Col numero di catalogo TMK443 sarà presto disponibile il kit Tameo (metallo 1:43) della Ferrari 126 CK Formula 1 GP del Canada 1981, gara passata alla storia per i tre giri durante i quali Gilles Villeneuve guidò sotto l’acqua con la visuale impedita a causa dello spoiler anteriore piegato, che successivamente si staccò del tutto. Nel kit, che permetterà di ottenere anche la vettura di Didier Pironi, saranno fornite le gomme da pioggia, realizzate con un nuovo stampo.
Osella-BMW PA5 Le Mans 1977
Per anni Osella a Le Mans è stato sinonimo di Madyero. Questa è la prima cosa che mi è venuta in mente quando Trofeu ha annunciato la PA5 motorizzata BMW 2000 del 1977 nella sua gamma DSN43. Da qualche tempo a questa parte la serie DSN43, stampata direttamente in 3D in materiale plastico, sta ripercorrendo, quasi parallelamente a Spark, la storia delle Gruppo 6 alla 24 Ore di Le Mans. Sono uscite diverse Chevron, alcune ancora inedite o quasi, direi anche molto riuscite, e altri soggetti seguiranno, come la Duckhams del 1972. Le Osella, dicevo: nel giro di pochi mesi, Trofeu ha infilato le tre versioni canoniche: prima la rossa Elvia del 1977, poi la Toleman del 1978 e, di prossima commercializzazione, la popolare Alpilatte-Lana Gatto del 1980. La Elvia, lo ricordiamo, partecipò con Alain Cudini, Raymond Touroul e la nostra Anna Cambiaghi. Qualificatasi diciottesima, l’Osella numero 29, iscritta nella classe 2 litri del Gruppo 6, terreno di caccia di Chevron e Lola, dovette abbandonare per il cedimento del motore.
Il modello si presenta con linee corrette e il sospetto che sia un po’… figlio del Madyero resta. D’altra parte, nel campo del modellismo (quasi) nulla si crea ma tutto si trasforma e questo vale fin dai tempi dei pionieri. Ottima la verniciatura, bella liscia e brillante quanto basta. Nei modelli DNS43, ma in generale su tutti i Trofeu, le decals sono di discreta qualità, anche se a volte tendono a screpolarsi in alcuni punti critici. Sull’esemplare delle foto la decorazione è stata applicata con cura.





Piace rimarcare come l’uso di film che uniscono diversi loghi sia particolarmente limitato, il che giova non poco al quadro d’insieme. Altro punto forte sono i cerchi in alluminio tornito, con parte interna fotoincisa. In fotoincisione sono realizzati gli elementi dell’ala posteriore così come i ganci fermacofano, il manettino dello staccabatteria e l’anello di traino posto sull’anteriore.
Certo, i DSN43 non sono economici: possiamo trovarli a 80-85 euro, ma a quel prezzo si è ormai adeguata anche Spark, con modelli prodotti in Cina e in Madagascar, mentre questi modelli sono fatti in Portogallo. Qua e là alcune note stonate, come gli interni completamente neri (strano perché altre Gruppo 6 di DSN43 hanno le parti in vista del telaio e dei serbatoi nel loro bravo alluminio satinato) o la parte retrostante alle ruote anteriori lasciata in rosso.







A mio avviso, la finestrella anteriore sinistra sulla carenatura del cockpit avrebbe dovuto essere leggermente più grande. Tornando agli interni, i DSN43, a differenza degli Spark aperti, non hanno le cinture di sicurezza in fotoincisione, ma adottano ancora le decals, per quanto sufficientemente realistiche, sia per dimensioni sia per esattezza nella riproduzione di fibbie e attacchi.
Al retrotreno non troviamo alcuna fotoincisione ma le parti a vista della meccanica (ponte, semiassi, mozzi, cambio) sono fatte in materiale 3D: la finezza di un Madyero è ovviamente lontana, ma siamo ancora nei limiti dell’accettabilità. Alcuni piccoli dettagli sono stati simulati con semplici decals, come i faretti d’illuminazione dei numeri di gara laterali e le piccole frecce, che si trovavano al centro della A nello sticker rotondo “DAS” piazzato tra i fari e i passaruota. A proposito di fari, sull’anteriore abbiamo una lente ottica, coperta da un elemento in acetato trasparente: tutto fa parecchio modello speciale. Le piccole luci posteriori, arancioni e rosse, hanno una base riflettente fotoincisa con goccia di resina colorata. In ultimo, i tappi serbatoio sono in plastica cromata.






