Foto copyright Ferrari Media






























































Foto copyright Ferrari Media






























































Pubblichiamo il catalogo delle novità 2023 di Kyosho, che comprende diecast e resincast in 1:12, 1:18 e 1:43. Alcune referenze sono già note, mentre altre sono del tutto inedite, a parte le varianti di versione e di colore.

















130.000 visitatori attesi, oltre 600 espositori da tutto il mondo e più di 1.000 vetture esposte: questi i numeri della 47ma edizione di Rétromobile a Parigi, il salone più antico d’Europa dedicato alle vetture classiche.
Alfa Romeo e il dipartimento Heritage di Stellantis sono protagonisti di questa importante manifestazione ospitata presso Porte de Versailles. Il dipartimento Heritage di Stellantis nasce a Torino nel 2015, con la missione di recuperare, custodire e valorizzare Alfa Romeo e il suo patrimonio storico attraverso la partecipazione a manifestazioni di settore e l’offerta di servizi dedicati agli appassionati e possessori delle vetture classiche. Presenti sullo stand, allestito per Rétromobile, due preziose auto d’epoca: l’Alfa Romeo S.Z. (1989) e l’Alfa Romeo 1900 Super Sprint (1956).
Alfa Romeo S.Z. (ES30), 1989
L’esemplare esposto è più unico che raro. Tra le prime prodotte, si tratta di una vettura “ex-works”, proveniente dal circuito di prova di Balocco, dove è stata impiegata per sperimentare differenti soluzioni. Autentica vettura “laboratorio”, è diversa in alcuni dettagli rispetto alle altre S.Z. successivamente prodotte, tanto da poter essere considerata un prototipo. Si tratta di un progetto ambizioso, denominato ES30, cioè “Experimental Sportcar 3.0 litres”, sorto dalla volontà dell’Alfa Romeo di ribadire la sua tradizione divetture sportive a trazione posteriore, utilizzando però nuove tecnologie e affidando la produzione di un migliaio di esemplari alla carrozzeria Zagato, che li assemblò nello stabilimento alle porte di Milano. Nacque così l’Alfa Romeo S.Z. (Sprint Zagato), una sportiva di razza dalle linee aggressive e inconfondibili. Montata su una sottoscocca in acciaio, la carrozzeria esterna è in materiali compositi mentre pianale e meccanica derivano dall’Alfa Romeo 75 da competizione (Gruppo A), con il motore tre litri V6 portato a 207 cavalli per una velocità massima di 245 km/h. Del tutto inedito è l’impiego dei primi sistemi di progettazione e produzione CAD/CAM, che permette di ridurre notevolmente i tempi di sviluppo ma soprattutto gli affinamenti e le modifiche in corso d’opera.
La vettura è stata smontata completamente e sottoposta a un accurato restauro nelle Officine Classiche. La carrozzeria è stata sverniciata e trattata. Gli interni sono stati completamente rigenerati secondo un approccio conservativo. Il serbatoio carburante è stato sottoposto a un intervento di pulizia con apposito trattamento. Accurati controlli hanno interessato anche il motore con un intervento di messa a punto generale. I cerchi ruote hanno beneficiato di un’accurata pulizia, preservandone l’originalità.


Alfa Romeo 1900 Super Sprint, 1956
Nel 1955, la 1900 Sprint viene sostituita dalla versione “Super Sprint”, che rimane in produzione fino al 1958 per un totale di 599 unità. Molto simile al modello che l’ha preceduta, la 1900 Super Sprint presenta il nuovo cambio a cinque velocità, sempre al volante, ma con rapporti più ravvicinati. Gli organi meccanici sono gli stessi della berlina 1900 Super T.I., con cilindrata di 1975 cm3, e due carburatori invertiti a doppio corpo. Il motore, con 4 cilindri in linea, esprime una potenza di 115 cv a 5500 giri/min per una velocità massima pari a 190 km/h.
L’impronta dell’eleganza tutta Alfa Romeo viene dal disegno della Carrozzeria Touring che, coniugato alla ricerca sui materiali, conferisce alla vettura quelle caratteristiche di leggerezza e basso coefficiente aerodinamico, ottimali anche per la migliore prestazione in gara.

