I tanti commenti all’articolo di Claudio Govoni (https://pitlaneitalia.com/2023/01/22/la-battaglia-delle-balene-bianche/ ) dimostrano come il dibattito “resincast vs speciali vs edicole”, al di là di alcune pieghe irragionevoli prese soprattutto sui social, resti non solo di attualità ma si carichi di significati in continua evoluzione che seguono gli sviluppi tecnici e commerciali da parte di marchi e distribuzioni. Nei commenti al link in alto potete leggere una campionatura direi abbastanza completa di tutte le tendenze, recenti o meno recenti. Nella sezione dei commenti all’articolo di Claudio ho postato una versione meno elaborata di questo intervento.
Senza voler dare ragione o torto a nessuno (perché qui si parla di un divertimento, e tale deve restare, anzi ben venga il dibattito civile), considerazioni da fare ce ne sarebbero, ma non voglio essere eccessivamente pedante. Sugli speciali, però, vorrei puntualizzare almeno due cose: primo, certi collezionisti non cercano solo (o necessariamente) la fedeltà storica, ma sono più focalizzati sulle vicende legate ai modelli stessi. Non è la prima volta che lo scrivo, ma mi pare doveroso ripeterlo. E’ questo, oltretutto, un modo per non farsi venire l’orticaria ogni volta che un produttore di resincast o anche gli artigiani contemporanei commettono stupidaggini: tu hai il tuo bell’AMR factory built degli anni ottanta, con o senza errori, ma ti piace così perché è lo specchio di un’epoca e sarebbe un sacrilegio anche il solo pensare di metterci le mani. Secondo, il nostro Nicola Lettieri cita Spark: per uno come lui, che si concentra sulle vetture contemporanee, Spark è una mano santa, inutile girarci intorno. Oggi nessun artigiano si sognerebbe minimamente di mettere in produzione una Porsche 911 RSR, una GT3 della 24 Ore di Spa, la Toyota vincitrice a Le Mans, la Glickenhaus 007LMH o un’Oreca di LMP2. Troppo complesse le vetture reali perché una piccola realtà amatoriale possa pensare di poter reggere il confronto con le capacità tecniche del gruppo Dickie-Ripert. Il discorso si complica, e parecchio, quando si va a pescare nel passato, anche recente. Lì, devo dirlo sinceramente, non riesco a condividere, probabilmente neanche a comprendere, le logiche di chi accatasta centinaia, a volte migliaia, di Spark.
Spark ha dato l’illusione di potersi procurare modelli speciali a poco prezzo, ma è – appunto – una pia chimera. Questi non sono e non saranno mai modelli speciali. Certamente i montatori di kit fanno errori e se ti va male un pastrocchio di un modellista anche rinomato rischia di costarti non gli ottanta euro di una ciambella-Spark senza buco (presto saranno cento, ma diciamo pure ottanta), bensì duecento, trecento o quattrocento, quando non ancora di più. Forse in certi casi siamo noi che chiediamo troppo, ma lasciamo perdere: fatto sta che se hai un modellista di fiducia provvisto di abbastanza cultura storica da accollarsi almeno quel lavoro di ricerca di base per non farti passare le giornate chino sulla documentazione (altrimenti diventa un altro lavoro e dovrebbe essere lui a pagare te) il risultato finale sarà sempre e comunque superiore a qualsiasi Spark. Forse non necessariamente sotto l’aspetto della finezza (quello dipende anche dal kit di partenza e – ripeto – alcune specifiche tecnico-industriali a disposizione di Spark sono davvero complesse da rifarsi “in casa”) ma sicuramente della fedeltà storica e dell’esclusività. Ho sempre considerato importante avere modelli che altri non hanno. Non per vanità, ma perché a mio avviso una collezione deve essere il più personale possibile. Deve, cioè, rispecchiare i gusti, la vita, le esperienze e l’individualità del suo possessore. E oltretutto ricercare modelli rari mi diverte enormemente di più che andare su CK-Modelcars e comprarmi l’ennesimo resincast. Ovviamente di resincast rari ce ne sono a bizzeffe ma avete capito il concetto. La conclusione? Forse le tematiche che si scelgono condizionano il nostro giudizio e la nostra percezione del reale “valore” di modelli che non ci appartengono. Andando ancora più a fondo nell’interpretazione, potremmo dire che chi non ha molta fiducia nella fedeltà storica assoluta, potrebbe superare alcune nevrosi iniziando a collezionare Dinky. Salvo poi rischiare di svilupparne altre, non necessariamente meno perniciose.
