John Paul Sr., una storia di sport e di crimine

Testo di Nicola Lettieri – documentazione di Nicola Lettieri e David Tarallo / in redazione David Tarallo

Quando, alcune settimane fa, Nicola Lettieri mi propose l’idea di scrivere un articolo sulla storia di John Paul Sr., accettai con interesse, non solo perché i suoi testi sono sempre piacevoli e documentati ma perché la storia dei Paul mi coinvolge come poche altre nell’automobilismo, essendo stato in contatto col figlio John Jr. fino alla sua morte avvenuta alla fine del 2020 e con le persone che tuttora cercano la verità sulla scomparsa di Chalice Paul e Colleen Wood. Esistono elementi che John Jr. si è portato nella tomba ma forse qualcosa potrà ancora essere scoperto. Nella foto di apertura i due sono ritratti in un atteggiamento che forse svela qualcosa della loro personalità.

JOHN PAUL SR. UNA STORIA DI SPORT E DI CRIMINE

La storia di John Paul Sr. e del figlio John Paul Jr. risuona non solo con il rombo delle auto da corsa, ma anche con il crepitio degli spari, con misteriose sparizioni e con il fruscio dei dollari in quantità tale da sconvolgere la mente, così come l’odore della marijuana.

John Paul Sr. era un pilota da corsa, un bravo pilota. Insieme a suo figlio ha vinto tante corse, ma il dramma cruciale della loro vita si giocò lontano dalle piste, dai gas di scarico e dalle bandiere a scacchi.

Nato nei Paesi Bassi nel 1939, Hans-Johan Paul a 15 anni emigrò negli Stati Uniti, vivendo con la sua famiglia (suo padre era un radiologo) a Muncie, nell’Indiana, dove cambiò il suo nome in John Lee Paul. Era pieno di belle speranze e molto dotato in matematica, ma i problemi che ebbe inizialmente nell’imparare l’inglese, insieme a un carattere estremamente irascibile, gli impedirono di adattarsi, tant’è che fu espulso da tre scuole superiori prima di diplomarsi.

Quando nacque il suo primo figlio, John Paul Jr., Senior aveva 20 anni e la sua (allora) fidanzata Joyce ne aveva appena 16. Fuggirono insieme finchè il padre di lei gli trovò un lavoro da lavapiatti al Ball Hospital di Muncie. Si laureò alla Ball State University e fece domanda per una borsa di studio alla Business School di Harvard, e venne accettato. Trasferì la sua famiglia – sua moglie, Joyce, John Jr. di due anni e Tonya di un anno – nel Massachusetts dove rimasero otto anni.

Dopo la laurea ad Harvard, John Sr. entrò in Putnam Management, una società di fondi comuni di Boston. Grazie alla sua abilità venne rapidamente promosso a co-gestore del fondo contribuendo alla sua crescita da  600 milioni di dollari a 4 miliardi di dollari in sei anni. Investì anche in aziende fiorenti come Mattel Toys e Kentucky Fried Chicken, diventando milionario.

Con i primi soldi guadagnati alla Putnam Management, comprò una Corvette del ’64 nuova di zecca, provando a gareggiare ad una competizione di “autocross” nel parcheggio di un centro commerciale. Fu quello l’inizio di J.P. Senior nel mondo delle corse. Nel 1970 acquistò una vecchia Trans-Am Dodge Challenger appartenuta a Sam Posey (un ex pilota automobilistico statunitense) ed iniziò a vincere gare nel Connecticut, a Lime Rock, Bridgehampton e Thompson.

Le corse, però, si rivelarono un’arma a doppio taglio per la sua famiglia. La moglie Joyce iniziò a frequentare un altro pilota di auto da corsa e i due si separarono. Lei prese con sé i figli e se ne tornò in Indiana.

Sebbene non fosse uno stinco di santo, J.P. Senior fu devastato dalla relazione extraconiugale di sua moglie. Lasciò il lavoro, le corse, vendette tutto ciò che possedeva, comprò una barca a vela e salpò. Due anni dopo, in occasione del dodicesimo compleanno di J.P. Junior, ritornò a Muncie.

J.P. Senior e Joyce decisero di riprovare e si trasferirono nella loro nuova casa in Florida. Purtroppo però le urla e i litigi continuarono. Si separarono quattro volte, divorziando infine.

J.P. Junior, suo fratello e sua sorella furono rimbalzati tra i genitori; alla fine John Jr. decise di stare col padre perché non gradiva la noiosa e piatta vita a Muncie (nella sua autobiografia disse “Se fossi rimasto a vivere con mia madre, probabilmente non sarebbe successo niente. Avrei fatto benzina, o lavorato in un negozio di pneumatici Goodyear, qualcosa del genere.”) e perché voleva correre come suo padre.

Fu proprio John Paul Sr. il catalizzatore della straordinaria carriera agonistica di suo figlio. Purtroppo però fu anche lo stesso Senior a coinvolgere John Jr. nel crimine, rovinandogli in parte la vita e la carriera e deludendolo miseramente.

John Paul Sr. iniziò a correre negli anni Sessanta attraverso lo Sports Car Club of America (SCCA) e divenne il Campione Regionale del Nordest del 1968. I conflitti e le vicissitudini  familiari, come abbiamo visto, fecero deragliare la sua carriera agonistica allontanandolo dalle corse per alcuni anni, finchè riprese a correre all’inizio degli anni ’70 nelle gare IMSA.

Fondò la JLP Racing (per John Lee Paul), con suo figlio “John John” (come lo chiamava lui) come membro del team. Nel 1977, entrò a far parte della serie IMSA GT con una Porsche 911 RSR insieme a John O’Steen e Bob Hagestad – con cui partecipò anche alla 24 Ore di Daytona ’77 – e con una Chevy “DeKon” Monza acquistata da Al Holbert.

Il 1978 lo vide partecipare al FIA World Challenge for Endurance Drivers (una serie di gare indipendenti di vari campionati come IMSA Camel GT, World Championship for Makes, IMSA RS, 24 ore di Le Mans e Spa), vincendo il titolo nella classifica a punti.

