di Riccardo Fontana
Rallegratevi amici appassionati, il mondo delle competizioni, siano esse legate alle quattro, alle due, od alle tre ruote, è destinato a scomparire, e per una volta la colpa di tutto questo non è da ascrivere ai verdi o a Greta, quanto piuttosto alle pletore di pseudo-appassionati che, purtroppo, esistono.
Prendiamo i Rally, ad esempio, e prendiamo spunto dalla recentissima dipartita di Ken Block: lo ammetto, sono molto sintonizzato con l’Andrea De Adamich-pensiero in questo, e non posso santificare una persona solo in quanto morta.
Vedo Block definito “Leggenda dei Rally” (augurandomi, e soprattutto augurando loro che sia il più in là possibile, attendo di vedere come saranno definiti i vari Roehrl, Kankkunen e Loeb quando l’oscura ora verrà), o peggio ancora “Pioniere dell’Automotive” (ed Henry Ford, Ferdinand Porsche ed André Citroën muti), e resto di sasso.
Spiace umanamente, certo, e questo aldilà che il personaggio Block non mi sia assolutamente mai piaciuto in nessun modo, ma francamente certe definizioni sono ridicole.
Leggenda dei Rally? Certo, se consideriamo un Rally quella fiera del disagio esistenziale che è il Rally Legend allora sì, può anche essere, ma è il caso di farlo?
Come abbiamo fatto a passare dal Montecarlo con le tappe di avvicinamento di due settimane, o dal Tour de Corse con le speciali da 170 km a quattro sfigati con macchine false come monete da tre euro che driftano attorno alle rotonde applauditi da orde di scimmie mononeuroni?
Com’è stato anche solo possibile avvicinarsi a tutto ciò?
Non lo so, ma non è un male che affligge solo i Rally: l’Enduro, che è un po’ il Rally delle due ruote, è messo anche peggio, ed è ormai un malato irreversibile.
Prima ancora che le manifestazioni dei verdi, (maledetti, ipocriti e mai sufficientemente definiti tali) e dei divieti che, ormai ovunque, pullulano proprio per consentire ai primi di andare a fare i pic-nic nelle valli con le famigliole del Mulino Bianco lasciandosi una discarica abusiva alle spalle tutte le volte (e parlo con assoluta cognizione di causa, c’è chi lo sa e lo conferma e chi mente sapendo di mentire), sono i video, sempre più brevi e a misura di scemo, che spopolano sui social: gente che fa il backflip (il giro della morte, n.d.r.) puntando la ruota davanti contro un tronco d’albero, quelli che salgono fino al quarto piano della facciata del loro palazzo con partenza da fermo, quelli che usano dei bisonti bicilindrici da quasi 300 kg come se fossero moto da Trial.
Li vedi, e poi se non sei un ragazzino strafatto di energy drink vai a vedere chi sono, aspettandoti come minimo di trovarti d’innanzi a dei sedici volte campioni del mondo Trial, ma quale delusione (o forse no) ti assale quando scopri che, assai forse, si tratta di gente che quelle poche gare che ha fatto, se le ha fatte, le ha chiuse agli ultimissimi posti, e che proprio a causa del fallimento come piloti hanno trovato il modo di riciclarsi come trapezisti del circo Orfei del ventunesimo secolo.
Esattamente come il compianto Ken Block, che nelle pochissime gare che ha fatto si faceva suonare male anche dagli Junior con le Super 1600, stesso identico campo di gioco.
È un male fare i giocolieri? No, certo che non lo è, lo è però assurgere a Rally una buffonata fatta a favore di social e di monetizzazione.
Lo è assurgere ad Enduro una buffonata fatta a favore di social e di monetizzazione.
Stesso identico campo di gioco, dicevamo.
I Rally erano gare contro il tempo e la resistenza fisica e meccanica, in cui per primeggiare servivano delle doti, e così era la Regolarità, poi Enduro, tra le moto.
I campionati del mondo delle rispettive discipline sono ancora banchi prova tecnici ed umani di tutto rispetto, peccato che il quattordicenne medio col piercing e il cappellino storto lo ignori, e che purtroppo lo ignori anche suo padre, ormai rincretinito da una vita vissuta pericolosamente tra pippe e Drive In, che ha bruciato più cervelli della droga vera e propria.
Lo volete un esempio pratico? È presto fatto: Kalle Rovampera è un fenomeno, un baby prodigio con nessun eguale nella storia dei Rally, è campione del mondo ad un’età in cui i suoi coetanei a stento sono neopatentati, e non se l’è mai “schioppato” nessuno fuori dall’ormai microcosmo dei Rally.
È venuto al Legend a fare le capriole con una Celica Gruppo A, ed è diventato un fenomeno mediatico: contestualmente, le Celica GT-Four, che nonostante la bella linea, le bellissime prestazioni, e il palmares più ricco di ogni, singola, vettura Gruppo A degli anni ’80-’90 valeva relativamente pochi soldi, valevano relativamente poco pur in rapida salita, si sono immediatamente adeguate almeno alle Escort Cosworth nelle quotazioni, e quasi anche alle Delta Evoluzione non numerate.
Vi rendete conto? Nel 2023 tre drift attorno ad una rotonda hanno più valenza storica di 5 campionati del mondo vinti.
C’è qualcosa che non va o è solo una mia idea?
La 131 Abarth è Darniche che in Corsica batte le Stratos che vanno il triplo o è Paolo Diana che va di traverso con un coso che di 131 ha a stento il nome?
Vedete voi, ma se non ci si sveglia da questo rincoglionimento di massa sarà durissima che tra dieci anni esistano ancora delle gare.