Una Porsche 935 di Verem che mi fa pensare a Gabriella Ferri

Con le elaborazioni di modelli Solido e dei loro accoliti (Sport Cars, Verem…) mi sono trastullato per tutto il tempo del liceo. Anche se in seguito il divertimento è continuato, pensare a una trasformazione di un modello Solido mi fa scattare automaticamente la molla di un ricordo che va alla fine degli anni ottanta. In quei sonnolenti pomeriggi delle vacanze di Natale, il sostanziale isolamento del modellista/collezionista raggiungeva vette mai viste durante l’anno. Quei pochi eventi cui si poteva partecipare erano ormai passati (alcune borse qua e là), i negozi chiusi (c’era praticamente solo Luciano Rocchi a Firenze, Rossocorsa ancora non esisteva) e la scarsa comunicazione era appannaggio di gente più matura, non certo di un liceale alle prese con la contingenza di un compito di greco o di un’interrogazione di filosofia che si prospettava agli inizi di gennaio, una volta tornato in classe. Era insomma tutto molto più lento, e non è che fosse sempre un bene. A proposito dei Solido, da Tron mi arrivavano transkit Automany, magari qualche Verem o anche qualche vecchio foglio di decals MRE, tutte cose che assicuravano ore di divertimento. Viaggi all’estero, non se ne parlava neanche. Ci si consolava leggendo per l’ennesima volta il TSSK uscito in autunno, in attesa di quello primaverile, più corposo perché costituiva l’edizione principale. Non conoscendo ancora a sufficienza gli artigiani che vi operavano (Barnini, Giorgetti, Codolo, Future Models, Cioni eccetera), Firenze non poteva certo dirsi un centro nevralgico dell’automodellismo 1:43. A confronto, la vicina Bologna, che pur non era il massimo della vivacità, era già parecchio più evoluta. A Firenze venne organizzata una borsa di scambio da Tron nell’autunno del 1986. Fu un bell’evento – almeno per i miei gusti – in un hotel di Porta al Prato, non lontano dalla stazione SMN (e curiosamente a poche centinaia di metri in linea d’aria da casa mia, tanto che dal terrazzo del quarto piano ne vedevo assai nettamente l’insegna con le lettere bianche). Fu proprio in una delle borse fiorentine, stavolta all’Hotel Alexander in Viale Guidoni, nel quartiere di Novoli, che nel 1988 trovai una Porsche 935 di Verem, versione Georg Loos Le Mans 1979. Con ancora in testa il ben di Dio che avevo visto in altre borse, me ne uscii per la verità abbastanza deluso, con solo questo modello, interessante per le mie tematiche, ma raramente negli anni ottanta lasciai una borsa con un bottino così magro.

Mi pare fosse un sabato pomeriggio e per consolarmi telefonai a Tron ordinando il montaggio di una Porsche 904/8 Kanguruh Targa Florio 1965 su kit Vroom, che arrivò puntualmente qualche settimana dopo (abbiamo anche una foto, che volete di più!)

Il secondo modello, una Porsche 930 Turbo su base Starter, non arrivò mai perché forse il buon Paolo si dimenticò di tutto e la cosa andò in cavalleria. Peccato perché gliel’avevo chiesta viola metallizzata con gli interni blu, sarebbe stata originale. All’epoca – lo ricordo per chi non c’era – Milano43 offriva un bel servizio di montaggio kit, di cui si poteva usufruire anche per corrispondenza. I montatori erano bravi (c’era per esempio Baldoni) e i tempi di attesa piuttosto corti, da uno o due mesi, a volte ancora meno. Ordinavi il kit senza pagare alcun anticipo e poi Paolo ti fatturava tutto a lavoro avvenuto. Tanti in questo modo si sono costruiti negli anni ottanta-novanta collezioni di ottimo livello.

