Modelli del passato: Porsche 935 Gruppo 5 Luso Toys

testo e foto di Riccardo Fontana

C’è poco da fare: Tiny Cars è una miniera di stranezze praticamente senza fondo.

L’ultima incursione ha dato come frutto un modello particolare, una Porsche 935 prima maniera della Luso Toys, praticamente perfetta e con la scatola.

È un modello molto raro seppur poco quotato, non bellissimo in realtà, ma comunque gradevole, e costituente un’ottima base di riflessione per ricollegarci – tanto per cambiare – a quel mondo fatto dai modelli di una volta che tanto ci piace scomodare.

La prima Porsche 935 del 1976 è un’auto fondamentale per la storia delle corse, avendo dato il là ad un filone tecnico e sportivo che ha monopolizzato le gare Endurance fino alla comparsa del Gruppo C, in un periodo in cui il Mondiale Marche era riservato alle vetture di categoria Silhouette, e nonostante questo – al netto del bel kit in plastica in scala media prodotto da Tamiya – si tratta di un’auto che tra i produttori di modelli in scala 1:43 ai suoi tempi è passata abbastanza inosservata: Solido preferì riprodurre la 936/77 Sport Prototipo protagonista a Le Mans e non si curò della 935 fino al luglio del 1980, quando iniziò a lavorare sulla celebre 935/77 rossa seconda a Le Mans l’anno precedente per mano di Rolf Stommelen-Dick Barbour e Paul Newman (“presenza” che personalmente credo sia stata il vero motivo per il quale Solido abbia riprodotto questa versione) declinandola poi in molte varianti come Top43, mentre Burago fece uscire un buon modello – per quanto estremamente semplificato – che si rifaceva alla 935/J realizzata dal Team Jöest, ma la prima versione, coi parafanghi larghi ma senza carrozzeria allungata – la versione del debutto al Mugello nel ’76 con Jacky Ickx e Jochen Mass – era inesorabilmente finita fuori dai canali tradizionali.

Già, forse, o forse no, perché in realtà Luso Toys, giovane marchio portoghese allora in espansione, si occupò di lei immortalandola nel modello che potete vedere in queste immagini.

Luso Toys è tutt’ora un pianeta di cui si sa poco rispetto a tante altre realtà produttive di quegli anni: ha il merito di aver riprodotto auto particolari o comunque teoricamente mainstream al massimo (tipo questa o la Stratos Alitalia Gruppo 4, ma anche l’Escort RS Gruppo 4 coi codolini, o la Kadett GT/E di Gruppo 1) ma incomprensibilmente tralasciati da Solido – vero ed unico “faro” dei prodotti industriali dell’epoca – e dagli altri produttori.

La qualità, almeno inizialmente, non era probabilmente all’altezza dei Solido, ma osservando oggi questi modelli, come anche le loro confezioni e la loro presentazione, è facile notare una certa “sindrome da Solido” un po’ in ogni dettaglio: le scatolette di cartone colorate col disegno della vettura nella parte posteriore, le ruote veloci ma abbastanza fedeli con l’inserto cromato al centro (in pieno stile Serie 10 o tarda Serie 100), il foglietto di decals da posare a parte, la stessa dicitura con la data di realizzazione sul fondino, che era il più classico degli stilemi di casa Solido, sono tutti chiari segnali di una volontà di imitazione – sana peraltro – di quello che all’epoca era il riferimento assoluto nel mercato dei modelli “pronti”.

Addirittura, le scatolette presentano il disegno della testa di un pilotino con un casco jet, un altro dei più classici segni di riconoscimento delle confezioni e dei cataloghi Solido di qualche anno prima, per quanto il pilotino Luso sia decisamente più serioso di quello decisamente sorridente di casa Solido.

Inizialmente i Luso Toys erano in plastica: uscirono una serie di belle Lola T292 e la Stratos Gruppo 4, declinata sia in veste Alitalia relativamente alla vittoria di Munari in Portogallo (e dove sennò?) nel 1976 che come Chardonnet blu scura, protagonista e poi seconda per ordini di scuderia con Darniche in Corsica nello stesso anno.

La Stratos non era bellissima, però “avait le mérite d’exister”, come scrivevano su Passion43éme quando facevano gli articoli di tutti i modelli di un’auto, poi la qualità iniziò a crescere: già questa 935, pur comunque “povera” è un buon modello, con le Kadett GT/E, le Escort, la BMW 320 Gruppo 5 e la 131 Abarth si sarebbero toccate ottime vette di dettaglio, tanto che, forse, la 131 è probabilmente migliore dell’omologa Solido.