Foto d’apertura: tre Porsche 935 Record in una brutta foto (ma quella è) scattata di mattina presto, con mano tremante, nel timore di fare qualche danno. Comunque rendono l’idea.
E’ risaputo, ma poiché questa vicenda è alla base di un insano progetto che ha coinvolto il sottoscritto e un vecchio modello Brumm e ora coinvolgerà anche voi, lo riassumo lo stesso, anche se a grandi linee.
Antefatto automobilistico
Nella seconda metà degli anni ’20 le Bentley e i Bentley Boys la facevano da padroni a Le Mans con le 3 litri, le 4,5 litri e le Speed Six. WO Bentley era contrario alla sovralimentazione, ma uno dei Bentley Boys, nonché finanziatore dell’azienda, Sir Henry “Tim” Birkin, nel 1928, montò un compressore su di una 4,5 litri e riuscì a convincere Bentley a produrre i 50 esemplari necessari per poter partecipare alle competizioni.
Il grosso compressore Roots sistemato davanti al radiatore rese inconfondibili queste vetture.
Due di esse, iscritte privatamente, parteciparono senza fortuna alla 24 ore di Le Mans del 1930, che fu dominata dalle Speed Six ufficiali.
Nello stesso anno era in programma a Pau per il 21 settembre il 24° G.P. dell’ A.C:F., la più vecchia e titolata competizione per vetture da Gran Premio, ma in quegli anni il regolamento dell’ AIACR (la FIA di allora), basato sul consumo, non incontrava i favori delle case automobilistiche, per cui gli organizzatori dei Gran Premi spesso rinunciavano oppure riservavano le gare ad altre categorie di vetture. Anche nel 1930 la situazione era simile, a giugno, tre mesi prima della gara di Pau non vi era neanche un iscritto. Di conseguenza l’A.C.F. cambiò regolamento e passò alla formula libera.
Ciò, insieme a forti pressioni sui piloti francesi, portò in breve tempo 37 iscrizioni, quasi tutte di vetture francesi, in particolare Bugatti, di cui però solo 25 si presentarono a Pau il 21 settembre. Gli italiani avevano ormai pianificato la partecipazione ad altre gare e risultarono assenti, ma l’internazionalità della manifestazione fu assicurata da Tim Birkin, che iscrisse nientepopodimenoche la Bentley Blower a quattro posti con la quale aveva disputato a giugno la 24 ore di Le Mans, alleggerita di tutto l’equipaggiamento da turismo.
Birkin non era certo un fermo e si piazzò subito in sesta posizione dietro a cinque Bugatti. La sua grossa Bentley non aveva la maneggevolezza delle Bugatti nelle curve, ma era la vettura più veloce in rettilineo, 214 km/h contro 210, e ciò, insieme a qualche guaio delle vetture francesi, gli permise di recuperare fino al secondo posto finale dietra alla Bugatti 35C di Philippe Etancelin. E’ una vicenda che mi ha sempre affascinato, che sappia l’ unico caso di una vettura a quattro posti che arriva seconda in un Gran Premio!
Antefatto automodellistico
Queste Bentley furono riprodotte dalla Brumm negli anni ’80. Sono modelli a parer mio accettabili come fedeltà di linee e, considerata l’epoca, anche come finiture, sicuramente migliori di altre riproduzioni coeve di questa azienda, ma, come spesso è capitato (e a volte ancora capita…) la tentazione di sfruttare oltremodo gli stampi ha provocato qualche “malinteso”.
Nel 1983 uscirono i primi due modelli, che ovviamente mi precipitai a comprare, la n. R-99 e la n. R-100, che riproducono due versioni di una 4,5 litri a passo corto (mi risulta che furono realizzati 713 telai di cui solo 9 a passo corto), una a capote abbassata e con i numeri di gara della vincente a Le Mans nel 1928, che però aveva i parafanghi diversi e non so se fosse una passo corto o lungo (Brumm la indicò come la vincente di Le Mans 1930, ma quella era una Speed Six…) e una stradale con capote chiusa, ma targata UR 6571 come la Birkin Blower sovralimentata che partecipò alla 24 ore del ’30 con il n. 8 (forse riproduce la vettura prima che Birkin la “profanasse” con il compressore…).
Quella che mi interessa è però la terza versione prodotta, il n. R-114 del 1984.
Si tratta proprio della n. 8 di Le Mans 1930 e infatti monta il compressore sul frontale e reca il n. 8. E’, direi, la versione più convincente delle tre e in questo caso il passo corto penso che sia corretto perché anche Minichamps, credo nel 2006, la realizzò così.