In quell’anno ottenne un secondo posto nella classe IMSA GTO alla 24 Ore di Daytona Camel GT Challenge in coppia con Bonky Fernandez al volante della loro Porsche Carrera RSR.

La Porsche 911 Carrera RSR JLP

Alla 12h di Sebring ’78, ottenne la prima vittoria, sempre nella classe GTO, con la RSR del JLP Racing Team. Non contento di ciò, passò alla classe IMSA GTX, con la Porsche 935 del Team Barbour, con la quale insieme allo stesso Barbour e a Brian Redman partecipò alle 24h di Le Mans ’78, vincendo la classe IMSA GTX (+2500cc) ed ottenendo il quinto posto nella classifica generale.

Sempre nel 1978 J.P. Senior acquistò da Dick Barbour la Porsche 935 vincitrice della 12h di Sebring del 1978 e poi incidentata alla 6 Ore di Talladega dello stesso anno e con la nuova vettura, chiamata JLP – 1, partecipò alla Camel GT Challenge 250 Miglia Mid-Ohio del 27/8/1978 ed alla 250 Miglia di Daytona il 26/11/1978, arrivando 3° nella gara vinta da Peter Gregg con la Porsche 935/77A di Brumos.

L’anno successivo con la Porsche (935) JLP – 1, gareggiò nella serie Camel GT, finendo 12 ° nella classifica a punti, e vincendo il campionato SCCA Trans-Am, Categoria II, del 1979 con la stessa vettura ottenendo 6 vittorie su 8 gare.

Il 1979, oltre a segnare l’inizio della vittoriosa carriera nel mondo delle corse di J.P. Senior, segnò anche l’inizio dei suoi problemi legali….

 Non è un segreto che le corse richiedano talento e denaro, molto denaro, soprattutto se si vuol competere per il gradino più alto del podio. La maggior parte dei proprietari di team americani ha guadagnato i propri soldi con mezzi legittimi e molti hanno stipulato accordi di sponsor vantaggiosi per supportarli. Ma nessuna storia della serie IMSA e CAMEL GT sarebbe completa senza raccontare anche le storie dei “Bad Boys of IMSA”, ossia di quei pochi che hanno fatto i loro soldi con le corse dalla parte sbagliata della legge.

A metà degli anni Settanta, il contrabbando di droga in Florida aveva raggiunto proporzioni cosmiche. Dal cielo piovevano praticamente balle di marijuana e le spiagge erano inondate di fagotti di plastica impermeabili.  Tant’è che all’inizio degli anni ’80 le corse automobilistiche IMSA diventarono piene di scandali sulla droga come quelli che hanno coinvolto Randy Lanier e i fratelli Whittington, tanto per citarne i più famosi.

J.P. Senior, era conosciuto nel mondo delle corse automobilistiche come il “vecchio pirata”. Basso, trasandato, barba, occhiali da nonna e cipiglio intenso, era noto per la sua indipendenza e il suo temperamento instabile e litigioso (“Forse a volte sono un po’ troppo duro”, disse di sè, “ma sono cresciuto in un mondo duro!”).

 J.P. Junior invece era alto e magro, con lunghi capelli scuri. Era tranquillo, educato e rispettoso, svolgeva diligentemente anche le faccende più umili all’interno del JLP Racing Team, obbedendo ciecamente al padre per timore reverenziale e perché non gli conveniva metterselo contro.

Fu anche per questo che, giovanissimo, Junior si lasciò coinvolgere dal padre in loschi traffici di contrabbando di marijuana. Padre e figlio furono catturati nel gennaio 1979 mentre con un complice, Chris Schill, stavano scaricando un carico di marijuana da un’imbarcazione per caricarle su alcuni camion in Louisiana. Dal momento che erano stati sorpresi dopo che il grosso del carico era stato disperso e non avendo precedenti, i tre uomini, in cambio di dichiarazioni di colpevolezza per possesso di marijuana con l’intento di distribuirla, furono sorprendentemente messi in libertà vigilata per tre anni e multati di 32.500 $.

Si narra che in sei grandi spedizioni dal 1975 al 1981, J.P. Senior avrebbe contrabbandato più di 100 tonnellate di marijuana colombiana negli Stati Uniti, con l’aiuto dei suoi soci David Cassorla, Stephen Carson e altri complici. Quella marijuana, secondo i contrabbandieri, valeva probabilmente 40 milioni di dollari.

Purtroppo, però, nonostante lo “scossone” del 1979 per i due Paul non era finita nè con le corse, nè con il contrabbando di droga…

J.P. Junior, intanto, aveva iniziato a correre in formule inferiori e aveva dimostrato un talento naturale per le corse. Insieme, padre e figlio vinsero la gara Coca Cola 400 al Lime Rock Park della Camel GT nel maggio 1980 a bordo di una Porsche 935 K3 di proprietà di Preston Henn. Dopo la gara, Senior sposò in pista al Lime Rock Park, la giovane e bella Chalice Alford Barnett. 

Matrimonio con Chalice a Lime Rock

A proposito di Preston Henn, proprietario di Swap Shop e vincitore della 24h di Daytona del 1983, durante un’intervista fatta da un giornalista poco prima della sua morte (nel 2017), alla domanda “Senior era uno stronzo così grande come ho sentito?” , Henn rispose senza pensarci su due volte “Oh, no! Più grande. Molto più grande!”.

 Ad agosto a Road America 500, ottennero la loro seconda vittoria in coppia. In quell’anno J.P. Senior fece segnare altri dieci piazzamenti nella Top 5 arrivando secondo nel campionato Camel GT . Vinse anche la FIA World Challenge for Endurance Drivers del 1980, raccogliendo punti nelle più famose gare endurance, sia nel programma IMSA che in quello FIA a Monza, Silverstone, Nurburgring, Le Mans e Spa. J.P. Junior, invece, si classificò quarto nel FIA World Challenge for Endurance Driver.

