Dopo quattro anni di militanza nella Ferrari Driver Academy, la Scuderia e Mick Schumacher hanno deciso di comune accordo di non proseguire la collaborazione.
Entrato a far parte della famiglia Ferrari nel 2019 attraverso il programma giovani di Maranello, Mick come pilota della FDA ha disputato due stagioni di Formula 2 con il team Prema Racing conquistando tre vittorie e il titolo 2020. L’anno seguente ha avuto la possibilità di debuttare in Formula 1 con l’Haas F1 Team nel quale è rimasto fino al termine della stagione appena conclusa ricoprendo anche il ruolo di pilota di riserva per la Scuderia. Per lui 43 Gran Premi e 12 punti conquistati nelle gare di Austria (6° posto) e Gran Bretagna (8° posto).
Da quando, nel 1949, Enzo Ferrari pubblicò il primo Annuario per celebrare i risultati sportivi della stagione e le vetture uscite dai cancelli della sua giovane fabbrica, questa pubblicazione è diventata un appuntamento imperdibile per clienti, appassionati e tifosi.
Quest’anno, per festeggiare il 75° anniversario dell’azienda, per la prima volta l’annuario Ferrari si è fatto in quattro.
Tante sono infatti le copertine della pubblicazione per rappresentare le diverse anime del Cavallino: dall’ultima nata della gamma GT, la Purosangue, alla F1-75, la monoposto che ha chiuso il Mondiale di F1 al secondo posto sia tra i piloti con Leclerc che tra i Costruttori, dalla 499P, l’hypercar che debutterà nel 2023 nella top class del FIA World Endurance Championship, alla collezione Spring Summer 2023 presentata durante l’ultima fashion week milanese. Un volume con copertina rigida ordinabile anche su store.ferrari.com.
L’annuario come da tradizione si apre con l’editoriale del presidente John Elkann, che ricorda, tra l’altro, le grandi novità che attendono la Ferrari e la grande crescita che c’è stata nei suoi 75 anni di storia e di successi: “Da allora, quella piccola fabbrica è cresciuta sia in termini di dimensioni sia come numero di persone e questa espansione prosegue tuttora. Quest’anno abbiamo dato inizio ai lavori di ampliamento che comprendono, tra l’altro, la realizzazione di un innovativo impianto di verniciatura e del nuovo “e-building”, dove verranno prodotti i motori destinati alla nostra prima vettura completamente elettrica, che sarà presentata nel 2025. Il nostro incessante cammino verso l’elettrificazione ha rappresentato uno dei temi chiave del nostro piano strategico, “Pushing the Boundaries” (Superare i Limiti), presentato in occasione del Capital Markets Day. Un evento clou del nostro calendario in cui, al cospetto di un pubblico globale composto da analisti, investitori e media che ci hanno raggiunto a Maranello, abbiamo riconfermato il nostro impegno per ottenere la neutralità delle emissioni di carbonio entro il 2030 e lanciare 15 nuovi modelli tra il 2023 e il 2026”.
Nelle pagine successive l’annuario ripercorre gli avvenimenti sportivi e aziendali del 2022. Oltre a quelli rappresentati dalle quattro copertine, si trovano una breve storia per grandi momenti dei 75 anni di storia Ferrari che si chiudono con il Capital Markets Day dello scorso settembre, una serie di ritratti di dipendenti che hanno frequentato Global MBA e Scuola dei Mestieri, con un’intervista all’amministratore delegato Benedetto Vigna sull’importanza che Ferrari dà all’apprendimento continuo, gli eventi dedicati ai clienti, dalle diverse Cavalcade ai Tributi Targa Florio e Mille Miglia, la 296 GTS sulle strade del Friuli Venezia Giulia e la 296 GT3 sulla pista di Barcellona, il successo della 488 GTE nella classe LMGTE Pro del FIA WEC, i giovani piloti della Ferrari Driver Academy e quelli dei Campionati Esports fino alla grande festa che ha chiuso la stagione dei Challenge e delle Attività Sportive GT, le Finali Mondiali di Imola.