La livrea di questa 935 – al netto che non ho la più pallida idea di chi possa aver realizzato e prodotto queste decals, ma certamente non è roba by Cartograph – è più che buona, almeno se ci limitiamo a questa versione tralasciando i vari “spin-off” di puro gusto iberico, ma anche italiano, Burago docet, con livree assolutamente di fantasia, per le quali non mi sento di esprimere un giudizio (n.d.r.: i perché e i percome delle altre due livree della 935 di Luso meriterebbero un capitolo a parte e prima o poi lo troverete su PLIT).

Sono modelli questi che risultano interessanti anche per la cultura nazionale che traspare nell’osservarli: esattamente come un Politoys è un qualcosa di tipicamente italiano, un Corgi di inglese ed un Solido o un Dinky di francese, qui pur al netto dei tentativi di imitazione a Solido si capisce subito una diversa estrazione: è un modello figlio di una passione genuina per le corse seppur suffragata da una mentalità forse fin troppo spensierata, un po’ come quegli spettatori che stavano in mezzo alla strada al Rally del Portogallo.

Un gusto che, forse, nel mondo iper-globalizzato e filo-cinese di oggi si è perso, con modelli che sembrano – e sono – tutti più o meno parenti e figli delle stesse mani, pur rimanendo comunque assai belli ed a tratti intriganti.

Modelli del passato: Alpine-Renault A441 1000km di Monza 1975

Repetita iuvant: del transkit Mini Racing numero 501, ossia il primo prodotto dal marchio francese, ci eravamo già occupati in un articolo su PLIT redatto grazie al prezioso aiuto di Marco Nolasco (https://pitlaneitalia.com/2022/08/27/mini-racing-transkit-sequel-ritorno-alle-origini-alpine-a441-porsche-carrera-rs-e-renault-r12-sinpar/ ). Già all’epoca mi ero riproposto di ripescare un paio di foto dell’esemplare della mia raccolta, da confrontare direttamente col transkit di cui ho a disposizione due esemplari, uno aperto, l’altro ancora sigillato.

A ciò che si era detto nel 2022, si può aggiungere che il transkit uscì nel giugno 1976, contemporaneamente alle prime decals generiche, la 1001 e la 1002, ossia i numeri e i fondi bianchi o neri. Il transkit dell’Alpine (versione 1000km Monza 1975, Lombardi/Beaumont) ottenne un ottimo successo, grazie all’interesse del soggetto e all’ampia disponibilità della base Solido, che si trovava un po’ ovunque in Francia e all’estero. Oltre alle decals (già ingiallite all’epoca, ma comunque ben stampate), si trovavano nella bustina gli specchietti a treppiede, la presa d’aria e l’elemento da sistemare sul bordo dell’abitacolo, aiutandosi col solito Sintofer.

Il modello delle foto ha una storia particolare perché appartiene a una serie limitata realizzata da Annecy Miniatures. Osservandolo, però, si nota che in questo caso i montatori omisero (volontariamente?) di modificare le uscite d’aria sui passaruota anteriori, come invece le istruzioni del transkit correttamente indicavano.

L’elaborazione poneva alcune difficoltà pratiche (ma all’epoca all’ordine del giorno), dato che il modellista doveva eliminare la bavetta anteriore sul modello di base e aumentare la “finestra” del passaruota, cosa non facile sulla zamac di un Solido, come si è detto più volte. Sulle istruzioni si raccomandava inoltre di fare attenzione alla presenza del radiatore dell’olio posizionato sulla paratia dell’abitacolo, dettaglio anche questo trascurato da Annecy.

Si dovette attendere quasi un anno (aprile 1977) per avere un secondo transkit Mini Racing, la Porsche Carrera del Tour de Corse 1972. Nel frattempo erano usciti diversi altri kit. Pochi sanno, infine, che proprio nell’aprile del ’77 Mini Racing commercializzò una serie montata della Porsche 908/3 di Joest vincitrice alla 300km Nürburgring del 1976.

La nuova Porsche 911 GT3 R impegnata alla 24 Ore del Nürburgring

Sette Porsche 911 GT3 R schierate da sei team privati parteciperanno questo weekend alla 24 Ore del Nürburgring. Le vetture si schiereranno nella classe top (SP9) contro altre 27 macchine di sei costruttori concorrenti.

