I programmi Solido dopo Norimberga

Finito il Salone di Norimberga, Solido è già impegnata nella consegna delle novità per le prossime settimane. Per l’1:18, nel corso del mese di febbraio, usciranno l’Alpine A522 F.1 (GP d’Arabia Saudita 2022, Ocon), la Renault 5 Turbo Europa Cup 1984 (Belmondo), la Lada Niva Parigi-Dakar 1983 (Triossat/Briavoine, nella foto di apertura), la Fiat 131 Abarth Rally stradale in blu, la BMW Alpina B6 3.5S in blu metallizzato e l’Alfa Romeo Giulia GTA in bianco.

In 1:43 sono attese a giorni la Mercedes AMG C63 Black Series in “solarbeam yellow” e in “fire opal red” e la McLaren 765LT arancione o verde.

Qui sotto potrete scaricare il catalogo in pdf primavera 2023. Vi riportiamo anche il link del canale YouTube di Solido dove potrete ottenere maggiori informazioni sui nuovi stampi e sulle novità di tutto l’anno.

La Ferrari Formula 1 2023 si chiamerà SF-23

La monoposto 2023 della Scuderia Ferrari, che sarà svelata fra sette giorni a Maranello, ha un nome: si chiamerà SF-23.

La squadra torna dunque alla denominazione che ha caratterizzato quasi per intero l’era ibrida della Formula 1. La sigla SF – che sta per Scuderia Ferrari – ha infatti debuttato sulla SF15-T del 2015 ed è stata abbandonata solo lo scorso anno, con la F1-75. La cifra indica ovviamente la stagione agonistica che la vettura andrà ad affrontare.

È l’ottava monoposto ad avere nel proprio nome la sigla SF cui per la quarta volta segue l’anno agonistico. In due occasioni sono stati celebrati gli anni dalla fondazione dell’azienda (con la SF70H, SF71H del 2017 e 2018), in una occasione quelli dalla creazione della Scuderia (con la SF90 del 2019) e in una, nel 2020, il traguardo dei mille Gran Premi disputati (SF1000).

Presentata l’Alfa Romeo C43 Formula 1

Alfa Romeo F1 Team Stake ha presentato la nuova vettura 2023, la C43, con un evento in Svizzera, tenutosi contemporaneamente a Zurigo ed a Hinwil, la sede del team. La Formula 1 ha già una prima candidata al titolo di auto più bella della griglia. La C43, con una splendida livrea rossa e nera, guiderà Valtteri Bottas e Zhou Guanyu alla ricerca di un costante miglioramento nel Campionato Mondiale del 2023.
Attraverso un video alquanto suggestivo, la C43 è emersa da materiali grezzi e parti atomizzate; l’assemblaggio che ne deriva simboleggia il modo in cui la squadra è costituita: singoli individui che si integrano, ognuno con un ruolo importante nell’assicurare il successo dell’Alfa Romeo F1 Team.
La livrea è disegnata del Centro Stile Alfa Romeo.
Progettata dal team di tecnici guidato da Jan Monchaux e spinta da un nuovo propulsore Ferrari, la C43 è un’evoluzione della C42: conseguentemente alle modifiche regolamentari introdotte dalla FIA, la C43 presenta aggiornamenti e parti completamente nuove, che sono state oggetto di un accurato sviluppo volto ad un ulteriore miglioramento nel 2023.
La vettura è ora pronta a scendere in pista in una sessione di shakedown, prevista per questa settimana a Barcellona, e per i test invernali in Bahrain, alla fine del mese.