Dal 1979 Porsche decise di non costruire più il suo modello da corsa 935, vendendo solo le parti meccaniche come motori, cambi e freni ai migliori team privati ​​come Kremer e Joest in Europa e JLP e Andial negli USA, in modo che potessero continuare a correre e sviluppare questa leggendaria macchina da corsa. È interessante notare come alcune delle vittorie più famose di quegli anni furono ottenute da quelle Porsche 935 “Speciali” assemblate privatamente, come alla 24 Ore di Le Mans del 1979 dove una 935 K3 costruita da Kremer ottenne il primo posto assoluto.

Dopo la stagione agonistica del 1979 e la distruzione della JLP-1, il Team di J.P. Senior decise di costruire una nuova 935 da zero: la JLP-2. Telaio, motore e altri componenti furono acquistati da Porsche ed il tutto fu “avvolto” nella carrozzeria della Kremer K3.

La vettura incorporava tutto ciò che il team aveva appreso finora sulla 935; oltre ai comprovati sforzi di miglioramento delle prestazioni e di riduzione del peso sviluppati da Kremer, ci fu una particolare attenzione al miglioramento della rigidità del telaio, anche per contribuire a domare il feroce flat-six da 3,2 litri dell’auto. Dotato di due turbocompressori KKK e di un sistema di iniezione del carburante Kugelfischer e accoppiato a un transaxle a quattro velocità, questo motore poteva produrre ben oltre 740 cavalli, a seconda del livello di sovralimentazione.

La Porsche (935) JLP-2  debuttò alla 100 Miglia di Road Atlanta nell’aprile del 1980, corse anche alla 24h di Le Mans ‘80, posizionandosi nona in classifica generale e seconda nella categoria IMSA alle spalle della 935 K3 vincente del Dick Barbour Racing.

L’anno successivo, la JLP-2 fu parzialmente soppiantata dalla JLP-3 di nuova costruzione, e quindi vide un uso relativamente limitato nel 1981. Per la stagione del campionato IMSA del 1982, fu venduta al pilota americano M.L. Speer. Quell’anno Speer, insieme a Terry Wolters e Charles Mendez, ottenne il 3° posto alla 12 Ore di Sebring, tra gli altri ottimi risultati.

Nel 1982 John Paul Senior e suo figlio continuarono a correre con la vecchia macchina, la JLP-3, collaborando con Rolf Stommelen per vincere la 24 Ore di Daytona del 1982. Quell’anno, visero anche la 12 Ore di Sebring e il round di Road Atlanta. Successi, questi, che portarono Miller Beer a firmare un accordo di sponsorizzazione con il team JLP Racing. Nel 1982, J.P. Junior ottenne nove vittorie.

I premi che si potevano vincere nell’IMSA non erano comparabili a quelli della NASCAR o della Formula Indy ma erano comunque interessanti. Nel 1982 i Paul conducevano la classifica dei guadagni, totalizzando insieme oltre 265.000 dollari (annuario IMSA 1983, archivio David Tarallo)

Per soddisfare i requisiti di omologazione, la JLP-3 manteneva tetto, cornici dei vetri e parabrezza di una Porsche 935. Il resto del telaio fu costruito da GAACO di Graham Bartills, con sede a Norcross, in Georgia. Rispetto alla scocca in lamiera d’acciaio, il telaio in acciaio dalla struttura tubolare era notevolmente più leggero e più forte. Come le normali 935 di produzione, la JLP-3 presentava bracci trasversali inferiori e montanti McPherson, mentre nella parte posteriore erano montati i bracci semi-trainanti Porsche.

John Paul Sr. vincitore a Road Atlanta il 4 aprile 1982 al volante della JLP-3. In quell’occasione batté la Porsche 935 di Danny Ongais e la Ford Mustang Turbo di Kevin Cogan

Approfittando di regole più liberali intese a mantenere competitiva la 935 con i prototipi GTP, J.P. Senior fece sviluppare una 935 con effetto suolo completo per la stagione 1982, chiamata JLP-4 . Sebbene l’auto somigliasse solo vagamente all’originale 935, era un razzo e contribuì a spingere John Paul Jr. in vetta al campionato Camel GT del 1982, con Senior vincitore del Camel Endurance Championship dello stesso anno.

Progettata dal famoso ingegnere di pista Lee Dykstra e costruita dalla FABCAR, l’azienda americana che negli anni successivi assemblava e riparava su licenza per Porsche le monoscocca 956/962, la Porsche (935) JLP-4 adottava molte delle ultime tecnologie disponibili fino a quel momento, tra cui una struttura monoscocca centrale con estensioni del telaio tubolare anteriore e posteriore, sospensioni anteriori entrobordo per un migliore flusso d’aria sotto la vettura, minigonne scorrevoli laterali per migliorare l’effetto suolo come utilizzato in Formula Uno , la lunga coda posteriore stile “Moby Dick” con estrattori d’aria e la guida a destra come sull’ultima 935/78 costruita da Porsche.

Il motore utilizzato era l’ultimo 3200cc., evoluzione della Porsche 935 con doppio Turbo, ventola piatta, iniezione meccanica Kugelfischer, doppia accensione e intercooler aria-aria. Con una pressione di sovralimentazione di 1,4 bar sviluppava 840 CV. Il cambio a 4 marce era quello utilizzato sulle ultime 935 biturbo con assali in titanio, e anche i grossi freni erano gli stessi montati sulle ultime 935, e, successivamente, sulle 956 “Gruppo C”.

Con questa particolare Porsche 935 JLP-4, John Paul Jr. conquistò due vittorie assolute durante la stagione 1982 IMSA (Brainerd e Portland), che si unirono ai punti ottenuti con l’altra sua Porsche JLP-3 e con una Lola, e contribuirono a renderlo vincitore del Campionato IMSA 1982. Conquistò anche il secondo posto assoluto (appena dietro al grande Bob Wollek) nella prestigiosa Porsche Cup del 1982.