Dei 136 iscritti all’edizione 2023 della 24 Ore, la Porsche è il marchio col più ampio contingente, formato da 44 vetture di 12 diverse categorie. La nuova 911 GT3 R, che disputa quest’anno la prima stagione agonistica, è basata sulla generazione 992. Fra gli esemplari più competitivi al via, vi sarà l’auto del Falken Motorsports, che ha già terminato tre delle gare del campionato NLS ai primi dieci posti assoluti.

Queste le 911 GT3 R di classe SP9 impegnate alla 24 Ore del Nürburgring 2023:

Lionspeed by Car Collection Motorsport (Porsche 911 GT3 R #24)
Patrick Kolb (D), Matt Campbell (AUS), Mathieu Jaminet (F), Patrick Pilet (F)

Huber Motorsport (Porsche 911 GT3 R #25)
Dennis Fetzer (D), Côme Ledogar (F), Lars Kern (D), Romain Dumas (F)

Falken Motorsports (Porsche 911 GT3 R #33)
Klaus Bachler (A), Sven Müller (D), Alessio Picariello (B)

Falken Motorsports (Porsche 911 GT3 R #44)
Joel Eriksson (S), Tim Heinemann (D), Nico Menzel (D), Martin Ragginger (A)

Dinamic GT (Porsche 911 GT3 R #54)
Laurens Vanthoor (B), Laurin Heinrich (D), Ayhancan Güven (TR), Christian Engelhart (D)

Rutronik Racing (Porsche 911 GT3 R #96)
Dennis Olsen (N), Matteo Cairoli (I), Julien Andlauer (F)

Manthey EMA (Porsche 911 GT3 R #911)
Michael Christensen (DK), Kévin Estre (F), Frédéric Makowiecki (F), Thomas Preining (A)

Modelli del passato: Porsche 908L ATE Siffert Team Le Mans 1972

All’inizio degli anni settanta, chi puntava ad avere qualche modello esclusivo in collezione non aveva troppe alternative: ci si poteva mettere in contatto con Raymond Daffaure per farsi inviare i suoi RD Marmande in legno; si potevano cercare realizzazioni in resina dei pionieri, uno fra tutti Yves Evrat. I kit stavano piano piano prendendo campo, ma procurarseli era spesso complicato – né del resto i montati artigianali erano di più facile reperibilità. In alternativa, c’era sempre la possibilità di ripiegare sulle vecchie, sane elaborazioni, in un’epoca in cui un marchio come Solido aveva il quasi monopolio sui soggetti da competizione, a parte qualche tentativo dei primi produttori industriali di nicchia come Safir, per certi versi davvero l’antesignana di Spark. Alcuni, con i Solido, ci avevano anche basato un’attività professionale o semi-professionale: è il caso del già citato Evrat, ma anche di un giovane Ugo Fadini, del primo Ruf e di tutti gli altri modellisti che si ritrovavano nelle associazioni parigine, in tempi anche precedenti all’apertura della BAM.

Di tanto in tanto vengono fuori vestigia di quel passato, e pensiamo sia interessante recensirle e tentare di catalogarle analizzandone le caratteristiche principali. E’ il caso di questa Porsche 908L, basata sul celebre Solido numero 174, uscito nel novembre 1969, che riproduce la vettura iscritta dall’ATE-Siffert Team alla 24 Ore di Le Mans 1972.

Forse qualche riga storica non sarà fuori luogo. Dopo qualche anno in cui aveva recitato il ruolo da protagonista, il marchio di Stoccarda affrontava la 24 Ore di Le Mans senza vetture ufficiali e in generale non in grado di impensierire Matra e Alfa Romeo. Il team di Reinhold Joest era atteso con la sua 908/3 e lo stupore fu grande quando alle procedure di pesa e verifica si presentò sì con una 908, ma… uno stravecchio coupé! Secondo quanto testimoniato da Barth non si trattava di un esemplare tirato fuori dal museo Siffert, bensì dalla collezione Schlumpf di Mulhouse. La vettura era quella che aveva vinto la 1000km di Spa nel 1969, dopodiché era stata acquistata da Siffert che l’aveva noleggiata alla Solar Productions per le riprese del film Le Mans. Anche se iscritta da Joest sotto il nome ATE-Siffert Team, la 908 di Le Mans ’72 era stata preparata dalla Casa, che aveva montato un motore nuovo. Del resto la presenza nel paddock di Helmut Bott, Peter Falk e Norbert Singer, ufficialmente in… vacanza, lasciava pochi dubbi sulla serietà dell’impegno. Reinhold Joest avrebbe fatto equipaggio col nostro Mario Casoni (da lui arrivavano gli stemmi Brescia Corse apposti sui passaruota anteriori dopo le prove), che aveva già un’ottima esperienza a Le Mans con le Ford GT40 e le Alfa Romeo 33/2. Terzo pilota, il tedesco Michel Weber, alla sua prima partecipazione sulla Sarthe ma buon sportivo al volante di Porsche, anche nell’Interserie. Weber era tra l’altro concessionario Ferrari nei pressi di Francoforte.