E’ forse il caso di segnalare che l’analoga “Blower” della Lesney in scala 1/52, la famosa MOY n. Y-5 che quelli come me hanno tutti, riproduce una versione a passo lungo, quella con il telaio HF 3187 e la targa YU 3250 del Montagu Museum.
L’idea insana
Avendo in collezione due Birkin Blower n. 8 di Le Mans 1930, la Brumm e la Minichamps, ho quindi pensato di ripercorrere al quarantatreesimo la strada di Birkin e di togliere al Brumm tutto quello che lui tolse alla sua vettura per ricavare proprio la versione che portò al secondo posto a Pau nel 1930.
Inizio con un confronto tra i due modelli prima dell’ intervento…
…e continuo con il wip.
Smontato il modello, piuttosto complesso, ho tolto e limato da pianale e carrozzeria tutto quello che non servirà nella nuova versione. Ho quindi chiuso qualche foro e ne ho aperto uno nuovo per la barra dello sterzo, che manca nel Brumm. Per aggiungere qualche dettaglio mi sono riferito sia alle foto della vettura reale che al Minichamps.
La carrozzeria è rimasta la stessa, solo qualche modifica ai fori per correggere delle inesattezze, per aggiungere lo sterzo e per eliminare quello che non serve. Occorre rendere opaca la parte posteriore per simulare la pegamoide. Ho cercato di riprodurla mescolando un verde e un nero opaco Humbrol fino ad avvicinarmi alla tonalità del verde già dato con bomboletta e ho punteggiato il modellino a pennello intinto nello smalto piuttosto denso. La macro esagera l’effetto. In una foto compare il Minichamps per confronto.
Qualche pennellata all’abitacolo e al telo che ricopre i sedili posteriori. Mi sono basato sulle tinte del Minichamps.
Compare qualche dettaglio, il retro è autocostruito, il parabrezza è quello originale, ma adattato alla nuova versione, che si dovrebbe intravedere. Le cinghie sono quelle originali riverniciate. Ho inserito alcuni rivetti nelle traverse del telaio. Ho dettagliato un pochino il cruscotto.
Il risultato, con un confronto con il Minichamps e con il Brumm originale nella versione stradale. Infine una foto della vera impegnata a Pau e la Bentley affiancata alla Bugatti T35 come la vincitrice di Eligor per valutare le dimensioni.
Dopo il successo della prima edizione che si è svolta la scorsa estate (nella foto di apertura, un momento della manifestazione), il gruppo OttOmobile organizzerà anche nel 2023 il Big Car Show a Le Mans, in caledario il 19 e il 20 agosto. Ricordiamo che il Big Car Show è una sorta di kermesse automobilistica e modellistica, che prevede anche la possibilità di girare in pista sul Circuito Bugatti di Le Mans. La biglietteria dell’evento è già on-line: https://www.thebigcarshow.com/billetterie/
testo e foto di Claudio Govoni. [Redazione David Tarallo]
I modelli distribuiti in edicola sono da anni una realtà consolidata nel mondo del modellismo e del collezionismo e dovrebbero essere stati metabolizzati dagli appassionati. Quasi ogni nuova raccolta che si affaccia nei chioschi delle nostre città, però, si rivela occasione di dibattito e di riflessione.
Sembra non sia mai sopita la diatriba tra chi li apprezza genuinamente e chi li considera un po’ il modellismo dei poveri, andando tuttavia a comprare ugualmente qualche uscita, magari con la predisposizione d’animo e l’ansia di essere riconosciuto che lo accompagnava quando, dodicenne, si recava alla sperduta edicola di periferia o a quella della stazione ad acquistare i giornaletti con le signore che facevano calare le diottrie. Anche la nuova Porsche 935/78 “Moby Dick”, uscita in questi giorni per i tipi di Centauria, non si sottrae all’inevitabile confronto con le produzioni più blasonate. Con l’interessante valore aggiunto di essere un modello riprodotto in molte scale da tanti produttori, sia di die cast che di speciali, nel corso di diverse decadi, praticamente dalla presentazione del modello reale, consentendo così di poter avere numerosi termini di paragone, più o meno raffinati. Personalmente, limitandomi alla sola scala 1/43, ho avuto per le mani sei versioni di questo modello (di più se conto anche la 1/87 e la 1/24) e posso quindi fare qualche confronto. Ai fini di questo pezzo, paragonerò la nostra edicolosa con il resincast dello Spark – l’ultima 935/78 aggiunta alla mia collezione – e con uno speciale factory built di MR Collection. Partiamo dal dato oggettivo: il prezzo. Il modello di Porsche Collection, che credo di non sbagliare attribuendolo a IXO, costa 5 euro al chiosco, con qualche speculatore che la sta già tentando di rivendere a prezzi oscillanti tra i 9 e i 15 euro. Il resicast Spark, preso subito all’uscita, lo pagai se non erro 59 euro. Lo speciale montato MR è un caso particolare. Il prezzo da me pagato (meno di 50 euro) non fa testo, perché lo trovai in uno di quei negozi che vendono ogni genere di usato e che praticano anche forti sconti sulla merce in giacenza da più di un certo numero di settimane. Sotto la basetta è ancora riportato l’adesivo col prezzo originale in lire, pari a 260.000 lire probabilmente di metà anni ‘90. Cifra di tutto rispetto, ma va considerato che all’epoca i marchi della resina nostrana producevano e assemblavano tutto in Italia. Se ipotizziamo che il modello risalga al 1995 e facciamo i calcoli “inflation adjusted” oggi costerebbe circa 200 euro, quindi mediamente circa il 50% di, ad esempio, un Looksmart.