Grazie al Certificato di origine emesso dall’Heritage di Stellantis – Alfa Romeo Classiche, possiamo confermare che l’esemplare esposto, appartenente a un privato, è stato prodotto il 14 luglio 1956 e venduto 3 giorni dopo, a Parigi. La tinta blu è il suo colore originale e il motore installato oggi è ancora quello di primo equipaggiamento.
Alfa Romeo Classiche
“Alfa Romeo Classiche” rappresenta una gamma di servizi che ha il preciso obiettivo di tutelare e promuovere la storia di Alfa Romeo. Il comitato di certificazione è presieduto dal CEO Alfa Romeo e dal responsabile del dipartimento Heritage, supportati dal Museo Alfa Romeo, sede dei registri di produzione e di tutta la documentazione tecnica utilizzata dal comitato per analizzare le informazioni sulle vetture esaminate.
Il programma heritage Alfa Romeo Classiche si compone del “Certificato di origine” che offre l’opportunità di scoprire la storia di ogni vettura attraverso il numero del telaio. Il servizio prevede un’accurata verifica documentale presso i registri di produzione del Marchio e il rilascio di un certificato che attesta l’anno di produzione e la configurazione originale dell’auto: specifiche del modello, matricola del motore, dettagli esterni ed interni originali.
Il “Certificato di autenticità” è il documento con il quale il marchio, supportato dal dipartimento Heritage, certifica l’autenticità dell’auto d’epoca. Per ottenere questa certificazione, ogni vettura viene sottoposta ad un rigoroso processo di ispezione e valutazione che viene effettuato dal team specializzato, constatando l’autenticità dell’auto e dei suoi componenti e il funzionamento delle principali parti meccaniche.
Infine, il “Servizio di restauro” prevede che lo stesso team dedicato alla collezione storica Alfa Romeo sia a disposizione dei clienti privati, con servizi che vanno dalla semplice manutenzione al restauro completo.
Dal 1° al 5 febbraio si svolgerà la 47esima edizione di Rétromobile, il più antico e prestigioso appuntamento europeo dedicato ai veicoli d’epoca, ospitato nel suggestivo Paris Expo Porte de Versailles. Il salone francese accoglierà più di 1.000 vetture esposte, oltre 600 espositori internazionali e sono attesi circa 130.000 visitatori. Su questo palcoscenico non poteva mancare il marchio Lancia all’interno dell’Heritage di Stellantis, il dipartimento fondato nel 2015 con l’obiettivo di tutelare e promuovere il patrimonio storico dei marchi Alfa Romeo, Fiat, Lancia e Abarth, attraverso la partecipazione a manifestazioni di settore e l’offerta di servizi dedicati agli appassionati e possessori delle vetture classiche dei marchi italiani del Gruppo.
Lancia Rally 037, campione del mondo di Rally del 1983
Caratterizzata da forme “funzionali” e spigolose, sia nel frontale che nel posteriore, la Lancia Rally 037, meglio conosciuta con la sigla di progetto “037”, è una sportiva pura che incarna la famosa vittoria di Davide contro Golia. È infatti l’ultima vettura a due ruote motrici a vincere il Mondiale di Rally, nel 1983, battendo avversari potenti e dotati di trazione integrale.
Nata sulla base della Beta Montecarlo, la Lancia Rally 037 non fu pensata per essere prodotta in grandi numeri, essendo la produzione della vettura stradale unicamente propedeutica all’entrata nel mondo del Rally. La sua storia inizia nel 1982 quando venne presentata al Salone di Torino e realizzata in 200 esemplari per ottenere l’omologazione nel Gruppo B, ma solo 53 di essi furono poi allestiti per le competizioni.
Il suo esordio avviene al Rally Costa Smeralda nell’aprile del 1982 e concorre per la stagione 1983, con i colori della squadra ufficiale “Lancia Martini Racing”, dominando il Campionato Mondiale sin dalla prima gara e il Rally di Montecarlo, vinto da Walter Röhrl. In quell’anno la Lancia conquista il Campionato del Mondo, il titolo mondiale Costruttori, il secondo posto nel Mondiale Piloti con Walter Röhrl e il Campionato Europeo e Italiano.
Dotata di un motore quattro cilindri bialbero a iniezione, la cui potenza oscillava da 260 a 305 CV in base all’incremento di cilindrata (da 1995 a 2111cc), la Rally 037 si rivelò una vettura performante, leggera, scattante e con elevate doti di tenuta di strada e maneggevolezza. Merito anche della sua originale struttura mista, monoscocca e tubolare, “vestita” da Pininfarina che sviluppa una carrozzeria in grado di conferire un importante carico aerodinamico verso il suolo.
Lancia Classiche, il programma Heritage tra certificazioni e servizi unici al mondo
La 47esima edizione di Rétromobile è l’occasione per Lancia per sostenere il programma heritage “Lancia Classiche”, una gamma di servizi con lo scopo di proteggere e promuovere l’originalità e l’autenticità delle proprie vetture storiche. La commissione di certificazione è presieduta dal CEO del marchio Lancia e dal Responsabile del dipartimento Heritage, sede dei registri di produzione e di tutta la documentazione tecnica utilizzata dalla commissione per analizzare le informazioni sulle vetture esaminate.
Il programma heritage Lancia Classiche prevede due certificati, uno di origine e l’altro di autenticità, e il servizio di restauro.
“Certificato d’Origine”. Lancia offre l’opportunità di scoprire la storia di ogni vettura, attraverso il numero del telaio. Il servizio prevede un’accurata verifica documentale presso i registri di produzione del Marchio e il rilascio di un certificato che attesta l’anno di produzione e la configurazione originale dell’auto: specifiche del modello, matricola del motore, dettagli esterni ed interni originali.
“Certificazione di Autenticità”. Dopo aver analizzato in dettaglio la vettura storica presa in carico ed averne verificato i dati di produzione e le specifiche tecniche presso gli archivi aziendali, il marchio Lancia, con il supporto del dipartimento Heritage e dei principali esperti della storia Lancia, certifica l’autenticità dell’auto d’epoca. Per ottenere questa certificazione, ogni vettura viene sottoposta ad un rigoroso processo di ispezione e valutazione che constata l’autenticità dell’auto e dei suoi componenti e il funzionamento delle principali parti meccaniche.
“Servizio di Restauro”. Lo stesso gruppo che si occupa della collezione storica Lancia è a disposizione dei clienti privati, con servizi che vanno dalla semplice manutenzione al restauro completo, dalla diagnosi agli interventi di ripristino, passando per la riparazione dei singoli componenti meccanici ed estetici, fino al collaudo finale.
Marsh Models ha annunciato i programmi per il 2023. La Ford MkII Sebring 1966 è ormai disponibile da alcune settimane. Qui sopra e di seguito le immagini delle tre versioni.