Questa gamma DSN43 va sicuramente accolta con favore: i soggetti non sono mai banali e i numeri di produzione ancora più limitati di quelli raggiunti da Spark. L’Osella, ad esempio, è stata tirata in soli 150 pezzi (non numerati) ed è già esaurita presso il produttore e anche presso la quasi totalità dei distributori. Un modello magari non perfetto, ma nel complesso più… emozionante dei resincast cinesi. Emozionante? Se non altro più coinvolgente, diciamo così. Sono impressioni, certo, ma le impressioni nel collezionismo contano.
Ora che DNS43/Trofeu ha a disposizione il master delle varie Osella, c’è da attendersi un proliferare di versioni di altre gare, incluse le cronoscalate. Fra le ultime novità segnaliamo un paio di versioni della Chevron-Ford Cosworth B31, la numero 22 di Le Mans 1977 e la numero 27 di Le Mans 1978, che se non vado errato dovrebbero anche essere la stessa macchina.
Terza vittoria assoluta per Haas RT, che trionfa nella Hankook 12h Mugello
La Audi R8 LMS GT3 EVO II del team Haas RT (#21, Mathieu Detry / Stéphane Perrin / Frédéric Vervisch) ha avuto un impatto immediato al suo debutto nella 24H SERIES a Dubai, chiudendo con un quinto posto assoluto dalla 43esima posizione in griglia e conducendo la classifica assoluta della gara in diversi momenti. HAAS RT, primo team a rappresentare lo stato di Antigua sulla scena internazionale del motorsport, ha poi conquistato il suo primo podio alla Hankook 6H Abu Dhabi e, dopo essersi qualificati 7° per la Hankook 12H Mugello di questo fine settimana, sono riusciti a prenderne la testa già da metà gara. Successivamente, e nonostante la pressione incessante dell’Audi R8 LMS GT3 EVO II del Saintéloc Junior Team (#26, Erwan Bastard / Paul Evrard), la vettura dell’Haas RT ha condotto 178 dei 341 giri totali completati al Mugello per assicurarsi la sua prima vittoria nella 24H Series.
Attardati di soli due giri, il secondo posto assoluto segna il miglior risultato fino ad oggi nella 24H Series per il Saintéloc Junior Team, nonostante il team francese abbia per due volte perso tempo ai box pochi istanti prima che venissero lanciati due Code 60 caution. La Mercedes-AMG GT3 del team Heart of Racing by SPS (n. 27, Ian James / Gray Newell / Roman De Angelis) ha completato un’impressionante rimonta conquistando il terzo gradino del podio assoluto. Il team americano, che questo fine settimana ha collaborato ancora una volta con la tedesca SPS Automotive Performance, era arretrato a centro gruppo dopo un’uscita nella ghiaia durante la prima ora di gara, ma è stato riportato in lizza dopo un doppio stint di Gray Newell. Un guasto alla radio ha fatto sì che la domenica, verso la metà della seconda parte di gara, il giovane americano rimanesse erroneamente a bordo della Mercedes con gomme vecchie durante il suo secondo stint al volante. Lo Heart of Racing si è contemporaneamente assicurato la vittoria in classe GT3-Am davanti alla Mercedes-AMG GT3 del team Hofor-Racing (#11, Michael Kroll / Chantal Prinz / Alexander Prinz / Carsten Tilke) dopo uno straordinario finale. L’Audi R8 LMS GT3 EVO II del team Land Motorsport (#34, Dr. Johannes Kirchhoff / Ingo Vogler / Tim Vogler) sembrava sulla buona strada per chiudere 2° di classe e 4° assoluto, prima di subire una foratura alla posteriore sinistra a 12 minuti dalla fine. Un semiasse rotto ha costretto l’Audi a ritirarsi quasi in vista del traguardo.
La scomparsa del team tedesco ha permesso all’Akkodis ASP Team (#88, Mauro Ricci / Jean-Luc Beaubelique / Jérôme Policand / Benjamin Ricci), che ha chiuso al 6° posto assoluto, di salire sul gradino finale del podio della classe GT3-AM al suo debutto nella serie. Il pomeriggio era già iniziato male per Land Motorsport quando sull’Audi sorella #55 (Stefan Wieninger / Tim Müller / Christopher Mies), che ha guidato la maggior parte dell’ora di apertura di ieri, è stata trovata una perdita d’acqua durante l’intervento notturno. Alla vettura, che ha concluso la prima parte della 12 Ore al 4° posto assoluto, è stata poi inflitta una penalità di 10 giri. Per i leader delle prime battute alla fine è arrivato il 18 ° assoluto a causa di un problema all’albero a camme. Willi Motorsport by Ebimotors (#955, Fabrizio Broggi / Sergiu Nicolae / Sabino de Castro) ha ottenuto la vittoria di classe nella 992, a 12 mesi di distanza dall’incidente dell’ex 991 Team all’Hankook 12H MUGELLO dello scorso anno. Nonostante un breve scontro in pista subito dopo il riavvio con la rivale dei Centri Porsche Ticino, la Porsche 911 GT3 Cup ha guidato la classifica per le restanti sei ore, inseguendo e superando la Mercedes del team Hofor Racing nell’ultimo giro approfittando della loro necessità di risparmiare carburante. Una
performance che è valsa al team italo-romeno il premio Spirit of the Race di
radiolemans.com. Al 7° posto assoluto, e nonostante un’uscita nella ghiaia a tre quarti di gara, la Porsche 911 GT3 Cup del team Red Camel-Jordans.nl (#909, Ivo Breukers / Rik Breukers / Luc Breukers / Fabian Danz) alla fine ha vinto la lotta incredibilmente serrata per le posizioni finali del podio di classe 992 con i campioni in carica del team Red Ant Racing (#903, Ayrton Redant / Yannick Redant / Kobe de Breucker), con un distacco di soli 9.453 secondi dopo 12 ore di gara.
Una posizione più indietro, la Porsche 911 GT3 Cup dei Centri Porsche Ticino (#912,
Valerio Presezzi / Max Busnelli / Ivan Jacoma / Francesco Fenici) è sopravvissuta sia al precedente scontro con la vettura del team Willi Motorsport by Ebimotors, sia a una foratura alla posteriore sinistra durante gli ultimi 10 minuti di gara, assicurandosi gli onori della classe 992-AM precedendo di 37 secondi gli agguerriti rivali del team Neuhofer Rennsport (# 985, Felix Neuhofer / Markus Neuhofer / Michael Birkner / Martin Ragginger). Più indietro, la vettura del team Ebimotors (#973, Paolo Venerosi / Paolo Gnemmi / Gianluigi Piccioli / Gianluca Giorgi) ha completato un fine settimana positivo nella gara di casa con il 2° posto nella classe 992-AM, con RPM Racing (#907, Tracy Krohn / Niclas Jönsson / Philip Hamprecht) a completare il podio. Il ritmo della vettura Cup 992 al Mugello è stato così sostenuto che i primi otto classificati di classe sono finiti tutti tra i primi 13 della classifica assoluta. Dopo il pesante incidente nella prima parte di gara, la Mercedes-AMG GT3 di CP Racing (n. 85, Charles Putman / Charles Espenlaub / Shane Lewis) completamente riparata ha completato oltre il 50% dell’intera distanza di gara al 29° posto assoluto , accumulando punti per la classifica di campionato. Una rimonta altrettanto impressionante è stata messa in scena da Kessel Racing (#8, ‘L.M.D.V.’ / Alessandro Cutrera / Marco Talarico / Marco Frezza / David Fumanelli), che dopo aver colpito le barriere di pneumatici ha visto l’unica Ferrari 488 GT3 del gruppo risalire fino al 14° posto assoluto. Una lotta serrata in GT4 alla fine ha visto prevalere la MercedesAMG GT4 di Atlas BX Motorsports (# 403, Steven Cho / Roelof Bruins / Jongkyum Kim), nonostante il team sudcoreano abbia perso una ruota all’apice dell’intervento notturno e si sia guadagnato una penalità di cinque giri mentre venivano effettuate le riparazioni prima della ripartenza. Per tutta la domenica pomeriggio, la vettura del team AtlasBX è poi stata messa sotto pressione dalla Mercedes-AMG GT4 di Buggyra Racing (# 416, Aliyyah Koloc / David Vrsecky / Adam Lacko), nonostante il team degli Emirati sia stato costretto a rientrare ai box per una foratura pochi istanti dopo il riavvio e alla fine abbia perso quattro giri quando la Mercedes ha accusato un problema tecnico negli ultimi 15
minuti. Il podio è stato completato dalla BMW M4 GT4 del team Simpson Motorsport (#438, David Holloway / Carl Cavers / Vasily Vladykin), una giusta ricompensa per la compagine britannica che ha dovuto sostituire il telaietto posteriore rotto della BMW durante la notte. Il team Vortex V8, uno dei preferiti dagli appassionati, si è assicurato la prima vittoria in GT con la Vortex 1.0 nella 24 Horus Series, e la prima del costruttore francese indipendente dal successo nella SP3-class dalla Hankook 24H Dubai del 2019. La vittoria inizialmente sembrava destinata ad andare al RD Signs – Siauliai Racing Team (#720, Audrius Butkevicius / Nicola Michelon / Paulius Paskevicius), che ha guidato la GTX per la maggior parte dell’evento nonostante una collisione in pista all’inizio del sabato. La gara del team lituano si è però interrotta prematuramente a sole due ore dalla fine quando a causa di una macchia d’olio la Lamborghini Huracán Super Trofeo ha colpito duramente le barriere alla San Donato. La Lamborghini è stata raggiunta tra le barriere pochi istanti dopo dalla Porsche 911 GT3 Cup del team NKPP by HRT Performance (#928, Gijs Bessem / Harry Hilders), anche se fortunatamente, dopo i controlli presso la struttura medica del circuito, né Audrius Butkevicius né Harry Hilders sono rimasti feriti. L’incidente della vettura schierata dal team Rd Signs ha quindi portato la Vortex 1.0 #701 (Lionel Amrouche / Philippe Bonnel / Philippe Gruau) in testa alla classe, fino a quando il mozzo della ruota posteriore destra si è disintegrato verso l’ultima ora. La Vortex gemella 702 (Laurent Misbach / Lucas Sugliano / Pierre Fontaine) – che aveva già perso tempo a causa di diversi testacoda oltre a un’uscita nella ghiaia – ha quindi preso il primo posto, anche se non per molto. La #702 è stata riportata più volte ai box i punti di montaggio della ruota posteriore sinistra, riportando infine la #701 in rimonta al comando della classe. Questo segna la prima vittoria di classe per Vortex nella 24H Series e la prima per il costruttore indipendente francese dai tempi in cui era “GC Automobile”. Incapace di scavalcare la Lamborghini di RD Signs nelle fasi finali, la Porsche 911 GT3 Cup MR del team 9und11 Racing (#719, Georg Goder / Ralf Oehme / Martin Schlüter / Leonard Oehme) alla fine è arrivata 4a in classe GTX, con il team tedesco costretto a perdere tempo per riparare il passaruota destro, il diffusore posteriore e i freni della Porsche. Primus Racing (# 251, Peter Larsen / Johan Rosen / Hampus Hedin) ha completato una corsa impeccabile per ottenere la vittoria assoluta nella classe TCE al suo debutto nella 24H Series. La BMW M2 CS Racing del team svedese è passata sotto la bandiera a scacchi con due giri di vantaggio sul vincitore della classe TC, Hofor Racing by Bonk Motorsport (#331, Martin Kroll / Felix Partl / Michael Bonk / Max Partl), diventando il quarto vincitore diverso in TCX dalla Hankook 12H Mugello dello scorso anno. La seconda delle due BMW M2 CS Racing di Hofor Racing by Bonk Motorsport (#332, Volker Piepmeyer / Martin Kroll / Hermann Bock / Michael Bonk) sembrava destinata a completare il podio generale in TCE, ma una perdita nel radiatore dell’olio ha colpito negli ultimi 90 minuti. Dopo una miriade di problemi alla trasmissione l’Audi RS3 LMS DSG di Aikoa Racing (#147, Sandro Pelatti / Nicola Baldan / Francesco Cardone / Filippo Barberi / Franco Girolami) è riuscita a conquistare il terzo gradino del podio a soli 30 minuti dalla fine. Gli autori della pole in classe TCE, la Ligier JS2 R del team SK Racing (#215, Franck Eburderie / Franco Lemma / Jérôme Dacosta / Alain Ferté), che hanno deciso di prendersi una penalità di cinque giri per trovare la fonte dei problemi elettrici della Ligier JS2 R durante la notte, sono riusciti a concludere in quinta posizione. Dopo il Mugello, il secondo round europeo della 24h Series powered by Hankook di quest’anno, la 12h di Spa, si svolgerà il 6-7 maggio, seguito dalla Hankook 12h Monza, prevista il 10-11 giugno.
