FIA-WEC: l’Alpine Elf Team annuncia i sei piloti per il 2023

L’Alpine Elf Team (nella foto, la squadra ritratta a Sebring nel 2022) torna quest’anno in LMP2, nell’attesa di fare la propria ricomparsa in futuro nella classe regina del FIA-WEC. Lo schieramento dei sei piloti che guideranno le due A470 in classe LMP2 è stato reso noto nella sua completezza: la vettura numero 36 sarà pilotata da un trio tutto francese, composto da Matthieu Vaxivière, Julien Canal e Charles Milesi. Sulla A470 numero 35 si alterneranno invece il brasiliano André Negrão, il messicano Memo Rojas e il britannico Olli Caldwell. Ricordiamo che la prima prova del FIA-WEC 2023 è in programma a Sebring in marzo. Un altro pilota dell’Alpine Elf Endurance Team, Nicolas Lapierre, sarà impegnato nel corso della stagione nello sviluppo del prototipo LMDh, progettato in collaborazione con Oreca.

Un salto a Treviglio

Ieri, domenica cinque febbraio 2023, presso il polo fieristico di Treviglio si è tenuta l’omonima borsa scambio dedicata al giocattolo d’epoca.

Che tipo di appuntamento è stato? Per quanto certamente diverso sia per contenuti che per dimensioni rispetto alle più quotate manifestazioni analoghe, si è comunque trattato di una borsa simpatica, con buone capacità di sviluppo e, comunque, abbastanza ricca di curiosità e buoni pezzi.

Girando tra i banchi – non moltissimi per la verità – non era difficile imbattersi in modelli, e memorabilia in genere, di buona qualità e, va detto, abbastanza modico prezzo date le condizioni e il mercato.

Si poteva trovare una buona selezione di kit del tempo che fu, sia intesi come kit in plastica in scala media che di speciali, e non mancavano chicche come una piuttosto rara Ferrari BB gialla Solido Serie 10 completa di scatola (che veniva proposta a 15€) o alcuni ottimi modelli Märklin o Dinky: nulla di veramente eclatante, poche scatole, ma quel gusto di ritrovo che mette allegria.

Poteva capitare, anche, di imbattersi in una prima stampa di “Le Mie Gioie Terribili” di Enzo Ferrari, che non è libro tale da incontrarsi tutti i giorni.

Moltissime erano le moto, per la gioia di chi scrive, da sempre assai sensibile all’argomento.

Che dire, dunque, tirando le somme? Un evento da sviluppare ma già molto interessante, cui ci sentiamo di augurare un ottimo successo per il futuro.

I primi kits in metallo bianco. Episodi della vita modellistica di un B.I.B.

Testo e foto di Marco Nolasco

Quella abbuffata fu seguita da una pausa di qualche decennio, durante la quale mi limitai quasi esclusivamente a collezionare modelli finiti e a volte neanche quello.

Con l’avvento di Internet e della relativa ricca documentazione, e con il trascorrere degli anni, rinasce nel nuovo millennio la voglia di riprovarci, ma lo spirito è sempre quello, migliorare il più possibile modelli che però sono ormai del tutto inadeguati, comunque ecco il risultato delle mie battaglie contro i mulini a vento.

Vi risparmio lunghi e noiosi wip. Aggiungo però che, rispetto ai primi anni, è cresciuta l’ importanza della fase preparatoria di ricerca storica, che sotto certi aspetti è diventata ancora più intrigante della realizzazione del modello. Scelgo la versione in base alle caratteristiche del modello, tenendo conto che qualcosa posso modificare, ma molto no, in base all’importanza della gara e al risultato raggiunto e ovviamente in base alla documentazione disponibile.

Ho scritto che vi avrei risparmiato i wip, ma mentivo, almeno un poco. Qualche cenno forse è il caso di aggiungerlo;

Nella Ferrari 340-375 Nuerburgring 1953 ho dovuto riprendere il giro calandra perché in origine era piatto, mentre nella realtà il labbro superiore è molto più pronunciato di quello inferiore

-Nella 375 plus ho cambiato versione e di conseguenza ho dovuto montare il poggiatesta carenato. Inoltre ho aggiunto i numerosi rivetti caratteristici di questa vettura utilizzando quelli in resina per i carri ferroviari in scala H0 della americana Archer. Molto difficile per me applicarli e verniciarli senza che sparissero tra i flutti della vernice…

-Per contro, nella Mercedes, ho eliminato uno dei due poggiatesta , che è proprio quello finito sulla 375.

