Ricordo di André Malherbe

di Riccardo Fontana

Oggi è un giorno triste, perché André Malherbe se n’è andato, e con lui un altro degli eroi del motocicli degli anni ’70 e ’80 ci lascia.
Nato a Huy, in Belgio, il 24 marzo del 1956, “Dedé”, o “Hollywood”, com’era soprannominato dagli appassionati per la tenuta da gara bianca che portava davvero come un divo del cinema, fa parte delle Leggende del Motocross: fu, in un’epoca in cui l’età media dei piloti era molto più alta di quanto non sia oggi, uno dei primi esempi di “baby fenomeno” di cui si abbia memoria, e quando nel biennio 1973-1974 sbaragliò totalmente il campo nel Grand Prix FIM 125, antesignano del Campionato del Mondo Motocross classe 125, nel suo Belgio era già molto noto.
Fu in questa sua avventura uno degli alfieri di Frau Doktor Elizabeth Mann, appassionatissima direttrice del reparto corse della Zündapp, un’entità mitologica che stava al fuoristrada in genere come la Ferrari alle corse automobilistiche.
Qualche intemperanza giovanile ne frenò i risultati nei due anni successivi, ma nel 1977 tornò più forte che mai, e con un KTM 250 pressoché di serie finì terzo nel Mondiale 250, dietro i suoi due compagni di squadra russi Moiseev e Kavinov, che disponevano di mezzi completamente ufficiali.

Un André Malherbe diciottenne, vincitore del Grand Prix FIM 125 nel 1974, su Zündapp

Nel 1978 passò alla 500 sempre con KTM, per poi trasferirsi in Honda a partire dalla stagione successiva: vinse per tre volte il Campionato del Mondo con le Honda ufficiali degli anni ’80, le moto più aliene della storia del cross, nel 1980, 1981 e 1984, e per altre tre volte si classificò secondo di misura a fine anno.
Fu in quegli anni che nacque “Hollywood”: fisico asciutto e potente (d’altronde, la Classe 500 due tempi era un qualcosa di alquanto tignoso…), abbigliamento bianco attillato per mettere in risalto gli sponsor, stile composto, educato come un nobile, solito presentarsi sui tracciati del Mondiale guidando a rotazione una delle sue Ferrari, una Testarossa e una Dino 246.

1977, classe 250

A fine 1986, ad appena trent’anni, decise di passare all’automobilismo: ebbe qualche buon risultato in Formula 3, ma forse per l’età non più adatta ad un debuttante, o forse per un irresistibile richiamo, si sarebbe presentato al via della Parigi-Dakar del 1988, con il team Sonauto Yamaha di Jean Claude Olivier.
Vinse una tappa, navigava in buona posizione, ma nella tappa da Bordj Omar Driss a Tamanrasset cadde su una piccola duna di sabbia alta meno di mezzo metro: l’incidente fu tutto sommato banale, ma Dedé cadde sulla testa.
Raccontò di aver sentito immediatamente una sensazione di freddo pervadergli tutto il corpo, e al contempo di aver smesso di sentire qualunque cosa dal collo in giù.
A peggiorare la situazione, fu portato malamente in una precaria stalla poco distante dal luogo dell’incidente, dove attese per molte ore l’arrivo dei soccorsi, senza disporre di un’adeguata assistenza medica.
Al ritorno in Francia il verdetto fu terribile: Hollywood non avrebbe mai più potuto camminare, né muovere le mani.
Cominciava una nuova vita per lui, che cercò di vivere nel migliore dei modi circondato dall’affetto della famiglia e di un amico molto speciale, Jean Claude Laquaye, anche lui ex-pilota, che lo ha assistito sino all’ultimo.
Sino ad oggi, appunto.
Adieu Dedé, nous ne t’oublierons jamais.

Foto Honda di fine stagione 1984, dal primo all’ultimo: André Malherbe, Eric Geboers, e David Thorpe

Nella foto di apertura, Malherbe al Trofeo delle Nazioni del 1980.

Due Porsche Al Holbert Racing di Madyero

Due nuove edizione di Madyero (solo montate) sono da ora disponibili. Si tratta di due Porsche dell’Al Holbert Racing, la Trans-Am Watkins Glen 1976 (versione standard) e l’IMSA Mid-Ohio 1977, con carrozzeria 934/5. Come al solito, il lavoro sui modelli è stato di ottimo livello, con cerchi torniti, interni dettagliati, rifinitura accurata su decals e molti particolari. Questi pezzi sono in vendita al seguente link: https://www.geminimodelcars.com/search?q=Madyero+Holbert

A Novegro in metropolitana

A partire da sabato 26 novembre sarà possibile raggiungere il Parco Esposizioni Novegro anche in metropolitana.

Con l’apertura della Linea M4 (Blu) si potrà scendere alla fermata di Linate Aeroporto e raggiungere il quartiere fieristico a piedi (800 mt) o in autobus (una sola fermata: Novegro).