John Paul Sr., una storia di sport e di crimine
Testo di Nicola Lettieri – documentazione di Nicola Lettieri e David Tarallo / in redazione David Tarallo
Quando, alcune settimane fa, Nicola Lettieri mi propose l’idea di scrivere un articolo sulla storia di John Paul Sr., accettai con interesse, non solo perché i suoi testi sono sempre piacevoli e documentati ma perché la storia dei Paul mi coinvolge come poche altre nell’automobilismo, essendo stato in contatto col figlio John Jr. fino alla sua morte avvenuta alla fine del 2020 e con le persone che tuttora cercano la verità sulla scomparsa di Chalice Paul e Colleen Wood. Esistono elementi che John Jr. si è portato nella tomba ma forse qualcosa potrà ancora essere scoperto. Nella foto di apertura i due sono ritratti in un atteggiamento che forse svela qualcosa della loro personalità.
JOHN PAUL SR. UNA STORIA DI SPORT E DI CRIMINE
La storia di John Paul Sr. e del figlio John Paul Jr. risuona non solo con il rombo delle auto da corsa, ma anche con il crepitio degli spari, con misteriose sparizioni e con il fruscio dei dollari in quantità tale da sconvolgere la mente, così come l’odore della marijuana.
John Paul Sr. era un pilota da corsa, un bravo pilota. Insieme a suo figlio ha vinto tante corse, ma il dramma cruciale della loro vita si giocò lontano dalle piste, dai gas di scarico e dalle bandiere a scacchi.
Nato nei Paesi Bassi nel 1939, Hans-Johan Paul a 15 anni emigrò negli Stati Uniti, vivendo con la sua famiglia (suo padre era un radiologo) a Muncie, nell’Indiana, dove cambiò il suo nome in John Lee Paul. Era pieno di belle speranze e molto dotato in matematica, ma i problemi che ebbe inizialmente nell’imparare l’inglese, insieme a un carattere estremamente irascibile, gli impedirono di adattarsi, tant’è che fu espulso da tre scuole superiori prima di diplomarsi.
Quando nacque il suo primo figlio, John Paul Jr., Senior aveva 20 anni e la sua (allora) fidanzata Joyce ne aveva appena 16. Fuggirono insieme finchè il padre di lei gli trovò un lavoro da lavapiatti al Ball Hospital di Muncie. Si laureò alla Ball State University e fece domanda per una borsa di studio alla Business School di Harvard, e venne accettato. Trasferì la sua famiglia – sua moglie, Joyce, John Jr. di due anni e Tonya di un anno – nel Massachusetts dove rimasero otto anni.
Dopo la laurea ad Harvard, John Sr. entrò in Putnam Management, una società di fondi comuni di Boston. Grazie alla sua abilità venne rapidamente promosso a co-gestore del fondo contribuendo alla sua crescita da 600 milioni di dollari a 4 miliardi di dollari in sei anni. Investì anche in aziende fiorenti come Mattel Toys e Kentucky Fried Chicken, diventando milionario.
Con i primi soldi guadagnati alla Putnam Management, comprò una Corvette del ’64 nuova di zecca, provando a gareggiare ad una competizione di “autocross” nel parcheggio di un centro commerciale. Fu quello l’inizio di J.P. Senior nel mondo delle corse. Nel 1970 acquistò una vecchia Trans-Am Dodge Challenger appartenuta a Sam Posey (un ex pilota automobilistico statunitense) ed iniziò a vincere gare nel Connecticut, a Lime Rock, Bridgehampton e Thompson.
Le corse, però, si rivelarono un’arma a doppio taglio per la sua famiglia. La moglie Joyce iniziò a frequentare un altro pilota di auto da corsa e i due si separarono. Lei prese con sé i figli e se ne tornò in Indiana.
Sebbene non fosse uno stinco di santo, J.P. Senior fu devastato dalla relazione extraconiugale di sua moglie. Lasciò il lavoro, le corse, vendette tutto ciò che possedeva, comprò una barca a vela e salpò. Due anni dopo, in occasione del dodicesimo compleanno di J.P. Junior, ritornò a Muncie.
J.P. Senior e Joyce decisero di riprovare e si trasferirono nella loro nuova casa in Florida. Purtroppo però le urla e i litigi continuarono. Si separarono quattro volte, divorziando infine.
J.P. Junior, suo fratello e sua sorella furono rimbalzati tra i genitori; alla fine John Jr. decise di stare col padre perché non gradiva la noiosa e piatta vita a Muncie (nella sua autobiografia disse “Se fossi rimasto a vivere con mia madre, probabilmente non sarebbe successo niente. Avrei fatto benzina, o lavorato in un negozio di pneumatici Goodyear, qualcosa del genere.”) e perché voleva correre come suo padre.
Fu proprio John Paul Sr. il catalizzatore della straordinaria carriera agonistica di suo figlio. Purtroppo però fu anche lo stesso Senior a coinvolgere John Jr. nel crimine, rovinandogli in parte la vita e la carriera e deludendolo miseramente.
John Paul Sr. iniziò a correre negli anni Sessanta attraverso lo Sports Car Club of America (SCCA) e divenne il Campione Regionale del Nordest del 1968. I conflitti e le vicissitudini familiari, come abbiamo visto, fecero deragliare la sua carriera agonistica allontanandolo dalle corse per alcuni anni, finchè riprese a correre all’inizio degli anni ’70 nelle gare IMSA.
Fondò la JLP Racing (per John Lee Paul), con suo figlio “John John” (come lo chiamava lui) come membro del team. Nel 1977, entrò a far parte della serie IMSA GT con una Porsche 911 RSR insieme a John O’Steen e Bob Hagestad – con cui partecipò anche alla 24 Ore di Daytona ’77 – e con una Chevy “DeKon” Monza acquistata da Al Holbert.
Il 1978 lo vide partecipare al FIA World Challenge for Endurance Drivers (una serie di gare indipendenti di vari campionati come IMSA Camel GT, World Championship for Makes, IMSA RS, 24 ore di Le Mans e Spa), vincendo il titolo nella classifica a punti.
In quell’anno ottenne un secondo posto nella classe IMSA GTO alla 24 Ore di Daytona Camel GT Challenge in coppia con Bonky Fernandez al volante della loro Porsche Carrera RSR.

