, i tempi erano maturi per replicare lo schema raddoppiando il numero di ruote, anche se il processo era già in marcia da anni.

CAPITOLO TRE: LE AUTO 

E venne l’ora delle automobili.

Il Giappone è stato, inizialmente, molto particolare in tema di automobili: concentrato sulle auto piccole ed assai chiuso verso i prodotti stranieri (il governo giapponese stipulò un patto con lo stato italiano negli anni ’50 che potremmo definire di “non aggressione”, per limitare l’importazione della 500 nei suoi confini e favorire i suoi produttori nazionali e viceversa. Questo patto è all’origine dei dazi doganali e del contingentamento che durò, in Italia, fino a fine anni ’80), fu da sempre contraddistinto da una legislazione che limitava le dimensioni e le potenze dei veicoli in vendita, rendendoli di fatto appetibili solo sul mercato interno.

La Honda, sempre lei, iniziò a farsi conoscere nel mondo a metà anni ’60, tanto per cambiare, debuttando nelle competizioni, e facendolo dalla porta principale, quella della Formula Uno.

Eccentrica fino al limite dell’anacronismo, ma comunque potente e con l’aura dell’armata tecnologica, che non l’avrebbe mai abbandonata, la Honda intesa come costruttore non replicò mai i successi che ebbe nel motomondiale, ma si fece conoscere e sfrutto le corse come ottima vetrina per lanciare una campagna d’invasione nel mondo dell’automobile di serie.

L’occasione venne col lancio della Civic, nel 1972: moderna, veloce, qualitativamente estrema, bella, la Civic divenne immediatamente un best seller negli Stati Uniti e pressoché in tutti i paesi dove veniva importata, diventando negli anni la Regina delle hatchback sportive, con le versioni VTI e Type R.

Pensiamo, ad esempio, al 1989, e facciamo un semplice paragone: la rinomatissima Alfa Romeo come “top” di gamma delle “piccole” aveva ancora l’Alfasud Sprint (allora nota solo come Sprint), la Honda aveva la Civic VTI 1.6 da… 160 CV.

100 CV/litro su una piccola berlinetta di serie, raffinatissima in tutti i minimi particolari, non si erano ancora mai visti, e fu davvero un salto epocale, che perdurò negli anni.

Dopo la Civic (ma in certi casi anche prima) comparvero altri nomi destinati a fare la Storia dell’automobilismo, dalle Toyota Corolla, Celica e Supra alle Datsun (poi Nissan) 240Z, Skyline, Sunny e molte altre.

Arrivarono sui mercati europei altri costruttori inizialmente meno noti, come Subaru e Mitsubishi, che non tardarono a mettersi in mostra ed a guadagnarsi il rispetto degli appassionati e dei normali automobilisti.

Come sempre, i concetti originari, dall’utilitaria alla coupé al 4×4 da lavoro, furono rivisitati e migliorati dalle maestranze giapponesi, fino a diventare pressoché inattaccabili.

Quanta strada è stata fatta da quelle prime moto della Honda che venivano vendute in saldo nei supermarket americani a metà anni ’50, né più né meno come gli scooterini cinesi che oggi si trovano al Bennet o all’Iper, ma la differenza tra Giappone e Cina, riassumendo all’estremo, è tutta in questo: dopo meno di dieci anni la Honda era passata dal vendere delle brutte copie di moto inglesi nei supermercati a vincere il GP di Monza di Formula Uno davanti a Brabham e Ferrari, gli scooterini cinesi… Dopo oltre vent’anni dalla loro comparsa nei supermercati nostrani sono ancora esattamente li al loro posto, tra il banco del pesce e quello del pane.

E da lì, a meno di cataclismi di mentalità, sarà ben dura che si schiodino.

Diritto (e rovescio di critica)

Di Riccardo Fontana

In questi giorni, gli argomenti che maggiormente animano le sempre care “discussioni da bar”, altrimenti (bonariamente) note come “masturbazioni mentali” di noi petrolhead incalliti, sono essenzialmente due: le prime uscite della collana dedicata alle Porsche in scala 1:43, di cui ci siamo già occupati, e l’uscita in anteprima, su Amazon Prime Video, di Lamborghini – The Man Behind The Legend, ultimo prodotto di un filone storico-romanzesco-automobilistico che, negli ultimi anni, pare non conoscere limiti.

Non ho visto il film, mi sono sempre guardato benissimo dal dare un euro ad Amazon e non comincerò certamente ora: se mai uscirà al cinema lo andrò sicuramente a vedere, ed eventualmente acquisterò il DVD, anche perché da estimatore quasi “sessuale” della Miura (quella bella, non quella che fa di secondo nome Miura e che porta fieramente le terga leopardate), che parrebbe essere la vera Premiere Dame “occulta” dell’opera, non potrei in nessun modo astenermi dal farlo.