-Per le Jaguar sono state necessarie molte modifiche alla scocca per adeguarle alle versioni prescelte.

-Stessa cosa per la Talbot-Lago, ma in questo caso per correggere i numerosi errori.

-Il bisiluro è stato in buona parte ricostruito. Sono rimasti solo i due siluri, ma profondamente modificati.

In tutte ho lavorato di stucco e lamierino e ho sostituito molti dettagli stampati con la scocca con altri in parte auto-costruiti.

I primi kits in metallo bianco. Episodi della vita modellistica di un B.I.B.

Testo e foto di Marco Nolasco

Dopo qualche anno scoprii le bombolette spray e i vari accessori “after market”, in primis le ruote con “veri” raggi di MRF e simili. Di seguito qualche lavoro di questa seconda fase, in cui aumenta la ricerca del dettaglio e della fedeltà. Ad esempio il sedile della Mercedes W196 dipinto a mano con pennello e Rapidograph per simulare il tipico tessuto scozzese. E pazienza se i gallettoni delle ruote sono a due lobi invece che a tre…

A proposito dei consigli di Fadini, scelsi di realizzare una vettura di Stirling Moss invece del “solito” Fangio proprio perché così era quella di Fadini su Quattroruotine. E fu sempre lui ad avvertire che la bandiera americana sulla destra della Cunningham aveva il riquadro delle stelle invertito!

I primi kits in metallo bianco. Episodi della vita modellistica di un B.I.B.

Testo e foto di Marco Nolasco

Innanzitutto vi devo una spiegazione, l’acronimo B.I.B. nasce nei primi anni della mia frequentazione del Forum di Modelli Auto, significa Bottom Italian Builder, in contrapposizione ai Top Japan Builder i cui capolavori spopolavano all’epoca in quelle pagine.

Sotto quella sigla presentavo le mie elaborazioni e i miei montaggi di alcuni vecchi kits in metallo bianco degli anni ‘70, in particolare modelli di auto da competizione di John Day, ma non solo.

Negli ultimi anni li ho rimontati cercando di migliorarli il più possibile, tenendo conto delle mie scarse capacità, talvolta mantenendo la versione prevista dal costruttore, talvolta cambiandola.

Premesso che dei propri modelli ognuno fa quello che vuole (anche se, per esemplari di particolare pregio e/o rarità al riguardo ci sarebbe forse da ridire), è “lecita” una operazione del genere, che fa perdere per sempre al modello le sue caratteristiche originali, dal punto di vista della storia del modellismo? Me lo sono chiesto diverse volte e penso che tutto sommato si possa fare. Certo, nel caso di un kit intonso e completo ancora nella sua confezione originale molto probabilmente lo lascerei così o, al più, lo monterei “da scatola”, stato di conservazione delle decals permettendo, ma i miei erano modelli già “sverginati” all’ epoca e in modo piuttosto maldestro.

Lecita, forse, ma anche “di buon senso”? Si tratta di kits molto semplici e spesso con molti errori, non tutti rimediabili. Ne vale la pena? Dall’esterno probabilmente no, ma mi intriga la sfida con me stesso per vedere fin dove posso arrivare e farlo con modelli di scarso pregio e a costo zero mi permette una leggerezza che non avrei altrimenti.

Negli anni ’70 i primi kits si montavano rigorosamente da scatola, seguendo le scarne istruzioni quando c’ erano, e si dipingevano a pennello. D’ altronde, erano anni in cui i modelli industriali erano quasi tutti con le ruote veloci e spesso modellati con l’accetta. I primi speciali ci sembravano autentiche meraviglie!

Pochi montatori arrivavano ai livelli di pulizia e di fedeltà di Ugo Fadini e dei modelli presentati su Quattroruotine, ma quelle foto e i suoi consigli erano un continuo stimolo a provarci e a migliorare.

Io avevo già qualche esperienza di elaborazioni di modelli industriali e mi gettai in questo nuovo settore.