La linea M4, al momento, arriva fino a Dateo. Grazie a questa nuova connessione, il quartiere fieristico è collegato alla linea metropolitana milanese e al servizio ferroviario suburbano di Milano (Stazione Forlanini).

Stellantis e Politecnico di Torino rinnovano accordo di cooperazione su formazione e attività di ricerca e sviluppo

Oggi, a Torino, il Presidente di Stellantis, John Elkann, e il Rettore del Politecnico di Torino, Guido Saracco, hanno sottoscritto un protocollo d’intesa che conferma la collaborazione avviata nel 1999 e periodicamente rinnovata. L’obiettivo è rafforzare i progetti di ricerca e sviluppo sui temi della mobilità, sostenibilità e dell’economia circolare, coinvolgendo professori, ricercatori e studenti, congiuntamente alla tradizionale offerta di una solida preparazione tecnico-scientifica.

L’accordo supporta il Corso di Laurea in Ingegneria dell’Autoveicolo per il quadriennio 2022-2026 e le relative attività di ricerca per accelerare lo sviluppo di prodotti per la mobilità sostenibile. L’impegno da parte di Stellantis ammonta a un totale di 7,4 milioni di euro, pari ad una media annuale di 1,85 milioni di euro per lo più focalizzati sulle sfide tecnologiche proposte dal settore automotive e della mobilità sostenibile: elettrificazione, guida autonoma e interconnessa, digitalizzazione dei processi di manifattura e sviluppo di processi di fabbrica a supporto dell’economia circolare.

I risultati conseguiti nel corso del periodo 2018-2022 sono rilevanti e costituiscono una solida base di sviluppo per raggiungere nuovi traguardi. Per quanto riguarda l’attività didattica legata all’Ingegneria dell’Autoveicolo, sono aumentati nell’ultimo quadriennio gli studenti immatricolati sui due livelli (Laurea di I livello e Laurea magistrale), passando a 1878, mentre erano 1432 nei quattro anni precedenti. Sono saliti così complessivamente a oltre 4742 gli studenti immatricolati ai corsi di ingegneria dell’Autoveicolo dalla sua istituzione, nel 1999. Confermata la vocazione internazionale del corso: la percentuale di studenti stranieri si è attestata a circa il 15% degli immatricolati. È continuata inoltre un’importante attività didattica in diversi corsi annuali da parte di manager e professionisti di Stellantis. Offerto dal Gruppo anche un nutrito programma di moduli formativi volontari per gli studenti su tematiche specialistiche di progettazione e processi di fabbricazione del veicolo.

Positivo il bilancio sulla ricaduta occupazionale di questo percorso formativo: le percentuali di laureati impiegati ad un anno dalla laurea continuano ad essere tra le migliori in ambito nazionale, con il 93,3% dei laureati magistrali impiegati a un anno dal conseguimento del titolo (Almalaurea).

L’accordo ha inoltre supportato i percorsi di laurea internazionale (International Dual Master Degree) sviluppati insieme all’Università di Windsor (Canada) e all’Università di Oakland (USA).

I progetti di ricerca congiunti finanziati dall’accordo nel quadriennio 2018-22 sono stati 48 ed hanno affrontato, anche con la partecipazione di studenti, la soluzione di problemi industriali nell’ambito della propulsione elettrica, della guida autonoma, dei nuovi materiali, della manifattura additiva e dello sviluppo e applicazione delle tecnologie di industria 4.0.

Il Presidente di Stellantis, John Elkann ha commentato: “Le trasformazioni epocali che interessano il mondo dell’auto stanno cambiando non solo le diverse attività di produzione, ma anche l’intero settore della mobilità: per spostarci in modo veloce, sicuro, confortevole e rispettoso per l’ambiente è necessario sviluppare nuovi saperi, anche intensificando la relazione tra università e industria. Rinnovando la felice collaborazione avviata ormai oltre 20 anni fa con il Politecnico, rafforziamo la nostra capacità di essere protagonisti dell’auto anche nel futuro, a Torino e in tutto il mondo”.

Il Rettore del Politecnico di Torino, Guido Saracco, ha ricordato: “Il rinnovo dell’accordo con Stellantis consolida un rapporto di partnership ormai ventennale, uno dei più longevi e fruttuosi per il nostro Ateneo, che riguarda tematiche di ricerca avanzata e interdisciplinare, un approccio al trasferimento tecnologico focalizzato sulla condivisione della conoscenza. Rimane cardine dell’accordo la co-progettazione di un corso di laurea, l’Ingegneria dell’Autoveicolo, che ha rappresentato al suo esordio una novità assoluta nel panorama formativo italiano, ma ancora oggi mantiene intatta la sua grande attrattività per gli studenti grazie proprio allo stretto rapporto tra industria e accademia e alla sua dimensione internazionale che beneficia della rete di collaborazioni sia del Politecnico di Torino, che di Stellantis”.