Successivamente sarà la volta delle Ford MkIIB del 1967 e di una serie di Jaguar XJR-9 IMSA e Le Mans. Saranno anche prodotti di nuovo alcuni modelli fuori produzione. Questo il dettaglio delle altre novità.
MM325K – McLaren M1B 5 option kit
MM325B2 – ” #2 Sam Posey – Hudson Wire URSCC Kent 1967
MM325B3 – ” #3 Brooke Doran URSCC Mid Ohio 1966
MM325B4 – ” #4 Bruce McLaren Player’s 200 Mosport
MM325B44 ” #44 Skip Barber Watkins Glen 1967
MM325B55 ” #55 Jim Adams Laguna Seca 1966
MM326K – McLaren M1A 4 option kit
MM326B1- ” #1 Ludwig Heimrath Labbatts 50 Mont Tremblant 1965
MM326B7 – ” #7 Augie Pabst Mosport 1965
MM326B12 – ” #12 George Wintersteen Bridgehampton 1965
MM326B21 – ” #21 Graham Hill Brands Hatch 1965
MM327K – March 83G #16 Pennzoil Hinze/Coconis Watkins Glen 6hr 1984 kit
MM327B ” ” built
MM328K – March 82G 2 option kit
MM328B14 ” #14 Landmark Le Mans 1982 Eigh/Wood/Salazar
MM328B29 ” # 29 Michelob Le Mans 1982 Rahal/Trueman
MM329K – March 82G #25 Red Lobster Daytona 3hr Cowart/Miller kit
MM329B ” ” built
MM330K – McLaren M8C ( winged version) 3 option kit
MM330B15 – ” #15 Bill Wonder Mosport 1973
MM330B41 – ” # 41 Jim Butcher Mosport 1973
MM330B57 – ” #57 John Cordts Watkins Glen 1973
MM331K – Porsche 908 2 option kit
MM331B68 – ” #68 Watkins Glen 1972 Dean/Brown 4th
MM331B87 – ” #87 Mid Ohio 1971 S Matchett 9th
MM332K – Porsche 908 4 option kit
MM332B41 – ” #41 Hockenheim 1969 J. Neuhaus Gesipa Rivets
MM332B53 – ” #53 Daytona 1970 Van Lennep/ Laine rtd
MM332B55 – ” #55 Brands Hatch 1970 Dean/Dechent Martini
MM332B57 – ” #57 Brands Hatch 1970 Van Lennep/Laine 4th
Di David Tarallo
Se mi chiedessero qual è il mio Solido serie 100 preferito avrei parecchia difficoltà a rispondere. Tanti sono i capolavori usciti in quella gamma, che nei decenni hanno continuato a influenzare in vario modo collezionisti vecchi e giovani. Dal mio punto di vista, sono nato e ho giocato quando quasi tutti quei modelli erano ormai fuori produzione. Ovvio quindi che li vedessi già “lontani”, difficilmente raggiungibili, specie i primi usciti.
“Storie di modelli” è una rubrica molto personale e i lettori scuseranno quindi i tanti riferimenti autobiografici, che quasi mai sono interessanti di per sé ma a volte aiutano a collocare determinati oggetti nel loro contesto storico. Dicevo della domanda sul mio serie 100 preferito: a volte mi è stata posta realmente e penso di aver risposto via via in vario modo, secondo l’umore del periodo. Ma c’è un modello a cui credo di essere particolarmente legato, la Fiat 2300S Ghia Cabriolet, numero 133.
La memoria torna indietro all’inizio del 1983, quando a Firenze era ancora aperto il negozio Barbieri di Via del Proconsolo, a due passi da Piazza Duomo. Era un posto particolare dove trovavi cose che in città era impossibile reperire, almeno attraverso i normali canali commerciali. Ricordo una volta di aver trovato un paio di BMW 530 Gr.A di Gama elaborate coi transkit MiniMiniera, montate da un modellista, Nello Fratini, che gli appassionati fiorentini di una certa età conosceranno bene. Barbieri era anche l’unico ad avere i bellissimi camion Volvo e Scania della Tekno, oppure rarità come la Lada Niva di produzione russa in 1:43, i kit in metallo bianco della C.A.R. o alcuni obsoleti di pregio. Un giorno ci entrai con mio padre e nella vetrina a muro credetti di scorgere una Ford Thunderbird della Solido. Non era una Thunderbird ma la Fiat 2300S Ghia Cabriolet (a 12 anni forse uno ha ancora una giustificazione nello scambiare una Ford americana con una Fiat), in color avorio. Mio padre me la prese, costò sulle 45.000 lire. Era abbastanza, ma non certo una follia, diciamo più di un kit AMR. Quella 2300S, completa di scatola originale, delicata ai limiti dell’inconsistenza, restò a lungo come il pezzo più pregiato della mia collezione, a volte tirata fuori e poggiata sulla moquette azzurra di camera mia insieme ad altri modelli obsoleti che nel frattempo erano arrivati ad arricchire il parco macchine “antiche”: una Peugeot 403 berlina Dinky France, acquistata da un conosciuto collezionista di Brescia, Gianfranco Battioni, che nell’estate del 1983 mi aveva inviato per posta una lunga lista manoscritta (!) di modelli in vendita, e una Fiat 1500 Mercury in 1:48, presa a Loano dai Tron. Ma della 2300S di Solido ammiravo la pulizia delle linee, quel morbido molleggio sulle ruote tornite, i fari a brillantino, la finitura opaco della capote, che ti veniva ogni volta la voglia di sfiorarla con un dito. Ignoravo quali fossero le varianti di quel modello, e anche che ne esisteva una versione “alternativa” prodotta in Spagna da Dalia. Tutto ciò che sapevo è che i Dalia si trovavano in qualche parte del mondo ed erano semplicemente inavvicinabili. Sono passati quarant’anni tondi da quei pomeriggi passati in compagnia della 2300S color avorio.