Finalmente, dunque, si è chiusa l’interminabile querelle sul futuro della GES Ferrari: Fred Vasseur è il nuovo Team Principal della Scuderia. La notizia ha scatenato i peggiori umori di un popolino – quello italiano – che ancora una volta non ha perso l’occasione di dimostrare in pieno tutta la sua grettaggine: sui social, sempre validissimo termometro dei peggiori movimenti istinti animaleschi, si andava dagli strilli contro “il mediocre straniero che ha fatto disastri (?) in Alfa Romeo”, al sempre verde “c’era da dare fiducia a Binotto”, ad altre considerazioni più o meno fetide sul valore dei piloti, che non c’entrano assolutamente nulla col cuore della questione, al management italiano (queste ultime, devo ammetterlo, già più centrate). Buffo, non trovate? Buffo che degli illustri signori nessuno diano del mediocre ad uno, Vasseur, che da direttore sportivo ha portato al successo in GP2 gente come Rosberg ed Hamilton, come pure del “predestinato al secondo posto” ad uno come Charles Leclerc. Ancora più buffe sono le salve di aiuto sparate in soccorso di Mattia Binotto, quando fino all’ultima gara dell’ormai passata stagione, è proprio il caso di dirlo, “stava sulle balle” anche a sua madre e i “tifosi” più indifferenti lo cercavano per Maranello coi forconi. La nocività estrema dei social, la visibilità data a centinaia di migliaia di “scemi del villaggio”, eccetera eccetera, un argomento che abbiamo già toccato qui su PLIT, e non è il caso di prodursi in vuota ridondanza fine a sé stessa. Che dire però, dopo tutto questo doveroso preambolo, della nomina di Vasseur al vertice operativo di Maranello? Opinione mia: John Elkann e Benedetto Vigna, ora come ora, non potevano fare un regalo migliore alla Scuderia, e per tutta una serie di ottime ragioni. In primis, hanno evitato di rimettere un italiano in quel ruolo “dannato”: conditio sine qua non per lavorare in pace, è evitare di farsi mettere addosso tutta la pressione che moltissimi esponenti della nostrana carta stampata tendono a spalare addosso al “malcapitato” che ci si trovi, e questa pressione nel caso di manager italiani viene moltiplicata almeno per cinque. Secondo motivo: forse, finalmente, si è voluto capire che Charles Leclerc è il presente e il futuro di Maranello, e che intorno a lui va costruito il team, quindi quale scelta migliore di quella che ha previsto di ricreare la triade Leclerc-Nicolas Todt-Vasseur che tanto bene aveva fatto nei primi anni di carriera del “Principino”? Terzo: Vasseur è un ingegnere, e questo è a parer mio ottimo: pur senza immischiarsi in prima persona nella progettazione delle future vetture, avrà certamente, o almeno si spera, parecchia sensibilità nella scelta delle giuste figure tecniche. Quarto: se dovesse rivelarsi “stronzo” e risoluto almeno un quarto di quanto lo fosse Todt, e la faccia parrebbe lombrosianemente fornire delle rassicurazioni in merito, allora a Maranello potrebbero finalmente essere sulla strada giusta. L’importante è abbandonare il metodo di lavoro “alla Marchionne”, quello cioè che ha portato a defenestrare tecnici e Team Principal con frequenze degne del cambio di biancheria perché rei di non portare risultati immediati: ricordiamo che Todt ci mise dal 1993 al 1999 per vincere un Mondiale Costruttori, ed era un gigante assoluto del Motorsport. In questo senso, il fatto che Mattia Binotto sia sopravvissuto nel ruolo per quattro stagioni, mi lascia pensare che questa lezione sia già stata metabolizzata, e che a Torino (o Parigi?) si sia finalmente reimparato il concetto di pazienza, e che la dottrina manageriale tipica della multinazionale non sia in nessun modo applicabile al Motorsport. La realtà è che in tanti soffrono di questa forma tipicamente italiana di nazionalismo elettorale che è una delle cose che più stento a sopportare del nostro popolo: mediamente, l’italiano lavora per un’azienda straniera, guida una moto giapponese, una macchina tedesca, compra mobili svedesi e si svaga con viados brasiliani, eppure non tollera che degli stranieri vengano a comandare nelle eccellenze del Made in Italy. Facciamo pure finta che Schumacher non abbia vinto cinque iridi consecutivi con una sorta di Benetton verniciata di rosso e guidata dall’ex Team Principal della Peugeot, ma il fatto resta assolutamente inalterato. Vedremo cosa sapranno fare Vasseur e i suoi presenti e futuri collaboratori, dal nostro canto, sportivamente, possiamo solo augurare loro un buon lavoro.