Il Ferrari Festival a Riyadh

Si è conclusa con la passerella delle due SF71H guidate da Carlos Sainz e Charles Leclerc lungo il Riyadh Boulevard, la terza edizione del Ferrari Festival. L’evento si è sviluppato su due giorni durante i quali il pubblico ha potuto assistere alle esibizioni delle vetture del Programma XX, di due 488 Challenge Evo e della F60 con la quale Giancarlo Fisichella ha strappato numerosi applausi durante alcuni spettacolari “donuts”, assieme ad Andrea Bertolini ed Olivier Beretta.

Nella giornata di mercoledì, il gran finale con i due piloti ufficiali della Scuderia. Nei due giorni di presenza a Riyadh, luci della ribalta anche per le 488 GTE che, un paio di settimane fa, hanno regalato a Ferrari il secondo titolo consecutivo di campione mondiale tra i costruttori e ad Alessandro Pier Guidi e James Calado quello piloti. Nell’area riservata allo spettacolo, i meccanici di AF Corse si sono prodotti in simulazioni di pit-stop che hanno accompagnato le fasi di cambio pilota.

L’oggetto e il suo valore

L’oggetto in quanto medium di cultura (o più semplicemente di comunicazione) sta sparendo. Leggevo in questi giorni per alcune mie ricerche una recente raccolta di memorie di Pierre Nora, per decenni editore presso Gallimard, in cui i libri vengono passati in rassegna strettamente connessi con i loro autori e con la temperie del pubblico e degli ambienti culturali in cui vennero accolti. Libro in quanto tale, ossia oggetto cartaceo su cui è stato stampato un testo. Giustamente il testo è dal punto di vista concettuale prioritario al proprio supporto (il fatto, tutt’altro che banale, veniva posto in evidenza già nell’età antica) ma senza il suo supporto il testo non esisterebbe, non circolerebbe. Certo, almeno fino all’avvento di Internet, ma è proprio questo il punto. Qualsiasi medium, sia esso un volume, ma anche un disco in vinile oppure un CD, fino a un paio di decenni fa rivestiva un ruolo che finiva per andare oltre a quello di mero supporto. L’oggetto faceva tutt’uno col contenuto, e le conseguenze non erano trascurabili. Un libro, magari nella sua portata innovativa o addirittura rivoluzionaria, circolava, impressionava, talvolta uccideva (metaforicamente o no) perché avevo un corpo, perché era un oggetto tangibile. Nora ricordava un’annata eccezionale per la sua attività di responsabile delle edizioni Gallimard, il 1966: uscirono a distanza di pochi mesi Les mots et les choses di Michel Foucault, Problèmes de linguistique générale di Emile Benveniste, La parole chez les Dogon di Geneviève Calame-Griaule e Masse et puissance di Elias Canetti, tutti volumi destinati a cambiare la metodologia e la riflessione sulla storia. Un esempio fra i tanti, questo, riferito alle cosiddette scienze umane, ma si potrebbero citare molti altri casi di sistemi bibliografici formatisi in modo quasi naturale. La gente, anche i non specialisti, prendevano e andavano a comprare i libri, come si acquistavano i dischi. Ti restava l’oggetto, che aveva in sé una portata innovativa anche in quanto presenza fisica in una piccola raccolta di una persona colta o nella biblioteca di un intellettuale. Oggi questa corporeità si è persa in quella che ormai viene definita società liquida, per citare la concezione sociologica proposta da Bauman.

Probabilmente le generazioni future – ammesso che sopravvivano alla crescente stupidità che rischia di portarle all’autodistruzione inconsapevole – non lamenteranno più l’assenza di oggetti “solidi” e parrà loro del tutto usuale scaricare testi da Internet senza neanche stamparli o musica salvandola sugli hard disk esterni. In passato la persistenza di un oggetto nella memoria era dilatata rispetto a oggi proprio grazie alla consistenza della materia; in questo caso la materia poteva definirsi essa stessa una categoria dello spirito. Ormai in molti paesi che hanno fatto la storia del pensiero negli ultimi secoli lo scioglimento del substrato costituito dall’ “hardware” (ricordate già il Calvino delle Lezioni Americane?) ha provocato la disgregazione degli elementi fondanti il pensiero occidentale: l’antica tradizione letteraria dell’umanesimo classico, la solida formazione civico-politica e l’apporto nuovo legato all’acquisizione del sapere “positivo” della scienza. Con la società liquida è finita probabilmente anche l’era ideologica (in senso neutro, non negativo), sviluppatasi in un rafforzamento del professionalismo acritico degli esperti e dei tecnici – o tecnocrati. Sembra che abbandonando gli oggetti abbiamo abbandonato almeno in parte la capacità di circolazione e di penetrazione dei loro contenuti.

Vorrei concludere questa breve riflessione con una nota sul nostro mondo modellistico. Anche qui l’oggetto si è parzialmente staccato dalla sua funzione, forse per altri motivi rispetto a un libro o a un disco, ma le conseguenze sono comunque evidenti: oggi i nostri modelli, che sgorgano a tonnellate da Internet, non sono più in grado di segnare un’annata. Sono contraddistinti da anonimi numeri di catalogo, e anche se ancora materiali sono diventati intrinsecamente liquidi. Salvo poi diventarlo concretamente quando i produttori non li costruiranno più limitandosi a proporre file 3D da acquistare sugli shop online.