Dopo delle sessioni di qualifica molto buone, la Porsche numero 60 si qualificò al decimo posto, con un tempo di 4’03″300. La velocità di punta registrata si aggirava sui 320 km/h, una decina in meno rispetto alle Lola motorizzate Ford-Cosworth. In gara, Joest, Weber e Casoni tennero un ritmo regolare e approfittando anche dei ritiri illustri riuscirono a conquistare un insperato terzo posto, completando 325 giri pari a 4428,905 chilometri. Non male per una partecipazione “privata”.

Nell’agosto del 1974, ossia a oltre due anni di distanza da quel terzo posto alla 24 Ore, un artigiano che si era dato il nome di “Le Mans 43” commercializzava un modello 1:43 della 908 coda lunga di Joest su base Solido. Il modello, pervenuto ai nostri giorni in condizioni praticamente perfette, presenta diverse caratteristiche interessanti: per prima cosa il muso è stato completamente modificato per assumere le sembianze ribassate e più squadrate della vettura del 1972 rispetto a quelle della versione originaria, che corse nel 1968-1969. Sicuramente la modifica è stata fatta con lo stucco. Sul posteriore è stata ricavata anche la NACA, tagliando una parte circolare di carrozzeria e inserendo un intarsio in stucco con la sagoma della presa d’aria. Le portiere sono state incollate alla carrozzeria e sono state eliminate le cerniere, molto vistose sul Solido. Il modello sembra verniciato – molto bene – a pennello; sono verniciate anche le parti rosse e gialle sul frontale. Le decals furono realizzate secondo le tecniche tipiche dell’epoca (un ATE mancante sul fianco sinistro è stato rimpiazzato con un restauro conservativo reversibile), ricavando comunque alcuni loghi dagli sparuti foglietti generici che qualche produttore già iniziava a stampare, intravedendo un notevole business. Tutto è stato eseguito con una precisione e uno scrupolo che all’epoca erano ancora merce rara. Sul fondino sono applicate due etichette: la prima col nome Le Mans 43, con la data (agosto 1974, in francese) e una specie di numero di serie: 25-01. Si tratta dell’esemplare numero 1 del 25° soggetto elaborato? La seconda etichetta identifica la versione, con tanto di colori della bandiera tedesca. Chi era Le Mans 43? Dove lavorava, cos’altro realizzava? Io lo ignoro. Certo è che per l’epoca disponeva di una documentazione molto buona. Difficile se non impossibile dire di più. Ad ogni modo, siamo in presenza di un’altra testimonianza dell’attività modellistica di un periodo in cui speciali e industriali si confondevano in un mondo tutt’altro che globalizzato, chiuso da frontiere e dalla mancanza di comunicazione. Modelli di questo tipo, più che gettati in discarica, come crassamente suggerito da accumulatori seriali con lo spirito storico-filologico di una vongola, vanno saputi ascoltare perché raccontano storie avvincenti di un passato che continua a inviarci scintille di creatività e di poesia.