Lo spessore di una custodia di un DVD e l’esborso di poco più di una decina di euro, fortunatamente, sono ancora un “fardello” sopportabile, che si porta abbastanza volentieri.

Non ho visto il film dicevo, e pertanto non sono nelle condizioni di esprimere giudizi riguardo la storia, i tagli, le parti forzatamente romanzate che già do per scontato che ci siano (il cinema ha le sue esigenze, sia di tempi che di “pathos”, e bisogna farsene una ragione) perché non avrei nulla da dire.

Aggiungo che, non essendo il sottoscritto un critico cinematografico, anche se l’avessi visto non mi abbasserei certo al livello di molti imbratta-carte generalisti che, quando scrivono di cinema sui loro più o meno rinomati fogli, affrontano l’argomento con un piglio a metà strada tra l’Orson Welles di Quarto Potere e Giampiero Mughini.

A ciascuno il suo mestiere dunque, io penso di essere ferrato in storie di motori, e di quello, pertanto, mi limiterò a parlare.

Le critiche, purtuttavia, sono e devono restare legittime, ed è comunque sano che chi ha potuto vedere il film e voglia esprimerne un giudizio, possa farlo.

È questa una verità aristotelica ed inviolabile? Ebbene, no.

Aprendo LinkedIn quasi per noia, oggi mi sono imbattuto in un post di un noto YouTuber italiano, che criticava pesantissimamente la pellicola, parlando di “pessima produzione di serie B”, e di “qualcuno che avrebbe dovuto proteggere gli argomenti e i personaggi trattati”.

Oibò.

Rettifico la mia precedente affermazione come segue: chiunque ha il sacrosanto diritto di esprimere la propria opinione, anche se “tranchant”, a patto che possa risultare credibile.

Ora, con tutta la buona volontà di cui sono capace, mi chiedo: può un personaggio che fa scempio di una povera Escort MK I trasformandola in una specie di missile turbo (???) parlare di “rispetto per gli argomenti storici e i personaggi” a proposito di una produzione cinematografica?

Se Ferruccio Lamborghini, Paolo Stanzani, il Grande Marcello Gandini e Paolo Dallara (gli ultimi tre sono pure passati per le “mani” del noto YouTuber) potrebbero scandalizzarsi – probabilmente a ragione – per il tenore ed i contenuti del film, non ho mezzo dubbio che lo stesso potrebbe valere per Peter Ashcroft, Stuart Turner, Roger Clark e David Sutton a proposito di quello… Posso chiamarlo “scempio” di puntata televisiva sull’Escort MK I? 

Carlo Chiti avrebbe preso bene la Giulia GT Junior con sotto un motore 2000 di una “seddandagingueh” e i parafangoni? Non credo, ma mi piacerebbe assai chiedere un’opinione ad Andrea De Adamich al riguardo, e non è detto che più avanti non lo faccia.

A me vedere certe cose ricorda molto Joe Bastianich che brutalizzava i concorrenti a MasterChef salvo poi reclamizzare a mo’ di prelibatezza la roba del McDonald’s, e mi lascia una discreta punta di rabbia.

Ovvieremo comunque, tutto sommato, anche noi siamo content creators.

No, via, siamo giornalisti del terzo millennio, abbiamo la fortuna di parlare nella lingua di Dante, usiamola perdio.

Great Iconic Models, novità della prima parte del 2023

Lista e gallery delle novità di Great Iconic Models (resincast 1:43) per i primi mesi del 2023.

GIM003B NEW 1:43 Cadillac Sedan DeVille HT blue 1968

GIM005 NEW 1:43 Cadillac V16 Series 90 Cer.TC Fleetw.’38

GIM006B NEW 1:43 Cadillac V16 Series 90 Conv. green 1938

GIM007 NEW 1:43 Cadillac V16 Fastback Limousine 1938

GIM017C NEW 1:43 Cadillac Fleetwood Brougham 4d red/red

GIM018C NEW 1:43 Cadillac Fleetw Seventy-Five blue m.’76

GIM023B NEW 1:43 Cadillac Sedan de Ville maroon/white ’56

GIM023C NEW 1:43 Cadillac Sedan de Ville ivory/white ’56

GIM024B NEW 1:43 Cadillac Coupe de Ville beige/brown ’56

GIM024C NEW 1:43 Cadillac Coupe de Ville blue/white ’56

GIM028B NEW 1:43 Cadillac Series 62 Coupe’51 yellow/black

GIM028C NEW 1:43 Cadillac Series 62 Coupe’51 green/green

GIM029B NEW 1:43 Cadillac Series 62 Conv.’51 grey

GIM029C NEW 1:43 Cadillac Series 62 Conv.’51 red met.