24 Heures du Mans, 100 ans de légendes 1923-2023

Un primo volume in occasione del centenario della 24 Ore di Le Mans è in uscita oggi. Edito da Gründ e scritto da Gérard Holtz, Julien Holtz, Basile Davoine e Denis Bernard, è una sorta di riassunto, comprendente cifre, statistiche e curiosità, sulla gara della Sarthe. In 336 pagine vengono ripercorse tutte le edizioni a partire dalla prima, del 1923, con dovizia di particolari, probabilmente non ad uso degli specialisti ma per chi voglia farsi rapidamente un’idea di quello che è stato ed è tutt’oggi la 24 Ore di Le Mans. Il volume è disponibile direttamente sullo shop online ufficiale della 24 Ore: https://boutique.lemans.org/fr/librairie-papeterie/2816-ouvrage-100-ans-de-legendes-grund-24-h-du-mans-1923-2023.html?utm_source=EMAILING&utm_medium=PUSH&utm_campaign=ACO_BOUTIQUE_2022&utm_content=MIX_BU_LIVRE_FR

Rino Robustelli e l’Alfetta GTV dell’Autovama

I lettori perdoneranno i molti riferimenti autobiografici, ma quando ci vuole ci vuole. Per noi collezionisti di lunga data ricevere un pacchetto da Paolo Tron con la sua scrittura è un salto nel passato. La macchina del tempo esiste e sono questi modelli che ci stanno accanto da sempre. E se la cosa si è ripetuta stamani, significa: a) che siamo ancora vivi, il che è tutto sommato positivo; b) che certe emozioni non appartengono solo al passato ma anche al presente. Protagonista, un’Alfetta GTV Gr.2 di Solido. Ma non un’Alfetta qualsiasi. La versione Autovama montata ed elaborata dal kit dal grande Rino Robustelli, il quale come sempre firmò il pianale, aggiungendo la sigla “F.S.” che ovviamente non vuol dire Ferrovie dello Stato ma fuori serie. Non ho mai montato il kit a suo tempo, ma mi aveva sempre affascinato la versione da pista proposta a fianco delle due da rally, la vettura dell’Autovama di Monza 1978. Il motivo è semplice. Da ragazzino passavo decine di volta di fronte alla concessionaria Alfa Romeo Autovama a Firenze per ammirare quella GTV esposta nel salone. La vettura era in condizioni originali, con i graffi delle battaglie, la vernice crepata, alcune ammaccature, insomma una splendida “conservata”. Anni e anni più tardi, nel 2007, mi venne in mente di scrivere un articolo sulla storia dell’Autovama per Auto d’Epoca. Ero in ottimi rapporti con la dirigenza e mi fu facile ottenere tutte le informazioni e le foto di cui avevo bisogno. Nei primi anni settanta nacque a Firenze una concessionaria Alfa Romeo, che veniva così ad affiancarsi ad una vera e propria istituzione, la SCAR Autostrada che aveva fatto parlare di sé per i numerosi successi delle Giulia GTA fra la fine degli anni sessanta e l’inizio del decennio successivo. La nuova concessionaria Alfa, voluta dal commendator Valerio Manzo, prese il nome di Autovama (dalle prime due lettere del nome e cognome del fondatore), e già dai suoi primi passi si caratterizzò, come i “cugini” della SCAR Autostrada, per una predisposizione entusiastica all’attività sportiva. Di fatto, dopo qualche tempo di attesa, l’attività dell’Autovama iniziò nel 1974 e già dopo pochi mesi la concessionaria fiorentina si trovava impegnata nelle competizioni con le vetture del Biscione, prima in qualche salita o rally locale, poi in manifestazione sempre più importanti.

Dopo i successi con le “Turismo di Serie”, i vertici dell’Autovama iniziarono a guardarsi intorno per affrontare qualcosa di più sostanzioso. In quel periodo, tuttavia, chi volesse correre con le Alfa Romeo si trovava di fronte ad una situazione non troppo facile: fino a due o tre anni prima, la Giulia GTA nelle sue varie versioni riusciva ancora ad esprimere un potenziale notevole, anche nell’impegnativo Campionato Europeo Turismo, ma era ormai evidente che gli obiettivi dell’Autodelta erano rivolti ad altri modelli se non ad altre categorie. Dopo la felice stagione della GTA, l’Alfetta berlina e l’Alfetta GT sembravano esserne le eredi designate: delle due nuove alternative l’Alfetta GT avrebbe avuto una carriera agonistica piuttosto lunga e costellata da alcuni importanti successi, anche se difficilmente paragonabili a quelli della Giulia GT. In ogni caso l’arrivo dell’Alfetta GT segnò una certa continuità nella presenza dell’Alfa nel turismo, una presenza peraltro legata esclusivamente all’iniziativa di team e squadre private. Per la stagione 1976 l’Autovama, accumulata una certa esperienza, decise di dedicarsi alla gestione di una delle Alfetta GTV 2000 Gruppo 2 che l’Autodelta offriva ai clienti sportivi. La GTV 2000, mi disse Fiorenzo Manzo, figlio del fondatore dell’Autovama, era basata sull’omologazione del modello americano, visto che al momento in cui si decise di avviare il programma della Gruppo 2 il modello non era ancora in commercio sul mercato europeo, dove era disponibile invece la 1800. L’Autovama fu quindi la prima a ricevere la vettura, della quale l’Autodelta realizzò pochissimi esemplari. Dopo l’Autovama scese in pista con l’Alfetta GTV anche la SCAR Autostrada. L’obiettivo dell’Autovama era doppio: Campionato Italiano ed Europeo Turismo.