Nota del 28 novembre 2023: il modello è stato identificato. Per saperne di più, cliccare sul seguente link: https://pitlaneitalia.com/2023/11/28/le-mans-43-un-cerchio-che-si-chiude/

La légende Peugeot aux 24 Heures du Mans

Gli Hors-série “Collector” di AutoHebdo sono generalmente ben fatti. Piuttosto ricchi di materiale inedito, ripercorrono la storia dell’automobilismo sportivo attraverso retrospettive dedicate a marche, gare, piloti. Avvicinandoci alla data di Le Mans, il numero 11 è interamente consacrato alla partecipazione della Peugeot alla 24 Ore. In un centinaio di pagine vengono ripercorse le vicende della casa del leone, che già nell’anteguerra era stata presente alla gara con una serie di vetture come la 174S degli anni venti e le 302 e 402DS, queste ultime preparate dal famoso concessionario Emile Darl’mat, che alla vigilia della seconda guerra mondiale ottenne per Peugeot i primi successi di classe. Dopo un salto di qualche decennio ci ritroviamo a inizio anni novanta, con la 905 di Gruppo C e le sue due vittorie assolute nel 1992 e nel 1993. Altra pausa abbastanza lunga ed ecco, a partire dal 2007, la 908 nelle sue varie versioni, con l’unica vittoria ottenuta nel 2009 e almeno un paio di cocenti delusioni. Poi, un altro ritiro dalle competizioni alla fine del 2011 e il ritorno all’endurance nel 2022 con la 9X8, che quest’anno disputerà la sua prima (e i ben informati dicono anche ultima) 24 Ore di Le Mans. La pubblicazione di AutoHebdo propone una panoramica completa di queste vetture, attraverso le testimonianze di tecnici e piloti. Opportuna la ripubblicazione di un test della 908 HDi-FAP uscito nel numero 1785 (29 dicembre 2010) di AutoHebdo. Peccato che non si parli delle 905 Spider Cup, che presero parte all’edizione del 1992 (ma il buon Teissedre non se n’è scordato nella paginetta dedicata al modellismo: probabilmente uno scherzo da prete ai redattori di un AutoHebdo dove JMT era uno dei leader incontrastati!). E’ vero che, pur iscritte come Peugeot 905, quelle due vetture avevano una lo chassis Orion, l’altra il WM. In ogni caso davvero niente male questa pubblicazione, per giusto € 10,90 – prezzo in Francia. Fuori dal territorio transalpino, la rivista non è distribuita in Italia ma sono nel Benelux, in Svizzera e in Canada.

Ferrari sostiene la comunità locale colpita dall’alluvione

Ferrari dona un milione di euro a favore dell’Agenzia per la sicurezza territoriale e la Protezione civile della Regione Emilia-Romagna, aderendo alla raccolta fondi regionale.

I fondi saranno impiegati, con il coordinamento degli enti territoriali, a favore della popolazione locale colpita in questi giorni dall’alluvione, con una particolare attenzione ai progetti di recupero ambientale e per la gestione del dissesto idrogeologico.

“Nei momenti di difficoltà il posto di Ferrari è sempre stato accanto alla propria comunità”, ha dichiarato Benedetto Vigna, CEO di Ferrari. “Abbiamo voluto dare una risposta concreta e immediata ai bisogni più urgenti della popolazione dell’Emilia-Romagna, provata da un grave disastro ambientale. Con il coordinamento delle Autorità locali, a cui va il nostro sentito ringraziamento per il loro instancabile lavoro in queste ore, questi aiuti potranno portare conforto e un segno tangibile della solidarietà di tutta la famiglia Ferrari.”

Il manifesto di Rétromobile 2024

E’ stato svelato oggi il manifesto ufficiale della 48ma edizione di Rétromobile, che si svolgerà dal 31 gennaio al 4 febbraio 2024 al Parc des Expositions della Porte de Versaille. Per il 2024 il tema cromatico passa dal… giallo del 2023 al verde, celebrando un monumento della storia automobilistica britannica, la MG EX 181, che permise a Phil Hill di oltrepassare, nel 1959, la barriera simbolica delle 250 miglia orarie, portando il record del mondo di velocità a 254,91 miglia orarie, equivalenti a 410,5 km/h.

I cinquantacinque anni della Citroën Mehari

Il 16 maggio 1968, 55 anni fa, nel pieno delle proteste del movimento studentesco francese, Citroën presentava il suo nuovo veicolo sul campo da golf di Deauville: la Mehari. Un pick-up atipico che offriva da 28 a 32 CV, con una carrozzeria in plastica ABS (acrilonitrile butadiene stirene), progettato da Roland de La Poype. Costruito sulla piattaforma della Dyane 6, al momento del lancio fu presentato con il nome Dyane 6 Mehari. Prodotta per quasi 20 anni, dal 1968 al 1987, è stata costruita in 144.953 unità (di cui 1.213 in versione 4×4), un successo sorprendente per questo veicolo originale. La Mehari è stata prodotta, per la maggior parte, nello stabilimento di Forest in Belgio, ma anche in altri sette stabilimenti in Francia, Spagna e Portogallo.