Alla 12h di Sebring ’78, ottenne la prima vittoria, sempre nella classe GTO, con la RSR del JLP Racing Team. Non contento di ciò, passò alla classe IMSA GTX, con la Porsche 935 del Team Barbour, con la quale insieme allo stesso Barbour e a Brian Redman partecipò alle 24h di Le Mans ’78, vincendo la classe IMSA GTX (+2500cc) ed ottenendo il quinto posto nella classifica generale.
Sempre nel 1978 J.P. Senior acquistò da Dick Barbour la Porsche 935 vincitrice della 12h di Sebring del 1978 e poi incidentata alla 6 Ore di Talladega dello stesso anno e con la nuova vettura, chiamata JLP – 1, partecipò alla Camel GT Challenge 250 Miglia Mid-Ohio del 27/8/1978 ed alla 250 Miglia di Daytona il 26/11/1978, arrivando 3° nella gara vinta da Peter Gregg con la Porsche 935/77A di Brumos.
L’anno successivo con la Porsche (935) JLP – 1, gareggiò nella serie Camel GT, finendo 12 ° nella classifica a punti, e vincendo il campionato SCCA Trans-Am, Categoria II, del 1979 con la stessa vettura ottenendo 6 vittorie su 8 gare.
Il 1979, oltre a segnare l’inizio della vittoriosa carriera nel mondo delle corse di J.P. Senior, segnò anche l’inizio dei suoi problemi legali….
Non è un segreto che le corse richiedano talento e denaro, molto denaro, soprattutto se si vuol competere per il gradino più alto del podio. La maggior parte dei proprietari di team americani ha guadagnato i propri soldi con mezzi legittimi e molti hanno stipulato accordi di sponsor vantaggiosi per supportarli. Ma nessuna storia della serie IMSA e CAMEL GT sarebbe completa senza raccontare anche le storie dei “Bad Boys of IMSA”, ossia di quei pochi che hanno fatto i loro soldi con le corse dalla parte sbagliata della legge.
A metà degli anni Settanta, il contrabbando di droga in Florida aveva raggiunto proporzioni cosmiche. Dal cielo piovevano praticamente balle di marijuana e le spiagge erano inondate di fagotti di plastica impermeabili. Tant’è che all’inizio degli anni ’80 le corse automobilistiche IMSA diventarono piene di scandali sulla droga come quelli che hanno coinvolto Randy Lanier e i fratelli Whittington, tanto per citarne i più famosi.
J.P. Senior, era conosciuto nel mondo delle corse automobilistiche come il “vecchio pirata”. Basso, trasandato, barba, occhiali da nonna e cipiglio intenso, era noto per la sua indipendenza e il suo temperamento instabile e litigioso (“Forse a volte sono un po’ troppo duro”, disse di sè, “ma sono cresciuto in un mondo duro!”).
J.P. Junior invece era alto e magro, con lunghi capelli scuri. Era tranquillo, educato e rispettoso, svolgeva diligentemente anche le faccende più umili all’interno del JLP Racing Team, obbedendo ciecamente al padre per timore reverenziale e perché non gli conveniva metterselo contro.
Fu anche per questo che, giovanissimo, Junior si lasciò coinvolgere dal padre in loschi traffici di contrabbando di marijuana. Padre e figlio furono catturati nel gennaio 1979 mentre con un complice, Chris Schill, stavano scaricando un carico di marijuana da un’imbarcazione per caricarle su alcuni camion in Louisiana. Dal momento che erano stati sorpresi dopo che il grosso del carico era stato disperso e non avendo precedenti, i tre uomini, in cambio di dichiarazioni di colpevolezza per possesso di marijuana con l’intento di distribuirla, furono sorprendentemente messi in libertà vigilata per tre anni e multati di 32.500 $.
Si narra che in sei grandi spedizioni dal 1975 al 1981, J.P. Senior avrebbe contrabbandato più di 100 tonnellate di marijuana colombiana negli Stati Uniti, con l’aiuto dei suoi soci David Cassorla, Stephen Carson e altri complici. Quella marijuana, secondo i contrabbandieri, valeva probabilmente 40 milioni di dollari.
Purtroppo, però, nonostante lo “scossone” del 1979 per i due Paul non era finita nè con le corse, nè con il contrabbando di droga…
J.P. Junior, intanto, aveva iniziato a correre in formule inferiori e aveva dimostrato un talento naturale per le corse. Insieme, padre e figlio vinsero la gara Coca Cola 400 al Lime Rock Park della Camel GT nel maggio 1980 a bordo di una Porsche 935 K3 di proprietà di Preston Henn. Dopo la gara, Senior sposò in pista al Lime Rock Park, la giovane e bella Chalice Alford Barnett.