Misi quindi mano alla Porsche di Verem, facendo del mio meglio con la poca documentazione che avevo. L’assenza dei fari sul modello non fu un problema, visto che la vettura reale partiva a Le Mans con delle protezioni scure, che riprodussi con una decal. Gli interni li arricchii con rollbar in metallo, sedile, cinture, pedaliera, estintore, cavi e condotti vari. Non sapendo come eliminare i due brutti tergicristalli stampati sul parabrezza, li coprii semplicemente con un unico elemento fotoinciso che tutto sommato li celava abbastanza bene, almeno nella maggior parte delle angolazioni.

Aggiunsi poi l’antenna, gli specchietti esterni, ganci, retine e accessori vari. Curiosamente (forse per nascondere un pastrocchio che avevo dovuto fare? Non ricordo), tentai anche una specie di “lining” sul cofano anteriore, realizzato però col Lumocolor Staedtler che dava il suo tipico effetto violaceo. In ogni caso, il risultato finale mi parve all’epoca buono e archiviai questa Porsche 935 come un’elaborazione riuscita.

La sera in cui terminai il modello, trasmettevano su Rai1 Biberon, il programma del Bagaglino con Pippo Franco, Oreste Lionello e Leo Gullotta. Prima dello spettacolo passava la pubblicità della Fiat Tipo. Ancora oggi quando ritrovo su YouTube la sigla cantata dall’indimenticabile Gabriella Ferri, mi torna in mente la Porsche rossa di Verem.

Citroën 5CV di Marco France

Testo e foto di Riccardo Fontana

Oggi parliamo di un vero unifauno bianco, una di quelle stranezze che è possibile, talvolta, incontrare frequentando i mercatini dell’antiquariato della domenica, soprattutto i più defilati ed apparentemente “mesti”, quelli cioè cui non daresti una lira, ma che finisci a girare per noia.
Ora, che della “bella roba” si possa trovare solo a Novegro o in occasioni analoghe è del tutto da dimostrare, e questa – mi permetto di dire – meravigliosa Citroën 5CV in scala grande lo dimostra appieno: è il diamante che ha nobilitato una uggiosa domenica di inizio primavera di qualche anno fa, ed era esattamente l’ultima cosa che poteva essere lecito attendersi di trovare piazzata su una coperta in un mercatino del nord Italia.
Si tratta di un modello semplice ma molto fedele marchiato Marco France, una consociata di FJ (France Jouet) che verso la metà degli anni ’60 aveva prodotto questa stupenda “piccola” Trèfle in scala 1:8, assolutamente richiamante i gloriosi, e già allora quotatissimi ed al limite dell’irreperibilità, Jouets Citroën.
Aveva un corpo vettura e dei cerchi in latta verniciata proprio come i Jouets Citroën, ma contrariamente a questi ultimi aveva i parafanghi e molti dettagli in plastica: i decenni, d’altronde, non trascorrono mai invano…
Questo bel giocattolo esisteva in svariate versioni, riconducibili in due macro-famiglie: motorizzate (tipicamente con filoguida, ma erano veramente molti i tipi di motore applicati da FJ al modello-base) e statica, di cui fa parte il modello qui fotografato.

Il modello senza motore sembrerebbe, da alcune fonti, essere il più raro, ma onestamente quando l’ho trovata pochissimo me ne importava: da cultore delle Citroën storiche è stato uno dei più bei ritrovamenti che mi siano mai capitati in tanti anni di collezionismo, e menomale che non l’ho trovata, ad esempio, ad Embrun o a Briançon durante un giro in moto sulle Alpi, sennò mi sarebbe toccato di lasciarla lì.
Oppure, di auto-spedirmela a casa, che sarebbe stata la soluzione più papabile conoscendomi.

È il classico modello “da Rétromobile”, che fa quasi più memorabilia che collezionismo in senso stretto, ed è comunque meraviglioso, perfetto se messo in una vetrina colma di Dinky, Norev, CIJ e Solido.
Sono suggestioni cui è difficile resistere, ognuno di noi ne ha di diverse e di egualmente mordaci dopotutto.