Dopo aver ricevuto oltre 70 domande di partecipazione, sessanta equipaggi prenderanno parte alla 61ma edizione della Rolex 24 a Daytona il 28-29 gennaio prossimi, prima prova dell’IMSA WeatherTech SportsCar Championship 2023. Cinquantacinque delle sessanta iscrizioni hanno confermato la partecipazione all’intera IMSA Michelin Endurance Cup, con quarantacinque vetture attese per la stagione completa del WeatherTech Championship. Lo schieramento di sessanta auto a Daytona rappresenta la capienza massima ammessa, con le nuove GTP che richiedono box più larghi rispetto alla vecchia classe leader. La gara della Florida vedrà al via nove GTP in rappresentanza di Acura, BMW, Cadillac e Porsche. Tutte queste auto hanno partecipato a una sessione di test ufficiale a Daytona la scorsa settimana. L’intero schieramento parteciperà alla Roar Before the Rolex 24 at Daytona, una tre giorni di test previsti dal 20 al 22 gennaio, che culminerà nelle qualifiche per la 24 Ore domenica 22 gennaio. La classe più numerosa sarà ancora una volta la GT Daytona (GTD), con 24 partecipanti. La GTD comprende vetture di classe GT3 di nove differenti costruttori: Acura, Aston Martin, BMW, Ferrari, Lamborghini, Lexus, McLaren, Mercedes-AMG e Porsche, con piloti Pro-Am. La GTD Pro ritorna con otto vetture per sette costruttori: Aston Martin, Corvette, Ferrari, Lamborghini, Lexus, Mercedes-AMG e Porsche. Due vetture del tutto nuove, la Ferrari 296 GT3 e la Porsche 911 GT3-R modello 992, oltre alla rinnovata Lamborghini Huracán GT3 in configurazione EVO2, faranno il proprio debutto rispettivamente in GTD Pro e in GTD. Saranno poi presenti le due classi di prototipi Pro-Am: la LMP2 con dieci Oreca 07 e la LMP3 con quattro Duqueine D08 e cinque Ligier JS-P320. Di seguito il pdf ufficiale con la lista degli iscritti.
Forse un giorno racconteremo dei rapporti fra AMR e Luca Tameo, oggi leader pressoché incontrastato dei kit speciali in metallo bianco. Insomma, oggi Luca può considerarsi l’erede legittimo di André-Marie Ruf, molto più che certi altri personaggi (spinti moltissimo in un recente passato da rivenditori interessati) che non hanno minimamente lo stesso talento del modellista ligure.
Certi legami riemergono in modo simbolico anche da alcuni ritrovamenti che si possono fare di tanto in tanto, come questa Porsche 911S X-AMR piuttosto particolare.
Il kit AMR della 911S uscì nel 1981, nel periodo forse di massimo splendore per il marchio francese. Ruf e anche Tron ne sfruttarono abbastanza lo stampo, realizzando fino al 1982 diverse versioni competizione; fra questa, la Kremer verde “psichedelica” di John Fitzpatrick dell’Europeo GT 1972, inserita nella serie X-AMR.
Il modello che vi presentiamo in queste foto è un montaggio di Luca Tameo, che lui stesso ha collocato con tutta probabilità all’inizio degli anni novanta, quando lavorava anche per Paolo Tron.