E’ evidente che, almeno sul capitolo prezzo, proprio non c’è gara, dal momento che 5 euro sono praticamente i soldi che spenderei al negozio per la sola techina anti polvere (che è di buona qualità).
Ma veniamo ora a quel che si tiene in mano, che poi, prescindendo dal prezzo, è quello che fa battere veramente il cuore dell’appassionato. La linea dei modelli Spark e Ixo-edicola appare molto azzeccata, confrontandola con le foto reali. Desta invece più perplessità quella dello MR. Il parabrezza leggermente meno inclinato, il muso meno filante e, in generale, una differente interpretazione delle proporzioni donano al modello un aspetto decisamente poco slanciato e tozzo rispetto alla vettura reale.
Per quel che riguarda la verniciatura, invece, quella più fine di miglior qualità è sicuramente la MR, seguita dalla Spark. il modello economico si difende, ma in alcuni punti presenta delle sporcature visibili anche a occhio nudo, che rovinano lievemente l’effetto complessivo. Su tutti e tre i modelli la decorazione è ottenuta in decal. Buona la posa per MR e Spark, qualche incertezza sull’edicoloso. Probabilmente, essendo una produzione in grande serie, sarà possibile reperire modelli migliori e altri peggiori.
Venendo ai dettagli quello che colpisce è la quantità di elementi riportati o comunque riprodotti correttamente sul modello più economico. Ma partiamo dalle ruote, che, per mio feticismo, sono una delle parti che preferisco in ogni modellino.
Per quel che riguarda i cerchi, MR vince a mani basse, utilizzando cechi torniti con ventoloni fotoincisi in due parti (lamelle e coni) e un dado molto dettagliato). Discreti i cechi dello Spark. Un po’ piatti, ma apprezzabili se visti nel complesso quelli del modello edicoloso, che non sacrifica troppo il dettaglio fornendoci anche una discreta riproduzione del dado centrale.
Sul MR assente il logo Dunlop del pneumatico, che invece compare sugli altri due modelli. Spostandosi un poco all’insù, sull’arco del passaruota, fa bella mostra di sé l’indicatore di direzione, riprodotto con un lucente arancione sullo Spark e con un punto di vernice sull’Ixo-edicola, mentre sul modello italiano non é affatto riportato.
Rimanendo sempre nella zona del muso possiamo notare la differente interpretazione della grande presa d’aria centrale. A Le Mans era coperta da una griglia che seguiva la curvatura della carrozzeria, dettaglio colto correttamente solo dal modello economico. Gli altri due ne sono privi, riproducendo, probabilmente, la vettura in esposizione al museo Porsche nelle sue condizioni attuali. E’ curioso tuttavia notare come il modello Spark presenti questo errore solo nella versione 1/43, mentre le versioni in scala 1/87 e 1/18 sono dotate di tale griglia. L’edicoloso perde però punti nella zona delle due piccole prese d’aria per il raffreddamento dei freni, il cui sviluppo è poco curato rispetto agli altri modelli del confronto. Guardando la zona fari, lo Spark è l’unico a presentare oltre alle parabole dei proiettori principali i due piccoli indicatori di direzione.
Vicino ai fari era anche presente, sulla vettura reale, una sponsorizzazione Cibié.