John Paul Jr. vincitore con la JLP-4 del 5th Annual G.I. Joe’s/Toyota Grand Prix a Portland, 1° agosto 1982 (archivio David Tarallo)

Il successo per il team JLP Racing fu grande, ma i problemi fuori dalle piste continuarono. John Paul Sr. si separò dalla moglie Chalice nel 1981 e, questa, poco dopo, sparì in circostanze ancora misteriose.

Una volta che la moglie se ne fu andata, J.P. Senior si recò ad Haiti per ottenere il divorzio, sposando, di poi, Hope, la sorella di Hurley Haywood.

Nel 1983 J.P. Senior fu arrestato per aver sparato al suo ex socio e testimone federale in un caso di traffico di droga, Steven Carson. Trascorse dieci giorni in prigione ma fu rilasciato su cauzione e fuggì in Svizzera. Fu arrestato circa un anno dopo in una banca a Ginevra.

“Racing’s old pirate”: dall’annuario IMSA 1983 (archivio David Tarallo)

Oltre a dichiararsi colpevole nel 1986 per tentato omicidio, Senior fu processato e condannato per evasione fiscale e contrabbando di droga nel 1987. Dopo aver scontato 11 anni di carcere (incluso un rocambolesco tentativo di evasione dal carcere della Florida), fu rilasciato sulla parola nel 1999.

Si unì ad un’altra donna, Colleen Wood, con cui programmò una lunga crociera in barca a vela. Manco a dirlo, nel 2000 anche la povera Colleen sparì nel nulla. Senior fu interrogato in merito alla sua scomparsa ma non c’erano molte prove a suo carico e fu rilasciato.

Scomparve egli stesso e da allora non si ebbero più notizie di lui. È inserito nella lista dei criminali più ricercati e si dice si nasconda in qualche isola esotica, attraccando da un porto all’altro con la sua imbarcazione.

Come conseguenza dei guai giudiziari di Senior, il team JLP Racing ormai era soltanto un ricordo, ma John Paul Jr. era ancora dietro un volante correndo in CART e IMSA, vincendo la Michigan 500 nel 1983, superando Rick Mears (il miglior pilota di Penske, nella migliore macchina nuova di Penske, sulla pista di Penske) nell’ultima curva mentre era ancora convalescente per un incidente in cui si ruppe una gamba durante le prove della 500 Miglia di Indianapolis.

John Paul Jr. in Formula Cart

Conquistò il secondo posto assoluto alla 24 Ore di Le Mans del 1984 a bordo di una Porsche 956. Sfortunatamente, il suo losco passato e le storie di famiglia gli impedirono di trovare la sponsorizzazione necessaria per finanziare la sua attività nel motorsport.

Successivamente fu accusato per le vicende di traffico di droga di suo padre. Si rifiutò di testimoniare contro Senior e si fece 28 mesi in prigione.

Tornò nel 1989 cambiando diverse squadre prima che Busby Racing gli offrisse un sedile in una Nissan GTP ZX-T per il 1990 per correre contro case come Toyota e Jaguar. Riuscì comunque ad ottenere 3 podi quell’anno.

Nel 1992 vinse nella classe IMSA GTU alla 12 Ore di Sebring sulla Nissan 240SX di Bob Leitzinger con Davis Loring. Nel 1995 si unì a Rob Dyson e nel 1997 conquistò la sua seconda vittoria alla 24 Ore di Daytona prima di approdare a tempo pieno nella IRL (Indy Racing League) per il 1998 con Byrd-Cunningham Racing che portò alla vittoria al Lone Star 500 al Texas Motor Speedway stabilendo il divario più lungo tra le vittorie IndyCar in una carriera: 15 anni dalla prima vittoria in Michigan nel 1983.

Purtroppo per John Paul Jr. le cose peggiorarono dal punto di vista medico. Durante il test di una Corvette GT1 si accorse che l’auto non rispondeva al suo corpo e ai suoi pensieri e la guida non era più naturale. Gli fu diagnosticata la Malattia di Huntington, un disturbo neurologico progressivo che causa la degenerazione delle cellule in alcune zone del cervello, influenzando la funzione muscolare. Sua nonna, sua madre e sua sorella erano morte tutte a causa della stessa malattia genetica. Si ritirò dalle corse nel 2001 e diventò istruttore di guida.

È morto il 29 dicembre 2020 a Woodland Hills, in California (https://pitlaneitalia.com/2020/12/30/in-memoria-di-john-paul-jr/)

Di suo padre e del rapporto che ebbe con lui, Junior disse: “Sono risentito per quello che ha fatto mio padre. È un uomo molto intelligente e avrebbe potuto fare le cose diversamente. Mio padre era la persona più difficile con cui vivere. Era molto difficile per lui capire che qualcuno non era intelligente come lui. Avrebbe voluto che le cose fossero fatte in un certo modo, e si aspettava che fossero fatte in quel modo.”.

John Paul Jr. dichiarò anche di non avere mai avuto rimpianti per non aver testimoniato contro il padre: “Era mio padre”, disse, “se avessi testimoniato, o detto loro che avrei testimoniato contro mio padre, probabilmente sarei potuto uscirne”.

Non lo fece mai. John Paul Senior, pur con tutti i suoi terribili difetti, era sempre suo padre.

Nota modellistica di David Tarallo: alle riproduzioni in scala 1:43 delle vetture dei Paul, il vecchio blog ha dato spazio di tanto in tanto, soprattutto in occasione delle uscite di Spark. Pubblichiamo, dalla collezione di Nicola Lettieri, alcune immagini a complemento dell’articolo e rimandiamo anche a qualche link meno recente. Certo, l’argomenti non si esaurirebbe qui (basterebbe pensare alla Lola T600) ma già questa rassegna può dare l’idea dell’impatto che la storia dei Paul ha avuto anche sul settore modellistico. Sono davvero in pochi a non essersene accorti ma, si sa, qualche rara avis esiste sempre.