Il modello finì nella collezione di Fabrizio Pitondo, prima di riapparire ad una recente borsa di scambio. Del montaggio di Luca si apprezzano la pulizia e quella semplicità che non va scambiata per semplificazione. Tutto è al suo posto e non c’è niente di esagerato o fuori luogo.
Un montaggio come lo avrebbe fatto il produttore. A proposito, delle 911S non esistono ufficialmente factory built, ma furono comunque prodotte delle piccolissime serie montate più o meno confidenziali, come la numero 41 di Le Mans 1972 in otto esemplari o la 41 di Le Mans 1969 in soli tre esemplari.
Ferrari ha annunciato il 13 dicembre che Fred Vasseur entrerà a far parte della Scuderia Ferrari il 9 gennaio come Team Principal e General Manager.
Vasseur ha un’esperienza di oltre 25 anni di successi nelle corse automobilistiche, a partire dalle formule junior e nell’ultimo decennio in Formula 1. Durante questo periodo, è stato ampiamente riconosciuto anche il suo successo nel promuovere piloti di talento, conquistando la serie GP2 sia nel 2005 (Nico Rosberg) che nel 2006 (Lewis Hamilton).
Vasseur ha recentemente ricoperto la carica di CEO e Team Principal della Sauber Motorsport (attualmente Alfa Romeo F1 Team), che ha assunto dal 2017. In precedenza, nel 2016, è stato Team Principal della Renault F1 Team.
L’amministratore delegato della Ferrari, Benedetto Vigna, ha così commentato la nomina: “Siamo felici di dare il benvenuto in Ferrari a Fred Vasseur come nostro Team Principal. Nel corso della sua carriera ha unito con successo i suoi punti di forza tecnici, grazie alla sua esperienza in qualità di ingegnere, a una costante capacità di stimolare il meglio nei suoi piloti e nei suoi team. Questo approccio e la sua leadership sono ciò di cui abbiamo bisogno per far crescere la Ferrari con rinnovata energia”.
“Sono molto felice e onorato di assumere la guida della Scuderia Ferrari come Team Principal. Per me, un appassionato di motorsport da tutta la vita, la Ferrari ha da sempre rappresentato l’apice del mondo delle corse. Non vedo l’ora di lavorare con il team talentuoso e appassionato di Maranello, per onorare la storia e l’eredità della Scuderia e per conseguire dei risultati per i nostri tifosi in tutto il mondo”.
In occasione di una conferenza stampa organizzata oggi sul circuito della 24 Ore di Le Mans, Pierre Fillon, Presidente dell’Automobile Club de l’Ouest, Christelle Morançais, Presidente della Regione Paesi della Loira, Dominique Le Mèner, Presidente del Consiglio Dipartimentale della Sarthe, Stéphane Le Foll, Sindaco di Le Mans e Agathe Cury, Capo di gabinetto del Prefetto della Sarthe, hanno svelato i festeggiamenti per il centenario della 24 Ore di Le Mans. Sabato 10 giugno, alle ore 16, la 24 Ore di Le Mans, 4° round del FIA World Endurance Championship, celebrerà il suo centenario. Dopo lo storico successo della biglietteria, la più grande gara di durata al mondo festeggerà cento anni di storia. Giovedì 1 giugno, una mostra unica aprirà le sue porte al Museo della 24 Ore di Le Mans. L’obiettivo è riunire più di sessanta vetture che abbiano vinto o partecipato alla gara. Il giorno dopo, venerdì 2 giugno, inizieranno le tradizionali verifiche tecniche e amministrative. La pesa in Place de la République a Le Mans è uno dei momenti salienti della 24 Ore. L’evento proseguirà sabato 3 giugno, prima di una grande festa organizzata in città. Questa cerimonia onorerà i volontari, i commissari di pista e gli agenti della comunità che lavorano durante la gara, in particolare con una sfilata in avenue du Général Leclerc. Domenica 4 giugno le vetture scenderanno in pista per la giornata test. Per la prima volta in questo giorno si disputerà una gara di supporto, la Ligier European Series. Martedì 6 giugno sarà una giornata organizzata per il pubblico. Sul circuito si svolgeranno