In ricordo di Alberto Sarti

A un anno di distanza dall’improvvisa scomparsa (27 dicembre 2021), PLIT desidera commemorare Alberto Sarti, modellista alla vecchia maniera, abile e pieno di creatività oltre che persona di grande umanità e simpatia, con la sua ironica vena pratese. Alberto l’ho incontrato spesso in tutti questi anni, e lo ricordo sempre con grande piacere. Marco Nolasco mi ha girato alcune foto di sue creazioni, modelli 1:43 molto originali e realizzati con la sapienza del modellista consumato. Ci pare un modo giusto per ricordarne degnamente la passione.

-Napier Railton vincitrice della 500 miglia di Brooklands 1935 con John Cobb. Alberto realizzò anni fa una piccola serie di questo modello clonando in resina e modificando pesantemente un kit Hobby Tecnica. Il mio esemplare, del 2017, è leggermente diverso dagli altri, che riproducono la versione del 1934, con la calandra stretta e i “costoloni” verticali.

-E.R.A. R2 B vincitrice del G.P. Vetturette di Monaco 1936 con “Bira”. Modello basato su di un Auto Replicas, di cui conserva solo scocca e pianale, 2018.

-Maserati 26M vincitrice del G.P. di San Sebastian 1930 con Achille Varzi. Modello clonato da un Auto Replicas e allungato perché in origine troppo corto, 2018.

-Mercedes 18/100 Grand Prix vincitrice del G.P. dell’ A.C.F. 1914 con Christian Lautenschlager. Kit John Day, 2019.

Tutti i particolari sono saldati, niente colla. Pneumatici torniti in resina.

Nell’immagine di apertura, Alberto Sarti in attesa di entrare alla borsa di Novegro il 27 marzo 2011. Nella foto Alberto sta discutendo con Mario Bartolozzi, un altro collezionista molto amato a Firenze, scomparso di recente (foto David Tarallo)

Novità Top Marques in 1:18 e 1:12

Già ricco il programma 2023 di Top Marques, che ha annunciato oggi alcune novità in 1:18 e in 1:12, disponibili nel secondo quadrimestre.

Ecco il dettaglio:

Alfa Romeo Montreal 1:12 (in rosso, arancio, verde, argento)

Ford RS200 1:18 (in bianco, rosso, blu, nero)

Ferrari 330 GT 2+2 1:18 (in rosso, argento, nero)

Alcune elaborazioni da edicola 1:43 di Marco Nolasco

Testo e foto di Marco Nolasco

Presento qui una Porsche 906, la versione del debutto in gara, quella che arrivò 6a assoluta e 1a dei prototipi 2000 alla 24 ore di Daytona del 1966, pilotata da Hans Hermann e Herbert Linge. Il modello di partenza è il n. 40 della Porsche Collection DeA del 2003.

Il blu originale era troppo scuro, quindi ho dovuto riverniciare, ma neanche questa tonalità è del tutto corretta. Ricordo che avevo individuato la tinta originale, me la feci preparare in un colorificio, ma all’atto pratico non mi convinse, nonostante i 25 euro sborsati, perciò ripiegai su di un blu genziana che avevo in casa.

So che in  altri modelli i sedili sono rossi, ma dalla foto non mi pare proprio.

Alcune elaborazioni da edicola 1:43 di Marco Nolasco

Testo e foto di Marco Nolasco 

Ecco una Jaguar C type derivata dal n. 6 della collana 100 anni di auto da corsa DeA del 2003. La versione è rimasta quella originale, ma il  modello è stato rivisto integralmente. In particolare sono state limate via le cinghie che erano laterali come nella configurazione pre-gara 8 e come nel John Day. Io volevo la versione gara, quindi ho dovuto spostarle sul cofano, ma per farlo ho dovuto eliminare anche gli sfoghi, che pertanto sono stati rifatti in lamierino di ottone. Ho aggiunto anche le feritoie sottostanti e una miriade di altri dettagli. Più studiavo foto e filmati più veniva fuori qualcosa di nuovo da fare… comunque è la notissima vincitrice della 24 ore di Le Mans del 1951 con Peter Whitehead e Peter Walker. Aggiungo una foto dell quattro C type che elaborai contemporaneamente, questa, una Top model e due John Day. E’ fuori tema, ma in realtà per me l’origine dei modelli è indifferente.