Ma siccome niente avviene per caso, le vie del collezionismo mi hanno portato ad una seconda 2300S (nel mezzo non ce ne sono state altre!), stavolta prodotta appunto da Dalia e in un’insolita combinazione verde oliva – interni rossi (normalmente sui modelli in questo verde gli interni sono beige). Continua ad essere un po’ straniante rivedere i Solido “oriundi” in colori inusuali, sembra quasi di vivere una realtà parallela ogniqualvolta li si toglie dalla loro scatolina. Al di là delle considerazione sul tempo che passa e che dopo quarant’anni possono avere anche qualcosa di abbastanza amaro, resta lo stupore di osservare ancora con entusiasmo un modello – lui sì – destinato a non invecchiare mai.


testo e foto di Riccardo Fontana
Nelle giornate di oggi (sto scrivendo il 28 sera) e domani, presso gli ampi locali del Piacenzaexpo si tiene la Mostra Mercato Giocattolo Vintage, come sempre accorpata ad altri eventi legati alla numismatica ed alla filatelia.
Mi scuso per non aver diffuso prima la notizia, e vi prego contestualmente di non farmi del male qualora mi incontriate: io stesso ignoravo completamente, fino alle undici di oggi, lo svolgersi di questa mostra scambio.
A volte, devo dire, la vita si dimentica di riservarti dei maledetti scontrini nella cassetta delle lettere e ti delizia con altri tipi di sorprese, come il farti scoprire di avere una borsa a meno di cinquanta km da casa, mentre fai placidamente colazione il sabato “mattina” sfogliando le news di Facebook.
Detto fatto, mi sono presentato a mezzogiorno e sono entrato (l’ingresso è assolutamente libero), senza troppo farmi illusioni sul livello dei modelli che avrei trovato, non dimentico dell’edizione 2022, che fu la prima che girai e fu decisamente piccola e sguarnita.
“Fu” decisamente piccola e sguarnita… Ma certamente non lo è più.
Questa edizione, infatti, tutto è definibile fuorché “minore”: c’è di tutto, ed il tutto è sparso su una superficie pressoché quadrupla rispetto alla scorsa edizione, e paragonabile a Novegro.
Ci si perde, davvero, si va dai kit anche si buon pregio (occhio, aprite le scatole e controllate i contenuti se passate) ai giocattoli in scala media in latta o plastica ad una quantità incredibile di modelli di caratura estrema: pochi Dinky, ma letteralmente teglie su teglie di Mercury, Mebetoys, Solido e derivati, Tekno.
E Togi, moltissime, spesso nelle loro prime e più rinomate edizioni.
Vorrei fare una rassegna ragionata, ma purtroppo il mio unico neurone ha fatto tilt dopo appena cinque minuti dall’ingresso, ed il massimo che ho potuto fare è stato fare delle foto, che vi riportiamo di seguito.
Che dire ancora? Come minimo, va constatato come stiano apparendo pezzi di valore assoluto un po’ ovunque, e come manifestazioni di ottimo valore come questa nascano, o si sviluppino, assai più facilmente di come per troppi anni è stato nel recente passato.
Se vi capita e non siete troppo lontani, un giro fatelo: portatevi pochi soldi perché altrimenti non ne uscirete bene, ma fateci un giro.




































comunicato ufficiale IMSA
This is a banner year for Corvette Racing, as it celebrates its 25th year of participation in American sports car competition.
Now the legendary American team is sharing the secret to its success (122 race wins spanning the globe, including 113 in IMSA) with the rest of the world.
Chevrolet unveiled the 2024 Corvette Z06 GT3.R race car Friday at Daytona International Speedway, a year prior to its official competition debut. A collaboration between GM’s Competition Motorsport Engineering and longtime partner Pratt Miller Engineering, the Z06 GT3.R is a customer version of the car exclusively campaigned by Corvette Racing in the IMSA WeatherTech SportsCar Championship and FIA World Endurance Championship for the last three years, achieving 15 victories and the 2020 and ’21 IMSA GT Le Mans (GTLM) class championships.