A proposito di Preston Henn, proprietario di Swap Shop e vincitore della 24h di Daytona del 1983, durante un’intervista fatta da un giornalista poco prima della sua morte (nel 2017), alla domanda “Senior era uno stronzo così grande come ho sentito?” , Henn rispose senza pensarci su due volte “Oh, no! Più grande. Molto più grande!”.
Ad agosto a Road America 500, ottennero la loro seconda vittoria in coppia. In quell’anno J.P. Senior fece segnare altri dieci piazzamenti nella Top 5 arrivando secondo nel campionato Camel GT . Vinse anche la FIA World Challenge for Endurance Drivers del 1980, raccogliendo punti nelle più famose gare endurance, sia nel programma IMSA che in quello FIA a Monza, Silverstone, Nurburgring, Le Mans e Spa. J.P. Junior, invece, si classificò quarto nel FIA World Challenge for Endurance Driver.
Dal 1979 Porsche decise di non costruire più il suo modello da corsa 935, vendendo solo le parti meccaniche come motori, cambi e freni ai migliori team privati come Kremer e Joest in Europa e JLP e Andial negli USA, in modo che potessero continuare a correre e sviluppare questa leggendaria macchina da corsa. È interessante notare come alcune delle vittorie più famose di quegli anni furono ottenute da quelle Porsche 935 “Speciali” assemblate privatamente, come alla 24 Ore di Le Mans del 1979 dove una 935 K3 costruita da Kremer ottenne il primo posto assoluto.


Dopo la stagione agonistica del 1979 e la distruzione della JLP-1, il Team di J.P. Senior decise di costruire una nuova 935 da zero: la JLP-2. Telaio, motore e altri componenti furono acquistati da Porsche ed il tutto fu “avvolto” nella carrozzeria della Kremer K3.
La vettura incorporava tutto ciò che il team aveva appreso finora sulla 935; oltre ai comprovati sforzi di miglioramento delle prestazioni e di riduzione del peso sviluppati da Kremer, ci fu una particolare attenzione al miglioramento della rigidità del telaio, anche per contribuire a domare il feroce flat-six da 3,2 litri dell’auto. Dotato di due turbocompressori KKK e di un sistema di iniezione del carburante Kugelfischer e accoppiato a un transaxle a quattro velocità, questo motore poteva produrre ben oltre 740 cavalli, a seconda del livello di sovralimentazione.
La Porsche (935) JLP-2 debuttò alla 100 Miglia di Road Atlanta nell’aprile del 1980, corse anche alla 24h di Le Mans ‘80, posizionandosi nona in classifica generale e seconda nella categoria IMSA alle spalle della 935 K3 vincente del Dick Barbour Racing.
L’anno successivo, la JLP-2 fu parzialmente soppiantata dalla JLP-3 di nuova costruzione, e quindi vide un uso relativamente limitato nel 1981. Per la stagione del campionato IMSA del 1982, fu venduta al pilota americano M.L. Speer. Quell’anno Speer, insieme a Terry Wolters e Charles Mendez, ottenne il 3° posto alla 12 Ore di Sebring, tra gli altri ottimi risultati.


Nel 1982 John Paul Senior e suo figlio continuarono a correre con la vecchia macchina, la JLP-3, collaborando con Rolf Stommelen per vincere la 24 Ore di Daytona del 1982. Quell’anno, visero anche la 12 Ore di Sebring e il round di Road Atlanta. Successi, questi, che portarono Miller Beer a firmare un accordo di sponsorizzazione con il team JLP Racing. Nel 1982, J.P. Junior ottenne nove vittorie.