Alcune elaborazioni da edicola 1:43 di Marco Nolasco

Testo e foto di Marco Nolasco

Continuo la serie delle elaborazioni da edicola con le due Fulvia HF, derivate da degli Edison per l’edicola e riverniciate in rosso amaranto Montebello, l’unica tinta disponibile per la prima serie.

In entrambi i modelli le decals sono state disegnate da Edoardo Gallini, ma i due 36 sui due cofani della Rally dei Fiori sono troppo grandi per colpa mia che diedi delle misure esagerate e Edoardo. Aggiunsi anche i fregi longitudinali sulla mezzeria del cofano motore e cambiai le luci della targa, entrambi i particolari sono stati preparati da Corrado Crivellaro.

La n. 36 vinse il Rally dei Fiori del 1966 con Leo Cella e Luciano Lombardini.

La n. 18 arrivò 11ma assoluta alla Targa Florio del 1966 con Leo Cella e Achille Manzi.

Non mi sono accorto del dettaglio dei cerchi posteriori color oro segnalato da Riccardo. 

Alcune elaborazioni da edicola 1:43 di Marco Nolasco

Testo e foto di Marco Nolasco

Provo a sviluppare il tema delle elaborazioni di modelli da edicola proposto da Riccardo, ma limitatamente all’1/43.

Inizio con alcune Stratos di due diverse collane, ma derivate dalla stessa base, credo Ixo. 

Sono lavoretti di 15-20 anni fa che utilizzano trans-kit e decals degli anni ’70-primi ’80 rimasti nei cassetti dopo la sbornia di quegli anni.

Decisi allora di non riverniciare i modelli quando possibile, pertanto le scocche della Safari e della Tour de Corse hanno i passaruota posteriori errati, troppo larghi.

La targa della Vudafieri manca, non ne sono certissimo, ma mi pare che non ci fosse nel foglietto del tran-kit.

Manca anche il riquadro portanumero sul tetto della Tour de Corse perché ricordo che feci riferimento ad una foto in cui proprio sembrava che non ci fosse, anche se mi sembra strano. Comunque è nel cassetto, pronto, eventualmente, per essere applicato.

ACB a Parigi

Nel 2012 usciva il catalogo ragionato della produzione di modelli montati Le Phoenix, a cura del sottoscritto e di Bertrand Bigaudet. Quell’edizione, in serie limitata e numerata, andò a ruba, e ancora c’è chi me ne chiede una copia a distanza di tanti anni. Forse sarebbe anche giunta l’ora di farne una seconda edizione, magari aggiungendo la lista dei kit che all’epoca era stata omessa. Nel frattempo, inoltre, si sono aggiunti ulteriori dati al repertorio delle serie montate e le foto in archivio sono così tante che il nuovo quaderno potrebbe avere un apparato iconografico del tutto nuovo. La boutique ACB (Auto Concept Bigaudet) ha segnato un’epoca, prima come atelier di montaggio modelli speciali e vendita di giocattoli d’epoca, poi anche come sede commerciale di Le Phoenix, il marchio fondato per ridare ossigeno a Ruf dopo la rottura con Lang.

ACB era un vero paradiso per gli appassionati: a parte i magnifici pezzi d’antiquariato, di cui magari di occuperemo un’altra volta, i modelli speciali che uscivano dai laboratori erano all’avanguardia nel settore artigianale degli anni novanta. Montatori come Alberca e Miliadis realizzavano pezzi unici, a volte apribili, che non trovavano eguali nel mondo. La collaborazione con un modellista sopraffino come De Conto permetteva poi di assicurarsi delle riproduzioni in scala più grande che ancora oggi passano di mano per cifre a quattro zeri.