The Corvette Z06 GT3.R is Chevrolet’s first racing car that fully meets regulations for the international technical regulations for GT3 cars. It will be eligible for multiple championships in North America and around the world, backed by a newly established customer support program.
“This has been an intense but very rewarding process,” said Laura Wontrop Klauser, GM sports car program manager. “From the time we announced a Corvette GT3 car, I’ve received more inquiries than I can count. It’s a testament to a known product like Corvette, the minds behind design, development and build, and the quarter-century success of Corvette Racing.”
Like every Corvette, the Z06 GT3.R starts life in Bowling Green, Kentucky, utilizing the same aluminum chassis frame as the production Z06. The GT3.R’s 5.5-liter, DOHC flat-plane crankshaft mid-engine V-8, in development since 2019, is also derived from the road-going Z06.
The Z06 GT3.R features a refined aerodynamic package, including a new rear wing and additional suspension adjustability options to suit a wider range of tires.
Track testing began in September 2022, with Corvette Racing drivers Jordan Taylor, Antonio Garcia and Tommy Milner participating in development of the Z06 GT3.R. Milner, a Corvette Racing team member since 2011, shifts to an endurance driver role this year in the WeatherTech Championship and will lead the final development of the customer racing car.
“For me, it’s a bit of a different challenge in some ways, but I’m excited to help build this GT3 car and be part of the process here at Corvette Racing,” said Milner, a two-time class winner for Corvette Racing at the 24 Hours of Le Mans and the 2016 Rolex 24 At Daytona and WeatherTech Championship GTLM champion. “Having done this with the C7 and C8.R generations, it’s another new car and each one is a bit different. It’s been a lot of fun.
“It’s interesting to think that in years past, not many people have had the opportunity to drive these Corvette race cars, and now there will be that opportunity,” Milner added. “In a lot of ways, it’s exciting, because all the times we’ve had third drivers come in, everybody is pretty much unanimous in their excitement to drive our car and has good things to say about the race car. So, it will be fun to introduce some new guys, whether they’re amateurs or professionals, to this car, and kind of help get them up to speed a little bit.”
Milner’s task is to make the Z06 GT3.R as user-friendly as possible for a potential wide range of experience in future drivers.
“So far, the development process has not been really any different from previous generation race cars,” he said. “But there have been more discussions during the process about making the car more suitable for everybody and not just for Corvette Racing. In terms of ergonomics, parts of the car are designed for different size people than us and things like that.
“As we go further into the process this year with some of the finer details, some of the driver aids like ABS and traction control, we’ll be taking more time than normal to really make sure that is usable in all ranges of conditions. It’s not so much what I would like, or Antonio or Jordan would like, but looking at a broad range of skill levels.”
Corvette Racing is IMSA’s most successful team since its 1999 debut, winning 14 manufacturer and driver championships and 15 team crowns.
Chevrolet expects to see as many as four Corvette Z06 GT3.Rs on the 2024 WeatherTech Championship grid, split between the GT Daytona Pro (GTD PRO) and GT Daytona (GTD) classes, with teams to be named later. The marque is also planning for a two-car presence in the FIA World Endurance Championship.

testo di Riccardo Fontana / foto di David Tarallo
La Cina è, in tema automotive, in una fase di espansione estrema: produce di tutto, il resto del mondo gli ha, assai poco furbescamente, delegato la produzione di tutti i componenti cardini di auto e moto (e non solo, di un po’ tutti i manufatti che ci sono indispensabili per condurre la vita come la conosciamo, ma noi siamo petrolhead, e di quello ci occupiamo), e non paghi di esserci tagliati da soli un testicolo “insegnando” ai cinesi il mestiere, stiamo finendo di affilare la mannaia per depauperarci anche l’altro, auto-forzandoci a passare all’elettrico, fatto che verosimilmente metterà la Cina in posizione di monopolio assoluto.
Il pensiero, inevitabilmente, corre all’Ondata Jap cui il mondo ha assistito tra gli anni ’60 e i giorni nostri, in cui cioè le case del Sol Levante hanno invaso il mondo con moto ed automobili di qualità estrema, prestazioni estreme, e un rapporto qualità prezzo inavvicinabile per qualunque competitor del vecchio mondo.
Già, ma è possibile questa onda irrefrenabile si replichi ai giorni nostri?
Ebbene, se il Giappone, con tutte le sue limitazioni di spazio e risorse è stato in grado di cancellare il novanta percento dei “produttori che furono”, verrebbe senz’altro da dire di sì.
Verrebbe, peccato però che l’argomento sia alquanto più complesso di così, e che meriti senza dubbio qualche considerazione, per così dire, “sui massimi sistemi”.
CAPITOLO UNO: LA MENTALITÀ
In primis, le basi della questione: cinesi e giapponesi sono diversi, molto, e si odiano pressoché visceralmente a vicenda.
Soprattutto, hanno un approccio alla vita ed ai problemi inesorabilmente diverso: se i cinesi copiano e tendono a non evolvere il frutto della, per così dire, “ispirazione” che traggono dalle opere altrui, i giapponesi hanno sempre mantenuto un approccio diametralmente opposto: inizialmente copiavano, e pesantemente, quanto l’Europa e gli Stati Uniti avevano da offrire, ma il focus è stato, se non fin dall’inizio da poco dopo, il miglioramento critico dei prodotti di partenza.