Hankook 12h Mugello: alla fine della prima parte conduce l’Audi R8 LMS GT3 dell’Haas RT

Si è disputata oggi la prima parte della 12 Ore del Mugello, valida come prima prova della 24H Series. Dopo 6 ore di gara ha concluso in testa l’Audi R8 LMS GT3 Evo-II dell’Haas RT, pilotata da Detry/Perrin/Vervisch. Domani la seconda parte della corsa scatterà alle ore 9 e terminerà alle 15.

La prima hypercar? L’Alfa Romeo 33 Stradale

di Riccardo Fontana

Il regolamento Hypercar, tra i molti spunti di assoluto interesse che offre, prevede anche la costruzione di venti auto stradali immatricolabili direttamente derivate da quelle impegnate in gara, e questo costituisce con ogni probabilità uno dei fattori di maggior interesse presso il pubblico: indipendentemente dal costo e dall’effettiva possibilità di acquistare una Ferrari 499P, una Toyota GR010 o una Glickenhaus 007, che è giocoforza più teorica che pratica per il 99,9% degli abitanti del pianeta terra, solo l’esistenza di un piccolo lotto di queste auto regolarmente targabili concorre a renderle ancora più “sognabili”, in un qualche modo indefinito più “reali”, vicine, meno naif nel loro essere  siderali oggetti dalle prestazioni estreme.

Prendiamo ad esempio la Porsche 917 K del Conte Rossi per cercare di dare un volto più pratico a questa sensazione: vedere una 917K nel suo habitat naturale, e cioè in gara a Sebring piuttosto che a Le Mans, è fantastico e foriero di mille buone “vibrazioni”, ma vederla ritratta nel traffico tra decine di auto normali è tutta un’altra storia, ed amplifica se possibile ancor di più l’aura ufologica che l’accompagna, e lo stesso poteva dirsi per la manciata di Dauer 962 regolarmente circolanti che hanno visto la luce una ventina di anni dopo.

Sport-Prototipi stradali le Hypercar, com’era già successo in maniera praticamente identica con il regolamento GT1 di metà-fine anni novanta, ma qual è stato il primo vero caso analogo della storia?

Molto semplicemente, l’Alfa Romeo 33 Stradale.

LA NASCITA

A metà degli anni ’60, qualcuno all’Alfa Romeo si accorse che, dato l’allora nemmeno lontanissimo glorioso passato della casa del Biscione, correre ad alto livello poteva essere un’ottima opportunità per accrescere ancora di più un prestigio già enorme: la Giulietta prima e la Giulia poi si erano fatte, i conti dell’Alfa erano nel pieno dell’unica fase contraddistinta dal segno “+” di una centenaria storia di debiti, e dunque c’era relativa abbondanza di fieno in cascina per fare delle cose.

Giuseppe Luraghi optò per correre (andò anche vicino a riportare la Ferrari all’ovile, ma questa è un’altra storia, che forse racconteremo più in là) e per fare l’Alfasud: l’IRI gli approvò entrambe le idee, anche se forse sulla seconda sarebbe stato meglio pensarci un attimo.

Si iniziò quasi in sordina con l’Autodelta di Carlo Chiti e Lodovico Chizzola come reparto corse esterno, talmente esterno da essere ubicata in un piccolo sobborgo di Udine – Feletto Umberto – a quasi 400 km da Milano, che divenne praticamente subito una prelatura ufficiale dell’Alfa: si correva e si vinceva con le TZ e le Giulia GTA, e si vinceva moltissimo, ma il massimo della risonanza delle gare dell’epoca era tutto per le corse di durata, per le quali non esisteva una vettura da lanciare nella mischia.

Non esisteva, ma c’era “l’Ingegnerone” a disposizione ad Udine, e non ci volle molto perché Carlo Chiti approntasse una versione portata a due litri del V8 1500 che aveva disegnato pochi anni prima per la sciagurata ATS di Formula Uno, con cui motorizzare uno strano telaio ad H in magnesio che aveva visto la luce al reparto esperienze del Portello ad opera di Giuseppe Busso ed Orazio Satta Puliga.

Da questo innesto venne fuori la prima 33, la famosa “Periscopica” o “Tipo Fléron”, dal nome della prima cronoscalata che corse e vinse nella stagione del debutto, il 1967.

In realtà quel primo embrione di 33, per quanto stupendo e potentissimo, non brillava particolarmente per competitività, così complicato da mettere a punto e difficile da guidare com’era, ed a parte qualche sporadica affermazione in gare relativamente minori furono ben poche le soddisfazioni che seppe portare in dote al Biscione: Chiti fu costretto a ridisegnarla praticamente tutta fatto salvo il motore, ed il risultato, la 33 cosiddetta “Daytona” del 1968, fu una vera dominatrice della classe duemila, ma questa è ancora un’altra storia.

L’Alfa Romeo degli anni ’60 non era seconda a nessuno in termini di comunicazione e marketing, e senza che nessun regolamento tecnico lo imponesse si pensò quasi subito di mettere in cantiere una micro-serie di 33 stradali derivate dalla “Fléron”, da utilizzare come vetrina tecnologica e, perché no, per riportare la Nobile Alfa Romeo ai fasti degli anni ’30, quando i suoi 6 ed 8 cilindri facevano levare il cappello ad Henry Ford.

All’Autodelta, nel frattempo trasferitasi da Feletto Umbertide a Settimo Milanese, si allungò leggermente il passo del telaio ad H per migliorare l’abitabilità interna, e si depotenziò leggermente il V8 due litri, facendolo passare dai 270 CV della versione da gara a poco più di 230.

Alla linea pensò quel Franco Scaglione che già aveva regalato una mise alla Giulietta Sprint, ed il risultato fu la 33 Stradale, che fu presentata nella cornice del Gran Premio d’Italia di Formula Uno del 1967.

LA 33 STRADALE

L’auto era visivamente diversa dalla 33 da gara da cui tanto strettamente derivava a livello meccanico: in primo luogo era un coupé invece di una barchetta, ma esteticamente aveva un suo smaccato e personalissimo stile che la rendeva unica, tanto da farla annoverare ancora oggi come una delle più belle automobili mai costruite.