Per soddisfare i requisiti di omologazione, la JLP-3 manteneva tetto, cornici dei vetri e parabrezza di una Porsche 935. Il resto del telaio fu costruito da GAACO di Graham Bartills, con sede a Norcross, in Georgia. Rispetto alla scocca in lamiera d’acciaio, il telaio in acciaio dalla struttura tubolare era notevolmente più leggero e più forte. Come le normali 935 di produzione, la JLP-3 presentava bracci trasversali inferiori e montanti McPherson, mentre nella parte posteriore erano montati i bracci semi-trainanti Porsche.

Approfittando di regole più liberali intese a mantenere competitiva la 935 con i prototipi GTP, J.P. Senior fece sviluppare una 935 con effetto suolo completo per la stagione 1982, chiamata JLP-4 . Sebbene l’auto somigliasse solo vagamente all’originale 935, era un razzo e contribuì a spingere John Paul Jr. in vetta al campionato Camel GT del 1982, con Senior vincitore del Camel Endurance Championship dello stesso anno.



Progettata dal famoso ingegnere di pista Lee Dykstra e costruita dalla FABCAR, l’azienda americana che negli anni successivi assemblava e riparava su licenza per Porsche le monoscocca 956/962, la Porsche (935) JLP-4 adottava molte delle ultime tecnologie disponibili fino a quel momento, tra cui una struttura monoscocca centrale con estensioni del telaio tubolare anteriore e posteriore, sospensioni anteriori entrobordo per un migliore flusso d’aria sotto la vettura, minigonne scorrevoli laterali per migliorare l’effetto suolo come utilizzato in Formula Uno , la lunga coda posteriore stile “Moby Dick” con estrattori d’aria e la guida a destra come sull’ultima 935/78 costruita da Porsche.


Il motore utilizzato era l’ultimo 3200cc., evoluzione della Porsche 935 con doppio Turbo, ventola piatta, iniezione meccanica Kugelfischer, doppia accensione e intercooler aria-aria. Con una pressione di sovralimentazione di 1,4 bar sviluppava 840 CV. Il cambio a 4 marce era quello utilizzato sulle ultime 935 biturbo con assali in titanio, e anche i grossi freni erano gli stessi montati sulle ultime 935, e, successivamente, sulle 956 “Gruppo C”.
Con questa particolare Porsche 935 JLP-4, John Paul Jr. conquistò due vittorie assolute durante la stagione 1982 IMSA (Brainerd e Portland), che si unirono ai punti ottenuti con l’altra sua Porsche JLP-3 e con una Lola, e contribuirono a renderlo vincitore del Campionato IMSA 1982. Conquistò anche il secondo posto assoluto (appena dietro al grande Bob Wollek) nella prestigiosa Porsche Cup del 1982.

Il successo per il team JLP Racing fu grande, ma i problemi fuori dalle piste continuarono. John Paul Sr. si separò dalla moglie Chalice nel 1981 e, questa, poco dopo, sparì in circostanze ancora misteriose.
Una volta che la moglie se ne fu andata, J.P. Senior si recò ad Haiti per ottenere il divorzio, sposando, di poi, Hope, la sorella di Hurley Haywood.
Nel 1983 J.P. Senior fu arrestato per aver sparato al suo ex socio e testimone federale in un caso di traffico di droga, Steven Carson. Trascorse dieci giorni in prigione ma fu rilasciato su cauzione e fuggì in Svizzera. Fu arrestato circa un anno dopo in una banca a Ginevra.

Oltre a dichiararsi colpevole nel 1986 per tentato omicidio, Senior fu processato e condannato per evasione fiscale e contrabbando di droga nel 1987. Dopo aver scontato 11 anni di carcere (incluso un rocambolesco tentativo di evasione dal carcere della Florida), fu rilasciato sulla parola nel 1999.
Si unì ad un’altra donna, Colleen Wood, con cui programmò una lunga crociera in barca a vela. Manco a dirlo, nel 2000 anche la povera Colleen sparì nel nulla. Senior fu interrogato in merito alla sua scomparsa ma non c’erano molte prove a suo carico e fu rilasciato.
Scomparve egli stesso e da allora non si ebbero più notizie di lui. È inserito nella lista dei criminali più ricercati e si dice si nasconda in qualche isola esotica, attraccando da un porto all’altro con la sua imbarcazione.
Come conseguenza dei guai giudiziari di Senior, il team JLP Racing ormai era soltanto un ricordo, ma John Paul Jr. era ancora dietro un volante correndo in CART e IMSA, vincendo la Michigan 500 nel 1983, superando Rick Mears (il miglior pilota di Penske, nella migliore macchina nuova di Penske, sulla pista di Penske) nell’ultima curva mentre era ancora convalescente per un incidente in cui si ruppe una gamba durante le prove della 500 Miglia di Indianapolis.