rispettivamente la visita ai box, la sessione di autografi e la sfida ai box. Questa iniziativa, rinnovata per il secondo anno consecutivo, permette di valorizzare i meccanici sfidandoli sui cambi gomme. Alla fine del pomeriggio, molti piloti incontreranno il pubblico in centro città per una sessione di autografi. Mercoledì 7 giugno, dopo le varie gare di supporto del mattino (Porsche Carrera Cup, Ferrari Challenge, Road to Le Mans), si svolgeranno le prime prove libere e qualifiche per la 24 Ore. Parallelamente a queste attività in pista, nel centro cittadino di Le Mans inizierà una grande esposizione di prestigiose auto storiche. In serata, infine, si svolgerà il primo concerto della settimana in circuito. Dal 2020, il giovedì è sinonimo di Hyperpole. Questa spettacolare sessione vedrà 24 concorrenti (8 in Hypercar, 8 in LMP2 e 8 in LMGTE Am) sfidarsi sui 13,626 km del circuito senza vincoli di traffico. Nella categoria LMGTE Am questa sessione sarà riservata ai piloti Bronze. Come il martedì, il venerdì sarà tutto per gli spettatori. Dopo le gare di supporto del mattino, la famosa sfilata di piloti attraverserà Le Mans dalle 14:00. La pista sarà quindi aperta al pubblico. Un momento eccezionale per il pubblico, che potrà calcare il tracciato della 24 Ore di Le Mans a piedi, in bicicletta, in monopattino o sui pattini. Per celebrare come si deve il centenario, a fine pomeriggio si svolgerà una grande sfilata in pista. Le vetture più famose che hanno preso parte alla 24 Ore di Le Mans torneranno sul circuito. Seguirà un concerto a chiusura della giornata. Il momento tanto atteso, la partenza della 24 Ore, è fissato per sabato 10 giugno alle 16:00. Prima di questo momento cruciale, molte attività celebreranno il centenario, come una sfilata di auto e piloti e l’esibizione della pattuglia acrobatica francese. La giornata del sabato si concluderà con il “Centenary Show”, uno spettacolo pirotecnico e droni seguiti da un concerto.
E’ stato reso noto ieri il calendario 2023 del Circuito di Charade (Clermont-Ferrand). Fra gli eventi più significativi segnaliamo la seconda edizione dello Charade Super Show, il ritorno del Tour Auto e i weekend Charade Classic, arrivati al loro decimo anno.
L’arte di farsi gli affari propri è in generale una gran cosa ma possono esistere delle eccezioni. Una di queste è il voler commentare – quando sei giornalista – fatti o cose che ritieni siano utili a comprendere determinate situazioni. Ebbene anche nel mondo un po’ asfittico del modellismo le occasioni di commento non mancano. Oggi ho assistito a un fatto davvero bizzarro, non inedito come vedrete, ma comunque particolare. Un noto negozio del nord Italia (che citerò qui per l’ultima volta, seppur indirettamente perché non ha bisogno di ulteriore pubblicità gratuita) ha rilevato una notevole collezione di modelli obsoleti. Tantissimi pezzi rari, probabilmente usciti due o tre volte dalle loro scatole nel corso di quaranta, cinquanta, sessant’anni. Ebbene, il gestore dell’attività cos’ha deciso? Di vendere modelli e scatole separatamente, oltretutto a prezzi ridicoli, per cui non si vede neanche un motivo davvero economico dietro questa “operazione”. Gli obsoleti, si sa, debbono molto della loro importanza alla condizione in cui si trovano: li privi della scatola, ne dimezzi il valore, in qualche caso gliene togli anche due terzi. Certamente i modelli degli anni cinquanta o sessanta non sono condizionati da alcun vincolo; chi li acquisisce può farne ciò che vuole. Ma a quale scopo fare una simile manovra? Non è già di per sé un segno di poco rispetto nei confronti di una collezione, tirata su da qualcuno con amore e con dedizione nel corso di una vita? Io lo considero uno scempio. Non mi pare giusto fare ciò che non sono riusciti a fare in anni e anni mamme, fidanzate, alluvioni, terremoti, traslochi. Quei