Vittorio Ciardi al volante dell’Alfa Romeo Alfetta GTV Gr.2 Autovama alla 4 Ore di Monza 1976. I codolini anteriori col bordo rotondeggiante saranno in seguito sostituiti da elementi di forma più angolosa

Proprio quell’anno venne introdotto il nuovo allegato J della Federazione Internazionale, che portava una mezza rivoluzione nei regolamenti tecnici, con l’entrata in vigore di un Gruppo 5 concepito per le Silhouette. Il Gruppo 2 ricevette delle normative più restrittive rispetto al periodo 1970-1975, come ad esempio il divieto di omologare in cento esemplari parti speciali o la riduzione delle misure dei passaruota allargati. Quattro le divisioni in relazione alla cilindrata: I divisione fino a 1300cc, II divisione da 1301 a 2000cc, III divisione da 2001 a 3000cc e IV divisione oltre 3000cc (nel 1977 sarebbe stata aggiunta la divisione da 1600cc). Furono rivisti in linea generale anche le misure dei cerchi, il peso minimo e la capacità del serbatoio benzina, in base a una tabella con undici fasce di cilindrata: l’Alfetta GTV Gr.2, rientrante nella terza fascia (1601-2000cc), venne ammessa con cerchi da 11,5”, peso minimo di 845 kg e serbatoio da 100 litri.

La prima gara dell’Europeo Turismo 1976 fu il Trofeo Mario Angiolini in programma a Monza il 28 marzo, e l’avventura dell’Alfetta GTV Gr.2 fiorentina iniziò come meglio non si poteva: alla fine delle quattro ore di gara Amerigo “Joe” Bigliazzi e Vittorio Ciardi tagliarono il traguardo addirittura terzi assoluti (e primi di divisione) preceduti soltanto dalla BMW 3.0 CSL di Xhenceval/Dieudonné e dalla Chevrolet Camaro di Tobiasson/Host. Un risultato sorprendente soprattutto su una pista veloce come Monza, dove la potenza del motore giocava in teoria un ruolo fondamentale. Ma la piccola GTV, che naturalmente non poteva competere quanto a velocità di punta con le vetture della quarta divisione come le BMW o le Camaro, aveva dalla sua un’eccezionale maneggevolezza, che permettevano al pilota di “staccare” tardissimo, e una velocità di percorrenza in curva sorprendente. Nel computo del giro, insomma, ciò che veniva perduto alla fine dei rettifili, era recuperato nelle curve e sul misto. Ci misero del proprio anche i piloti: il senese Bigliazzi era veramente un duro, uno che non mollava mai. Ad un certo punto andò a lavorare direttamente nel reparto motori, e il suo apporto fu sempre fondamentale. Nella prova successiva di Salisburgo la GTV di Bigliazzi/Ciardi venne battuta da una Volkswagen Scirocco di un team tedesco, e un altro secondo posto arrivò al Mugello, con Dini/Belli vittoriosi di divisione al volante di una vettura gemella. L’Alfetta GTV Gr.2 cresceva in affidabilità e anche in prestazioni, e un’ulteriore prova di robustezza venne fornita alla 24 Ore di Spa, dove sulla macchina dell’Autovama salirono il solito Amerigo Bigliazzi, il collaudatore ufficiale dell’Alfa Romeo Teodoro Zeccoli e Claude Crespin, un giovane molto grintoso ma buon conoscitore del tracciato delle Ardenne (e questa è la versione standard Solido, venduta montata). L’esperienza di Zeccoli (uno capace di portare sempre in fondo la vettura) unita alla determinazione di Bigliazzi e Crespin fruttarono un sesto posto assoluto e quarto di II Divisione. I tempi erano ormai maturi per un “colpaccio”, che puntualmente arrivò alla 500 Km di Vallelunga, agli inizi di settembre: in una giornata particolarmente calda le due BMW preparate da Luigi si scannarono in una lotta senza quartiere, che causò diversi problemi di surriscaldamento e di perdita di potenza. Una delle due CSL fu costretta al ritiro, mentre l’altra non andò oltre il quarto posto. Fu proprio l’Alfetta GTV Autovama, pilotata da Bigliazzi e da Spartaco Dini, a tagliare il traguardo in prima posizione assoluta dopo quattro ore di gara. Completarono il successo Alfa Romeo il secondo posto dell’altra Alfetta di Belli/Ciardi e il terzo della Giulia 2000 GTV di Ghislotti/Fornera. Altri successi di divisione (con doppio terzo posto assoluto) arrivarono per Bigliazzi/Dini nelle due prove conclusive della stagione, all’Access RAC Tourist Trophy di Silverstone il 19 settembre e alla 4 Ore di Jarama il 3 ottobre. Grazie a questi risultati l’Alfa Romeo conquistò il titolo di divisione, piegando la concorrenza di BMW e Ford tornando alla vittoria in Gruppo 2 dopo diversi anni, mentre Amerigo Bigliazzi fu il miglior pilota di II Divisione, oltre ad aggiudicarsi il titolo italiano. Rispetto alla concorrente sulla carta più agguerrita, la Ford Escort MkII, più veloce ma fragile, l’Alfetta GTV 2000 aveva saputo mettere a frutto l’arma dell’affidabilità e probabilmente della maggiore modernità del progetto complessivo, con una ripartizione dei pesi favorevole e una frenata sicura.