Già da questo si può capire come non è affatto detto che si possa assistere ad una nuova ondata gialla nel resto del mondo, ma ogni cosa a suo tempo.
CAPITOLO DUE: LE DUE RUOTE
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il Giappone era un allegro cumulo di macerie, esattamente come Italia e Germania, con l’aggravante che, a tratti, si era preso in testa anche qualche bomba atomica, che noi grazie al cielo ci eravamo evitati.
Paese, e pertanto economia, totalmente e tombalmente depressi e da ricostruire, e quindi quale poteva essere la maggiore impellenza per la ripartenza?
Il trasporto.
Ma come fare, date le precarie condizioni socio-economiche?
Con le due ruote, meglio se utilitarie e molto, molto molto economiche.
In questo periodo nacquero un po’ tutte le grandi case nipponiche, che in buona parte già esistevano ed operavano in altri settori (Kawasaki in aviazione e cantieristica navale, Yamaha negli strumenti musicali, Suzuki nel tessile, e Honda, con un altro nome, come fornitore di componentistica per la Toyota) ma che solo in questi anni si dedicarono alla motorizzazione.
La Honda Motor Company, ufficialmente fondata da Soichiro Honda nel 1948, iniziò costruendo una copia fedele e dichiarata del Ducati Cucciolo 48 (curioso, vero? Come cambiano i rapporti di forza…). Che fu nota come “Dream A”, e via via tutti gli altri si diedero alla costruzione di semplici due tempi utilitari, senza eccessive pretese, e tutti di chiara ispirazione europea.
Ben presto però si manifestò il carattere votato alla crescita ed alla competizione dei Giapponesi, ed il precursore fu ancora una volta Honda-San, che a fine 1957 acquistò alcune delle migliori moto da Gran Premio italiane fresche di dismissione, come le Mondial 125 Bialbero ed alcune MV Agusta, le fece chiudere in robuste casse di legno, e le fece pervenire all’attenzione dei suoi migliori tecnici ad Hamamatsu, tra cui un suo omonimo che, pur senza fregiarsi dei galloni di ingegnere era destinato, come spesso è capitato, a fare la Storia della tecnica: Soichiro Irimajiri.
Irimajiri-San studiò e ristudiò, e da quei gioielli della tecnica italiana seppe estrapolare, assieme al suo team di lavoro, delle autentiche astronavi: c’erano 50 bicilindrici 4T ad otto valvole, 125 cinque cilindri in linea, 250 sei cilindri, e se non fossero cambiati i regolamenti del Motomondiale c’era già un prototipo di una 500 V12 pronto per i primi collaudi (da cui nacque il primo motore Honda di F1, di palesissima estrazione motociclistica, ma ogni storia a suo tempo).
Le Honda dominarono, arrivando all’apogeo nel 1966, quando tutti i titoli costruttori dalla 50 alla 500 furono totale dominio della casa dell’Ala Dorata, ma gli altri costruttori jap non furono mai da meno: Suzuki e Yamaha, tra luminari del due tempi espatriati dalla DDR nascosti nei bagagliai delle Trabant (Ernst Degner, che col frutto del suo lavoro riuscì anche a laurearsi campione del mondo, con la Suzuki 50 nel 1962) ed esperienza sugli strumenti musicali riversata a profusione sul motore a due tempi (la Yamaha) fecero totale incetta di record e vittorie.
A questo punto, fatta l’esperienza, non rimaneva che riversarla nella produzione, e più ancora che nelle corse, dove giocoforza si parlava si di tecnica superiore ma elitaria per sua stessa definizione, fu su quel campo che si decisero le sorti della supremazia motociclistica mondiale nei decenni a venire.
Cominciò la Kawasaki, con un tre cilindri due tempi noto ufficialmente come “500 Mach III” ed ufficiosamente come “Bara Volante” o “Widows Maker” nei paesi anglofoni, un mezzo spaventoso per prestazioni (praticamente paragonabili alle 500 da Gran Premio) ed anche per “mascolinità”, e Yamaha e Suzuki non tardarono molto ad offrire le loro interpretazioni in tema di due tempi sportivo, la prima con la Serie RD e la seconda con il Titan 500 (ricordate la moto viola con cui Sebastian Vettel si presentava ai GP verso il 2018? Ecco, esattamente quella).
Già, ma la Honda?
La Honda era già il più grande costruttore di motori al mondo, ma sostanzialmente produceva delle copie migliorate, ridotte, e più affidabili delle bicilindriche inglesi allora tanto in voga.