modelli sono arrivati interi fino a noi, con le loro scatole intatte e adesso, barbaramente, li si separa per la gioia di chi vuole spendere due lire in meno e avere “solo il modello”. Ma di che diamine di collezionisti stiamo parlando? Che appassionato è uno che non considera l’importanza storica di un modello perfetto con la sua confezione originale? Sarebbe come acquistare un bel quadro dell’Ottocento e buttar via la cornice coeva per metterlo sotto un passe-partout preso all’Ikea. Chi vuole spendere poco va a cercare roba “giocata”, magari decente ma coi segni del tempo e dell’usura. Ne beneficerà, di questa mossa, solo chi, avendo a casa qualche esemplare perfetto, potrà impossessarsi di una scatola originale, facendo aumentare il valore dei propri pezzi. Questa di vendere scatole e modelli separandoli per sempre è una mossa estremamente triste e infelice, che dimostra ancora una volta lo scarsissimo livello medio del mercato nostrano. Ah, all’inizio di questo breve commento mi riferivo al fatto che questa geniale trovata non sia inedita: già intorno al 2008 un noto commerciante parigino aveva fatto la stessa cosa su eBay, tirandosi addosso una pioggia di critiche. Si scusò, anche se velatamente, e non ci riprovò più. Cose che dubito sia in grado di fare il negozio italiano. Se poi aggiungete le penose foto dei modelli di quella prestigiosa collezione buttati senza alcun riguardo nelle cassette della frutta come volgari edicolosi, comprenderete la voglia di manifestare, in modo civile per carità, il proprio scoramento di fronte a situazioni del tutto incompatibili con quella che normalmente viene definita – anche se in senso lato – cultura.
Testo e documentazione di Riccardo Fontana. Redazione David Tarallo
Ci eravamo lasciati nel primo episodio (link https://pitlaneitalia.com/2022/11/19/tarquinio-provini-e-la-protar/) con l’incidente di Tarquinio Provini al Tourist Trophy del 1966, che rischierà di lasciarlo paralizzato e porrà la parola fine alla sua carriera da pilota, lasciandogli però tutto il tempo di dedicarsi al suo “hobby”: la Protar. È proprio a partire dal 1966 che iniziano ad uscire, in numeri sempre più cospicui, delle scatole di montaggio sempre più dettagliate delle Regine delle corse, sempre nella classica scala 1:9, fin dagli albori una insostituibile bandiera di casa Provini. Con ritmi degni di una Starter di metà anni ’80, iniziarono ad uscire una dopo l’altra delle moto leggendarie, riprodotte fin nei minimi particolari anche a livello meccanico, e ci furono anche i primi tentativi di una intelligente diversificazione dei soggetti per ammortizzare i costi, ma di questo parleremo tra poco. Lo abbiamo già anticipato nella prima puntata, ma è forse nella narrazione di questo periodo che il quesito si fa più annoso, e quindi vale la pena tornarci: come facessero, il buon Tarquinio e i suoi collaboratori, a sapere come fossero fatte così tanto nel dettaglio, le meccaniche di moto come le Honda 6 cilindri di Mike Hailwood, e le Yamaha V4 a dischi rotanti di Bill Ivy e Phil Read, per non parlare degli “zanzarini” come la Suzuki 50 bicilindrica (14 marce, 17 CV, più di 220 km/h, ed eravamo nel 1967) del “Domatore di Pulci”, Hans-Georg Anscheidt, lo sanno solo loro, ma visto che è ormai risaputo che all’epoca fosse difficilissimo fotografare i motori e i telai “nudi”, e che ci fossero solo pochissime foto, in bianco e nero e spesso incomplete su Motociclismo o Cycle World, l’alto artigianato di cui si sono resi partecipi questi uomini nel pensare e produrre queste meravigliose (e tutt’oggi ricercatissime) scatole rimarrà ben scolpito negli annali del modellismo, perché fare un curbside fedele di un’auto è già molto difficile, pensate abbinarci anche tutto il resto della meccanica (e che meccanica) in quelle condizioni.