4 Ore di Monza 1976: la debuttante Alfetta GTV Gr.2 di Bigliazzi/Ciardi supera in staccata la Ford Escort RS Mk.II di Poole/Cochesa

Spesso le Ford Escort si involavano nelle prime fasi di gara, salvo poi dover rallentare o fermarsi ai box a causa di problemi ai freni o di surriscaldamento. Sebbene non coinvolta ufficialmente, l’Autodelta seguiva da vicino lo sviluppo dell’Alfetta GTV. Ma la gestione in pista veniva fatta tutta a spese del team fiorentino. Per fortuna Manzo senior era un grande sostenitore delle corse e credeva nel ritorno d’immagine derivato dall’attività agonistica. L’Autodelta mandava per tutte le corse i motori già pronti (ce n’erano in totale tre, revisionati a rotazione), il capofficina Settimio, personaggio ‘storico’ dell’Alfa, e un meccanico motorista di supporto, un certo Migliavacca, uno che riusciva a fare autentici miracoli. Settimio e Migliavacca si amalgamarono perfettamente con la squadra. Si lavorava di notte, finendo alle quattro di mattina. Dopo ogni gara l’ingegner Chiti veniva messo al corrente dei risultati e del comportamento della macchina. Chiti non venne mai di persona alle gare, impegnato com’era prima con la 33TT a dodici cilindri, poi con la Formula 1. Mandava però l’ingegner Marelli, che allora era direttore sportivo dell’Autodelta. Sulla GTV furono apportate via via alcune modifiche: quella esteticamente più appariscente fu il passaggio dai codolini anteriori rotondeggianti ad altri di forma squadrata, per coprire interamente la ruota. Nel corso del ‘76 venne sperimentato un motore a iniezione Spica di Facetti, più potente rispetto al propulsore tradizionale a carburatori ma un po’ povero ai bassi regimi, e l’idea venne accantonata abbastanza presto.

Nel 1976 l’Autovama trovò anche il tempo per preparare un’Alfasud Ti Trofeo destinata al nuovo monomarca, per Tamburini, ma la vittoria finale andò a Niccolini, che correva con i colori della rivale SCAR Autostrada, davanti a Pizzi e Vasta.

L’anno successivo l’Autovama si ripresentò nell’Europeo Turismo, ottenendo altri ottimi risultati nelle prime gare della stagione: secondo posto assoluto e primo di divisione a Monza con Bigliazzi/Merzario, terzo posto assoluto e ancora primo di divisione a Salisburgo con Bigliazzi/Facetti, sesto assoluto e primo di divisione a Pergusa con Bigliazzi/Dini. “Ricordo ancora la grande prestazione a Monza – mi raccontava Fiorenzo Manzo – con Arturo Merzario che in frenata riusciva a riprendere le Jaguar XJ12C col motore da 5300cc”.

Poi le partecipazioni si fecero meno frequenti, perché la vettura iniziava a sentire il peso della concorrenza soprattutto in fatto di velocità di punta: i motori delle Ford Escort, in pratica delle unità di Formula 2, iniziavano ad essere troppo potenti per un propulsore ancora “vecchia maniera” con testa omologata 8 valvole e senza doppia accensione come quello che equipaggiava l’Alfetta GTV Gr.2. Oltretutto i costi di gestione stavano diventando davvero proibitivi. Così la GTV terminò la propria carriera, restando esposta per anni e anni nel salone dell’Autovama in Via del Sansovino nella periferia di Firenze, con alcuni dei trofei vinti in bella mostra sul tettuccio. Finalmente, agli inizi degli anni duemila, l’idea di farla rivivere. Una bella “rinfrescata” per cancellare i segni del tempo, una nuova preparazione al motore, e la GTV tornò a correre, stavolta nelle gare per autostoriche, nelle cronoscalate e in pista. Purtroppo il restauro fece piazza pulita dei segni del tempo, così preziosi per l’appassionato di storia: la carrozzeria venne completamente riverniciata, perdendo ogni originalità (ricordo che con gli anni era diventata praticamente color avorio, ma che fascino…). Certo, la scelta era quasi obbligata: se si voleva riportare la GTV sui campi di gara, un rifacimento piuttosto invasivo era inevitabile. Ma non sarebbe stato meglio prendere una GTV qualunque, trasformarla in versione corsa lasciando in pace l’originale? Misteri. L’Alfetta Autovama fece diverse apparizioni nelle cronoscalate con Roberto Benedetti, suscitando la curiosità di chi non l’aveva mai vista in azione e la nostalgia di chi magari se la ricordava ancora lottare a Monza contro le Escort e le BMW.