Tale sticker è presente sia nel modello Spark che nel modello MR, ma nello speciale di Varese è posizionato male, essendo stato messo sulla copertura trasparente della zona fari. In realtà era in posizione molto poco visibile, applicato all’interno della nicchia. Preferisco quindi la soluzione dell’economico di ometterlo.
Sempre nella zona del cofano anteriore si nota come nel modello MR siano riprodotti i fermacofano con una certa finezza, utilizzando fermi in fotoincisione fatti da due elementi distinti. Il modello Spark utilizza anch’esso fermi fotoincisi, ma maggiormente semplificati, mentre il modello dell’edicola non presenta traccia dei fermacofano. Va inoltre rilevato come il modello MR sia l’unico a presentare il sottile splitter anteriore riprodotto con una fotoincisione. Nella parte alta si nota la presenza della feritoia per la presa d’aria del cockpit nei modelli Spark e edicola, mentre sul modello MR è presente una piccola griglia nera che non trova riscontro sulla vettura reale.
Colpisce il fatto che sul modello da edicola sono presenti gli staccabatteria, non come punti in rilievo della carrozzeria verniciati (come si è visto su altri modelli della stessa fascia ed anche su diecast teoricamente più pregiati), ma proprio come elementi riportati, seppur in plastica. I medesimi particolari sono presenti anche sul modello Spark, ma in fotoincisione, mentre risultano parzialmente assenti dall’MR. Il tergicristallo è realizzato in plastica sul modello più economico, ma con una certa finezza e di dimensioni corrette. E’ invece in fotoincisione sugli altri due modelli, ma sullo MR risulta sottodimensionato.
La vista frontale permette di apprezzare parzialmente anche gli interni, che non risultano tuttavia particolarmente visibili. L’impressione generale è che quelli dello spark siano i meglio riprodotti. Lo Spark, inoltre, è l’unico a presentare la grossa luce di segnalazione rossa sulla sinistra del cruscotto. Il disegno del sedile del pilota risulta sufficientemente fedele in tutti e tre i modelli, mentre le cinture sono realizzate in vinile con fibbie fotoincise sullo MR, mentre con semplici decal nel caso degli altri due. Il roll cage è, su tutti e tre, realizzato in color alluminio. Questo, sul modello da edicola, è un elemento di distinzione, perchè molte volte, su modelli analoghi, ho visto rollcage realizzati in plastica nera non colorata anche quando avrebbero dovuto essere di altri colori, quando non del tutto assenti.
Venendo all’area delle portiere, si nota come il modello Spark e quello MR abbiano le maniglie delle porte riportate e realizzate con fotoincisioni, mentre quelle dell’edicoloso sono stampate in rilievo e verniciate di nero. L’effetto tuttavia non è sgradevole e convice a sufficienza. Il modello spark ha anche le luci dei numeri di gara riportate, mentre quello da edicola ricorre, come per la maniglia, a un rilievo dipinto d’argento.
Delusione invece per lo MR, che le riproduce con una decal piatta, tra l’altro facendo due errori grossolani: inverte destra con sinistra (la portiera lato guida dovrebbe avere due luci e quella opposta una luce sola, mentre sul modello italiano è il contrario) e una delle luci è pure posizionata sotto la maniglia della portiera, cosa che sarebbe ovviamente impossibile se fossero tridimensionali. Il finestrino laterale risulta deliziosamente riprodotto, con la sua parzializzazione, nel modello spark, mentre l’edicoloso simula la porzione apribile con un filetto tampografato. Nulla sul modello MR.
Una particolarità che si nota nel modello da edicola è la cornice posteriore del finestrino leggermente aggettante rispetto alla carrozzeria. Potrebbe essere interpretato come un errore, ma in effetti l’auto reale presentava la possibilità di aprire a compasso la parte posteriore della finestratura per fare sfogare l’aria calda dall’abitacolo. Sicuramente, se l’intento è questo, l’effetto finale risulta però un po’ massiccio.
Vediamo poi come sul tetto, su tutti e tre i modelli, faccia bella mostra di sé un’antennina riportata. Se esteticamente la più bella è sicuramente quella del modello MR, con la piccola mollettina alla base, la più fedele è quella dell’edicoloso, realizzata in plastica e non in metallo come sugli altri due modelli, ma piuttosto fine. Lo Spark presenta un semplice filo metallico, privo del rigonfiamento alla base che caratterizzava il vero particolare. Sul tetto sono anche presenti due decal di uno sponsor, realizzati con tre caratteri e in tre dimensioni differenti sui tre modelli. Le dimensioni non appaiono conformi alla realtà su nessuno, ma almeno sul modello Spark e sull’economico lo sponsor è corretto, mentre lo MR sostituisce la scritta Teletron con Bilstein.