L’incredibile Suzuki RK 66, regina incontrastata della Classe 50 per molti anni nelle mani di Hans-Georg Anscheidt, “Il Domatore di Pulci”. Anche in questo caso, la fedeltà di riproduzione è superlativa. Si trattava di un motore bicilindrico parallelo 2 tempi, con ammissione a disco rotante e 14 (!) marce, utili a sfruttarne il ridottissimo regime di funzionamento
Ho menzionato i mezzi giapponesi perché, per complicazione, fascino e livello di segretezza erano al top, ma ciò non vuol dire che “noi” fossimo tanto diversi: il Conte Domenico Agusta era ossessionato dal riserbo, e riuscire anche solo a guardare i suoi motori era difficilissimo, perché dopo qualche secondo, immancabilmente, arrivavano Arturo Magni o qualcuno dei suoi a scacciare il curioso di turno, ed a redarguire l’incauto meccanico che aveva lasciato esposta la moto senza carenatura alla mercé della prima “spia” che passasse. D’altronde, per quanto l’Agusta fosse un colosso industriale, battagliare con la Honda era molto difficile, e nessuno voleva dare a chicchessia nemmeno il benché minimo vantaggio.
Yamaha 250 RD 56, Campione del Mondo 250 1964-’65 con Phil Read
A tal proposito, mi si conceda un piccolo fuori-tema solo per inquadrare i tempi: anni fa, molti in realtà perché ero ancora alle medie, sfogliavo dei vecchi numeri di Motociclismo di mio padre, che nel ’67 era già uso da anni di privarsi del panino per impiegare i soldi che gli davano i miei nonni per comprare ora Motociclismo, ora Autosprint, ora Auto Italiana. Ebbene, arrivai a sfogliare il numero di Motociclismo appena successivo al GP di Monza del ’67, con Gran Premio e titolo della 500 vinti di misura da Giacomo Agostini con l’MV su Mike Hailwood con la Honda: un trafiletto diceva “onore al merito alla piccola e temeraria casa giapponese, capace di sfidare a viso aperto un colosso come l’Agusta, certamente molto più grande di lei”.
…un altro Yamaha RD 56, splendidamente dettagliato e montato ai giorni nostri: è praticamente indistinguibile da una moto vera, impressionante!
La Honda al 1967 era già il primo costruttore di motori al mondo da svariati anni, e aveva le risorse per comprare l’intero gruppo Agusta e adibirlo a fare motori ausiliari, ma noi, in Italia, per tutta una serie di ragioni, non lo sapevamo o facevamo finta di non saperlo. Segretezza o meno, i modelli Protar furono sempre contraddistinti da una accuratezza mirabile: l’MV 3 cilindri era lei, come certamente “lui” era il suo motore, e con gli anni, quando i collezionisti hanno cominciato a “svestire” sempre più volentieri le moto a beneficio di riviste e pagine web, si è potuto apprezzarlo assai più di quanto non fosse possibile allora.
La vera RD 56 in una foto di repertorio Yamaha: come si vede chiaramente, la fedeltà del modello Protar è sbalorditiva
Vista l’eterogeneità dell’allora Continental Circus, che prevedeva moltissime classi diverse ma a volte simili tra loro, fu un gioco da ragazzi per la Protar produrre diverse versioni della stessa scatola “cambiando” solo la cilindrata: fu così che, dalla Honda 250 RC 166 6 cilindri nacque la RC 174 che corse (e vinse) la Classe 350 nel 1967, che esternamente, come nella realtà, differiva dalla sorella solo per il colore delle tabelle portanumero, blu per lei, e verdi per la 250.