La mia ultima visita ad ACB in rue Carnot, nel 17mo arrondissement di Parigi, risale al maggio del 2012. Poco dopo il negozio chiuse, anche se Bigaudet continuò a trattare modelli moderni e d’antiquariato on line e ad eventi di prestigio come Rétromobile. In quel periodo stavo giusto occupandomi delle schede relative alle edizioni montate di Le Phoenix, cercando di fare ordine anche nelle liste dei montaggi su kit di altre marche, che – come molti sapranno – durante l’era Le Phoenix uscivano con una numerazione specifica e con scatola rossoblù LP. Anche se in procinto di chiudere, nel piccolo negozio ACB ci trovavi sempre qualcosa di molto particolare. Durante quella visita, ad esempio, spuntò una GTO64 di Le Mans che mi portai a casa. Nella gallery di foto che pubblichiamo oggi trovate gruppi di modelli che rappresentano bene la scelta che ACB offriva ai collezionisti negli anni novanta. Sono immagini scattate per lo più con scopi pubblicitari, per l’apparizione su riviste e cataloghi, e la maggior parte è ancora inedita. Questo lotto di foto fa parte di un archivio di diverse decine di diapositive che sono state scansionate e che prima o poi – chissà – verranno fuori in qualche libro. Godetevi intanto queste.

L’ultima delle Rally Replica

Testo di Riccardo Fontana. Foto di Riccardo Fontana e David Tarallo

“Rimane solo la Yaris GR, che però non ha nemmeno lontanamente il fascino di una Celica Turbo 4WD”.
Di questo tenore, grossomodo, si è rivelata la media dei commenti all’ultimo articolo sui Rally apparso su PLIT (https://pitlaneitalia.com/2022/12/26/rally-una-decadenza/).
Frasi come queste esprimono un comune sentore, quasi una sensazione a pelle che, validità o meno delle sue argomentazioni, stenta a lasciare libero il campo all’apprezzamento per quella che è, in fin dei conti, l’ultima delle Rally Replica.
Ecco, devo ammettere che già nello scriverlo ho trovato il peso delle mie dita esponenzialmente moltiplicato, perché io per primo faccio moltissima fatica a considerarla come tale.