GIM033 NEW 1:43 Cadillac Superior Ambulance 1951

GIM034 NEW 1:43 Cadillac Sayers & Scovill Florentine ’55

GIM045A NEW 05 1:43 Mercedes-Benz 300D W115 USA 1976 red

GIM045B NEW 05 1:43 Mercedes-Benz 300D W115 USA 1976 blue met

GIM065A NEW 1:43 Cadillac Fleedwood Brougham beige ’72

GIM065B NEW 1:43 Cadillac Fleedwood Brougham black ’72

GIM066A NEW 1:43 Cadillac deVille Wagon b/b Elvis Presly

GIM066B NEW 1:43 Cadillac deVille Wagon b/y Dean Martin

Novità 12Art per la prima parte del 2023

Novità per la prima parte del 2023 del marchio 12Art, resincast scala 1:12.

12ART0108020 NEW 1:12 Aston Martin DB4 DHC silver 1:12

12ART0108031 NEW 1:12 Aston Martin DB4 GT green 1:12

12ART1302010 NEW Q1 2023 1:12 MB 350SL R107 gold met. 1:12 1979

12ART1302011 NEW 1:12 MB 350SL R107 green met. 1:12 1979

12ART1302012 NEW 1:12 MB 350SL R107 blue met. 1:12 1979

Le novità Cult per la prima parte del 2023

Lista e gallery delle novità Cult Scale (1:18) per i primi mesi del 2023.

CML001-2 NEW 1:18 Rover 3500 P6b Saloon grey 1976

CML006-2 NEW Q1 2023 1:18 Rover 3500 SD1 Series 1 yellow

CML006-3 NEW Q1 2023 1:18 Rover 3500 SD1 Series 1 blue metallic

CML006-4 NEW Q1 2023 1:18 Rover 3500 SD1 Series 1 red

CML011-2 NEW Q1 2023 1:18 Aston Martin DBS Vantage olive-green met

CML011-3 NEW Q1 2023 1:18 Aston Martin DBS Vantage blue metallic

CML011-4 NEW Q1 2023 1:18 Aston Martin DBS Vantage red metallic

CML013-3 NEW Q1 2023 1:18 Peugeot 304 cabrio 1973 gold metallic

CML013-4 NEW Q1 2023 1:18 Peugeot 304 cabrio 1973 silver metallic

CML013-5 NEW Q1 2023 1:18 Peugeot 304 cabrio 1973 red

CML020-2 NEW Q1 2023 1:18 Austin-Healey Sprite MkII green

CML020-3 NEW Q1 2023 1:18 Austin-Healey Sprite MkII red

CML020-4 NEW Q1 2023 1:18 Austin-Healey Sprite MkII blue

CML060-1 NEW Q1 2023 1:18 R-R 25-30 Gurney Nutting All Weather wh.

CML060-2 NEW Q1 2023 1:18 R-R 25-30 Gurney Nutting All Weather mar

CML061-1 NEW 1:18 Alfa Romeo Spider III silver ’86-’89

CML061-2 NEW 1:18 Alfa Romeo Spider III red ’86-’89

CML065-1 NEW Q1 2023 1:18 Mini 1275 GT yellow

CML065-2 NEW Q1 2023 1:18 Mini 1275 GT orange

CML074-1 NEW 1:18 Mercedes-benz 280SE W126 blue met. 1980

CML074-2 NEW 1:18 Mercedes-benz 280SE W126 silver 1980

CML086-2 NEW Q1 2023 1:18 ISO Grifo red metallic 1965

CML093-1 NEW Q1 2023 1:18 Morgan plus 8 yellow/black 1970

CML093-2 NEW Q1 2023 1:18 Morgan plus 8 brown/beige 1970

CML093-3 NEW Q1 2023 1:18 Morgan plus 8 green/black 1970

CML110-1 NEW Q1 2023 1:18 Ford GT40 MkIII blue 1966

CML110-2 NEW Q1 2023 1:18 Ford GT40 MkIII maroon 1966

CML110-3 NEW Q1 2023 1:18 Ford GT40 MkIII gold 1966

CML110-4 NEW Q1 2023 1:18 Ford GT40 MkIII white 1966

CML114-1 NEW 1:18 Landrover 88 Serie III blue

CML114-2 NEW 1:18 Landrover 88 Serie III green

CML115-1 NEW Q1 2023 1:18 Triumph TR7 Coupe red 79-82

CML115-2 NEW Q1 2023 1:18 Triumph TR7 Coupe yellow 79-82

CML115-3 NEW Q1 2023 1:18 Triumph TR7 Coupe green 79-82

CML130-1 NEW 1:18 Volvo 244DL beige 1975

CML130-2 NEW 1:18 Volvo 244DL green 1975

CML130-3 NEW 1:18 Volvo 244DL red 1975

CML148-1 NEW 1:18 SAAB Sonnet III yellow

CML148-2 NEW 1:18 SAAB Sonnet III green

Le novità Matrix per la prima parte del 2023

Il gruppo olandese DBV-NL ci ha appena diramato le liste e le foto di alcune novità dei marchi prodotti e/o distribuiti. Iniziamo con Matrix, di cui notiamo anche una Porsche 911 in scala… 1:6! DBV-NL non sarà a Norimberga, considerato ormai un evento non irrinunciabile, anche perché ormai gran parte dei produttori annuncia le proprie novità solo un paio di mesi prima della commercializzazione.