Il modello elaborato da Robustelli ha tutte le caratteristiche delle sue trasformazioni più felici: interni migliorati (cinture, rollbar…), dettagli aggiunti come lo staccabatteria, specchietti posizionati correttamente (nei primi anni erano più avanzati verso il muso), angolo dei codolini anteriori corretto e quant’altro.

Quanto ai cerchi, bastava ridipingerli, verniciare gli pneumatici in nero opaco e il gioco era fatto se ti chiamavi Robustelli. La verniciatura è perfetta e le decals Solido sono applicate a regola d’arte. Sola imprecisione, ci dovrebbe essere un unico tergicristallo centrale e non due, ma in questo caso sono dettagli su cui non mettere le mani. Una testimonianza, questo modello, di uno stile e di un’abilità unica, che si ritrova su tutte le elaborazioni su base Solido di Robustelli.

Nota: una gallery di foto dell’Alfetta GTV Gruppo 2 Autovama è stata pubblicata abbastanza recentemente nelle schede di un Modelli Auto (secondo numero del 2020).

Mick Schumacher e i bomboloni proibiti

di Riccardo Fontana

“Mi dispiace Mick, smettila di fare i donuts. Mi dispiace, semplicemente non possiamo”.
“Va bene, ti voglio bene anch’io“.
Ciò è quanto si sono detti via radio Mick Schumacher ed Ayao Komatsu, il suo ingegnere di pista, a gran premio di Abu Dhabi appena terminato, quando Mick Schumacher stava facendo qualche capriola per salutare (definitivamente?) la sua carriera da pilota titolare in Formula 1.
Che dire… È difficile commentare qualcosa senza scadere nella trivialità, ma cercherò di provarci: il comportamento del team Haas è stato incommentabile (ecco, a tal proposito: che in una scuderia di F.1 non ci si vergogni neanche un po’ di uccidere la poesia in questa maniera è grave, mi sentirei di consigliare un bell’impiego al catasto di Hinwil invece del Motorsport, e non solo all’ingegnere di pista reo del team radio incriminato), ma ancora peggiore è stato il comportamento di Baby Schumacher.
Perché? Ovviamente non per le piroette (ho un’allergia tremens al termine donuts e a tutti i neologismi affini, perciò passatemi un sano e retrogrado “piroette”), quanto per la risposta che ha dato.
“Va bene, ti voglio bene anch’io”.
Esponiamo con calma la situazione: sei appena stato licenziato.
Stai allegramente “in cantina” al team principal del tuo ormai ex-team, vieni umiliato come l’ultimo degli scolaretti sfigati in mondovisione, e obbedisci con una frasettina buonista a metà strada tra un barbapapà e Winnie the Pooh?
Io, che non sono un pilota di F.1, così senza pensarci avrei risposto “Ok, licenziatemi pure se non vi va bene. Ah no, scusa…”.
Signori, è un argomento affrontato già molte volte, ma forse non abbastanza: un pilota dev’essere un gran figlio di puttana, con un pelo sullo stomaco tale da potercisi fare le trecce.
Mick Schumacher è figlio di quello di Adelaide 1994 e Jerez ’97 o è figlio di un pastore metodista? Dov’è l’occhio della tigre? Non hai le palle neanche di sfuggire dall’ultima pesantissima umiliazione della tua (forse) fu-carriera, e vorresti battagliare a 300 km/h contro dei pazzi criminali come Leclerc, Verstappen e tutti gli altri (anche Hamilton, che si vestirà come la controfigura di Michel Serrault nel Vizietto, ma ha comunque le palle che gli fumano quando vuole, vedasi Silverstone 2021)?
Non puoi farlo, ti manca quel qualcosa dentro, o più semplicemente sei tuo malgrado figlio di questa cultura odierna imperante, che vede il politically correct come un valore fondamentale cui sottomettersi, e quindi per educazione ti ritrovi a fare il pulcino ritroso quando tutte le circostanze suggerirebbero di fare l’opposto.
Un pilota è spinto dalla volontà di sopraffazione dell’altro, è rude e maleducato per sua stessa natura, non serve che sia un buon venditore di scarpe o che sia un volto spendibile alle elezioni.
Questa non vuole nemmeno essere una critica a Mick Schumacher, quanto piuttosto una constatazione relativa ai “metodi di allevamento in provetta” delle nuove leve del Motorsport: sono bambini che vengono strappati ad istruzione ed amicizie in età sempre più prescolare per essere allevati (no, programmati) con l’unico scopo di vincere.
Così facendo però, i ragazzini si diseducano alla vita, e finiscono per essere dei lettori umani di comunicati stampa.
Non fanno trasparire emozioni, forse nemmeno ne provano perché non conoscono il significato del termine, quindi si finisce per ritrovarsi con persone che non reagiscono nemmeno alle botte, perché farebbero brutta figura in video.
Guardate Charles Leclerc: ma riuscite ad immaginare Nigel Mansell vittima di tutto ciò che ha subito Leclerc durante questo 2022? E il Piccolo Principe è anche uno dei più umani, perché comunque verso la fine dei segni di legittima insofferenza li ha mostrati, ma Mansell avrebbe probabilmente bruciato il box Ferrari con team principal e strateghi al suo interno.
A metà stagione.
E avrebbe fatto bene, aggiungerei.
Questa cultura permea anche la vita di noi comuni mortali e di noi comuni “meno giovani”, non pensiate di scamparla: avete presente quell’abominio costituito dalla parola “resilienza”, che oggi vi propinano almeno venti volte a TG, e che fino a prima dell’ “emergenza” sanitaria si usava giustamente solo per parlare di test sull’acciaio? Ecco, è il tentativo di fare diventare anche voi (noi) delle marionette in grado di incassare tutto senza mai sussulti di ribellione.
Senza mai sussulti di umanità, perché parliamo di umanità, quella cosa che ci separa da un personal computer o da uno smartphone.
Lo smartphone con cui sto scrivendo queste righe riporta bene ciò che io, che sono il suo padrone gli dico di scrivere, fa bene il suo lavoro ma non possiede una propria volontà.
Vedete come il libero flusso della mente porti a riflessioni profonde anche partendo da argomenti leggeri come singoli, e tutto sommato insignificanti, episodi di Motorsport?