Era estrema, preziosa e costosissima, molto più della più costosa delle Ferrari stradali a listino all’epoca del suo lancio, ed era quanto di più vicino ad uno Sport Prototipo fosse possibile acquistare al tempo, un po’ com’era stata la 2300 8C del 1931 oltre trent’anni prima.

Non è che fosse simile ad uno Sport Prototipo la 33, lo era proprio uno Sport Prototipo, dalla punta del muso all’ultimo millimetro della coda.

Ne furono prodotte solo diciotto (ironia della sorte, quasi lo stesso numero legale che oggi è previsto per la concessione dell’omologazione nel regolamento Hypercar), praticamente tutte diverse l’una dall’altra: la Carrozzeria Marazzi, incaricata dall’Alfa della costruzione delle carrozzerie e dell’assemblaggio, stentava a barcamenarsi al meglio con un lavoro così difficile ed estremo, e Franco Scaglione dovette supervisionare personalmente la preparazione di ognuno degli esemplari prodotti.

Tutte diverse le 33 prodotte, ed infatti non si trovano due esemplari con cofano, rifiniture, fari anteriori od altri dettagli minori completamente uguali tra loro, nemmeno sul colore vi fu piena uniformità, e la si mancò per un pelo: furono infatti tutte verniciate nel classico Rosso, tranne quella del Conte Agusta, rifinita di un bellissimo blu.

La 33 riuscì senza dubbio nel suo intento di vetrina tecnologica e cassa di risonanza ed ostentazione del prestigio di casa Alfa Romeo, per quanto nell’immediato futuro si preferì puntare si sul suo V8 di così nobili origini, ma inserendolo in un contesto tecnico comunque ottimo ma più “normale”: fu così che nacque quell’altro capolavoro della Montreal ma anche questa, tanto per cambiare, è un’altra storia.

ANALOGIE E DIFFERENZE CON L’OGGI

Allo stesso modo in cui la 33 era diversa dalle sue sorelle puramente corsaiole pur essendo uguale per meccanica ed indole, anche alle Hypercar stradali di oggi non si richiede un’assoluta aderenza a quanto portato in pista dai costruttori: la Glickenhaus stradale, infatti, è prevista con tre posti e con una potenza maggiore di quella del Prototipo da competizione, che è plafonata per regolamento a 680 CV complessivi.

Sono il concetto e la base che devono rimanere, l’assoluta verosimiglianza non è una conditio sine qua non, ed è forse questo il punto di maggior contatto ideale tra la 33 che da spider seppe farsi berlinetta da sfilata e le Hypercar attuali, sempre e comunque all’insegna della tecnica più sfrenata e delle nobili origini pistaiole.

Nella foto di apertura, una 33 Stradale al Museo Alfa Romeo ad Arese (foto David Tarallo).

Scheda: Porsche 911 (992) GT3 Cup Porsche Baltic 12h Mugello 2023

Sono molte le livree accattivanti nella 24H Series, campionato endurance organizzato dall’olandese Creventic. Pubblichiamo la scheda della Porsche 911 (modello 992) GT3 Cup iscritta nella classe 992 da Porsche Baltic per i piloti lituani Robertas Kupcikas, Andrius Slimas, Rudokas Tautvydas e Paulius Zadeika. Probabilmente Spark ignorerà questa vettura abbastanza sconosciuta ma vederla riprodotta in 1:43 non sarebbe male.

foto copyright David Tarallo / pitlaneitalia.com

Scheda: Ferrari 488 GT3 Kessel Racing 12h Mugello 2023

Pubblichiamo, nello spirito di documentazione che da sempre contraddistingue PLIT, una nuova scheda. Si tratta stavolta della Ferrari 488 GT3 schierata dal Kessel Racing alla 12 Ore del Mugello, valida come prima prova della Hankook 24H Series, in programma domani 25 e domenica 26 marzo. Le aree rosse della vettura sono fluorescenti, particolare che non sempre (anzi quasi mai) risalta dalle foto. Inserita in classe GT3 Pro/Am, la Ferrari del Kessel Racing è pilotata da “LMDV”, Alessandro Cutrera, Marco Talarico, Marco Frezza e David Fumanelli.

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Da Remember la Ferrari 330 GTO 4 litri 4561SA

E’ disponibile da qualche giorno una serie limitata montata della Ferrari 250 (330) GTO 4 litri telaio 4561SA (Michel-Paul Cavallier) prodotta da Remember. Il modello ha la caratteristica “gobba” sul cofano, i fari posteriori diversi rispetto alle altre GTO e i due fendinebbia rotondi, che richiamano quelli della 330 LMB e della GTO telaio 4713GT. Il modello è disponibile a questo link: https://www.geminimodelcars.com/listing/1446132429/ferrari-330-gto-4-litres-ch4561sa-paul

Nove piloti nuovi per il 2023 dell’Esports Team della Scuderia Ferrari

Si apre una stagione di grande rinnovamento per lo Scuderia Ferrari Esports Team: nove piloti tutti nuovi (destinati ad aumentare), sim driver dedicati alle principali piattaforme e un differente approccio complessivo nella gestione della squadra. Su questi tre pilastri il team intende basare la propria strategia per capovolgere le sorti della compagine di Maranello che negli ultimi anni ha raccolto risultati non all’altezza delle aspettative – un solo titolo nelle ultime tre stagioni – e che ha ora i mezzi e le persone per puntare in alto.

F1 Esports. Il duo di piloti ufficiali che sarà impegnato in F1 Esports nel Pro Championship con la Ferrari SF-23 nel gioco F1 2023 è già stato annunciato: si tratta di Nicolas Longuet, francese nato nel 2002 con all’attivo tre vittorie e sei pole position nella serie oltre al quarto posto del 2020, e di Bardia Broumandgohar, detto Bari Broumand, iraniano classe 2003 con un palmares fatto di due pole position, una vittoria e il quarto posto nella scorsa stagione. Al loro fianco, nel ruolo di terzo pilota, ci sarà il polacco Tomek Poradsisz, classe 2005, tre volte campione nazionale di F1 Esports. Tomek si è classificato primo nella classifica Challenger (categoria PC Drivers) con sei vittorie e quattro podi su 12 gare disputate. Il calendario del campionato non è ancora stato pubblicato ma vedrà i piloti impegnati, come di consueto, nella seconda metà dell’anno.