Conquistò il secondo posto assoluto alla 24 Ore di Le Mans del 1984 a bordo di una Porsche 956. Sfortunatamente, il suo losco passato e le storie di famiglia gli impedirono di trovare la sponsorizzazione necessaria per finanziare la sua attività nel motorsport.
Successivamente fu accusato per le vicende di traffico di droga di suo padre. Si rifiutò di testimoniare contro Senior e si fece 28 mesi in prigione.
Tornò nel 1989 cambiando diverse squadre prima che Busby Racing gli offrisse un sedile in una Nissan GTP ZX-T per il 1990 per correre contro case come Toyota e Jaguar. Riuscì comunque ad ottenere 3 podi quell’anno.
Nel 1992 vinse nella classe IMSA GTU alla 12 Ore di Sebring sulla Nissan 240SX di Bob Leitzinger con Davis Loring. Nel 1995 si unì a Rob Dyson e nel 1997 conquistò la sua seconda vittoria alla 24 Ore di Daytona prima di approdare a tempo pieno nella IRL (Indy Racing League) per il 1998 con Byrd-Cunningham Racing che portò alla vittoria al Lone Star 500 al Texas Motor Speedway stabilendo il divario più lungo tra le vittorie IndyCar in una carriera: 15 anni dalla prima vittoria in Michigan nel 1983.
Purtroppo per John Paul Jr. le cose peggiorarono dal punto di vista medico. Durante il test di una Corvette GT1 si accorse che l’auto non rispondeva al suo corpo e ai suoi pensieri e la guida non era più naturale. Gli fu diagnosticata la Malattia di Huntington, un disturbo neurologico progressivo che causa la degenerazione delle cellule in alcune zone del cervello, influenzando la funzione muscolare. Sua nonna, sua madre e sua sorella erano morte tutte a causa della stessa malattia genetica. Si ritirò dalle corse nel 2001 e diventò istruttore di guida.
È morto il 29 dicembre 2020 a Woodland Hills, in California (https://pitlaneitalia.com/2020/12/30/in-memoria-di-john-paul-jr/)
Di suo padre e del rapporto che ebbe con lui, Junior disse: “Sono risentito per quello che ha fatto mio padre. È un uomo molto intelligente e avrebbe potuto fare le cose diversamente. Mio padre era la persona più difficile con cui vivere. Era molto difficile per lui capire che qualcuno non era intelligente come lui. Avrebbe voluto che le cose fossero fatte in un certo modo, e si aspettava che fossero fatte in quel modo.”.
John Paul Jr. dichiarò anche di non avere mai avuto rimpianti per non aver testimoniato contro il padre: “Era mio padre”, disse, “se avessi testimoniato, o detto loro che avrei testimoniato contro mio padre, probabilmente sarei potuto uscirne”.
Non lo fece mai. John Paul Senior, pur con tutti i suoi terribili difetti, era sempre suo padre.
Nota modellistica di David Tarallo: alle riproduzioni in scala 1:43 delle vetture dei Paul, il vecchio blog ha dato spazio di tanto in tanto, soprattutto in occasione delle uscite di Spark. Pubblichiamo, dalla collezione di Nicola Lettieri, alcune immagini a complemento dell’articolo e rimandiamo anche a qualche link meno recente. Certo, l’argomenti non si esaurirebbe qui (basterebbe pensare alla Lola T600) ma già questa rassegna può dare l’idea dell’impatto che la storia dei Paul ha avuto anche sul settore modellistico. Sono davvero in pochi a non essersene accorti ma, si sa, qualche rara avis esiste sempre.





Hankook 12h Mugello 2023: photo gallery
foto copyright David Tarallo / pitlaneitalia.com






