Venendo infine alla parte posteriore del modello si nota subito come lo Spark sia l’unico ad aver colto un dettaglio importante della vettura vera, ovvero il lunotto giallo. Il sottocoda è dipinto correttamente di bianco sia sullo spark che sul modello da edicola, ma solo lo Spark presenta la fanaleria completamente e correttamente riprodotto. I tubi di scarico sono dipinti in gun metal nel modello di macao e in plastica nera nel modello economico.
Totalmente fantasioso invece il sottocoda del modello italiano, dipinto in nero opaco, con un gigantesco scarico dalle fattezze inventate e la ventola fotoincisa in bella mostra, che vorrebbe forse essere un tocco di classe, ma risulta invece marcatamente errata. Mi verrebbe da giustificare la cosa con la difficoltà nel reperire documentazione all’epoca in cui fu realizzato questo modello, ma lo starter, di cui posseggo il kit e che è pure più anziano, riproduce meglio questo particolare.
Peraltro, sarebbe stato sufficiente copiare dal modello Tamiya, in giro più o meno dal 1978.
Lo MR si fa un po’ perdonare, però, nella zona superiore del cofano, essendo l’unico che ha una griglia in fotoincisione passante con qualcosa sotto: sono infatti riprodotti, seppur sommariamente, gli scambiatori di calore del motore, visibili attraverso le fessure.
Lo Spark ha anch’esso una griglia fotoincisa passante, ma sotto è semplicemente dipinta in nero opaco, mentre il modello dell’edicola presente un particolare riprodotto in plastica nera.
La bandinella che chiude la coda è riportata su tutti e tre i modelli. Sullo MR e sullo Spark è correttamente dipinta di bianco, mentre sullo ixo-edicola è argentata.
L’alettone posteriore è simile nella forma per tutti e tre i modelli, ma per lo MR sembra sottodimensionato, rispetto agli altri due. impressione confermata dal calibro, dal momento che risulta ben 6mm più stretto.
Alla fine del confronto, possiamo dire che nessuna balena bianca è perfetta, ma sicuramente lo Spark è quello più azzeccato e contemporaneamente ricco di dettagli. Lo MR esce dal confronto piuttosto malconcio, presentandosi come un modello pretenzioso, ma troppo ricco di errori rispetto al prezzo che veniva richiesto all’epoca. Ottima prestazione dell’edicoloso, che, pur non scevro da imperfezioni, in relazione al prezzo risulta un piccolo gioello. Chi scrive ha posseduto anche il diecast Minichamps e vi assicuro che, pur costando ben di più, era assolutamente allo stesso livello di questo piccolo gadget economico.
Sale sul palcoscenico delle corse internazionali la nuova Ferrari 296 GT3, che fa la propria apparizione al Daytona International Speedway durante il Roar Before the Daytona 24. L’evento, una tre giorni di prove che include la sessione di qualifica in programma nel fine settimana del 22 gennaio, rappresenta il prologo della celeberrima gara endurance che inaugura la stagione del campionato americano IMSA SportsCar Championship, che andrà in scena il 28-29 gennaio con la partecipazione di quattro team e otto piloti ufficiali Ferrari Competizioni GT, che terranno a battesimo la nuova 296 GT3.
La Ferrari 296 GT3 esposta per la prima volta in Italia in occasione delle Finali Mondiali Ferrari a Imolalo scorso ottobre
Roar: il format. Un appuntamento tradizionale per tutti gli appassionati di motorsport a stelle e strisce. Il Roar rappresenta il primo evento dell’anno e sancisce la ripartenza delle corse a livello internazionale. Storicamente collocato subito dopo Capodanno, il Roar offriva ai team una prima opportunità di provare le nuove auto sullo stesso circuito che, pochi giorni più tardi, sarebbe stato utilizzato per la 24 Ore, nell’ultimo weekend di gennaio.
Il format del Roar è cambiato in più occasioni. Nel 2020 la data è stata spostata alla settimana precedente la gara, con l’introduzione di una corsa di qualificazione la domenica dei test per stabilire la griglia di partenza della prova endurance. Quest’anno la Qualifying Race è stata eliminata, venendo sostituita da una sessione di qualifica lunga 90 minuti, nella giornata di domenica, durante la quale ogni categoria – i prototipi delle classi GTP, LMP2, LMP3, e le derivate dalla serie GTD Pro e GTD – scende in pista per stabilire la griglia di partenza della 24 Ore.