Nulla di estremo, nulla di clamoroso, e soprattutto nulla che facesse intravedere un travaso di know-how dalle corse alla strada.
Nulla, fino a quando debuttò la CB750 “Four”, la prima quattro cilindri di serie al mondo.
Quello fu il vero punto di rottura, e di non ritorno per l’Europa: il CB750 “Four” era poco o nulla dissimile da una moto da gran premio, però era contraddistinta da una affidabilità estrema, da una fruibilità eccezionale, e da una durevolezza sconosciuta a qualunque inglese, tedesca o americana: al giorno d’oggi, dopo oltre cinquant’anni, vi sono esemplari mai restaurati che hanno raggiunto e superato il mezzo milione di km senza sostanziali revisioni.
La Kawasaki ci mise pochissimo a seguire l’esempio, e nel 1972 sfornò la Z1 900, una specie di Honda Four estremizzata, che divenne a sua volta una pietra miliare.
Da quel momento il dado fu inesorabilmente tratto: le moto giapponesi si diffusero a macchia d’olio, impadronendosi più o meno lentamente ma inesorabilmente di ogni singola branca di mercato, dal Motocross alle supersportive nulla fu tralasciato, e nuovi segmenti vennero inventati. O reinventati.
La Yamaha, ad esempio, reinventò il morente ed antiquato concetto di Scrambler, quando nel 1976 lanciò la XT 500, la dominatrice delle prime Parigi-Dakar, che i francesi ancora oggi chiamano “La Moto Mytho”: l’idea alla base dell’XT era, né più né meno, quella che aveva dato origine alla Ducati Scrambler o alla BSA Victor 441, bellissime moto ma inaffidabili, e poco fruibili, mentre l’XT 500 non si rompeva neanche se presa a martellate, si accendeva relativamente facilmente (in confronto alle altre di cui sopra) e vibrava poco.
Dicevamo del “vizio” nipponico di rivedere e correggere le idee altrui, ed eccone un fulgido esempio, ed in questo le maestranze cinesi sembrano ancora sideralmente lontane.
Con la trasformazione della motocicletta da mezzo utilitario a mezzo ludico-ricreativo, e dopo la conquista totale del mercato mondiale, i tempi erano maturi per replicare lo schema raddoppiando il numero di ruote, anche se il processo era già in marcia da anni.
CAPITOLO TRE: LE AUTO
E venne l’ora delle automobili.
Il Giappone è stato, inizialmente, molto particolare in tema di automobili: concentrato sulle auto piccole ed assai chiuso verso i prodotti stranieri (il governo giapponese stipulò un patto con lo stato italiano negli anni ’50 che potremmo definire di “non aggressione”, per limitare l’importazione della 500 nei suoi confini e favorire i suoi produttori nazionali e viceversa. Questo patto è all’origine dei dazi doganali e del contingentamento che durò, in Italia, fino a fine anni ’80), fu da sempre contraddistinto da una legislazione che limitava le dimensioni e le potenze dei veicoli in vendita, rendendoli di fatto appetibili solo sul mercato interno.
La Honda, sempre lei, iniziò a farsi conoscere nel mondo a metà anni ’60, tanto per cambiare, debuttando nelle competizioni, e facendolo dalla porta principale, quella della Formula Uno.


Eccentrica fino al limite dell’anacronismo, ma comunque potente e con l’aura dell’armata tecnologica, che non l’avrebbe mai abbandonata, la Honda intesa come costruttore non replicò mai i successi che ebbe nel motomondiale, ma si fece conoscere e sfrutto le corse come ottima vetrina per lanciare una campagna d’invasione nel mondo dell’automobile di serie.
L’occasione venne col lancio della Civic, nel 1972: moderna, veloce, qualitativamente estrema, bella, la Civic divenne immediatamente un best seller negli Stati Uniti e pressoché in tutti i paesi dove veniva importata, diventando negli anni la Regina delle hatchback sportive, con le versioni VTI e Type R.
Pensiamo, ad esempio, al 1989, e facciamo un semplice paragone: la rinomatissima Alfa Romeo come “top” di gamma delle “piccole” aveva ancora l’Alfasud Sprint (allora nota solo come Sprint), la Honda aveva la Civic VTI 1.6 da… 160 CV.
100 CV/litro su una piccola berlinetta di serie, raffinatissima in tutti i minimi particolari, non si erano ancora mai visti, e fu davvero un salto epocale, che perdurò negli anni.




Dopo la Civic (ma in certi casi anche prima) comparvero altri nomi destinati a fare la Storia dell’automobilismo, dalle Toyota Corolla, Celica e Supra alle Datsun (poi Nissan) 240Z, Skyline, Sunny e molte altre.
Arrivarono sui mercati europei altri costruttori inizialmente meno noti, come Subaru e Mitsubishi, che non tardarono a mettersi in mostra ed a guadagnarsi il rispetto degli appassionati e dei normali automobilisti.
Come sempre, i concetti originari, dall’utilitaria alla coupé al 4×4 da lavoro, furono rivisitati e migliorati dalle maestranze giapponesi, fino a diventare pressoché inattaccabili.