Hankook 12h Mugello: alla fine della prima parte conduce l’Audi R8 LMS GT3 dell’Haas RT
Si è disputata oggi la prima parte della 12 Ore del Mugello, valida come prima prova della 24H Series. Dopo 6 ore di gara ha concluso in testa l’Audi R8 LMS GT3 Evo-II dell’Haas RT, pilotata da Detry/Perrin/Vervisch. Domani la seconda parte della corsa scatterà alle ore 9 e terminerà alle 15.
La prima hypercar? L’Alfa Romeo 33 Stradale
di Riccardo Fontana
Il regolamento Hypercar, tra i molti spunti di assoluto interesse che offre, prevede anche la costruzione di venti auto stradali immatricolabili direttamente derivate da quelle impegnate in gara, e questo costituisce con ogni probabilità uno dei fattori di maggior interesse presso il pubblico: indipendentemente dal costo e dall’effettiva possibilità di acquistare una Ferrari 499P, una Toyota GR010 o una Glickenhaus 007, che è giocoforza più teorica che pratica per il 99,9% degli abitanti del pianeta terra, solo l’esistenza di un piccolo lotto di queste auto regolarmente targabili concorre a renderle ancora più “sognabili”, in un qualche modo indefinito più “reali”, vicine, meno naif nel loro essere siderali oggetti dalle prestazioni estreme.
Prendiamo ad esempio la Porsche 917 K del Conte Rossi per cercare di dare un volto più pratico a questa sensazione: vedere una 917K nel suo habitat naturale, e cioè in gara a Sebring piuttosto che a Le Mans, è fantastico e foriero di mille buone “vibrazioni”, ma vederla ritratta nel traffico tra decine di auto normali è tutta un’altra storia, ed amplifica se possibile ancor di più l’aura ufologica che l’accompagna, e lo stesso poteva dirsi per la manciata di Dauer 962 regolarmente circolanti che hanno visto la luce una ventina di anni dopo.
Sport-Prototipi stradali le Hypercar, com’era già successo in maniera praticamente identica con il regolamento GT1 di metà-fine anni novanta, ma qual è stato il primo vero caso analogo della storia?
Molto semplicemente, l’Alfa Romeo 33 Stradale.
LA NASCITA
A metà degli anni ’60, qualcuno all’Alfa Romeo si accorse che, dato l’allora nemmeno lontanissimo glorioso passato della casa del Biscione, correre ad alto livello poteva essere un’ottima opportunità per accrescere ancora di più un prestigio già enorme: la Giulietta prima e la Giulia poi si erano fatte, i conti dell’Alfa erano nel pieno dell’unica fase contraddistinta dal segno “+” di una centenaria storia di debiti, e dunque c’era relativa abbondanza di fieno in cascina per fare delle cose.
Giuseppe Luraghi optò per correre (andò anche vicino a riportare la Ferrari all’ovile, ma questa è un’altra storia, che forse racconteremo più in là) e per fare l’Alfasud: l’IRI gli approvò entrambe le idee, anche se forse sulla seconda sarebbe stato meglio pensarci un attimo.
Si iniziò quasi in sordina con l’Autodelta di Carlo Chiti e Lodovico Chizzola come reparto corse esterno, talmente esterno da essere ubicata in un piccolo sobborgo di Udine – Feletto Umberto – a quasi 400 km da Milano, che divenne praticamente subito una prelatura ufficiale dell’Alfa: si correva e si vinceva con le TZ e le Giulia GTA, e si vinceva moltissimo, ma il massimo della risonanza delle gare dell’epoca era tutto per le corse di durata, per le quali non esisteva una vettura da lanciare nella mischia.
Non esisteva, ma c’era “l’Ingegnerone” a disposizione ad Udine, e non ci volle molto perché Carlo Chiti approntasse una versione portata a due litri del V8 1500 che aveva disegnato pochi anni prima per la sciagurata ATS di Formula Uno, con cui motorizzare uno strano telaio ad H in magnesio che aveva visto la luce al reparto esperienze del Portello ad opera di Giuseppe Busso ed Orazio Satta Puliga.
Da questo innesto venne fuori la prima 33, la famosa “Periscopica” o “Tipo Fléron”, dal nome della prima cronoscalata che corse e vinse nella stagione del debutto, il 1967.
In realtà quel primo embrione di 33, per quanto stupendo e potentissimo, non brillava particolarmente per competitività, così complicato da mettere a punto e difficile da guidare com’era, ed a parte qualche sporadica affermazione in gare relativamente minori furono ben poche le soddisfazioni che seppe portare in dote al Biscione: Chiti fu costretto a ridisegnarla praticamente tutta fatto salvo il motore, ed il risultato, la 33 cosiddetta “Daytona” del 1968, fu una vera dominatrice della classe duemila, ma questa è ancora un’altra storia.
L’Alfa Romeo degli anni ’60 non era seconda a nessuno in termini di comunicazione e marketing, e senza che nessun regolamento tecnico lo imponesse si pensò quasi subito di mettere in cantiere una micro-serie di 33 stradali derivate dalla “Fléron”, da utilizzare come vetrina tecnologica e, perché no, per riportare la Nobile Alfa Romeo ai fasti degli anni ’30, quando i suoi 6 ed 8 cilindri facevano levare il cappello ad Henry Ford.
All’Autodelta, nel frattempo trasferitasi da Feletto Umbertide a Settimo Milanese, si allungò leggermente il passo del telaio ad H per migliorare l’abitabilità interna, e si depotenziò leggermente il V8 due litri, facendolo passare dai 270 CV della versione da gara a poco più di 230.
Alla linea pensò quel Franco Scaglione che già aveva regalato una mise alla Giulietta Sprint, ed il risultato fu la 33 Stradale, che fu presentata nella cornice del Gran Premio d’Italia di Formula Uno del 1967.
LA 33 STRADALE
L’auto era visivamente diversa dalla 33 da gara da cui tanto strettamente derivava a livello meccanico: in primo luogo era un coupé invece di una barchetta, ma esteticamente aveva un suo smaccato e personalissimo stile che la rendeva unica, tanto da farla annoverare ancora oggi come una delle più belle automobili mai costruite.
Era estrema, preziosa e costosissima, molto più della più costosa delle Ferrari stradali a listino all’epoca del suo lancio, ed era quanto di più vicino ad uno Sport Prototipo fosse possibile acquistare al tempo, un po’ com’era stata la 2300 8C del 1931 oltre trent’anni prima.
Non è che fosse simile ad uno Sport Prototipo la 33, lo era proprio uno Sport Prototipo, dalla punta del muso all’ultimo millimetro della coda.
Ne furono prodotte solo diciotto (ironia della sorte, quasi lo stesso numero legale che oggi è previsto per la concessione dell’omologazione nel regolamento Hypercar), praticamente tutte diverse l’una dall’altra: la Carrozzeria Marazzi, incaricata dall’Alfa della costruzione delle carrozzerie e dell’assemblaggio, stentava a barcamenarsi al meglio con un lavoro così difficile ed estremo, e Franco Scaglione dovette supervisionare personalmente la preparazione di ognuno degli esemplari prodotti.
Tutte diverse le 33 prodotte, ed infatti non si trovano due esemplari con cofano, rifiniture, fari anteriori od altri dettagli minori completamente uguali tra loro, nemmeno sul colore vi fu piena uniformità, e la si mancò per un pelo: furono infatti tutte verniciate nel classico Rosso, tranne quella del Conte Agusta, rifinita di un bellissimo blu.
La 33 riuscì senza dubbio nel suo intento di vetrina tecnologica e cassa di risonanza ed ostentazione del prestigio di casa Alfa Romeo, per quanto nell’immediato futuro si preferì puntare si sul suo V8 di così nobili origini, ma inserendolo in un contesto tecnico comunque ottimo ma più “normale”: fu così che nacque quell’altro capolavoro della Montreal ma anche questa, tanto per cambiare, è un’altra storia.
ANALOGIE E DIFFERENZE CON L’OGGI
Allo stesso modo in cui la 33 era diversa dalle sue sorelle puramente corsaiole pur essendo uguale per meccanica ed indole, anche alle Hypercar stradali di oggi non si richiede un’assoluta aderenza a quanto portato in pista dai costruttori: la Glickenhaus stradale, infatti, è prevista con tre posti e con una potenza maggiore di quella del Prototipo da competizione, che è plafonata per regolamento a 680 CV complessivi.
Sono il concetto e la base che devono rimanere, l’assoluta verosimiglianza non è una conditio sine qua non, ed è forse questo il punto di maggior contatto ideale tra la 33 che da spider seppe farsi berlinetta da sfilata e le Hypercar attuali, sempre e comunque all’insegna della tecnica più sfrenata e delle nobili origini pistaiole.
Nella foto di apertura, una 33 Stradale al Museo Alfa Romeo ad Arese (foto David Tarallo).
Scheda: Porsche 911 (992) GT3 Cup Porsche Baltic 12h Mugello 2023
Sono molte le livree accattivanti nella 24H Series, campionato endurance organizzato dall’olandese Creventic. Pubblichiamo la scheda della Porsche 911 (modello 992) GT3 Cup iscritta nella classe 992 da Porsche Baltic per i piloti lituani Robertas Kupcikas, Andrius Slimas, Rudokas Tautvydas e Paulius Zadeika. Probabilmente Spark ignorerà questa vettura abbastanza sconosciuta ma vederla riprodotta in 1:43 non sarebbe male.
foto copyright David Tarallo / pitlaneitalia.com













Scheda: Ferrari 488 GT3 Kessel Racing 12h Mugello 2023
Pubblichiamo, nello spirito di documentazione che da sempre contraddistingue PLIT, una nuova scheda. Si tratta stavolta della Ferrari 488 GT3 schierata dal Kessel Racing alla 12 Ore del Mugello, valida come prima prova della Hankook 24H Series, in programma domani 25 e domenica 26 marzo. Le aree rosse della vettura sono fluorescenti, particolare che non sempre (anzi quasi mai) risalta dalle foto. Inserita in classe GT3 Pro/Am, la Ferrari del Kessel Racing è pilotata da “LMDV”, Alessandro Cutrera, Marco Talarico, Marco Frezza e David Fumanelli.
foto copyright David Tarallo / pitlaneitalia.com














Da Remember la Ferrari 330 GTO 4 litri 4561SA
E’ disponibile da qualche giorno una serie limitata montata della Ferrari 250 (330) GTO 4 litri telaio 4561SA (Michel-Paul Cavallier) prodotta da Remember. Il modello ha la caratteristica “gobba” sul cofano, i fari posteriori diversi rispetto alle altre GTO e i due fendinebbia rotondi, che richiamano quelli della 330 LMB e della GTO telaio 4713GT. Il modello è disponibile a questo link: https://www.geminimodelcars.com/listing/1446132429/ferrari-330-gto-4-litres-ch4561sa-paul