SRO Esports. Quattro i piloti impegnati nei campionati della galassia SRO Esports sulla piattaforma di Assetto Corsa Competizione con la nuovissima Ferrari 296 GT3: si tratta di Jonathan Riley, britannico classe 2003, fresco vincitore della Ferrari Esports Series 2022 già annunciato insieme a Longuet e Broumand; di Jordan Sherratt, sudafricano nato nel 1999 vincitore della SimGrid World Cup 2020, della Raceface Endurance Series 2021 e quinto nel campionato GT World Challenge Sprint 2022; di Chris Harteveld, olandese del 2001, vincitore in classe Silver del GT World Challenge America 2022, e di Andrea Capoccia, italiano classe 1997 trionfatore nel 2021 del campionato SimGrid Endurance. Tutti saranno impegnati nelle gare del campionato Intercontinental GT Challenge Esports (questo il calendario: 20/5 12 Ore di Bathurst; 17/6 9 Ore di Kyalami; 15/9 24 Ore di Spa-Francorchamps; 19/8 10 Ore di Suzuka; 16/9 8 Ore di Indianapolis), mentre Harteveld e Sherratt saranno anche protagonisti della SRO Esports Sim Pro Series (gare in presenza con questo calendario: 23/4 Monza; 3/6 Paul Ricard; 30/6 Spa-Francorchamps; 29/7 Nürburgring; 30/9 Barcellona). Jordan sarà lo stakanovista del gruppo dal momento che sarà impegnato anche nella SRO America Sprint Series (6/5 Laguna Seca; 10/6 Circuit of the Americas; 22/7 Silverstone; 5/8 Watkins Glen; 2/9 Indianapolis).

GT Challenge. Gli ultimi due piloti sono specialisti della piattaforma rFactor2 e prenderanno parte in questo inizio di stagione al campionato GT Challenge al volante della Ferrari 488 GT3: si tratta di Alex Siebel, tedesco classe 1995, vincitore del Virtual Endurance Championship 2022, e del suo connazionale Dennis Jordan, nato nel 1999 e vincitore della 8 Ore del Bahrain valida per il campionato Le Mans Virtual Series 2022/2023. Il campionato propone un calendario molto fitto di gare, a cominciare dalla settimana prossima: 27/3 Long beach; 3/4 Sebring; 10/4 Laguna Seca; 17/4 Indianapolis; 24/4 Lime Rock Park; 1/5 Daytona.

La fine delle corse

di Riccardo Fontana

Ci capita spesso, da queste colonne, di accennare ad un’ipotetica prossima fine del mondo del Motorsport, e ciò potrebbe dare adito all’idea che si usi tale  – per noi appassionati – esecrabile scenario come nota sforzatamente malinconica utile a chiudere con stile questo o quell’articolo.

In realtà non è propriamente così, o meglio, la nota malinconica c’è ma non è figlia di una linea editoriale all’insegna della più sfrenata misantropia, quanto piuttosto di una complessiva rassegnazione al subire la realtà che ci circonda che presenta – è innegabile – più di un aspetto allarmante.

La fine del Motorsport, dunque: davvero arriveremo presto ad assistere a questo triste giorno?

Difficile dirlo con certezza: nebuloso è il futuro, le “forze del male” cospirano senza sosta per cancellare l’automobile dal mondo (si scrive “cancellare l’automobile”, ma si legge “rendere schiava l’umanità”), ma ciò che è assolutamente certo è che mai come in questo momento le competizioni sono tornate prepotentemente a giocare un ruolo fondamentale nella definizione del futuro dell’automobile.

Pensiamo soltanto all’impulso che il WEC e la F.1 (più il primo in realtà) hanno portato nell’ultima decade, in termini di esperienze tecnologiche direttamente spendibili nell’affinamento della produzione in serie, allo sviluppo della tecnologia ibrida: in fin dei conti, prima del 2012-2013 cosa c’era sul mercato a livello di auto ibride? Praticamente solo la Toyota Prius, considerata quasi l’emblema delle “macchine sfigate” (per quanto intelligente e futuristica), mentre oggi il mondo dell’ibrido si è espanso a macchia d’olio: dalla microcar alla supersportiva da milioni di euro l’ibrido è ovunque, e nessuno a fronte di dieci anni di dominio ibrido alla 24 Ore di Le Mans e di una F.1 che si è fatta ibrida da dieci stagioni (tralasciando la parentesi KERS che era addirittura antecedente) si sognerebbe più di etichettare un’auto ibrida come una triste Prius a misura di mamme e vecchiette.

Le Corse (la maiuscola mi viene automatica, vorranno scusarmi i più grammar-nazi tra i lettori) forse non sono più violente e brutali in termini di dispendio di vite umane come lo erano un tempo, ma in termini squisitamente tecnici restano quanto di più cinico, inflessibile e sincero che l’opera umana possa elucubrare per mettere alla frusta una tecnologia.

Traducendo in termini più semplici: i burocrati di Bruxelles, quelli che con tutta probabilità tra pochi anni scopriremo essere immischiati fin sopra i capelli nel racket dei monopattini elettrici, hanno pari ad imporre transizioni selvagge ed a promuovere studi su studi in grado di dimostrare tutto ed il suo esatto contrario, ma nelle gare se una tecnologia è un fallimento tende a vedersi, e le bocciature sono spesso di quelle che non ammettono repliche.

Un esempio su tutti? Prendiamo le Audi cosiddette “elettriche” impegnate nella (cosiddetta) “Dakar” da ormai due anni: un dispiegamento di mezzi astronomico in pieno stile Audi, piloti di livello stellare a dir poco, e figuracce terrificanti in serie.