Quanta strada è stata fatta da quelle prime moto della Honda che venivano vendute in saldo nei supermarket americani a metà anni ’50, né più né meno come gli scooterini cinesi che oggi si trovano al Bennet o all’Iper, ma la differenza tra Giappone e Cina, riassumendo all’estremo, è tutta in questo: dopo meno di dieci anni la Honda era passata dal vendere delle brutte copie di moto inglesi nei supermercati a vincere il GP di Monza di Formula Uno davanti a Brabham e Ferrari, gli scooterini cinesi… Dopo oltre vent’anni dalla loro comparsa nei supermercati nostrani sono ancora esattamente li al loro posto, tra il banco del pesce e quello del pane.
E da lì, a meno di cataclismi di mentalità, sarà ben dura che si schiodino.
Di Riccardo Fontana
In questi giorni, gli argomenti che maggiormente animano le sempre care “discussioni da bar”, altrimenti (bonariamente) note come “masturbazioni mentali” di noi petrolhead incalliti, sono essenzialmente due: le prime uscite della collana dedicata alle Porsche in scala 1:43, di cui ci siamo già occupati, e l’uscita in anteprima, su Amazon Prime Video, di Lamborghini – The Man Behind The Legend, ultimo prodotto di un filone storico-romanzesco-automobilistico che, negli ultimi anni, pare non conoscere limiti.
Non ho visto il film, mi sono sempre guardato benissimo dal dare un euro ad Amazon e non comincerò certamente ora: se mai uscirà al cinema lo andrò sicuramente a vedere, ed eventualmente acquisterò il DVD, anche perché da estimatore quasi “sessuale” della Miura (quella bella, non quella che fa di secondo nome Miura e che porta fieramente le terga leopardate), che parrebbe essere la vera Premiere Dame “occulta” dell’opera, non potrei in nessun modo astenermi dal farlo.
Lo spessore di una custodia di un DVD e l’esborso di poco più di una decina di euro, fortunatamente, sono ancora un “fardello” sopportabile, che si porta abbastanza volentieri.
Non ho visto il film dicevo, e pertanto non sono nelle condizioni di esprimere giudizi riguardo la storia, i tagli, le parti forzatamente romanzate che già do per scontato che ci siano (il cinema ha le sue esigenze, sia di tempi che di “pathos”, e bisogna farsene una ragione) perché non avrei nulla da dire.
Aggiungo che, non essendo il sottoscritto un critico cinematografico, anche se l’avessi visto non mi abbasserei certo al livello di molti imbratta-carte generalisti che, quando scrivono di cinema sui loro più o meno rinomati fogli, affrontano l’argomento con un piglio a metà strada tra l’Orson Welles di Quarto Potere e Giampiero Mughini.
A ciascuno il suo mestiere dunque, io penso di essere ferrato in storie di motori, e di quello, pertanto, mi limiterò a parlare.
Le critiche, purtuttavia, sono e devono restare legittime, ed è comunque sano che chi ha potuto vedere il film e voglia esprimerne un giudizio, possa farlo.
È questa una verità aristotelica ed inviolabile? Ebbene, no.
Aprendo LinkedIn quasi per noia, oggi mi sono imbattuto in un post di un noto YouTuber italiano, che criticava pesantissimamente la pellicola, parlando di “pessima produzione di serie B”, e di “qualcuno che avrebbe dovuto proteggere gli argomenti e i personaggi trattati”.
Oibò.
Rettifico la mia precedente affermazione come segue: chiunque ha il sacrosanto diritto di esprimere la propria opinione, anche se “tranchant”, a patto che possa risultare credibile.
Ora, con tutta la buona volontà di cui sono capace, mi chiedo: può un personaggio che fa scempio di una povera Escort MK I trasformandola in una specie di missile turbo (???) parlare di “rispetto per gli argomenti storici e i personaggi” a proposito di una produzione cinematografica?
Se Ferruccio Lamborghini, Paolo Stanzani, il Grande Marcello Gandini e Paolo Dallara (gli ultimi tre sono pure passati per le “mani” del noto YouTuber) potrebbero scandalizzarsi – probabilmente a ragione – per il tenore ed i contenuti del film, non ho mezzo dubbio che lo stesso potrebbe valere per Peter Ashcroft, Stuart Turner, Roger Clark e David Sutton a proposito di quello… Posso chiamarlo “scempio” di puntata televisiva sull’Escort MK I?
Carlo Chiti avrebbe preso bene la Giulia GT Junior con sotto un motore 2000 di una “seddandagingueh” e i parafangoni? Non credo, ma mi piacerebbe assai chiedere un’opinione ad Andrea De Adamich al riguardo, e non è detto che più avanti non lo faccia.
A me vedere certe cose ricorda molto Joe Bastianich che brutalizzava i concorrenti a MasterChef salvo poi reclamizzare a mo’ di prelibatezza la roba del McDonald’s, e mi lascia una discreta punta di rabbia.
Ovvieremo comunque, tutto sommato, anche noi siamo content creators.
No, via, siamo giornalisti del terzo millennio, abbiamo la fortuna di parlare nella lingua di Dante, usiamola perdio.