UN VEICOLO PER TUTTI I TERRENI E PER TUTTE LE STAGIONI
Mehari deriva dal nome dato ai dromedari in Nord Africa e nel Sahara. Questi animali sono noti per le loro capacità di affrontare i sentieri in fuoristrada, la loro resistenza e la loro sobrietà. Il mehari è in grado di trasportare sia merci che passeggeri su lunghe distanze. Questo nome è quindi molto rappresentativo del modello Citroën Mehari, noto per il suo adattamento a tutti i terreni. È un veicolo con molte capacità.
Dall’esterno, la Mehari non sembra adatta a tutte le stagioni perché assomiglia più a una piccola decappottabile utilizzata durante le vacanze estive. Grazie a una copertura invernale, l’auto è completamente ermetica, il che la rende utilizzabile tutto l’anno.

PRATICA, MODULARE ED ECONOMICA
La Mehari è altamente modulare, infatti parte del suo pavimento si può trasformare in uno schienale, il che le permette di aggiungere due sedili posteriori e di ospitare così fino a 4 passeggeri. Può essere utilizzata in un’ampia gamma di situazioni, trasportando sia carichi diversi che passeggeri.
La carrozzeria è dotata di soli 11 componenti facilmente riparabili e può essere pulita con un solo getto d’acqua sia all’interno che all’esterno. Questo rende la vettura facile da mantenere ed economica per i clienti.
Autentico ricordo d’infanzia per un’intera generazione, questo concetto atipico, modulare ed economico, progettato con materiali moderni per l’epoca e una carrozzeria innovativa, è diventato negli anni una vera e propria icona automobilistica.

Nel 1983 vennero presentate due edizioni speciali: la Plage, dal look vacanziero e dal colore giallo sgargiante, venduta in Spagna e Portogallo. Nell’aprile 1983, la Azur (nelle tre foto sotto) fu lanciata sui mercati francese, italiano e portoghese in soli 700 esemplari. Nel 1979, Citroën introdusse una nuova variante con la 4×4, che offriva una libertà ancora oggi quasi ineguagliata.

UNA CARRIERA PARTICOLARMENTE DIVERSIFICATA
La Mehari è un veicolo di particolare interesse per le amministrazioni pubbliche come la polizia, le dogane, gli aeroporti, gli ippodromi e molte altre, ma anche per negozianti, artigiani e privati. Ha avuto la possibilità di avere una lunga carriera con l’esercito francese, che ha ordinato in totale 11.457 Mehari tra il 1972 e il 1987.
La Mehari 4×4 (foto sotto) ha avuto anche una carriera nell’assistenza medica sulle strade di tutto il mondo. Ha partecipato alla Parigi-Dakar del 1980, in cui dieci Mehari 4×4 sono state noleggiate per fornire assistenza medica lungo il percorso.
Infine, la Mehari ha avuto una grande carriera cinematografica, soprattutto grazie al famoso film Le gendarme de Saint Tropez con Louis de Funès.

Alpine GTA & A610

Considerate, non sempre a torto, le parenti povere della stirpe Alpine, le GTA e A610 hanno comunque saputo ritagliarsi un ruolo di rilievo nella storia del marchio fondato da Jean Rédélé.

Presa la successione della A310 V6 nel 1985, la GTA fu proposta in versione aspirata e turbo: due vetture dalle prestazioni molto diverse. Nata bene e con un eccellente rapporto prezzo-prestazioni, la GTA non convinse però del tutto gli appassionati, pur incontrando un buon successo commerciale. La GTA si trasformò poi in A610, ultima Alpine prima della sparizione del marchio nel 1994.

Questo Hors-Série a cura di Mille Miles Magazine traccia brevemente la storia di questi due modelli, che sono stati prodotti in versioni a volte limitate, oggi piuttosto ricercate dai collezionisti. In poco più di 60 pagine vi si ritrovano descritte e ben documentate (anche a livello fotografico) GTA V6 GT, GTA V6 Turbo, V6 Turbo Europa Cup stradale (molto rara), V6 Turbo Europa Cup competizione, GTA V6 Turbo Mille Miles, Le Mans e Pierangeli, GTA Turbo America, A610 e A610 Magny Cours. Numerose le informazioni e complete le schede tecniche. Costo della pubblicazione in Francia: € 12,95.