GTD Pro. Una Ferrari 296 GT3 è iscritta nella classe riservata agli equipaggi Pro, la numero 62 di Risi Competizione, che ripropone l’equipaggio, formato da Alessandro Pier Guidi, James Calado, Davide Rigon e Daniel Serra, che nel 2022 era salita sul secondo gradino del podio. Quattro piloti ufficiali Competizioni GT per un equipaggio che include i campioni del mondo in carica nel FIA WEC, classe LMGTE Pro, e la coppia italo-brasiliana formata da Rigon e Serra, questi ultimi vincitori lo scorso anno della Endurance Cup dell’IMSA.
GTD. Il Cavallino Rampante è rappresentato da tre squadre nella categoria Pro-Am. Miguel Molina è al volante della 296 GT3 numero 21 con Simon Mann, Luis Perez Companc e Francesco Castellacci, schierata da AF Corse, il team che lo scorso anno concluse secondo nella classe.
Antonio Fuoco, con la vettura numero 47 di Cetilar Racing, è al via a Daytona e condivide l’esperienza americana con Roberto Lacorte, Giorgio Sernagiotto e Alessandro Balzan, la formazione che lo scorso anno ottenne la vittoria di classe alla 12 Ore di Sebring.
Alessio Rovera e Andrea Bertolini, insieme a Onofrio Triarsi e Charlie Scardina, salgono a bordo della nuova 296 GT3 numero 023 inaugurando la stagione di Triarsi Competizione, al debutto nella prestigiosa prova endurance in Florida.
Roar: il programma. Cinque le sessioni di prova, tra cui quella di apertura, venerdì 20 gennaio alle 11.00, e una sessione notturna di due ore a partire dalle 18.30 di sabato 21 (orario locale). Domenica 22 le qualifiche delle classi GTD Pro e GTD, dalle 13.25, con turni di 15 minuti per ciascuna, stabiliranno la griglia di partenza della 24 Ore, che scatterà sabato 28 alle 13.40.
Si fa un gran discutere della Porsche 935 Moby Dick appena apparsa nella ormai ennesima serie edicolosa in questi giorni, e come spesso accade il “popolo collezionista” si è spaccato in almeno due fazioni: da un lato c’è chi, pur riconoscendo i limiti intrinsechi di un prodotto giocoforza economico, intravede la possibilità di divertirsi con poco e di ricavare un buon risultato, per quanto comunque più o meno distante da quanto proposto dai colossi del settore e, più ancora, dagli Artigiani, sempre meticolosissimi nella riproduzione dei loro modelli, mentre dall’altra c’è chi, detentore di ogni sorta di verità aristotelica, grida allo schifo ed è inamovibile nella sua ferrea convinzione di comprare di molto meglio rivolgendosi al “mainstream” (sempre più costoso peraltro) imperante.
Sono opinioni, rispettabili certo, andrebbe però detto, per onestà e per la piega che stanno prendendo di questi tempi le cose, che si, un edicoloso è un po’ come il McDonald’s dei modelli, ma che certi altri (sempre meno quotati) marchi sono l’esatto equivalente di un Roadhouse o di un Old Wild West.
Tradotto: sono di lusso, costano, ma sempre fast food restano.
Sono di lusso, costano, ma sempre cinesate fatte (quasi) tanto per farle restano.
Se bevi Dom Perignon da 300€ a bottiglia, non è condivisibile che tu faccia il classista ma è comunque un fatto con una sua sorta di quadratura, ma se bevi il vino da 5€ della Coop, metterti a criticare chi pasteggia col Tavernello non è la più sensata delle cose.
Fine digressione, il punto stavolta è un altro, e riguarda le scale di riproduzione.
Il pensiero ha iniziato a covarmi nel cervello quando ho potuto vedere la 935 “incriminata”: brutta non è, vale ciò che costa e probabilmente anche un po’ di più, eppure è un modello tranquillamente lasciabile in edicola.
Già, ma la scala?
Ebbene, qualche settimana fa ho potuto mettere le mani su una Matra 670 in scala 1:24, test di una serie francese mai nata relativa alla 24 Ore di La Mans, figlia di Ixo come la Moby Dick “piccola”, che è un qualcosa di molto bello, ben rifinito, e con pochissimi errori.
Stessa azienda, stesse persone coinvolte in studio e realizzazione (verosimilmente, per quanto ne sappiamo “laggiù ci sono i leoni”) resa completamente diversa.
E la stessa cosa vale al centesimo anche per le auto da Rally in scala 1:24 e per le Formula Uno nella medesima scala, tutti prodotti contro i quali gli omologhi in 1:43 diventano ancora più improponibili di ciò che sono.