Citroën CX 25 GTI Turbo II di Solido 1:43

Meno ambiziosa della DS che finì per sostituire, la Citroën CX fece come il vino: migliorò negli anni dotandosi di motorizzazioni tra l’altro sempre più sportive e proponendo configurazioni sempre più raffinate. Nel febbraio del 1976 arrivò l’allestimento Prestige e nel maggio 1977 ci fu il primo tentativo di vitaminizzazione, con la 2400 GTI (118cv). Per il millesimo 1980 le versioni base scambiarono i loro stanchi motori col moderno 2 litri da 106cv della Française de Méchanique prendendo i nomi Reflex e Athena. Ma furono le versioni di fine serie le più spettacolari, almeno dal punto di vista delle prestazioni, con l’arrivo della GTI aspirata (prima serie 1984-1985, seconda serie 1986-1989) e della Turbo da 168cv (prima serie 1985, seconda serie 1986, Turbo 2 dal 1989 al 1989).

E’ una Turbo 2 che Solido ha inserito recentissimamente nel catalogo 1:43. Due le colorazioni proposte, entrambe metallizzate: Meteor grey (art. S4311701) e Rouge Florentin (art. S4311702). Solido continua quindi con la politica di far uscire una novità in due colorazioni contemporaneamente. Sia detto per inciso, questi non sono modelli in serie limitata, e resteranno quindi a catalogo fin tanto che il produttore non deciderà di interrompere la produzione.

A differenza di altre scelte operate per questa gamma che ha ottenuto un ottimo successo, questo modello non è inedito. Ringrazio Alessio Casalini per avermi fatto ricordare la riproduzione da edicola e il resincast Neo, cui va aggiunto il Matrix che è praticamente il gemello. In ogni caso, per quanto riguarda il Solido, siamo in una fascia di prezzo mediana rispetto alle riproduzione or ora menzionate, con i collezionisti che possono procurarsi un buon diecast per una ventina di euro. Aurea mediocritas.

Dei Solido 1:43, dei loro pregi e dei loro difetti, abbiamo già parlato diffusamente e non rifaremo alcune considerazioni generali già ormai note. Basterà dire che questa Citroën CX s’inserisce perfettamente negli standard cui la gamma ci ha abituato. Fra i punti forti vi sono la fedeltà delle linee, il livello di verniciatura, le ruote, la riproduzione dei gruppi ottici, i vari dettagli in tampografia. Meno convincenti vetri e interni, con in più qualche inevitabile concessione all’ “economico”, come ad esempio nel caso delle antenne.

Dalle foto che accludiamo potrete sicuramente apprezzare il modello nel suo insieme, che offre diversi spunti di rilievo, come il bel frontale ricco di dettagli e alcune finiture che non lo fanno sfigurare di fronte a un Minichamps dal prezzo più che doppio (anzi, quasi triplo se non parliamo degli ormai vetusti Maxichamps, che pure non è che te li tirino dietro). Molto ben riuscito il contorno del vetro anteriore, in tampografia bicolore alluminio-nero, privo di imprecisioni e sbaffi.

In conclusione, un modello di ottima fattura che riproduce degnamente un’auto tutto sommato sempre abbastanza trascurata dai produttori.