MX20302-412 NEW 01 1:43 Chevrolet Suburban blue met. 1981

MX20302-413 NEW 01 1:43 Chevrolet Suburban grey met. 1981

MX30110-021 NEW 01 1:43 Austin 1300 MkIII yellow ’71-’74

MX30110-022 NEW 01 1:43 Austin 1300 MkIII maroon ’71-’74

MX40108-101 NEW 05 1:43 Aston Martin V8 Zagato red 86-90

MX40108-102 NEW 05 1:43 Aston Martin V8 Zagato green met 86-90

MX40602-041 NEW 03/04 1:43 Fiat Dino Berl. Proto. Pinin. blue met.

MX40602-042 NEW 03/04 1:43 Fiat Dino Berl. Proto. Pinin. yellow

MX40603-091 NEW 05 1:43 Ford Cortina 1600E 1967-1970 goldmet.

MX40603-092 NEW 05 1:43 Ford Cortina 1600E 1967-1970 greenmet.

MX40603-151 NEW 04 1:43 Ford Zodiac 206E 1959-1962 grey/grey

MX40603-152 NEW 04 1:43 Ford Zodiac 206E 1959-1962 maroon/grey

MX40604-121 NEW 04 1:43 Ferrari 250GT Cabrio S2 pininf. red 1960

MX40604-122 NEW 04 1:43 Ferrari 250GT Cabrio S2 pininf. blk 1960

MX41002-151 NEW 04 1:43 Jensen Interceptor SIII Coupe Blk/Sil 75

MX41002-152 NEW 04 1:43 Jensen Interceptor SIII Coupe Be/Blu 75

MX41002-153 NEW 04 1:43 Jensen Interceptor SIII Coupe Green 75

MX41002-154 NEW 04 1:43 Jensen Interceptor SIII Coupe Red 75

MX41302-262 NEW 1:43 MB Sprinter Miesen Ambulance TBA

MX41302-263 NEW 1:43 MB Sprinter Miesen Ambulance TBA

MX41706-113 NEW 01 1:43 Rover P5b Saloon Queen Elizabeth +fig

MX41801-032 NEW 1:43 Saab 900 Safari Estate blue 1981

MX41902-031 NEW 03/04 1:43 Triumph Vitesse DHC 1962-1968 white

MX41902-032 NEW 03/04 1:43 Triumph Vitesse DHC 1962-1968 blue

MX50201-091 NEW 03/04 1:43 Bentley S2 Wendler Est. Wag #LLBA9 silv

MX50201-092 NEW 03/04 1:43 Bentley S2 Wendler Est. Wag #LLBA9 grey

MX50301-101 NEW 04 1:43 Cadillac V16 DCS Phaeton open Blk 37

MX50301-102 NEW 04 1:43 Cadillac V16 DCS Phaeton open Cld 37

MX50301-151 NEW 02/03 1:43 Cadillac El Camino concept silver 54

MX50301-152 NEW 02/03 1:43 Cadillac El Camino concept black 54

MX51302-211 NEW 01 1:43 MB V114 LWB Crayford est. white 71

MX51302-212 NEW 01 1:43 MB V114 LWB Crayford est. blue 71

MX51302-241 NEW 01 1:43 MB 630K Roadster by Murphy open ’25

MX51302-242 NEW 01 1:43 MB 630K Roadster by Murphy clsd ’25

MXL0402-011 NEW 1:18 Daimler DE 36 Hooper Gr Goddess r/r 53

MXL0402-012 NEW 1:18 Daimler DE 36 Hooper Gr Goddess r/s 53

MXL0604-091 NEW Q1 1:18 Ferrari 365gtb-4 shooting br. black 75

MXR40604-023 NEW 1:43 Ferrari 365GTB/4 NART Michelotti 74

MXR40604-024 NEW 1:43 Ferrari 365GTB/4 NART presentation 75

MXR41302-021 NEW 04 1:43 MB W123 280E London Sydney win #33 ’77

MXR41302-022 NEW 04 1:43 MB W123 280E London Sydney 3rd #49 ’77

MXXXL01-1 NEW 1:6 Porsche 911 Silver ’64-’68 1:6

MXXXL01-2 NEW 1:6 Porsche 911 Yellow ’64-’68 1:6

GALLERY 1:43

GALLERY 1:18

SCALA 1:6