Quindi, la domanda sorge spontanea: la scala di riduzione gioca un qualche ruolo nella resa di un modello?
Probabilmente sì, e quel che è certo è che alcune scale, come l’1:24 rappresentino un ottimo compromesso tra dimensioni, dettaglio e armonia, tutti fattori che contribuiscono a nobilitare dei modelli tutto sommato da poco.
Intendiamoci: i sedili brutti e le cinture in decals non sono belli da vedere, ma anche su molti Spark “chiusi” vediamo le stesse cose, e di voci dissidenti se ne levano ben poche mi pare, eppure i modelli, rispetto alle loro riduzioni in quarantatreesimo sono… Diversi.
E migliori.
Come migliori sono anche nel confronto con gli 1:18, decisamente troppo giocattolosi per le dimensioni che la scala offre.
Ricordo un commento di David ad una borsa a Novegro, davanti ad un banco di edicolosi: c’erano due 131 Abarth vicine, una in scala 1:24 e l’altra in 1:18, e lui se ne uscì con un condivisibilissimo “Guarda che bellina che è in scala 1:24 e che giocattolone che è in scala 1:18!”.
Ed era vero, all’occhio erano modelli diametralmente opposti.
Vibes, nulla più.
Ciò solo per dire che, quei tali ex-Dinky e Corgi che raccontavano che il colpo d’occhio contava moltissimo in una miniatura e, forse, era anche più importante della mera esattezza dimensionale, probabilmente non si rendevano conto nemmeno loro di quanto avessero ragione.
La stagione 2023 di Formula 1 è alle porte e la Scuderia Ferrari è pronta ad affrontarla non solo con Charles Leclerc e Carlos Sainz ma anche con quattro eccellenti piloti che ricopriranno i ruoli di Reserve e Development Driver.
Un team di Formula 1 moderno ha infatti bisogno di poter contare su un gruppo di piloti per competere al massimo livello. Sarà presente ad ogni gara un Reserve Driver, ruolo nel quale si alterneranno Antonio Giovinazzi e Robert Shwartzman che per sfruttare al massimo il potenziale del nuovo simulatore attivo dallo scorso anno, affiancheranno nel ruolo di Development Driver la validissima coppia Antonio Fuoco e Davide Rigon. Si tratta di ragazzi esperti che sanno dare feedback precisi e affidabili agli ingegneri, tanto più che da quando i test in pista sono estremamente limitati, la simulazione è diventata uno strumento fondamentale non solo per la preparazione di ogni gara ma anche per lo sviluppo della vettura stessa.
Per essere certi che tutti i piloti della Scuderia non perdano contatto con piste e atmosfere di gara, in questa stagione ciascuno dei quattro sarà anche impegnato in un programma agonistico. Giovinazzi e Fuoco saranno entrambi impegnati nel WEC al volante della 499P – la Hypercar numero 50 per Fuoco e la 51 per Giovinazzi – mentre Robert e Davide gareggeranno sulla nuova 296 GT3. Shwartzman sarà tra i protagonisti del campionato SRO GT World Challenge Europe Endurance Cup, mentre Rigon oltre che alla serie SRO parteciperà al WEC e alle quattro prove della Endurance Cup del campionato IMSA.
Profil24 ha disponibili i kit 1:24 della Glickenhaus 007LMH della stagione 2022, in versione 24 Ore di Mans (n°708 Dumas/Pla/Derani e n°709 Briscoe/Mailleux/Westbrook, art. P24138) e 6 Ore di Monza (Monza n°708 Dumas/Pla/Derani, art. P24139), quest’ultima nella bella livrea celeste, che ha debuttato proprio nella prova italiana del FIA-WEC.
La prima Porsche 935 dei fratelli Kremer (telaio 006-00019/K1) continuò la propria carriera dopo il 1976, anno dell’esordio nella nascente categoria Silhouette. La vettura venne dipinta in rosso e partecipò a varie gare del Mondiale Marche e del DRM, iscritta dagli stessi Kremer ma anche dal Kannacher GT Racing. Nella gamma Tavarco, riservata a modelli di maggior dettaglio, Remember Models è uscita con due versioni del 1977, molto meno conosciute rispetto a quelle del ’76: 1000km del Nürburgring (Konrad/Keller) e 6 Ore di Silverstone (Konrad/Hähnlein). I modelli sono disponibili a questo link: https://www.geminimodelcars.com/search?q=Konrad+Porsche