Honda RC 166 250, Campione del Mondo 250 1966-’67 con Mike Hailwood: uno dei più grandi sound della storia del Motorsport, zona rossa oltre i 24000 giri (con le valvole richiamate da molle)
L’MV Agusta 3 cilindri 350 seguì a ruota l’esempio, e fu di fatto una scatola di una 500 con i trasferibili dei numeri blu invece che gialli, mentre altre volte si fece qualche leggera modifica alle sovrastrutture (carenature, codoni) per ricavare moto solo leggermente diverse da modelli pre-esistenti, e fu ad esempio il caso della Benelli 350 4 cilindri del 1968, protagonista di tante epiche battaglie con Renzo Pasolini, assolutamente derivata con pochi abili tocchi dalla 250 che fu, pochi anni prima, uno dei primi modelli di casa Protar.
…E la stessa Regina sotto forma di Protar, anche in versione 350 (297 c.c. effettivi, più che sufficienti a massacrare ogni concorrenza nell’unico anno in cui fu impiegata, il 1967. Questa si chiamava RC 174, ed alla Protar bastò inserire dei trasferibili con le tabelle blu per riprodurla alla perfezione a partire dalla 250)
Quasi nulla venne trascurato: in una logica assai più da casa modellistica contemporanea che da giocattolaio, non ci si fece mai il minimo problema a produrre due modelli che facilmente avrebbero potuto cannibalizzarsi il mercato a vicenda, e fu così che a distanza di un paio di anni videro la luce prima la Yamaha 250 RD 56 bicilindrica di Phil Read, Campionessa del Mondo 1964 e ’65, e poi la 250 RD05, la V4 che vinse con lo stesso Read il Mondiale 1968.
Le tipiche scatole dell’epoca, con l’immancabile logo Baravelli: spesso, negli articoli che apparivano sulle riviste, venivamo appunto presentati come “Motomodelli Baravelli”Un modello acchiappato su internet, montato poco più che da scatola. Ancora una volta: come facessero Provini e i suoi ad interpretare così bene dei monumenti alla segretezza come queste moto, resta un mistero assoluto. O aveva una memoria fotografica del Dio, o Nobby Clark (il meccanico degli inglesi che era stato anche sui meccanico in MV) gli schizzava cose sui fogli da disegno, o vattelapesca
Esternamente erano assai simili, se la carenatura veniva montata l’unico modo per riconoscerle era contare gli “spilli” degli scarichi, eppure per il solo amore del progresso e del modellismo, entrambe ebbero natali e dignità, ed entrambe sono tra gli irrinunciabili degli appassionati.
Yamaha RD05A 250, V4 due tempi a dischi rotanti, Campione del Mondo 1968 con Phil Read, e in 125 col grande William “Bill” Ivy. Una rara foto della moto “nuda” al debutto nel 1966. Già queste immagini, erano di assai arduo reperimento in quegli anni. Infine, un Protar dello stesso soggetto splendidamente eseguito ai giorni nostri, montato assai condivisibilmente senza carenatura
Ricordiamo per un attimo come quella fosse un’epoca in cui Solido non fece mai, ad esempio, la Ferrari P4 perché la P3 vendeva ancora abbastanza bene da non giustificate un nuovo stampo, e Solido era una realtà parecchio dissimile dalla media dei produttori.
Col numero 1, la Benelli 250 del Paso, Renzo Pasolini, 1969; accanto, la 350 e la sua scatola
La Protar viaggiava a pieno regime, ma era forse il momento di pensare (anche) ad altro, a qualcosa di ancora più temerario: l’automobile. Di come venne affrontato il tema, e di come proseguì questa bella avventura, parleremo nelle prossime puntate.
La Suzuki RT 67 125 di Hugh Anderson, Campione del Mondo 125 1963 e la vera RT 67. Ricordiamo che questi modelli Protar vennero realizzati appena dopo la comparsa delle moto vere sui campi di gara, e completamente a mano: un’impresa titanica per dei risultati superlativi
Foto di apertura: un nugolo di MV Agusta 3 Cilindri 350 (tabelle blu) e 500 (tabelle gialle), ottimamente ricavate da kit Protar.