Volevo, inizialmente, cercare di cavarmela con un semplice commento, ma il Fattore Yaris merita qualche riga in più, quindi fuoco alle polveri, e sotto con l’analisi.
La Yaris GR nasce in un’ottica da Homologation Special a tutti gli effetti: come chiunque abbia un minimo di occhio avrà agevolmente notato, non esistono versioni a tre porte dell’attuale serie della Yaris, ma al Gazoo Racing servivano un certo numero di scocche speciali “piccole” (termine inesatto, ma ci arriveremo) da cui partire per allestire la nuova generazione di Yaris da Rally, e fu così che il programma GR Yaris fu varato, con lo scopo cioè di creare una vettura speciale da cui partire per omologare la versione da corsa.
Cos’ha in comune una Yaris GR con la Yaris Hybrid della nonna? Assolutamente nulla, nemmeno il giro fari anteriore in effetti: di fatto è la parte anteriore di una Corolla innestata sulla parte posteriore di un CH-R, il tutto vestito con dei pannelli esterni che a stento ricordano la comune Yaris di produzione.
Maggiore escursione delle sospensioni, angoli più favorevoli, passo lungo nonostante la compattezza.
In un termine: una Gruppo B dei tempi che furono, almeno limitandoci all’aspetto “telaistico” del progetto.
Motore e trasmissione: qui la faccenda cambia, e parecchio.
La nuova vettura è stata dotata di un motore 1.6 turbo, nominalmente “analogo” a quanto previsto dalla regolamentazione prima WRC+ e poi Rally 1, ma con soli tre cilindri, contro i quattro (ovvi) cilindri dell’unità impiegata con successo nel Mondiale.
Anche la trazione è stata mantenuta integrale come quella impiegata nelle competizioni, e questa per il 2023 è ormai una vera rarità, ma i punti di contatto con la vettura di Rovampera ed Evans sono, anche in questo senso, assai pochi: nessun differenziale elettronico, o almeno nessuna sofisticatissima elettronica direttamente mutuata dalle competizioni, e scelte meccaniche comunque differenti.
La GR è una bomba: piccola, cattiva, larga come una Lamborghini, così come esce dal concessionario ha qualcosa più di 260 CV, che piccola com’è sono più che sufficienti per sparare i guidatori più inavveduti su Marte, ma nonostante abbia una sua comunque importante cerchia di estimatori (tra cui il sottoscritto, che si rende perfettamente conto che sarà uno degli ultimi fuochi, se non l’ultimo, di un certo modo di intendere le automobili sportive) stenta a diventare una pietra miliare “del genere”.
Prendiamo ora in esame la Celica Turbo 4WD ST185 (sulla quale, a breve, potrete legittimamente attendervi delle sorprese): scocca modificata (più larga e soprattutto rinforzata, siglata ST 185, mentre le normali Celica 2WD erano siglate ST 182), motore 2.0 quattro cilindri turbo con intercooler ad aria e 204 CV, trazione integrale con due differenziali Torsen (anteriore e posteriore) e centrale idraulico.
Unica differenza con la Gruppo A a livello di trasmissione? La Turbo 4WD stradale aveva il differenziale posteriore non-autobloccante, tecnologia che era riservata al solo differenziale anteriore.
Ora, questa versione della Turbo 4WD ha, per molti anni, goduto dell’appeal di un brufolo inciso, e solo ultimamente si sta un po’ rivalutando, perché comunque rispetto al piattume delle auto odierne possederne e guidarne una fa sentire un po’ Kankkunen, nonostante un’estetica anteriore degna di un’autoradio di inizio anni ’90 e un’impostazione più da comoda e veloce GT che da arrogante Rally Special.
La vera versione “Racing” della Celica ST 185 era, è, e sarà sempre la cosiddetta ST 185 L, a.k.a. Carlos Sainz Limited Edition (o RC per il Giappone, o Group A per Australia e Nuova Zelanda), prodotta nei 5000 esemplari canonici e riservati all’omologazione in Gruppo A.
Di fatto era esattamente una Turbo 4WD normale, con però l’intercooler ad acqua (punto su cui Ove Anderson aveva “picchiato” moltissimo in fase di definizione del progetto con i giapponesi), il differenziale posteriore autobloccante, i rapporti finali assai più corti, qualche CV in più (208 CV solo in Italia, Francia e Spagna, mentre altrove era data un po’ ovunque a 225 CV).
Senza aprire il cofano, era resa immediatamente riconoscibile dal gran numero di prese d’aria e di sfoghi del calore ricavati un po’ ovunque, perfettamente analoghi a quelli delle Gruppo A che dominavano, e necessarie a fare respirare correttamente una meccanica, messa a punto dalla Yamaha (che per la Toyota ha sempre svolto un compito paragonabile a quello dell’Abarth per la Fiat) da sempre afflitta da grossi problemi di surriscaldamento (celebre, al debutto iridato della prima GT-Four, che era praticamente senza sfoghi, in Corsica nel 1988, Juha Kankkunen che si trovò con la cinghia di distribuzione sciolta).
Ora, nonostante le relativamente poche differenze tra un modello e l’altro, per gli appassionati l’unica “Rally Celica” è la Carlos Sainz, mentre la “normale” esce brutalmente, ed anche un po’ ingiustamente ridimensionata (sulle quotazioni si potrebbe aprire un mondo: con una Carlos Sainz si potrebbero comprare due Turbo 4WD in ottime condizioni ed avanzarne per una sontuosa vacanza), nonostante sia, per tutto ciò che abbiamo detto, molto più Omologation Special lei di una Yaris GR, che rappresenta un unicum in cui si produce una vettura speciale solo per mutuarne la scocca.
Ciò dovrebbe dare bene l’idea del perché un’auto come la Yaris GR stenti così tanto a farsi pienamente accettare dagli appassionati: se una Turbo 4WD solo leggermente differente da quella prettamente “corsaiola” è stata così tanto e così a lungo snobbata, figuriamoci un’entità dotata di un motore tre cilindri.
Avrà molti CV, ma è mai stata una questione di CV? No, o almeno non a questi livelli.

Foto di apertura: una Yaris GR allo stand Toyota in occasione della cronoscalata del Mont-Dore, agosto 2022.