E questo, sia detto, a fronte di regolamenti tecnici comunque parecchio indulgenti nei riguardi delle auto elettriche, e sempre pronti a cambiare in corsa, secondo l’ormai consolidato malcostume degli ultimi anni, che prevede di mortificare la genialità e la bravura di tecnici e piloti in nome di uno spesso farraginoso BoP.

Altro discorso, tanto per cambiare.

Pensiamo poi, tanto per restare proiettati verso futuro, agli studi febbrili sugli e-fuel, la cui implementazione vedrà la F.1 in prima linea a partire dalla stagione 2026, quando entrerà in vigore il nuovo regolamento relativo alle Power Unit.

Gli e-fuel, che all’atto pratico sono l’ancora di salvezza che ci ha salvati da quella porcheria infame del blocco alle vendite di veicoli endotermici in UE a partire dal 2035, sono un terreno quasi inesplorato, che potenzialmente offre spunti quasi infiniti di studio: pensiamo ad un’ipotetica catena chimica in grado di generare carburante ecologico spendibile in un motore endotermico sintetizzato dai rifiuti, non sarebbe forse questa la panacea ad una bella lista di mali?

Sarebbe un modo di aggirare il secondo principio della termodinamica (quello per intenderci che pone il dogma dell’irreversibilità di certe azioni endotermiche), e potrebbe portare ad un grado di inquinamento legato alla circolazione stradale addirittura negativo.

Siamo a Jules Verne, me ne rendo conto, ma forse non troppo: se siamo andati sulla luna cinquantaquattro anni fa con dei calcolatori molto meno potenti di un banale smartphone, non posso non confidare nella scienza.

Ecco, questo sì che è un modo utile di riconoscere il primato della scienza, e su questa ermetica allusione alla gestione pandemica del biennio 2020-2021 lascio cadere il discorso: PLIT non è una tribuna politica e sarebbe utile non lo diventasse.

Lunga vita alle corse dunque: tutto sommato di frecce al loro arco potrebbero ancora averne parecchie.

Parte da Valencia il Ferrari Challenge Europe 2023

Sarà il circuito Ricardo Tormo di Valencia a tenere a battesimo la stagione 2023 del Ferrari Challenge Europe, la trentunesima edizione del monomarca della Casa di Maranello, con quarantasette 488 Challenge Evo in pista per il primo atto in Spagna. Il campionato 2023 del Cavallino Rampante toccherà i principali circuiti europei, sviluppandosi in sei tappe dopo Valencia per arrivare alla Finali Mondiali di fine ottobre al Mugello e con l’attesissimo round sul Circuit de la Sarthe, a giugno, quando il Ferrari Challenge accompagnerà il fine settimana della 24 Ore di Le Mans che quest’anno festeggia il centenario dalla prima edizione.

Trofeo Pirelli. Quattro, come da tradizione, le classi in cui saranno suddivise i piloti del Ferrari Challenge. Nel Trofeo Pirelli sono annunciati al via diversi volti nuovi, accanto alle conferme del veterano Max Mugelli (CDP – Eureka Competition) e di Eliseo Donno. Il giovane salentino, protagonista nella stagione 2022 con due vittorie e una sfortunata prova alle Finali Mondiali, difenderà i colori del team Radicci Automobili, che ha stretto un accordo di collaborazione con AF Corse. Tra i debuttanti c’è grande attesa e curiosità per il giovane polacco Szymon Ladniak (Gohm – Scuderia GT), per Denis De Marco, al rientro nel mondo delle corse dopo cinque anni di assenza con il team svizzero Kessel Racing, e per il britannico Thomas Fleming (HR Owen), che ha impressionato nel suo esordio con la 488 Challenge Evo alle GT Winter Series.

Nel Trofeo Pirelli Am occhi puntati su Franz Engstler (CP Racing) che, dopo aver dominato la Coppa Shell lo scorso anno, proverà ad essere protagonista anche nella nuova classe. La concorrenza sarà notevole considerato il parterre degli avversari a partire da Nicolò Rosi (Kessel Racing), alla quarta stagione nel Ferrari Challenge, David Gostner (CDP – MP Racing) e Hanno Laskowski, al volante di una vettura del team Emil Frey Racing.

Coppa Shell. Sulla griglia di partenza si presentano Joakim Olander (Scuderia Autoropa), Peter Christensen (Formula Racing) e Alexander Nussbaumer (Gohm – Scuderia GT) rispettivamente primo, secondo e terzo alle Finali Mondiali 2022 di Imola nella classe Am. Da quest’ultima arriva anche il vice-campione europeo Christian Herdt-Wipper (Emil Frey), mentre dopo il debutto al Paul Ricard lo scorso anno riprova il salto di classe anche il campione 2021 della Coppa Shell Am, Willem Van Der Worm (Scuderia Monte-Carlo). Accanto a loro gli esperti Roger Grouwels (Kroymans – Race Art), Christian Kinch (Gohm – Herter Racing), Fons Scheltema (Kessel Racing), Axel Sartingen (Lueg Sportivo – Herter Racing), Manuela, Corinna e Thomas Gostner (CDP – MP Racing) e Ingvar Mattsson (Scuderia Autoropa).

Nella Coppa Shell Am, infine, favori d’obbligo per Josef Schumacher (Eberlein Automobile), che dovrà fronteggiare la concorrenza dei gentlemen driver di lunga carriera e di numerosi debuttanti.

Orari. Il programma sul circuito di Valencia prevede, dopo le prove libere di venerdì 24, le qualifiche per Gara 1 sabato alle ore 9.00 per il Trofeo Pirelli, con gara al via alle ore 14.20, e quelle della Coppa Shell alle ore 12.30, con semaforo verde alle 15.30. Stessi orari anche per domenica 26 marzo. Tutte le corse avranno la durata di 30 minuti. Le qualifiche e le gare saranno visibili in diretta, gratuitamente e con commento in lingua inglese, sul sito live.ferrari.com e sul canale YouTube “Ferrari”; in Italia le gare saranno trasmesse dalla piattaforma Sky.