Ecco qualche mio montaggio di quel periodo.

Si vive una volta sola e forse nemmeno quella

di Riccardo Fontana

“Incominciai a rendermi conto che non era più solo una corsa. Questa era qualcosa di più grande e impegnativo: era la battaglia della razza umana contro tutto quanto la sua mente aveva saputo inventare. Tutto ciò che l’Uomo aveva fatto con il cervello e le mani stava cospirando per ucciderlo: le auto che aveva costruito, le strade che aveva tracciato, le case, i muretti, i ponti.

Continuammo senza mai alzare il piede.”

Questa dichiarazione, forse tra le più evocative che la Storia del Motorsport ricordi, la fece Denis Jenkinson appena terminata la Mille Miglia del 1955, che vinse a tempo di record come copilota di Stirling Moss.

È veramente un qualcosa che dà i brividi, e soprattutto lo fa il distacco che se ne evince in termini di rapporto con il rischio e la morte che avevano i piloti di quell’epoca.

E, in realtà, anche di epoche successive e, forse, nonostante misure di sicurezza modello-ufo e le insopportabili mise da fighetti leopardati, hanno ancora oggi nel 2023.

Già, ma era davvero distacco o, assai più serenamente, consapevolezza della quadratura celeste? Com’è possibile essere così apparentemente fortunati da poter fare una vita da sogno – perché resti chiaro che quella è una vita da sogno, l’unica che possa essere definita tale assieme a quella di Rocco Siffredi – e darle così poco peso?

Incoscienza? Probabilmente no: paradossalmente, direi posatezza, e consapevolezza della propria fortuna.

Innanzitutto, occorre interrogarsi su cosa sia la vita, e su cosa ognuno di noi desideri farne: in questo siamo tutti diversi, a volte anche di parecchio, ma esistono certi punti fermi su cui forse vale la pena soffermarsi.

In primis, noi poveri “peones” ordinari abbiamo delle priorità che sono, per usare un gigantesco eufemismo, deprimenti.

Pensateci: il cosiddetto rappresentante del ceto medio, che poi sarebbero uno cui viene data l’illusione di stare bene ma che in realtà, dentro la capoccia, sta peggio di un qualunque membro del ceto umile, che priorità ha? Lavorare fortissimamente fregando il vicino di scrivania, spesso facendo un lavoro che gli fa schifo e facendolo a 100 km da casa, solo per pagare le bollette, la rata della macchina, il mutuo della casa, e per fare due regali alla mogliettina del Mulino Bianco che, a sua sola insaputa in tutto il quartiere, si intrattiene carnalmente col macellaio da un paio d’anni.

Si alza alle sei del mattino, dopo due ore di coda arriva a Milano alla fabbrica di tapparelle o di graffette dove lavora come vice-responsabile dell’ufficio sinistri, beve ottantasei caffè, al terzo infarto del pomeriggio gli consentono di andare a casa, dopo altre due ore ci arriva, mangia la zuppetta con la macellaia in bigodini e… Dorme. Secco. Cosa diavolo vuoi fare dopo una giornata così, andare a far maranza?

È forse questa una vita appagante, una vita da tenersi stretta? 

Se, ad un diretto interessato, questo discorso lo si fa “live”, parte il solito messaggio pre-registrato dalla segreteria telefonica del cervello, che recita “ma comunque io sono un privilegiato, tanti altri questa vita se la sognano”.

Oh assolutamente sì, come pure tanti altri, sognandosela, si svegliano tutti sudati e non riescono più a prendere sonno.

Penso a me stesso per una volta, non scrivo mai aneddoti personali ma stavolta devo: quando avevo diciotto anni, facevo Enduro assiduamente, e rispetto agli altri ragazzini che giravano con me andavo parecchio forte. Mio padre, che pure mi aveva reso il demente invasato di motori che sono, non mi ha mai lasciato correre: diceva che guidavo senza testa (piante non ne ho mai abbracciate e a rompermi un ossicino ho dovuto aspettare fino ai trent’anni) e che l’importante nella vita era non diventare un monito per gli altri.

“Diventare un monito per gli altri” era la costruzione “alta” del più prosaico “ammazzarti, così da diventare un messaggio alla prudenza per gli altri”.

È un discorso assai condivisibile se visto con gli occhi di un genitore, peraltro parecchio affettuoso, com’è stato il mio amatissimo Vecchio, e non gliene ho mai voluto, nemmeno all’epoca.

Il fatto, però, è che lui, che a 14 anni sognava di diventare un meccanico da corsa, morì poco dopo, a nove mesi dalla pensione, dopo una vita come tecnico informatico all’IBM, e morì in un letto d’ospedale, abbastanza male tra l’altro.

Visse, si levò degli sfizi certo, ma fu sempre una vita ingiustamente castrata e castrante.

“Diventare un monito”, dicevamo.

I piloti fanno il loro, e quando capita che si ammazzino facendo ciò che vogliono, giovani, in piena salute, spensierati e godendo di una vita che per noi poveri scemi non è quasi nemmeno sognabile: a me lascia perplesso l’uomo della strada che parla della “Tragedia di Guidizzolo”, primo per i motivi sopraelencati, e secondo perché, nella sua insensatezza, non pensa ai bambini (poveri contadini, tra l’altro) falciati dalla Ferrari del Marchese De Portago per i quali veramente avrebbe senso, e molto, parlare di “Tragedia”, no, parla proprio della morte dei due piloti, Alfonso De Portago ed Eddy Nelson.

Alfonso De Portago aveva, alla Mille Miglia del ’57, 28 anni: era un pari di Spagna, girava senza bagaglio per seguire i suoi affari, non aveva nemmeno idea di quanti soldi potesse avere ma, comunque, ne aveva cento volte di più di quanti riuscisse a spenderne (ed era uno che riusciva a spenderne tantissimi).

Era pieno di donne: l’ultima sua foto in vita lo ritrae al controllo orario di Roma, seduto nella Ferrari 335, mentre bacia appassionatamente Linda Christian, famosa e splendida attrice dell’epoca e madre di Romina Power.

“The kiss of Death” la chiamarono quella foto, e finì anche sul Times.

Edmond Gurner Nelson era il suo amico-tuttofare, di fatto alle dipendenze del Marchese, e anche per questo se la passava benissimo, come il suo “principale”.

Capite? Peppino il fabbrica-chiodi di Usmate Velate, che morirà in completa solitudine a novant’anni in un ospizio per non-autosufficienti, che dà dei poveri sfigati a due così.

Per come sono io, meglio trenta o quarant’anni bruciando al triplo della velocità che novanta tra tapparelle in plastica e Temptation Island: farò ciò che devo.

Tutti dovremmo farlo, prima che sia troppo tardi.

La Ferrari F.1 2023 fa sentire la sua voce

La mattina dello scorso 3 febbraio nel reparto Montaggio Veicolo la monoposto 2023 della Scuderia Ferrari ha fatto per la prima volta sentire la sua voce. Il motore montato in vettura è stato infatti acceso poco dopo le ore 11. Ad assistere, insieme al Team Principal, Frédéric Vasseur, molti membri della squadra tra cui il Vicepresidente Piero Ferrari e il CEO Benedetto Vigna.

Quello del “fire-up” – così si chiama in gergo la prima accensione della monoposto – è un momento particolarmente importante per ogni squadra di Formula 1, perché si tratta della occasione iniziale nella quale telaio e motore operano insieme, dopo mesi di lavoro e sviluppo nei rispettivi reparti. Il V6 ibrido ha fatto sentire il proprio rombo per poco meno di due minuti, il tempo di accertarsi del corretto funzionamento delle varie componenti. Al termine della prova è arrivato l’applauso del team. Il silenzio è poi tornato in reparto e la squadra si è rimessa al lavoro sulla monoposto che sarà ufficialmente presentata martedì 14 febbraio a Maranello alle ore 11.25.